
Afragola
Il Gruppo Di Palo dona 400 buoni spesa ai comuni di Afragola, Cardito, Casoria e Crispano
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CARDITO – La famiglia Di Palo dona 400 buoni spesa ai Comuni di Casoria, Afragola, Cardito e Crispano per fornire sostegno concreto a 400 famiglie in difficoltà.
Il Gruppo Di Palo – gestore dell’insegna CRAI per la Campania – aggiunge un importante mattone per potenziare la rete di sostegno e solidarietà rivolta a chi è in difficoltà con una donazione di 400 buoni spesa da 50€ destinati a 400 famiglie dei comuni di Casoria, Afragola, Cardito e Crispano. I buoni spesa sono stati consegnati ai Sindaci dei 4 comuni che si occuperanno e della distribuzione ai più bisognosi.
I cittadini di Afragola e Casoria potranno utilizzare i buoni spesa presso il Supermercato CRAI del Parco Commerciale I Pini, S.S.Sannitica 87 (Casoria). I residenti nei comuni di Cardito e Crispano potranno invece recarsi presso il Supermercato CRAI del Centro Commerciale La Masseria, in Via Mahatma Gandhi (Cardito).
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Afragola
CAIVANO. Fumi di propaganda e alleati traditi: la “Nuova Era” è già in crisi.
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4 Giugno 2026
CAIVANO – È ufficialmente crisi nell’amministrazione guidata dal sindaco Angelino. Lo pensano tutti nei corridoi del municipio, ma nessuno ha il coraggio di dirlo per non incrinare la narrazione fasulla imposta dal capo assoluto. Quella giunta di “alto profilo”, sbandierata ai quattro venti dagli adulatori del sindaco Angelino, si è rivelata per quello che è: un colossale bluff, esattamente come tutta la costruzione propagandistica della novità e competenza al potere.
Una cosa sono i fatti, un’altra la narrazione di regime. I primi mesi di consiliatura sono scivolati via tra feste, inaugurazioni di opere fatte da altri e manifestazioni utili soltanto a consolidare l’immagine di un Sindaco ormai affetto da una evidente bulimia sociale e da una ossessiva propensione al culto della propria personalità. L’attenzione della comunità è stata artatamente dirottata sul faceto, mai sulle cose serie. Mentre il paese arranca, siamo costretti a subire una pioggia quotidiana di post, selfie di assessori e consiglieri, passerelle continue ed un presenzialismo vuoto da parte dei più fedeli scudieri del capo.
Alcuni sono stati ripagati con poltrone stipendiate: si va dalla Presidenza del Consiglio comunale fino all’assessorato alla Pubblica Istruzione, dove si registrano per ora i balletti scatenati della titolare della delega, Orsella Russo, senza che però le scuole si siano minimamente accorte della sua presenza. Il ruolo istituzionale ridotto a esibizione sguaiata come se la politica fosse un talent scout televisivo.
Ma una volta dipanati i fumi della propaganda di regime, non resta nulla. Emergono invece i malumori, finora soppressi, da parte di consiglieri costretti a subire una giunta che non ha fatto quasi nulla, totalmente slegata dal territorio e priva di reali competenze. Un esecutivo che serve a una sola cosa: permettere al Sindaco di avere tutto sotto controllo, allontanando la politica intesa come partecipazione per perseguire i propri scopi personali. Lui solo deve amministrare e dare al popolo l’impressione di essere l’uomo della provvidenza in grado di risolvere i problemi. Lui solo deve fare politica e tenere i rapporti con i palazzi sovracomunali.
Con una chirurgica distribuzione delle cariche, il Sindaco si è assicurato il favor perpetuo del Presidente del Consiglio comunale agganciato all’immunità e mettendo all’angolo a chi quella poltrona spettava di diritto: il consigliere più votato, Tobia Angelino, forte dei suoi 1200 voti personali. Il campione delle preferenze è stato così relegato al ruolo di speaker di una maggioranza muta, composta da semplici “yes-man”.
