
Sanità
Dati Lea, ministero della Salute: Regione Campania supera gli obiettivi del Nuovo Sistema di Garanzia
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2 anni fail
Da
Redazione“Per quanto concerne il 2023, primo anno post Covid, la Campania, pur essendo la Regione con il minor riparto nazionale del Fondo Sanitario e con oltre 12mila dipendenti in meno rispetto alla media nazionale, ha superato i target previsti dal Nuovo Sistema di Garanzia, tanto da consentire – dopo l’uscita dal Commissariamento – la richiesta di fuoriuscita anche dal previsto Piano di Rientro”.
E’ la Regione Campania a sottolinearlo in una nota ufficiale, dopo la diffusione da parte del ministero della Salute dei dati relativi ai “Lea“, i livelli minimi di assistenza, nell’anno 2022.§
(fonte: Ansa)
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SANITÀ. Da inchiesta di Minformo a interrogazione di Borrelli: i tagli alla diagnostica penalizzano il Sud
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1 mese fail
6 Luglio 2026
ROMA – Un paradosso economico e scientifico rischia di travolgere il Servizio Sanitario Nazionale, trasformando la prevenzione medica in un lusso e spingendo la diagnostica territoriale verso il baratro. È questo il cuore pulsante dell’articolata interrogazione a risposta scritta (atto 4-08389) presentata al Ministro della salute dal deputato Francesco Emilio Borrelli (Alleanza Verdi e Sinistra), che ha scelto di tradurre in sede istituzionale le risultanze di una complessa inchiesta giornalistica condotta dalle nostre colonne.
Il nodo della questione affonda le radici nella recente e controversa rimodulazione del tariffario nazionale dei Livelli Essenziali di Assistenza (Lea), un provvedimento che ha introdotto pesanti riduzioni nei rimborsi pubblici per le prestazioni di specialistica ambulatoriale, colpendo in modo chirurgico la medicina di laboratorio e la diagnostica ad alta tecnologia. Una scure, mossa da logiche di mera spending review, che è stata tuttavia momentaneamente arginata dal Tar del Lazio: i giudici amministrativi hanno infatti annullato il tariffario per accertate carenze nell’istruttoria tecnica, concedendo al Ministero dodici mesi di tempo per riscrivere le tariffe agganciandole ai costi reali delle prestazioni.
Il nostro ringraziamento va al deputato Francesco Emilio Borrelli, da sempre attento custode della legalità e della tutela dei diritti dei cittadini, che ha dimostrato una straordinaria sensibilità istituzionale nel fare proprie le istanze sollevate dal nostro lavoro giornalistico, portandole con forza e precisione tecnica all’attenzione del Governo.
La nostra inchiesta ha evidenziato come il risparmio immediato della spesa pubblica sia una drammatica miopia strategica. Tagliare, per esempio, pochi euro sul rimborso di uno screening di base — come un quadro lipidico completo, il cui costo sociale preventivo si attesta sui 35 euro — significa disincentivare la prevenzione sul territorio. Il risultato? Un inevitabile incremento della spesa ospedaliera successiva: quello stesso paziente non diagnosticato in tempo costerà alle casse dello Stato circa 8.000 euro per il ricovero d’urgenza e il trattamento di un infarto del miocardio. Oltre all’impatto economico, lo spettro più spaventoso resta l’accentuarsi della migrazione sanitaria dal Mezzogiorno verso le regioni del Nord, privando i cittadini del Sud del diritto fondamentale alla salute a chilometro zero.
Parallelamente a questo asfissiante definanziamento dei laboratori specialistici, si assiste alla progressiva istituzionalizzazione della cosiddetta “farmacia dei servizi”, per la quale l’esecutivo ha stanziato un fondo strutturale di 50 milioni di euro annui per l’esecuzione di test diagnostici rapidi. Se da un lato la capillarità delle farmacie rappresenta una risorsa, dall’altro emerge una disparità di trattamento normativo e scientifico insostenibile.
Attraverso l’atto ispettivo promosso da Borrelli, si chiede formalmente al Ministro della salute quali iniziative intenda adottare affinché nella riscrittura del tariffario vengano finalmente consultate le società scientifiche accreditate del settore, uniche depositarie dei dati reali sui costi biologici, sui reagenti e sul personale specializzato necessario a validare il dato analitico. Al contempo, l’interrogazione esige di fare chiarezza sui criteri di qualità: è indispensabile che i requisiti di validazione medica applicati ai laboratori tradizionali siano speculari a quelli previsti per le prestazioni introdotte nelle farmacie territoriali, per salvaguardare l’equilibrio finanziario del fondo nazionale e garantire la totale sicurezza clinica dei cittadini. LEGGI QUI L’INTERROGAZIONE
Afragola
Il tuo domani non può aspettare: perché decidere oggi è il più grande atto d’amore
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2 mesi fail
4 Giugno 2026Da
Redazione
