
Editoriale
Giugliano in Campania. Inzio politico terrificante. Maggioranza e opposizione senza bussola.
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11 mesi fail
GIUGLIANO IN CAMPANIA – Sul destino della consiliatura pende ancora la “scure” dell’Antimafia, con il rischio dello scioglimento anticipato degli organi elettivi dietro l’angolo. Il nuovo sindaco Diego D’Alterio ha avuto una partenza burrascosa con alcuni casi a ripetizione da gestire: lo scontro finito in tribunale tra i quadri di Azione sulla regolarità o meno della raccolta delle firme nella fase della presentazione della lista, lo scontro in maggioranza con Azione sulle deleghe che ha ritardato la nomina dell’assessore del partito di Calenda, la diatriba con la civica di fascia costiera sempre sul mancato accordo con l’assessore e la questione dei due consiglieri di maggioranza con problemi personali da rimuovere per restare in Assise legati a debiti pregressi col Comune da estinguere. Non proprio il massimo se si analizza il contesto e si prende atto della necessità di offrire segnali seri sul tema della legalità, della trasparenza, dell’efficienza.
Nemmeno il primo consiglio comunale ha offerto spunti positivi. Dibattito monco, una politica che cerca di non aprire un dibattito serio sui temi reali che andrebbero affrontati con maggiore incisività e un ordine del giorno presentato dal Pd sulla Palestina mettono in evidenza quanto sia caduto in basso il livello del dibattito e la qualità della classe politica. Sul piano formale, a norma di regolamento, così come presentato, quell’ordine del giorno sulla Palestina non poteva essere votato ma da rinviare alla seduta successiva. Quando i consiglieri del Pd si sono resi conto di aver sbagliato tutto, al posto di chiedere venia per la “gaffe” dovuta a un’ansia da prestazione sulla politica internazionale, verificato che sul locale il campo è minato e si preferisce evitare di affrontare i temi più scottanti, al posto di chiedere collaborazione all’opposizione hanno iniziato a lanciare strali e ad inveire contro chi chiedeva solo il rispetto dei regolamenti.
Corto circuito totale. Alla fine si trova un’intesa grazie all’intervento del primo cittadino e alla responsabilità di Francesco Mallardo, consigliere di minoranza. L’ordine del giorno passa senza nulla togliere e nulla mettere alla guerra in Palestina mentre Giugliano attende che qualcuno apra bocca su Terra dei fuochi, campi Rom, discariche illegali di rifiuti, insicurezza, fascia costiera abbandonata, piano spiagge inesistente da anni, caos in centro e tanto altro. Nulla di tutto ciò emerge in aula e si preferisce, per dare un senso all’attività politica, di spostare lo scontro su una sterile ideologia utilizzando la Palestina e Israele come strumento per coprire l’assenza di contenuti e di idee sui temi reali. Poca roba davvero.
Sul fronte del Presidente del Consiglio, la maggioranza sceglie una figura di esperienza e anche di garanzia, Luigi Guarino, verificato che alle ultime elezioni il rappresentante della fascia costiera si è candidato nel centrosinistra ma resta uno dei volti storici e più forti del centrodestra. L’unico soggetto politico che ha fatto il Presidente del Consiglio con una maggioranza di destra e adesso lo fa con una maggioranza di centrosinistra. La Vicepresidenza è stata affidata a Michela Fato, prima eletta della civica “Noi con Giugliano”, avvocatessa molto attiva sul fronte del sociale e della disabilità. E anche su questa nomina, il centrodestra ha dato il peggio di sé, soprattutto sul ruolo di Fratelli d’Italia che tenta di dettare legge senza che nessuno gli riconosca una leadership. Due casi rilevanti. Pianese, il candidato a sindaco sconfitto, propone in riunione il gruppo consiliare unico. E a questa proposta ci stavano lavorando, nei giorni precedenti l’incontro, anche alcuni esponenti del partito della Meloni.
A sorpresa, poi, durante l’incontro, proprio il primo eletto di FdI, Francesco Iovinella, fa saltare il gruppo unico in modo da non riconoscere la leadership a Pianese. Smentendo i colleghi di partito per quanto detto nei giorni precedenti e sancendo il primo strappo interno. Strappo che si ripete sulla nomina della Vicepresidenza dove Fratelli d’Italia fino all’ultimo ha cercato di far saltare l’elezione di Fato, senza riuscirvi. E infine l’ultima “gaffe” di un comunicato congiunto delle forze di centrodestra sul caso Azione firmato con tutti i simboli delle liste della coalizione ma elaborato e diffuso senza coinvolgere tutti i partiti al punto che alcuni di essi sono stati costretti a pubblicare una smentita di quel comunicato.
A dimostrazione di quanto la politica sia caduta in basso e molti cercano di accaparrarsi una leadership senza comprendere nemmeno le regole elementari della politica. Poco coraggio a metterci la faccia e molti giochi sott’acqua subdoli minano alle fondamenta un centrodestra che senza Alfonso Sequino e senza lo spessore di Anna Russo, emerso in tutta la sua forza durante gli anni dell’opposizione ad Antonio Poziello, sta dimostrando di non avere né contenuti, né consensi e nemmeno una classe dirigente all’altezza delle aspettative. Tanti capetti che si autoproclamano senza esercito e senza prospettiva. Tralasciando la dinamica dei “fake” tipica dei contesti mediocri che caratterizzano solo la bassa qualità del contesto.
