Punto e a capo. Come prima e peggio di prima. L’investitura di Stefano Caldoro da parte di Berlusconi non scalda i cuori. E nemmeno gli elettori. Figurarsi gli attori in campo. Secondo la spartizione romana delle regioni, la scelta del candidato governatore in Campania spetta a Forza Italia. Detto e fatto. Il leder forzista cala l’ex governatore (abbiamo previsto la sua candidatura in un articolo datato 27 settembre a firma di chi vi scrive) per le prossime elezioni regionali. E le reazioni conseguenti sono (quasi) sotto gli occhi di tutti. A conferma che i vertici nazionali azzurri non avevano granché da proporre oltre lo stesso Caldoro. Una mancanza di alternative che rischia di far saltare il tavolo prima di ogni altra azione politica. Al di là dell’imposizione e di ciò che l’ha generata. Pure le pietre sanno che il profilo vero su cui Berlusconi avrebbe puntato resta Mara Carfagna. Caldoro resta l’usato garantito da rispolverare ad ogni tornata elettorale in Campania. Nel 2010 la sua vittoria aveva un senso politico. Dopo 10 anni di governo Bassolino (e di sinistra) gli elettori votarono la discontinuità. Caldoro all’opinione pubblica fu visto come un moderato. Distinto e distante dal potere bassoliniano e dai suoi fallimenti politici sull’emergenza rifiuti che ancora oggi “macchiano” la sua carriera politica. Alla voglia di cambiamento degli elettori campani si aggiunse l’ennesima ascesa di un partito col vento in poppa. Ovvero il Pdl. Il cacio sui maccheroni. Tutte condizioni storiche e politiche che resero schiacciante la vittoria del centrodestra in regione.

Oggi non è più così. Forza Italia alle ultime elezioni europee in Campania ha fatto ridere i polli. Ottenendo il 13% pari quasi a 300mila preferenze arrivando addirittura quarta alle spalle di M5S, Lega e Pd. Un disastro se pensiamo ai plebisciti di qualche anno fa. A Napoli ed in provincia il dato in termini percentuali si conferma invariato nonostante il partito disponesse di un europarlamentare uscente, ovvero Fulvio Martusciello, e di una truppa di consiglieri comunali, sindaci e consiglieri regionali. Un dato che si commenta da solo. Il vento a favore del 2010 che “trainò” la vittoria di Caldoro oggi non è altro che un piccolo sospiro. Che rischia di spegnersi nel tempo. Finita qui? Nemmeno per sogno. Le reazioni di cui vi abbiamo parlato poco fa tracciano uno spunto di riflessione grande quanto una casa. E che, in un modo o nell’altro, legittimano le resistenze di qualche attore in campo. Andiamo con ordine. Clemente Mastella. L’ex Ministro di Giustizia è al lavoro per la composizione di una lista civica. Da mesi invoca le primarie per scegliere il candidato governatore. Uno strumento, al di là di come la si pensi, che concede la possibilità agli elettori di scegliersi il leader della coalizione. In assenza del candidato governatore, invocare le primarie aveva un senso politico. Dopo l’imposizione di Berlusconi, continuare a chiederle a gran voce significa non accettare, al netto del metodo, Caldoro. Non è un mistero che l’attuale sindaco di Benevento, da sempre delfino di Ciriaco De Mita, stia cercando di ottenere con insistenza la candidatura a governatore del centrodestra. Basta dare un’occhiata al seguente post comparso sulla sua pagina ufficiale qualche giorno fa: “Nonostante la designazione di Berlusconi per Caldoro, continuo a sostenere le primarie come strumento necessario per la scelta o la convalida di una indicazione. Non discuto mai le persone, ma il metodo, che non condivido. In Campania non sarà semplice vincere. Per quanto mi riguarda, presenterò una mia lista. Non essendo partecipe di nulla, mi pare la sola condizione per essere nel gioco. Un gioco che è cambiato radicalmente; e pochi se ne rendono conto.”

