CAIVANO – Prima di parlare di politica, clientele, elettori pesanti e portoni spalancati, conviene partire da una cosa noiosissima ma decisiva: la legge.
Per aprire un bar non basta avere il caffè buono e i tavolini carini. Serve anche rispettare i requisiti di sorvegliabilità dei locali, previsti dal Testo Unico delle Leggi di Pubblica Sicurezza e disciplinati dal decreto ministeriale del 17 dicembre 1992. Tradotto dal burocratese: i locali devono essere facilmente controllabili dalle forze dell’ordine. Devono avere accesso da strada o da luogo aperto al pubblico, essere visibili e non nascosti dietro corridoi, corti chiuse o passaggi riservati dove il controllo diventa una caccia al tesoro.
La ratio è elementare: un bar è un luogo aperto al pubblico, non una stanza segreta del Risiko. Le forze di polizia devono poter entrare, vedere e controllare senza dover chiedere permesso al portiere, al citofono o alla buona volontà del gestore. Ora veniamo a Caivano.
Perché il copione – almeno a leggere le carte e a seguire la cronaca amministrativa – sembra sempre lo stesso. Arriva il grande elettore. Quello con la famiglia storica, numerosa, con un discreto serbatoio di voti. Il grande elettore non chiede molto: solo un piccolo favore amministrativo, da riscuotere dopo le elezioni. Una specie di cashback politico.
Era già successo con la vicenda della rotonda sulla Strada Statale Sannitica, dove l’operazione urbanistica sembrava intrecciarsi con il progetto di un centro commerciale legato a uno dei principali sostenitori del sindaco Antonio Angelino, Pietro Magri. Lì però c’è stato un problema: il comandante della Polizia Locale, Espedito Giglio, che deve avere un difetto di fabbrica. Legge le carte.
E leggendo le carte ha prodotto quattro pareri sfavorevoli, sostenendo che quella rotatoria fosse pericolosa per la sicurezza stradale. Un dettaglio noioso, la sicurezza. Sempre a rovinare le belle idee. Adesso la scena si ripete, con scenografia diversa.
Il palco è Palazzo Capece, residenza storica della città e location preferita dal Sindaco Angelino e i suoi accoliti. L’imprenditrice proprietaria dell’immobile già ospita un B&B e affitta la sala convegni. Fin qui nulla di strano. Ma il progetto si arricchisce: aprire anche un bar nella corte interna del palazzo, con tavolini, sedie e atmosfera lounge. Un’idea romantica. Peccato per quel dettaglio giuridico chiamato sorvegliabilità.
La corte è privata. Il bar non è visibile dalla strada. E per renderlo “sorvegliabile” si propone una soluzione semplice: lasciare il portone aperto. È un po’ come dire che una stanza senza finestre diventa luminosa se qualcuno promette di accendere la luce.
Il comandante Giglio, con una certa ostinazione nel prendere sul serio le norme, ha espresso parere sfavorevole: la posizione del locale, dentro una corte privata e non visibile dalla strada, non garantirebbe i requisiti richiesti. Fine della storia? Macché.
Perché a Caivano succede qualcosa di curioso: gli uffici sembrano vivere in universi paralleli.
Da una parte la Polizia Locale che alza la mano e dice: attenzione, qui la legge dice questo.
Dall’altra un SUAP piuttosto disinvolto, che sembra considerare la SCIA una specie di passaporto automatico.
Non è la prima volta che accade. Molti ricordano infatti il caso recente della SCIA del Carnevale, approvata nonostante l’assenza iniziale di un’ambulanza, un elemento che normalmente rappresenta una delle misure minime di sicurezza per eventi pubblici.
Così si arriva al paradosso amministrativo: si autorizza un bar ignorando il parere negativo della Polizia Locale, un po’ come se in sala operatoria l’anestesista dicesse “fermi tutti” e qualcuno rispondesse “ma sì, continuiamo lo stesso”.
Nel frattempo, sempre dentro la corte di Palazzo Capece, si svolge anche una manifestazione dal titolo decisamente cinematografico: “La Grande Bellezza”. Evento organizzato da due attività commerciali molto vicine all’amministrazione e al quale, raccontano le cronache, ha partecipato anche buona parte della stessa amministrazione comunale.
Anche lì però arriva il solito dettaglio fastidioso: il comandante della Polizia Locale, che eleva verbali alla proprietà per lo stesso motivo di mancata sovergliabilità. Insomma, a Caivano sembra esserci un curioso corto circuito amministrativo. Da una parte chi interpreta le norme come suggerimenti elastici. Dall’altra chi continua a leggerle come se fossero leggi. E nel mezzo la politica che fa spallucce quando ad aver ragione è sempre chi osserva le regole.
Poi c’è il comandante Espedito Giglio, che finisce nel ruolo meno comodo della pubblica amministrazione italiana: quello che applica le regole. E in certe stagioni politiche, si sa, chi applica le regole diventa inevitabilmente l’uomo che rovina la festa. Il problema è che la legalità non è come il portone di una corte: non si può decidere di tenerla aperta o chiusa a seconda delle convenienze del momento.