Tobia Angelino è stato ridimensionato persino dal segretario di “Caivano Conta”, il quale non ha esitato a trattarlo come pedina di scambio per il seggio in consiglio comunale per suo cugino, Emanuele Scuotto, primo non eletto. L’incastro perfetto ha visto l’ingresso in giunta di Orsella Russo per liberare il posto in assise a Scuotto, mentre si è buttato fumo negli occhi ai critici nominando assessore Raffaele Marzano, fatto passare abilmente come nome indicato da Tobia Angelino. Marzano è entrato in giunta passando sopra la mortificazione del primo eletto.
Fatto fuori Tobia Angelino che appare una vera minaccia per le ambizioni del Sindaco, si è potuto strutturare un sistema accentratore fatto di consiglieri obbedienti e assessori fantasma che, come ammesso dalla stessa assessore Lopez, fanno capo esclusivamente al Sindaco.
Questo schema serve ad Angelino, e solo a lui, per pianificare la sua futura carriera politica. Il sindaco sta infatti puntando a un clamoroso riavvicinamento al Partito Democratico, avendo compreso che in Campania il centrodestra non ha speranze di vittoria. Eccolo allora salire sul palco carditese del vicesindaco della città metropolitana Peppe Cirillo, uomo forte della corrente che fa capo a Casillo/Topo. A Cardito sostiene il PD mentre strizza pure l’occhio al sindaco di Napoli, Gaetano Manfredi. L’avvicinamento del consigliere regionale Lucia Fortini al PD potrebbe essere il tram per condurre il sindaco Angelino, da sempre pupillo di Lello Topo, nell’alveo del centrosinistra e del partito della Schlein, con buona pace dei Dem locali. Angelino potrebbe decidere di costituire il gruppo PD in Consiglio mettendo due dei suoi consiglieri fedelissimi in cambio di un assessore in giunta e del suo ingresso trionfante.
Il campione del finto civismo ha un disperato bisogno di una casacca politica per candidarsi alle imminenti elezioni provinciali, magari proprio nella lista di Manfredi, puntando a una poltrona nella giunta metropolitana. E così l’assessore Marzano si ritrova in una giunta il cui capo politico guarda al PD, mentre lui ha l’ambizione opposta di entrare nelle liste della Meloni per le elezioni politiche del 2027. Contraddizioni e strategie personalistiche che si consumano sulla pelle di Caivano mentre il Governo Meloni, che è ancora presente a Caivano con la struttura commissariale si ritroverebbe un Sindaco ormai apertamente avversario in vista delle prossime politiche.
E mentre Antonio Angelino tesse le lodi di sé stesso e costruisce il suo futuro lontano da qui, a Caivano non resta nulla. La “Nuova Era” è ormai uno slogan vecchio, superato nei fatti dalla crisi politica aperta da “Caivano 2.0” di Gebiola, il quale ha sfiduciato il suo assessore di riferimento. In questa pantomima, né il sindaco ha revocato l’assessore, né quest’ultimo si è dimesso. Al sindaco, infatti, serve il voto di Antonio Esposito in consiglio comunale per l’elezione nell’assise della città metropolitana. L’assessore Cimmino indicato da Esposito, è una figura virtuale che non ha votato il Rendiconto 2025 e che ha svolto tutte le sedute di giunta da remoto.
Lo stesso errore della vecchia era, invece di nominare gli assessori decisi dai partiti si danno gli assessori ai singoli consiglieri. Antonio Esposito era uno dei candidati di Caivano 2.0. L’altro assessore Orsella Russo è stata decisa dal sindaco come la Lopez e Marzano. Pure l’assessore Crispino di Azione pare non abbia paternità politica. Sicuramente non l’ha indicata Pippo Ponticelli, Gigiotto Falco spergiura che non è un suo nome e pure Luigi Esposito la rinnega. Allora questa com’è arrivata a Caivano?