Ma anche qui le resistenze non mancano. Qualche mese fa Fulvio Martusciello attaccò lo stesso Mastella attraverso una nota alla stampa: “Tacciare i parlamentare meridionali di Forza Italia di poco coraggio o insipienza è il tentativo di delegittimare una classe dirigente. Si sposti pure Mastella, se vuole cambi ancora campo o coalizione. Dialoghi pure con Conte o De Luca. Quello che Mastella non potrà mai avere, e che invece i parlamentare meridionali di Forza Italia hanno, è la coerenza e la lealtà.” L’europarlamentare azzurro alludeva all’esperienza di Mastella da ministro in carica nel centrosinistra targato Prodi nel periodo 2006-2008. Negli ultimi tempi fra i due sembra essere tornata la pace. Ma gli attacchi restano al di là dell’armistizio di facciata per fini elettorali. Tali attriti assumono contorni politici se arrivano a pochi mesi dalle elezioni regionali. Il concetto è chiaro. Martusciello non vuole Mastella governatore. O quantomeno non si è mai espresso a favore. Capitolo Severino Nappi. Il vicecoordinatore regionale di Forza Italia da mesi continua in una martellante campagna social denominata “Il nostro posto”. Una frase che “puzza” di slogan elettorale a 6 mesi dalle elezioni regionali. Anche lui cova il sogno della candidatura a governatore del campo azzurro ma, così come registrato qualche settimana fa, la sua “autocandidatura” non scalda i motori nel partito. A tal punto, secondo le ultime indiscrezioni, da far irritare i vertici regionali forzisti. L’evento al Palaparthenope , dove si è registrata una grande affluenza, rappresenta una presa di posizione, magari più colorita, finalizzata a prendere le distanze dalla scelta di Caldoro. Per rafforzare e legittimare la sua posizione, Nappi da settimane invoca le primarie per la scelta del leader azzurro. Discorso analogo vale per Paolo Russo che si unisce al coro di Nappi e Mastella.

In un’intervista rilasciata al Mattino un mese fa, il deputato forzista dichiarò: “Non mi sottrarrei se ci fossero le primarie e il mio gruppo dirigente ritenesse utile il mio contributo”. Più chiaro di così si muore. La posizione di Russo, che può contare anche sul naturale appoggio del cugino Ermanno Russo, consigliere regionale forzista di lungo corso, sul piano politico rafforza il “partito delle primarie” in Forza Italia. Una questione che denota un grande segnale di debolezza nei confronti di una classe dirigente che sta facendo ridere mezzo mondo. Totalmente incapace di scegliere un candidato unitario a pochi mesi dalle elezioni regionali. Ed i programmi? E le proposte? Manco a parlarne. Una guerra intestina su nomi e poltrone destinata a durare ancora a lungo. Ma non è tutto. Sui contrasti eccellenti nel partito di Berlusconi emerge un dato ignorato da molti. Il silenzio di Cesaro. L’ex Presidente della Provincia, insieme al figlio Armando, vanta storici rapporti con l’ex Cavaliere a Roma. La sua posizione “senza infamia e senza lode” sull’imposizione romana la dice lunga. Pure le pietre hanno capito che la scelta voluta da Berlusconi rappresenta da un lato una volontà di parte e minoritaria nel partito (figurarsi nell’intero centrodestra) almeno per ora. Dall’altro cozza con la grande richiesta delle primarie di Russo, Nappi e Mastella. Per ora resta alla finestra in attesa di nuovi sviluppi. Il quadro peggiora se allarghiamo la valutazione nel campo degli alleati (o presunti tali). Giorgia Meloni qualche giorno fa ha frenato sull’Ansa: “E’ stato deciso che Forza Italia avrebbe fatto delle proposte sul candidato presidente, non abbiamo mai discusso i nomi né sulla Campania nè nelle altre regioni. I nomi si ufficializzano insieme”. Uno stop brusco da parte della leader nazionale di Fratelli d’Italia. Sulla Lega piomba il silenzio assoluto. Una posizione di “bagnomaria” che non alimenta entusiasmo verso Stefano Caldoro. La situazione è fin troppo chiara. Nel centrodestra, ed in particolare in Forza Italia, regna il caos assoluto. Mentre De Luca è in piena campagna elettorale, l’opposizione perde tempo lacerata da conflitti e faide interne. Il miglior modo per regalare la regione all’ex sindaco di Salerno. Renzi incluso.

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