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Cultura e spettacolo

Napoli: la mostra Alessandro Baricco

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NAPOLI – Si è inaugurata l’esposizione della mostra “Omero, Illiade” che sarà aperta fino al 10 gennaio. Le opere del Museo Archeologico di Napoli nelle pagine di Alessandro Baricco segneranno un congiungimento ideale con le sale della Farnesina. L’intreccio della rappresentazione iconografica di quindici reperti (che datano VI e IV sec. A. C.) al testo dello scrittore torinese.

Il Baricco si è ritenuto onorato di aver avuto la possibilità di scrivere e collegare reperti archeologici così importanti ai suoi libri.  La narrazione storica di fatti di millenni fa, descritti in chiave contemporanea. 

Il libro doveva essere la trama di una rappresentazione teatrale almeno nacque con questo intento originario. Lo scrittore si è detto grato al direttore del Mann dott. Giulierini che sostiene essere uno dei suoi musei preferiti visitati tanti in tutto il mondo. 

L’incontro tra il Mann, Alessandro Baricco e Procida, Capitale della Cultura, nasce da una particolare sensibilità comune che vede il suo abbrivio dal mare verso l’uomo. Un Museo al centro del Mediterraneo questo come punto di convergenza che arriva da terre diverse, da genti diverse, attraverso uno stesso specchio d’acqua.

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Cultura e spettacolo

“Quanno torna Vierno”. Intervista al cantautore ArSal

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Ha scelto di cantare in napoletano: ma il suo stile non è quel neomelodico mass-mediatico né la Trap dei nuovi cliché di tendenza, generi che vanno per la maggiore. E non propone alcunché di innovativo sotto il profilo musicale: possiamo affermare serenamente che Il suo è un insuccesso annunciato?

Beh sì, ad essere ottimisti… Definirei la mia scelta una ricerca introspettiva, tra emozioni sopite che riaffiorano con forza, dubbi angoscianti e intimi dolori. Musica cantautoriale? Lascio che siano gli altri ad esprimere dei giudizi sul mio conto: nel bene e soprattutto nel male. 

“Quanno torna vierno” è il titolo del primo estratto dal suo album d’esordio: Tiempo (a breve disponibile sulle principali piattaforme digitali, ndr) : nove brani, più due edit version.

Ed un unico filo conduttore, il tempo, che sottende una riflessione profonda sulla vita. Un concept album, si direbbe. Il tempo esteriore, categoria della precarietà e delle umane fragilità, delle contraddizioni feroci di una società cinica ed ipocrita, e quello interiore, metro della consapevolezza sulla fugacità e l’incertezza della nostra condizione che genera sgomento, ma anche ri-elaborazione del dolore, resilienza.  E poi l’amore, che non ha tempo, cantato in tutte le sue accezioni.

Le mie sensazioni, dopo una prima visione: gli arrangiamenti risultano molti curati, una buona scrittura in un napoletano molto forbito, (che qualcuno potrebbe però considerare antiquato) interpretazione molto intensa (che in qualche misura ripaga di tanta imperfezione canora) ed un video davvero ben girato, montato con un taglio estremamente professionale, delicato e a tratti lirico, in grado di donare qualche sprazzo gradevole di originalità. A primo impatto suggerisce una canzone d’amore, ma nel finale si comprende che il messaggio sia altro: quello di uno struggente commiato, di un sofferto e malinconico addio.

La si intenda comunque come una canzone d’amore, di un amore inteso in senso più ampio: è volontà di riconciliazione, catarsi dal dolore, desiderio commosso di riabbracciare chi ci manca in questa vita

Da dove nasce l’ispirazione?

L’idea prende forma nell’Aprile del 2020 durante la catastrofica primavera del picco pandemico: fui particolarmente colpito dalla condizione dei degenti, costretti, per le rigorose normative sanitarie, all’isolamento ospedaliero (e talora domestico) forzato: una pratica senz’altro scientifica, ma incredibilmente disumana, che ha condannato moltissimi ammalati, anche non-covid, ( e la cosa avviene ancora tutt’oggi), a trascorrere gli ultimi giorni della propria vita senza alcun conforto morale e ristoro amorevole: donne, uomini, spesso anziani, totalmente abbandonati alla propria sofferenza fisica e psicologica. Una condizione straziante non solo per i pazienti, ma anche per i loro congiunti, privati del diritto di vegliare e accudire chi amassero. Questa canzone è dunque non solo l’elaborazione di un lutto, ma anche l’intima necessità di liberarsi da quel senso di colpa che nasce dall’abbandono, seppur non volontario. Giorni angoscianti di un tempo sospeso, tra silenzi iniqui e logorante sconforto, il cui epilogo era spesso la comunicazione telefonica del sopraggiunto decesso. Ho steso i primi versi in italiano: quando ho poi deciso di trasporre in musica, le note sulla chitarra, che erano lì ad attendermi, “hanno preteso” una traduzione e rielaborazione in napoletano, lingua che avverto più efficace nella resa semantica, per musicalità ed intensità emotiva.