Per questa cinica ragione di interessi politici, il primo cittadino mortifica le liste, le buone energie caivanesi mettendo sconosciuti in giunta, e pure chi lo ha sostenuto sin dall’inizio. Gebiola, era stato uno dei primi a sostenere la sua candidatura Ma si sa, in politica non c’è riconoscenza. A questo si aggiunge il mugugno strisciante di un paio di consiglieri di “Caivano Conta” nei confronti dell’assessore più vicina al sindaco, Orsella Russo per via della sua corsa alla visibilità.
Ma sul fronte dei servizi, salta agli occhi l’inconsistenza dell’assessore all’ecologia, che ha fatto partire la nuova raccolta differenziata generando il caos più totale in città: residenti senza mastelli, intere zone non servite e un calendario dei conferimenti stravolto. Una comunicazione fragile e dilettantistica per una questione così seria, che stride fortemente con la comunicazione esagerata e patinata utilizzata per le feste “private”. Propaganda spesa persino sui mastelli della spazzatura, che erano semplicemente quelli già previsti nel Piano Industriale varato a suo tempo dai Commissari prefettizi.
C’è poi il profondo malumore degli operatori economici e dei cittadini per il totale fallimento organizzativo in un settore strategico come l’urbanistica. Si riempiono la bocca parlando del nuovo Piano Urbanistico Comunale (Puc), ma negli uffici non si riesce a rilasciare nemmeno una singola licenza edilizia, bloccando l’economia locale.
La “Nuova Era” non può certo identificarsi con l’apertura di una villetta comunale, un’opera per la quale il Sindaco, il Presidente del Consiglio comunale e il consigliere Pippo Ponticelli si sono prodigati in ringraziamenti sperticati nei confronti di Mimmo Falco, ex consigliere della vecchia era sciolta per camorra due volte. Resta un mistero capire quale ruolo abbia Mimmo Falco nella gestione di un’opera pubblica cittadina tanto da tagliare il nastro insieme al Sindaco e addirittura scegliere di concerto con un altro ex, Gaetano Lionelli, l’Assessore alle Politiche Sociali Giuseppe Precchia che, stando ad indiscrezioni, anch’egli sconosciuto al gruppo che ufficialmente l’avrebbe segnalato e anche lui come i suoi colleghi di esecutivo risponde solo al primo cittadino.
Infine, a dimostrazione del disinteresse per l’identità locale tanto sbandierata, questa Amministrazione rischia di veder scomparire persino la storica squadra di calcio della Boys Caivanese, come denunciato pubblicamente dal presidente Adamo Guarino e dal vice presidente del club Massimiliano Ponticelli. La Boys Caivanese era un ottimo palcoscenico durante la campagna elettorale, quando sugli spalti il futuro sindaco e i futuri consiglieri si atteggiavano a grandi tifosi e si intestavano persino le vittorie sportive. Ora che serve un aiuto concreto e l’involvement del tessuto imprenditoriale locale, nessuno muove un dito. Il fumo della propaganda si sta dipanando e la realtà dei fatti, purtroppo per Caivano, è tragicamente la stessa di sempre.
