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Quando la canapa a Napoli era considerata l'”Oro Verde”…

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Fin dall’antichità la Canapa (Cannabis Sativa) è stata coltivata per i suoi infiniti utilizzi.
In Italia la sua produzione era concentrata soprattutto in Emilia Romagna e in Campania; ma è in Campania dove si estraevano le qualità migliori di fibra, tanto che la pianta veniva denominata l’Oro Verde, e i territori in cui si coltivava “Terra di Lavoro”, ossia l’area che si estendeva dal fiume Sarno (SA) fino ai cosiddetti mazzoni di Capua (CE), il cui epicentro è l’area dei Regi Lagni.
La canapicoltura, fin dal XVIII secolo, era il fiore all’occhiello e la massima vocazione della regione, non a caso definita Felix, fertile.

Utilizzata in passato soprattutto per la fibra (il tiglio) e nell’industria tessile, gli utilizzi della canapa possono essere oggi i più svariati. Da quello ricreativo, il più discusso, fino all’industria edile, quella alimentare, e persino nella produzioni di bio-carburanti.

Un esempio palese della vastità degli utilizzi della canapa è la super-citata Ford T, un’automobile interamente costruita in fibra di Canapa, con motore a olio di Canapa. Il progetto diventò obsoleto con l’avvento del proibizionismo.

[youtube= https://www.youtube.com/watch?v=9lXnyZe-heA]

L’industria della canapa in Italia agli inizi del ‘900 era fiorente. Con un’esportazione di canapa di circa 604 mila quintali annui, a fronte di un’importazione di un’irrisoria quantità di 67 mila tonnellate. Un introito cash notevole per l’epoca.
Ecco un illuminante prospetto dell’indice delle esportazioni di canapa dal 1909 al 1952 redatto da canagrogroup.it:

Cattura

Negli anni cinquanta la canapa trovava un suo utilizzo e suscitava interesse anche nell’arte, una prova evidente sta nel fatto che a Frattamaggiore (NA), durante la Mostra Nazionale di Pittura, di notevole successo, si poteva visitare un’intera sezione dedicata completamente alla canapa.

Con l’avvento del proibizionismo e la conseguente espansione manovrata e scorretta dell’industria pesante della plastica e quindi del petrolio, ma anche del legno, del cemento e della gomma, il mercato della canapa verrà sempre più ostacolato e sminuito. La “Terra di Lavoro” si è sovente trasformata in “Terra dei Fuochi”, dove l’industria inquinante della zona industriale più estesa del sud Italia (Caivano-Marcianise) e lo smaltimento illegale di scarti tossici e inquinanti fanno da padroni incontrastati.

L’unica speranza attuale della popolazione non sta nelle semi-utili marce di protesta dove un pastore indica una strada al gregge che si rivela essere un vicolo cieco, ma nell’informazione di ogni singolo cittadino onesto, nella memoria storica, ma soprattutto è nelle mani di quegli imprenditori che vogliono ribellarsi allo stato attuale di cose, investendo in industrie ecologiche, pulite, intelligenti e che con uno sforzo iniziale potrebbero diventare redditizie come nessuna industria petrolchimica potrebbe mai.

 

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Ambiente

Terremoti. Le cause della microsismicità dei Campi Flegrei

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Le variazioni nei parametri sismici e geochimici dell’area della Solfatara e di Pisciarelli ai Campi Flegrei (Pozzuoli – Napoli) sarebbero causate dalla pressione cui è sottoposta a struttura presente nel sottosuolo della Solfatara.

Questi i risultati dello studio multidisciplinare condotto dall’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia (INGVHydrothermal pressure-temperature control on CO2 emissions and seismicity at Campi Flegrei (Italy) appena pubblicato sul ‘Journal of Volcanology and Geothermal Research’.

«Negli ultimi anni nei Campi Flegrei, in particolare nella zona della Solfatara e di Pisciarelli, è stata osservata una più frequente attività sismica e un aumento delle stime di temperatura e pressione basate sulla composizione dei gas emessi dalle fumarole campionate. La variazione di questi parametri ci ha indotto ad analizzare insieme tutti i dati disponibili dell’area, per dare una interpretazione complessiva del fenomeno» ha affermato Giovanni Chiodini, ricercatore dell’INGV e primo autore dello studio.

Continuando «Analizzando i dati abbiamo osservato che parametri completamente indipendenti, come quelli geochimici e sismici, sono nel tempo variati insieme. Fra i parametri analizzati c’è il flusso diffuso di anidride carbonica (CO2) dai suoli dell’area. Dall’elaborazione risulta un aumento della quantità di CO2 emessa che dalle circa 1500 tonnellate al giorno nel periodo ante 2017 è passata alle circa 3500 tonnellate al giorno nel periodo successivo. Questa variazione di emissione di anidride carbonica è contemporanea all’aumento della sismicità».

Inoltre, la maggior parte degli ipocentri dei piccoli terremoti sono avvenuti nella parte superficiale di una struttura verticale che è stata individuata tramite tecniche di magnetotellurica.

Tale struttura è stata interpretata come un plume di gas: lo stesso che alimenta il flusso di CO2 misurato nei suoli della Solfatara e che è stato oggetto dell’aumento della stima di pressione e temperatura.

Questa coincidenza, sia temporale che spaziale, ha suggerito ai ricercatori che le variazioni osservate sono causate dalla pressurizzazione della struttura presente nel sottosuolo della Solfatara. 

