AFRAGOLA – C’erano quaranta, forse cinquanta persone venerdì sera all’Arancia Blu. Un convegno organizzato da Girolamo Laudanna, Alfonso Ferrara, Nicola Izzo e Michele De Luca con ospiti di peso del Partito Democratico campano: il vicepresidente della Regione Mario Casillo — tra gli uomini più votati del PD in Campania — e il Consigliere Regionale l’on. Salvatore Madonna. Due presenze istituzionali importanti, che però hanno certificato qualcosa di molto più profondo e politicamente devastante: la frattura ormai insanabile del PD di Afragola.
Perché a quell’incontro mancavano proprio coloro che teoricamente dovrebbero rappresentare il partito in città: il segretario Pasquale Iazzetta e il presidente Francesco Zanfardino. Assenti. Non invitati. Così come esclusi sono stati tanti giovani democratici, relegati ai margini mentre sul palco si consumava l’ennesimo rito di una politica vecchia, autoreferenziale e chiusa. Due soli candidati presenti. Il resto? Silenzi, imbarazzi e correnti.
La fotografia è ormai chiara: il PD afragolese è spaccato in tre tronconi. Da una parte il gruppo che fa riferimento all’attuale segreteria; dall’altra la storica area che ruota attorno a Girolamo Laudanna; in mezzo giovani democratici sempre più disillusi e utilizzati soltanto come manovalanza elettorale e Vincenzo Concas, storico iscritto ed ex Consigliere comunale che chiese le dimissioni del segretario cittadino per aver svenduto la sezione locale del PD.
A rendere ancora più evidente la profondità della frattura è stata anche la presenza dello stesso Gennaro Giustino, rimasto al centro dell’iniziativa senza che apparentemente si ponesse neppure il problema politico e istituzionale dell’assenza del segretario cittadino del PD Pasquale Iazzetta e del presidente Francesco Zanfardino. Un’assenza pesantissima, che in qualsiasi partito strutturato avrebbe imposto almeno una riflessione pubblica, e che invece è scivolata nel silenzio generale, quasi fosse normale celebrare un’iniziativa del Partito Democratico senza i suoi rappresentanti ufficiali cittadini.
Ed è proprio qui che emerge la contraddizione più clamorosa di questa campagna elettorale: il più grande partito del centrosinistra italiano ridotto a fare il comprimario pur di garantirsi qualche posto in Consiglio comunale.
Un partito strutturato, con una storia, un’identità e una tradizione politica, che invece di esprimere un proprio candidato sindaco ha scelto di piegarsi ad un compromesso che molti iscritti e dirigenti non hanno mai digerito: sostenere Gennaro Giustino, uomo politicamente cresciuto nell’orbita di Forza Italia e considerato vicino ad ambienti storicamente lontani dalla cultura del centrosinistra.
La verità è che Giustino non è il candidato del PD rappresentativo. Non è il candidato della base larga del partito. È la scelta di una parte antica del PD, di una corrente storica che ha imposto il proprio pensiero sacrificando identità e coerenza sull’altare degli equilibri interni.
E mentre una parte del partito prova disperatamente a normalizzare questa operazione politica, i giovani democratici stanno lanciando il segnale più eloquente di tutti: sui loro manifesti il nome del candidato sindaco scompare, viene nascosto, evitato. Non è una scelta grafica. È un messaggio politico. Perché quando un partito arriva al punto di vergognarsi persino di intestarsi pubblicamente il proprio candidato, significa che la frattura non è più tattica: è identitaria.
Il punto politico vero, infatti, non è soltanto la candidatura di Giustino. Il punto è il prezzo pagato dal PD per accettarla. Un prezzo altissimo in termini di credibilità, coerenza e dignità politica. E allora la domanda che resta sospesa su Afragola è semplice: che senso ha ancora chiamarsi Partito Democratico se poi si rinuncia persino ad essere riconoscibili?