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Campania

I segreti della mafia nigeriana. Sangue, silenzio ed evoluzione della tratta degli esseri umani

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La tratta di esseri negli ultimi anni è salita agli onori della cronaca attraverso fatti e testimonianze delle vittime. Un orrore senza precedenti con la complicità dei clan campani che merita un serio approfondimento. Secondo le ultime indagini della Dia, tale pratica, ancora avvolta nell’ombra in larga parte,  costituisce un crimine transnazionale, in tal senso definito dall’art. 3 del “Protocollo addizionale della Convenzione delle Nazioni Unite contro la criminalità organizzata transnazionale per prevenire, reprimere e punire la tratta di persone, in particolare di donne e bambini”. La sua definizione comprende il reclutamento, trasporto, trasferimento, l’ospitare o accogliere persone, tramite l’impiego o la minaccia di impiego della forza o di altre forme di coercizione, di rapimento, frode, inganno, abuso di potere o di una posizione di vulnerabilità o tramite il dare o ricevere somme di denaro o vantaggi per ottenere il consenso di una persona che ha autorità su un’altra a scopo di sfruttamento, sessuale o lavorativo.

Stando a quanto emerso nel corso di recenti inchieste, coordinate da diverse Procure Distrettuali nazionali, il “trafficante” delle vittime di tratta è parte di una “rete” criminale transnazionale radicata nei Paesi di origine dei flussi migratori, ove realtà caratterizzate da estrema povertà o da contesti socio-politici instabili diventano fattori di attrazione per le organizzazioni criminali dedite a tali attività illecite. Si tratta di sodalizi strutturati in “cellule” operanti nei singoli Paesi interessati dalla “filiera” criminale, ognuna delle quali interviene all’occorrenza, occupandosi di una determinata “fase” che caratterizza la tratta. Il reclutamento avviene normalmente nel Paese di origine. Le giovani donne – reclutate in buona parte nello Stato di Edo, intorno alla capitale Benin City, ove sarebbero presenti articolate strutture operative e logistiche – risentono della situazione di assoluta precarietà economica unita alla speranza di trovare all’estero migliori condizioni di vita, inducendo spesso le proprie famiglie a rivolgersi a persone collegate con le organizzazioni criminali che gestiscono il traffico. Il contatto e l’avvicinamento nonché l’opera di convincimento avvengono attraverso una figura femminile, la madame o mamam che ha la funzione di reclutatrice nel prendere contatto, convincere le ragazze interessate all’espatrio, con false promesse di lavoro, per poi consegnarle a chi materialmente le porterà in Europa e, quindi anche in Italia.

La madame assume così un ruolo centrale, stabilendo un legame molto stretto con le giovani donne, basato su riti di iniziazione chiamati “juju”, simili al voodoo, propri della cultura yoruba con vero e proprio giuramento di fedeltà all’organizzazione e alla madame di riferimento pena la morte anche dei propri cari. La durata media del viaggio effettuato via terra risulta essersi allungata a causa delle lunghe rotte africane che si concludono nei Paesi rivieraschi. Da lì le vittime sono poi introdotte clandestinamente in Italia e costrette, con minacce e violenze fisiche e psicologiche, ad esercitare il meretricio lungo le strade delle nostre città, sotto lo stretto controllo dei membri delle organizzazioni. Il sistema criminale nigeriano si fonda sulla schiavitù da debito (debt bondage) che obbliga le vittime a sottostare a gravi forme di sfruttamento per poter saldare cifre molto alte di denaro in cambio della loro libertà. Nella maggior parte dei casi, poi, il debito continua ad aumentare a causa dell’obbligo di sostenere costi inizialmente non pattuiti (per l’affitto del posto letto, per le bollette, per il cibo, per i vestiti). Le malcapitate sono costrette a pagare il prezzo, alla madame di riferimento, anche per l’utilizzo del luogo pubblico di meretricio, in gergo chiamato joint.

Il ricavato consente alla madame di ricevere velocemente il plusvalore dell’investimento effettuato con l’acquisto delle donne e di reinvestire nuovamente il capitale, attraverso anche un ricambio continuo di ragazze ampliando cosi il proprio raggio di azione. Le ragazze in sostanza dipendono in tutto dalla madame, che costituisce l’universo intorno al quale gira il loro mondo, dalla possibilità di permanere nel nostro Paese a quella di riscattarsi dalla schiavitù e di intraprendere l’attività di sfruttamento in concorso con la carnefice, fino alle necessità quotidiane di vitto e alloggio. Contrariamente a quanto accaduto per altri gruppi etnici, a distanza di 20 anni dal loro primo arrivo le donne nigeriane continuano ad essere tra le principali vittime di tratta sfruttate in Italia. Per esse, poi, il meccanismo di denuncia e protezione sociale previsto dalla legge non sempre risulta attrattivo, nella convinzione che il loro sfruttamento è a tempo (il tempo cioè di saldare il debito) e che, quindi, non è conveniente denunciare i propri aguzzini e rischiare, conseguentemente, la propria vita.