Chiodini ha poi spiegato «Le novità dello studio sono la raccolta di una enorme mole di dati multidisciplinari, la maggior parte già pubblici, e l’utilizzo di una tecnica statistica, la Principal Component Analysis, che ha consentito di comprendere gli elementi comuni delle differenti variabili analizzate. Lo studio ha evidenziato che le variazioni osservate trovano nell’aumento di pressione dei fluidi la loro comune causa».

Il ricercatore ha concluso «Il prossimo passo della ricerca potrebbe essere l’esecuzione di studi specifici per definire con maggiore accuratezza la geometria della struttura presente sotto la Solfatara dove il gas, accumulandosi, innesca sismicità e alimenta l’emissione in superficie. In altre parole, lo studio, al momento, si riferisce ad una sezione 2D mentre l’obiettivo sarebbe di avere un modello 3D, ovvero una vera tomografia dei primi chilometri del sottosuolo della Solfatara».

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Ambiente

Pasqua e Pasquetta col naso all’insù: il grande spettacolo delle stelle cadenti

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I sogni son desideri” cantava la canzone della famosa fiaba di Cenerentola, e sognare è più che lecito, forse quasi d’obbligo, nel periodo di incertezze e ambiguità che stiamo vivendo.

Ma allora, se anche il cielo è favorevole, perché non regalarsi, per Pasqua, una notte di desideri e sogni?

Il mese d’aprile sarà pieno di stelle a cominciare da Pasqua e Pasquetta. E se la zona rossa non ci permetterà molto, almeno l’Universo pensa a noi.

Tra il 3 e il 5 aprile, infatti, avremo il picco delle kappa Serpentidi, di solito una corrente minore, ma quest’anno visibile tutta la notte e senza il disturbo della luce lunare.

Come spiega l’Unione Astrofili Italiani, lo sciame delle Serpentidi è parte del sistema complesso delle Virginidi. Meteore talvolta brillanti, studiate fotograficamente e nel dominio radio, forse associate alla cometa 1914 IV.

Quest’anno il loro radiante, situato nella costellazione del Serpente, sarà osservabile praticamente per l’intera notte, culminando a oltre 60° d’altezza verso le ore 04.

Le notti tra il 3 e il 4 aprile e tra il 4 e il 5, di maggiore attività, quest’anno saranno favorevoli all’osservazione, data la quasi completa assenza del disturbo lunare.

Saranno dunque una Pasqua e una Pasquetta speciali, forse un po’ tristi per la zona rossa, ma senz’altro colme di romanticismo.

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Nazionale

Terremoto: altre 65 scosse nella notte

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Dopo il grosso spavento di ieri, quando una forte scossa di terremoto ha fatto tremare tutto il Centro-Sud, durante la notte si sono susseguite ben 65 scosse nel Mar Adriatico.

Prosegue la sequenza sismica nel Mar Adriatico iniziata con la scossa di magnitudo 5.2 (rivista al ribasso da 5.6) di ieri tra Italia e Croazia.

Dalla mezzanotte l’Istituto nazionale di geofisica e vulcanologia (Ingv) ha registrato oltre 10 terremoti, due dei quali di magnitudo 3.1, per un totale di circa 65 eventi sismici da ieri pomeriggio.

«Il terremoto localizzato alle ore 14:47 italiane di ieri in Mar Adriatico ha avuto una magnitudo momento Mw 5.2, magnitudo Richter Ml 5.6. Il momento tensore, calcolato utilizzando la tecnica del Time Domain Moment Tensor, indica una cinematica dell’evento coerente con una faglia di tipo compressivo con piani orientati circa NW-SE, compatibili con la cinematica della zona interessata dall’evento. Le accelerazioni di picco, dedotte dalle registrazioni delle stazioni accelerometriche, mostrano valori massimi percentuali dell’accelerazione di gravità pari a circa 0.5% g alla stazione di Monte Sant’Angelo che si trova nel Gargano, a circa 110 km dall’epicentro» ha rilevato l’Ingv, che ha poi spiegato che «le repliche localizzate dalla Sala di Sorveglianza Sismica dell’Ingv-Roma nell’area interessata dalla sequenza sismica sono più di 30, di magnitudo Ml compresa tra 2.1 e 4.1».

Il terremoto nel Mare Adriatico centrale è una causa del lento ma incessante spostamento verso SW della catena dinarica ad una velocità variabile tra i 2.0 e i 4.5 metri per millennio.

Questa catena montuosa costituisce un complesso orogenico che si estende dalla Slovenia sud-occidentale al Montenegro, correndo lungo la costa adriatica della Croazia ed estendendosi sia verso SW (ovvero verso l’Italia) per un centinaio di chilometri, sotto forma di una catena sommersa sotto il Mare Adriatico, sia per circa 200 km verso NE, in direzione del cosiddetto Bacino Pannonico (corrispondente all’attuale Ungheria).

La catena dinarica si presenta come un orogene simile e speculare alla catena appenninica settentrionale centrale e centro-meridionale, che a sua volta tende a migrare verso NE generando a sua volta terremoti, come quelli che hanno luogo in Emilia-Romagna e nelle Marche.

Il terremoto odierno, spiega l’Istituto, «è quindi testimonianza diretta della presenza di grandi faglie sismogenetiche, allineate sia lungo la costa dalmata, sia in pieno Adriatico».

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