Afragola
Il tuo domani non può aspettare: perché decidere oggi è il più grande atto d’amore
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5 giorni fail
4 Giugno 2026Da
Redazione
In Campania, la cultura del “testamento biologico” fatica a decollare. Eppure, depositare una DAT non significa arrendersi, ma garantire a sé stessi e ai propri cari la dignità di una scelta consapevole. Ecco perché ignorare questa possibilità è un peso che, prima o poi, ricadrà su chi amiamo. C’è un momento, nel silenzio di una stanza di rianimazione o davanti a una diagnosi inaspettata, in cui il tempo sembra fermarsi. È l’istante in cui la vita di una persona non dipende più dai propri desideri, ma dalle decisioni di altri. In Italia, dal 2017, la legge 219 ci offre uno strumento fondamentale per evitare che quel momento si trasformi in un incubo burocratico e affettivo: la Disposizione Anticipata di Trattamento (DAT), comunemente nota come “testamento biologico”. Eppure, a Napoli e in tutta la sua provincia, il dato è allarmante: solo un adulto su venti ha ufficializzato la propria volontà. Significa che 19 famiglie su 20, in caso di necessità, si ritroveranno a dover indovinare le intenzioni di un caro, tra il dolore straziante della perdita imminente, i dubbi etici e, nei casi più complessi, le aule di un tribunale. Il pregiudizio più duro da abbattere è che la DAT sia una “firma per morire”. Niente di più lontano dalla realtà. Compilare una DAT significa, al contrario, rivendicare il diritto a vivere come si vuole. È l’affermazione suprema della propria identità: sei tu, oggi, nel pieno delle tue facoltà, a decidere quali terapie accettare, quali rifiutare, fino a che punto spingere l’accanimento terapeutico. Non lasci la scelta al caso, non la lasci alla burocrazia, non la lasci alla disperazione di un familiare che, davanti a un medico, non saprà cosa rispondere. Spesso si evita di parlare della DAT per una sorta di scaramanzia, o per la paura di evocare la fine. Ma il vero rischio non è parlare di morte; è lasciare ai propri figli, al proprio partner o ai propri genitori il fardello di dover decidere per noi. Quando non c’è una DAT, la legge prevede percorsi complessi. Spesso deve intervenire un giudice, e il peso della scelta ricade su chi, in quel momento, è già distrutto dal dolore. Proteggere i propri cari significa anche questo: togliere loro il dubbio atroce di “stare sbagliando”. La burocrazia, in questo caso, è un alleato semplice. Non serve un notaio né un avvocato. Basta scaricare il modulo dal sito del Ministero della Salute, mettere nero su bianco le proprie volontà — dalla rianimazione alla nutrizione artificiale — e nominare un “fiduciario”, ovvero la persona di cui ti fidi ciecamente per rappresentarti. A Napoli, come nei comuni di Pozzuoli, Torre del Greco o Castellammare, gli uffici dello Stato Civile sono pronti ad accogliere queste disposizioni. È un servizio gratuito, rapido, che richiede meno tempo di una pausa caffè. Tuttavia, quegli sportelli restano troppo spesso deserti. La DAT non toglie speranza; toglie solo il terrore di non essere capiti. È un atto di responsabilità verso la propria vita e un gesto di protezione verso chi cammina al nostro fianco. Questa sera, a cena, provate a parlarne. Non serve un tono drammatico: basta la consapevolezza che, in una vita fatta di tante incertezze, avere il controllo sul proprio corpo e sulla propria dignità è un diritto che nessuno dovrebbe ignorare. Perché, quando arriverà il momento in cui servirà, sarà troppo tardi per iniziare a parlare.
Afragola
AFRAGOLA. Dove la matematica diventa un’opinione elettorale
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6 giorni fail
3 Giugno 2026
AFRAGOLA – Mentre la magistratura scava nel fango delle denunce, tra pacchetti di voti acquistati a peso d’oro, smartphone clandestini nelle cabine e schede ballerine, c’è un’altra indagine che avanza spedita. Meno rumorosa, forse, ma infinitamente più letale. È quella della commissione elettorale centrale, che non si occupa di sociologia criminale, ma di una materia teoricamente esatta: la matematica. Eppure, ad Afragola, anche la matematica ha smesso di essere una scienza per diventare un’opinione d’alto sciacallaggio politico.
A primo acchito, analizzando i dati che cominciano a trapelare dalle indiscrezioni sui 54 verbali sequestrati, non servono i periti della Procura per capire che qualcosa non quadra. Basta la calcolatrice delle scuole elementari. I conti non tornano, o meglio, tornano con una precisione così paranormale da puzzare di bruciato lontano un miglio.
Il miracolo della lista “Giustino Sindaco”: elettori monaci o chirurghi del voto?