Tuttavia, nel nostro Paese molte donne, negli ultimi anni, hanno avuto il coraggio di denunciare gli abusi e le costrizioni subite grazie all’applicazione del già richiamato articolo 18 del Decreto Legislativo n. 286/1998 (Testo
unico delle disposizioni concernenti la disciplina dell’immigrazione e norme sulla condizione dello straniero) che prevede il rilascio del permesso di soggiorno per motivi di protezione sociale al fine di “consentire allo straniero di sottrarsi alla violenza ed ai condizionamenti dell’organizzazione criminale e di partecipare ad un programma di assistenza ed integrazione sociale”. Dal 2014 al 2019 sono stati rilasciati, complessivamente, 580 titoli di soggiorno per motivi umanitari. E non è finita qui …

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Caivano

Caivano: Diversamente abili senza diritti e senza spazi.

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Caivano – I diversamente abili che risiedono nella cittadina di Caivano, ogni giorno affrontano sul territorio molte difficoltà, il quale ne impedisce la circolazione in sicurezza sia su i marcia piedi non norma, il quale non rispettano le misure come stabilite dalla legge stabilisce ovvero una larghezza minima di 1,50 metri con tratti nei luoghi di maggior traffico aventi almeno una larghezza di 1,80 metri.

Se ci sono dei passaggi obbligati o per restrizioni a causa di lavori in corso, la larghezza non potrà essere inferiore a 90 centimetri, in presenza di ostacoli la larghezza deve arrivare a 2 metri, mancanza di spazi e attrezzature su misura, mancanza di fondi per finanziare progetti come l’assistenza domicilare, che i pochi fondi hanno destinato pochi operatori soltanto per i disabili più grave tralasciando una vasta porzione in bisogno di aiuto.

Non è l’unico ostacolo da superare in quanto, sul territorio fino ad oggi gli stalli per i possessori del contrassegno, erano pochi e occupati da incivili inpuniti per il mancato controllo da parte della polizia locale, oggi con il funzionamento della sosta a pagamento, i possesori del contrassegno, dovranno fare un abbonamento per poi poter pagare la modica cifra di 2 euro al giorno.

Non solo il danno anche la beffa, numerose richieste di stallo nei pressi della propria abitazione non hanno mai avuto risposta.

Ho protocollato la richiesta per lo stallo nel Gennaio 2020, dopo il lockdown, presso il comando della polizia locale ho sollecitato per chiedere spiegazioni in merito, ma un agente mi ha risposto che non c’erano i fondi per comprare nè la vernice, nè il paletto, nè ci fosse il manovale per eseguire il lavoro” ci ha raccontato Pasquale papà di Francesco ragazzo di vent’anni diversamente abile che tutt’oggi, dopo un’ anno e mezzo non ha ricevuto ciò che gli spetta, e come Francesco, ci sono molte altre persone in attesa.

I commissari prefettizi, non hanno preso in considerazione ciò ma nel progetto della sosta a pagamento, non hanno pensato all’esenzione ma bensì a tassare anche loro, l’amministrazione comunale insediatasi da quasi un’anno impegnato a risolvere le crisi della propria di maggioranza, con il bilancio producendo poco quanto nulla, in questo progetto hanno provveduto a diminuire la tariffa per la mezz’ora da un’euro a cinquanta centesimi, facendo presente che è un progetto dei commissari, ma ciò è rimasto invariabile, ma chissà per quanto ancora l’attenzione dell’amministazione sarà posta al bilancio, ma soprattutto alle proprie crisi , alle pretese dei partiti di maggioranza che con il cambio casacca di ben tre consiglieri, si spostano gli equilibri.

Quando l’attenzione dell’amministrazione si porge su i bisogni dei caivanesi, dei diversamebte abili non sarà mai troppo tardi.

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Campania

La confessione dell’assassino del Bambino

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A un tratto l’ho preso in braccio e sono uscito fuori dal balcone. Giunto all’esterno con il bambino tra le braccia, mi sono sporto a ho lasciato cadere il piccolo”.  Queste sono le parole di Mariano Cannio il 38enne per il quale oggi i giudici hanno confermato il fermo per l’omicidio del piccolo Samuele, il bimbo di 4 anni morto dopo la caduta dal balcone di casa a via Foria.

Ho immediatamente udito delle urla – ha aggiunto Cannio – e mi sono spaventato consapevole di essere la causa di quello che stava accadendo”. A mettere i brividi è però un’ulteriore dichiarazione: “Sono andato a mangiare una pizza nella Sanità”.

Ora per il 38enne i legali potrebbero chiedere verifiche psichiatriche, per stabilire cioè se fosse capace di intendere e volere al momento dell’incidente e se sia una persona socialmente pericolosa. 

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Campania

Aggiornamenti Covid in Campania

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Sono 198, in Campania, i casi positivi al Covid nelle ultime 24 ore su 6542 test. Come ogni fine settimana, quando diminuisce il numero dei test, aumenta il tasso di incidenza che passa dal 2,’2% al 3,02%.

Sette i decessi; 5 deceduti in precedenza ma registrati ieri. In merito alla situazione negli ospedali, calano leggermente i ricoveri in terapia intensiva (-2), e anche in degenza (-5).

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