In Campania, la cultura del “testamento biologico” fatica a decollare. Eppure, depositare una DAT non significa arrendersi, ma garantire a sé stessi e ai propri cari la dignità di una scelta consapevole. Ecco perché ignorare questa possibilità è un peso che, prima o poi, ricadrà su chi amiamo. C’è un momento, nel silenzio di una stanza di rianimazione o davanti a una diagnosi inaspettata, in cui il tempo sembra fermarsi. È l’istante in cui la vita di una persona non dipende più dai propri desideri, ma dalle decisioni di altri. In Italia, dal 2017, la legge 219 ci offre uno strumento fondamentale per evitare che quel momento si trasformi in un incubo burocratico e affettivo: la Disposizione Anticipata di Trattamento (DAT), comunemente nota come “testamento biologico”. Eppure, a Napoli e in tutta la sua provincia, il dato è allarmante: solo un adulto su venti ha ufficializzato la propria volontà. Significa che 19 famiglie su 20, in caso di necessità, si ritroveranno a dover indovinare le intenzioni di un caro, tra il dolore straziante della perdita imminente, i dubbi etici e, nei casi più complessi, le aule di un tribunale. Il pregiudizio più duro da abbattere è che la DAT sia una “firma per morire”. Niente di più lontano dalla realtà. Compilare una DAT significa, al contrario, rivendicare il diritto a vivere come si vuole. È l’affermazione suprema della propria identità: sei tu, oggi, nel pieno delle tue facoltà, a decidere quali terapie accettare, quali rifiutare, fino a che punto spingere l’accanimento terapeutico. Non lasci la scelta al caso, non la lasci alla burocrazia, non la lasci alla disperazione di un familiare che, davanti a un medico, non saprà cosa rispondere. Spesso si evita di parlare della DAT per una sorta di scaramanzia, o per la paura di evocare la fine. Ma il vero rischio non è parlare di morte; è lasciare ai propri figli, al proprio partner o ai propri genitori il fardello di dover decidere per noi. Quando non c’è una DAT, la legge prevede percorsi complessi. Spesso deve intervenire un giudice, e il peso della scelta ricade su chi, in quel momento, è già distrutto dal dolore. Proteggere i propri cari significa anche questo: togliere loro il dubbio atroce di “stare sbagliando”. La burocrazia, in questo caso, è un alleato semplice. Non serve un notaio né un avvocato. Basta scaricare il modulo dal sito del Ministero della Salute, mettere nero su bianco le proprie volontà — dalla rianimazione alla nutrizione artificiale — e nominare un “fiduciario”, ovvero la persona di cui ti fidi ciecamente per rappresentarti. A Napoli, come nei comuni di Pozzuoli, Torre del Greco o Castellammare, gli uffici dello Stato Civile sono pronti ad accogliere queste disposizioni. È un servizio gratuito, rapido, che richiede meno tempo di una pausa caffè. Tuttavia, quegli sportelli restano troppo spesso deserti. La DAT non toglie speranza; toglie solo il terrore di non essere capiti. È un atto di responsabilità verso la propria vita e un gesto di protezione verso chi cammina al nostro fianco. Questa sera, a cena, provate a parlarne. Non serve un tono drammatico: basta la consapevolezza che, in una vita fatta di tante incertezze, avere il controllo sul proprio corpo e sulla propria dignità è un diritto che nessuno dovrebbe ignorare. Perché, quando arriverà il momento in cui servirà, sarà troppo tardi per iniziare a parlare.
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La “Danza dei Comandati” scuote la Sanità: il rischio paralisi dietro il valzer delle poltrone
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3 mesi fail
20 Maggio 2026
Se nella pubblica amministrazione il valzer dei rinnovi e dei distacchi è spesso vissuto come l’ennesimo capitolo della burocrazia italiana, quando la cosiddetta “danza dei comandati” tocca il settore della sanità, l’atmosfera cambia radicalmente. Qui non si parla solo di faldoni e uffici, ma di liste d’attesa, gestione dei pronto soccorso e programmazione dei fondi del PNRR.
Ed è proprio in questo comparto, vitale e già strutturalmente fragile, che si registrano i timori più profondi da parte di sindacati, medici e manager sanitari. La preoccupazione è unanime: l’instabilità dei ruoli rischia di tradursi in un danno diretto ai cittadini. Il primo e più immediato timore riguarda la paralisi gestionale. La sanità moderna si regge su una programmazione a lungo termine. Quando i ruoli di direzione, coordinamento o consulenza strategica vengono affidati tramite l’istituto del “comando” (ovvero personale dipendente di un ente che presta servizio temporaneamente presso un altro), la precarietà è dietro l’angolo. Chi occupa una sedia con la valigia in mano, o con la costante incertezza sul rinnovo del distacco, difficilmente firmerà riforme coraggiose o piani di spesa pluriennali. Il rischio reale è che la macchina amministrativa delle ASL e delle aziende ospedaliere si fermi in un limbo d’attesa, congelando decisioni cruciali per l’efficienza dei servizi sanitari. L’altro grande timore che agita il settore è la politicizzazione delle nomine. Dietro la ridefinizione dei ruoli stanziati e il richiamo o lo spostamento dei “comandati”, si nasconde spesso lo spettro dello spoils system (il cambio dei vertici al mutare del colore politico dei governi regionali o nazionali). Gli operatori del settore temono che le competenze tecniche e l’esperienza sul campo passino in secondo piano rispetto alla fedeltà politica. Se la sanità diventa un terreno di spartizione di poltrone, a risentirne è la qualità della catena di comando, che dovrebbe rispondere solo a criteri di efficienza assistenziale e merito. Infine, c’è la questione dell’attrattività del sistema pubblico. In un momento storico in cui i medici e il personale sanitario lamentano turni massacranti e stipendi non competitivi, l’incertezza legata alla “danza dei ruoli” rischia di dare il colpo di grazia.
“Se anche i ruoli organizzativi diventano precari o instabili, i migliori professionisti preferiranno il settore privato o l’estero, dove le prospettive di carriera sono chiare e slegate dalle dinamiche della politica.”
Con la sanità pubblica chiamata a mettere a terra i miliardari investimenti europei per la digitalizzazione e la medicina territoriale, il tempo è il fattore più prezioso. La “danza dei comandati” è un lusso burocratico che il sistema non può permettersi: senza una governance stabile, trasparente e duratura, a restare senza risposte saranno, ancora una volta, i bisogni di cura dei pazienti.


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