Prendiamo la lista ammiraglia, “Giustino Sindaco”. Il dato ufficiale ci dice che ha incassato 1.797 voti di lista. Fin qui, tutto regolare. Il capolavoro del soprannaturale si compie quando si vanno a sommare le preferenze singole ottenute da tutti i candidati della stessa lista: 1.816 preferenze complessive.
Facciamo due calcoli: la differenza tra i voti dati alla lista e le preferenze singole dei candidati è di appena 19 voti. Un dato che, per chiunque mastichi un minimo di dinamiche elettorali afragolesi, è semplicemente impossibile. In campagna elettorale abbiamo assistito alla nascita di “cordate” strutturate, accoppiate d’acciaio nate per macinare consensi: Tontaro con Russo, Salzano con Iorio, e poi con Tuccillo. Funziona così: l’elettore entra, scrive due nomi (un uomo e una donna) e quel gesto esprime un solo voto di lista.
Se la matematica non è un’opinione, com’è possibile che la differenza sia di soli 19 voti? Significa che, per assurdo, la quasi totalità degli afragolesi che ha votato quella lista è entrata in cabina esprimendo un voto rigidamente singolo, ignorando le cordate, le indicazioni dei big e la legge della doppia preferenza di genere. Oppure, molto più realisticamente, qualcuno ha goduto di un “voto anomalo”, disegnato a tavolino con la precisione di un geometra.
Il mistero di “Noi di Centro” e i dieci voti spariti nella notte
Se la lista del sindaco brilla per una simmetria quasi sospetta, dall’altra parte della coalizione la lista “Noi di Centro” sperimenta lo scenario opposto: qui il divario tra voti di lista e preferenze dei candidati è una voragine di 1.249 voti.
Allora, delle due l’una: o hanno sbagliato i calcoli per la prima lista, o li hanno completamente toppati per la seconda. Ma la vera perla, il colpo di teatro degno di un thriller politico, si consuma alle due di notte, durante lo spoglio della penultima sezione scrutinata.
In quel preciso istante, Eligendo – il portale ufficiale del Ministero dell’Interno, mica un blog di provincia – impazzisce. Con un colpo di spugna digitale, spariscono di botto 10 voti alla lista Noi di Centro, che passa magicamente da 1.751 a 1.741 preferenze. Direte voi: che saranno mai dieci voti? In una democrazia normale, nulla. Nella palude elettorale di Afragola, quei 10 voti (anzi, gli 11 finali) sono esattamente lo scarto cruciale che è servito a far scattare un seggio in più a una lista, togliendolo di fatto all’altra. Un tempismo perfetto, quasi chirurgico. Una coincidenza che definire sospetta è un insulto all’intelligenza dei cittadini.
Poltrone vuote e sostituti “morbidi”
Davanti a questo caos documentale, una riflessione sferzante va fatta su chi quelle urne doveva custodirle e scrutinare. Nelle settimane precedenti al voto si è registrata ad Afragola una misteriosa, massiccia epidemia di rinunce: decine di presidenti di seggio e scrutinatori nominati dallo Stato hanno fatto un passo indietro, rifiutando l’incarico.
La domanda sorge spontanea e caustica: questo fuggi-fuggi generale quanto ha inciso sul disastro dei verbali? Chi è subentrato all’ultimo secondo per coprire quelle poltrone vuote? Ci siamo trovati di fronte a personale semplicemente inadatto, incapace di gestire la pressione e la complessità burocratica del voto, o si è aperta la porta a soggetti “più avvicinabili”, disposti a chiudere un occhio (o tutti e due) davanti alle anomalie notturne?
Afragola merita chiarezza. Perché se il verdetto delle urne non è figlio della volontà popolare ma di un algoritmo impazzito a notte fonda o di verbali scritti con i piedi da mani compiacenti, allora non siamo più davanti a un’elezione comunale. Siamo davanti a una truffa legalizzata. La commissione elettorale ha il dovere di fare luce su queste cifre folli, prima che i numeri finiscano per travolgere, definitivamente, la proclamazione di questa amministrazione nata sotto il segno del sospetto.


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