Vorrei concludere questa intervista con un ultimo riferimento al brano, per fornire una chiave di lettura all’ascoltatore.

Scelgo alcuni dei versi più emblematici- “Affido al vento primaverile il profumo del fiore, che per te non ho raccolto; e lascio che sia una pioggia gentile a bagnare le tue labbra, con la stessa premura che avrei, se ora io fossi al tuo capezzale. Chiudi i tuoi occhi, amore mio, e scivola via dolcemente; il frastuono insopportabile di un Mondo caotico, che confonde, atterrisce, come il baccano spaventoso dei macchinari di sala, sparirà, come d’incanto. E con esso il dolore, ed ogni tua paura.”

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Cultura e spettacolo

Cetara tra le mete di maggior successo dell’estate 2021

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SALERNO – Cetara è un borgo piccolo situato in Costiera Amalfitana ma ha forti legami con le tradizioni e le attività economiche come la pesca e la colatura delle alici. Un autentico e fascinoso borgo marinaro.

Una volta erano sparuti agglomerati di case oggi se ne contano alcuni di più. Arroccate su un lieve promontorio che s’affaccia su un’insenatura che incanta. Le case sembrano essere guardate dalla Torre Saracena che risalta per tipicità e collocazione.

Marina di Cetara è invece lo sguardo del centro sul mare che ha acque chiare come acqua sorgiva. Un borgo di pescatori reso particolare dalle sue case scavate nella roccia prospiciente il mare e per le tante barche colorate che caratterizzano l’essenza non solo
storica del borgo.

Al di là del porto, l’arenile artificiale della Spiaggia del Porto risalente agli anni 80. Un’altra spiaggia meno conosciuta ma non meno bella, alla quale si può accedere solo a piedi attraverso una rampa di scale, è quella di Lannio.

Oltre la sua posizione geografia, il mare cristallino, le case scavate nella roccia, che ne caratterizzano l’aspetto, Cetara è famosa per la colatura delle alici e la pesca del tonno. Infatti il nome del borgo deriva da Cetaria ossia tonnara.

La colatura delle alici, attrae ogni anno, molti turisti e non tutti i Campani sanno di questa particolare salsa ottenuta dalla maturazione delle alici sotto sale, realizzata con una tecnica antica e del tutto locale.

Quest’anno Cetara è stata una delle mete della Costiera Amalfitana più visitate e apprezzate ma questo non ci meraviglia affatto.

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Cultura e spettacolo

Grande successo per la Certosa di San Lorenzo di Padula

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SALERNO – La più bella e grande certosa d’Italia è la Certosa San Lorenzo di Padula in provincia di Salerno. La sua bellezza è riconosciuta universalmente, al punto da ricevere nel 1988, il riconoscimento di Patrimonio dell’Umanità dall’Unesco.

Meta importante di turismo religioso e non solo. Famoso è il suo chiostro, il più grande d’Italia, ben 12.000 metri quadri, anch’esso inserito nel patrimonio Unesco dell’Umanità. Fondata nel 1306, per volontà di Tommaso Sanseverino, conte di Marsico e signore di Vallo di Diano.

I lavori proseguiti fino al XIX secolo per i vari ampliamenti e ristrutturazioni resi necessari da cause diverse. Oggi la Certosa di Padula ospita il Museo Archeologico provinciale della Lucania occidentale. Raccoglie ed espone reperti provenienti dagli scavi della necropoli di Sala Consilina e Padula.

Lo stile architettonico è prevalentemente barocco in quanto questo stile ha quasi completamente ricoperto quelli precedenti, di cui si conservano poche tracce. Il complesso è formato da 350 stanze per un’area di 51.500 metri quadrati compresi i 12.000 metri quadrati del chiostro.

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