CAIVANO – Come in tutti i casi dove lo Stato non può correre ai ripari si pensa a come legalizzare, sta succedendo per le droghe leggere e la prostituzione e chi ci dice che sotto sotto, i nostri bravi politici non stanno cominciando anche a legalizzare il fenomeno dei rifiuti provenienti dal mercato nero? In fondo stiamo assistendo solo ad uno spostamento di roghi tossici, da zone periferiche non autorizzate ai siti di stoccaggio autorizzati e con tanto di documento di trasporto che attesti l’entrata e l’uscita del rifiuto. Si sta iniettando il pensiero e quindi abituando la popolazione a passare dai piccoli focolai accesi durante il giorno e la notte ai grandi incendi una volta al mese.

Il problema in entrambi i casi – quello illegale e quello legale – è sempre legato alla difficoltà di smaltimento. Nel primo caso ci troviamo davanti a fabbriche, industrie e attività commerciali impossibilitati a smaltire il rifiuto proveniente da attività non dichiarata e che si affidano alla criminalità organizzata per smaltire i propri scarti. Nel secondo caso invece ci troviamo davanti alla mancanza di domanda e quindi di acquisto del materiale selezionato pronto per essere riciclato. Mancano nuovi strumenti, nuove aziende e nuove idee di riciclo per far sì che tutto il materiale accumulato nei vari depositi di siti di stoccaggio venga smaltito. Qui arriva il vero nocciolo del problema.

Chi si fa trovare impreparata in questo caso è la politica che incastrata tra l’ignoranza in materia e i legami d’affari con gli ecoimprenditori e i consorzi, non riesce a trovare una cura omeopatica al sistema.

Ad esempio è notizia di stamattina che in una riunione convocata dal Prefetto Carmela Pagano, con i vertici di Procure e forze dell’ordine, il sindaco dell’area metropolitana Luigi De Magistris e il vice presidente della Regione, Fulvio Bonavitacola si è deciso di recepire la circolare del Ministro degli Interni Salvini che poneva i siti di stoccaggio tra gli obiettivi sensibili e in base a questo si è stabilito di far partire una sistematica azione di sorveglianza con una vigilanza mobile più intensa. D’altronde se si chiedono provvedimenti alle Prefetture, il massimo che gli si può chiedere può essere solo questo. Più controllo. Ma siamo sicuri che siano queste le soluzioni? È possibile che la politica riesca solo a pensare ai problemi che si hanno a valle di una questione, senza andare ad indagare sulle possibili cause scatenanti? Le risposte sono facili da dare: è quasi impossibile, perché risulterebbe dispendioso e non di certo attuabile stravolgere l’intero sistema di riciclo rifiuti, in considerazione anche del fatto che non si è stato in grado, in questi anni, neanche di formare e sensibilizzare la popolazione alla raccolta differenziata. Infatti Il Mattino di oggi scrive che “un intasamento che potrebbe essere evitato solo con un’estesa differenziata in tutti i 550 comuni campani. I numeri di domenica scorsa, solo per i tre Stir della provincia napoletana (Caivano, Giugliano, Tufino) fanno capire. In totale, nei tre impianti, il comune di Napoli ha versato 925,16 tonnellate di indifferenziata da trattare e pressare per i passaggi successivi. Il totale di tutti gli altri comuni era di appena 320,02 tonnellate”. Praticamente la sola città di Napoli produce il triplo dell’indifferenziato di tutto l’hinterland napoletano che stocca rifiuti negli stir di Caivano, Giugliano e Tufino. Sono dati questi che decisamente porteranno ad un ingolfamento sicuro anche delle linee del termovalorizzatore e da qui poi si parlerà di una nuova emergenza rifiuti.

Ora non sappiamo e non potremo mai sapere se le emergenze rifiuti per chi ha pensato a questo sistema del trattamento e riciclo, siano state pensate, calcolate o programmate, fatto sta che esse sono e rimarranno, sistematicamente, l’effetto collaterale di questo sistema, senza se e senza ma. Quindi che si fa?

Ci sono due strade da percorrere, o quella dettata e già annunciata anche dal governatore De Luca, cioè quella di dotare la Campania di nuovi siti di stoccaggio e perché no anche di nuovi termovalorizzatori, oppure di valutare la situazione a monte e disegnare una legge che obblighi le aziende a dotare i propri prodotti di packaging zero o di packaging biodegradabile, così da ridurre ai minimi termini la produzione di rifiuto di carta, cartone e multimateriale. E con la seconda strada la questione diventa politica, perché bisognerebbe spostare l’attenzione sui siti di compostaggio e non sui termovalorizzatori dove l’indifferenziata si sa, è il prodotto che costa di più sul mercato, detto anche l’oro che puzza.

Quindi la soluzione a tutti i mali, al di là delle speculazioni che la criminalità organizzata possa giovare dalle lacune di questo sistema, va trovata nelle stanze dei bottoni mettendo principalmente al centro delle proprie idee l’uomo e non il denaro.

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