L’inizio di questa consiliatura non lascia ben sperare. La città guarda al futuro con estrema preoccupazione. Continueremo ad aggiornarvi puntuali con approfondimenti durante le trasmissioni di MinformoTv.
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Afragola
AFRAGOLA. Il primo atto del Giustino-show: numeri al lotto, adulatori di corte e caccia ai giornalisti
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3 giorni fail
7 Agosto 2026
AFRAGOLA – Se il buongiorno si vede dal mattino, per il neo-sindaco di Afragola Gennaro Giustino si preannuncia una stagione amministrativa parecchio cupa, pur se illuminata dai riflettori dell’autosospensione dalla realtà. Il primo Consiglio Comunale della nuova era è andato in scena come una commedia dell’assurdo dove la mano destra finge di ignorare cosa firmi la sinistra, la matematica scompare e i debiti comunali diventano, per incanto, coriandoli da gettare al vento.
Si parte con il primo ordine del giorno: le deleghe ai sette assessori. Un Giustino visibilmente colto da un sussulto di onnipotenza amministrativa — quella che il TUEL concede ai sindaci ma che la realtà solitamente ridimensiona — si alza in aula e rivendica con orgoglio che la giunta l’ha fatta esclusivamente lui, in solitudine, attingendo solo alla sua preziosa agenda di “conoscenze personali”. Peccato che la toppa confezionata per nascondere i due mesi di estenuanti trattative sia durata meno di cinque minuti. A smentire la narrazione del “sindaco solo al comando” ci hanno pensato gli stessi protagonisti: il neo vicesindaco Gennaro Crispino poco prima prende la parola e ringrazia calorosamente il gruppo “A testa Alta” per averlo indicato e scelto; poche ore dopo il consigliere Raffaele Mosca rivendica la presenza di Moxedano come espressione diretta di Più Europa, mentre Enzo De Stefano ribadisce a chiare lettere la matrice politica della nomina di Crispino.
Un corto circuito esilarante. Per Giustino la “partecipazione” è una virtù quando serve a fare passerella, ma diventa un ingombro da scaricare in nome dell’autonomia personale non appena qualcuno fa notare la farraginosità del sistema. La verità, che il primo cittadino tenta disperatamente di cacciare sotto il tappeto, è quella che si racconta da settimane: sessanta giorni di trattative logoranti, figlie del nulla politico e del contrasto insanabile tra le cambiali firmate in campagna elettorale e il gelido pallottoliere delle urne. In una parola: sciatteria.
Anche sul caso Crispino — ex leghista ed ex pezzo da novanta di quel “Sistema” che Giustino ha giurato per una vita di voler combattere — il Sindaco ha pensato bene di alzare da solo un polverone difensivo. Prendiamo atto che persino il primo cittadino debba infine ammettere ciò che da tempo cittadini e social gli rinfacciano senza sconti.
Ma il vero capolavoro di illusionismo va in scena sul secondo punto: l’illustrazione delle Linee Programmatiche. Un documento demolito punto su punto dalle opposizioni, a partire dalla leader Alessandra Iroso. Tra uno strafalcione sintattico-amministrativo e l’altro — dove nei testi ufficiali si confonde il PRIUSS con il PRIUS o la semplice mensa con la refezione scolastica — la Iroso ha messo a nudo la vera natura del testo: non un piano di governo con risorse, scadenze e fattibilità, ma il riciclo svogliato del programma elettorale. Un “libro dei sogni” che per metà poteva pure spingersi a promettere il mare ad Afragola e per l’altra metà sbandiera come innovazioni epocali cose che già esistono o che sono eredità della passata amministrazione Pannone.
Pittoresca la confusione del Sindaco sul “Dopo di noi”, dove sovrappone senza scomporsi i progetti dedicati ai disabili adulti con i servizi per l’infanzia, o l’annuncio dei cestini per le deiezioni canine, già abbondantemente previsti e pagati nel capitolato d’appalto dell’azienda d’igiene urbana. A fare da eco, i consiglieri Biagio Castaldo e Giacinto Baia, fino alla doccia fredda calata dalla consigliera Rosaria Pecchia. La quale ha ricordato al Sindaco un piccolissimo dettaglio contabile: Afragola è un Comune in dissesto finanziario.
Dettaglio che Giustino pare aver totalmente rimosso quando ha annunciato in aula l’intenzione di accendere mutui per circa 10 milioni di euro, di cui 4 destinati alla riqualificazione dello Stadio Moccia. Ora, persino un principiante della contabilità pubblica sa che a un Ente in dissesto la legge vieta tassativamente di contrarre mutui ordinari da rimborsare con risorse proprie per rifare gli stadi. Ma tant’è: nel favoloso mondo di Giustino i vincoli di bilancio sono un optional.
In questo palcoscenico non poteva mancare la stoccata risentita contro la stampa d’informazione d’inchiesta, rea di aver raccontato la vicenda delle minacce telefoniche ricevute dai consiglieri d’opposizione. Il Sindaco, infastidito dalla critica politica, ha liquidato i giornalisti come “mistificatori”, derubricando la faccenda a una bonaria e veniale “telefonata tra colleghi”. Spiace deludere il primo cittadino: non servono trojan nei telefoni per fare il proprio dovere quando le denunce arrivano direttamente da un comunicato ufficiale redatto e firmato dalle opposizioni. Sull’entità di quelle chiamate non decide il Sindaco né la stampa: deciderà la Polizia di Stato, che sta procedendo con le indagini e gli interrogatori. Anzi, la solerte arrampicata sugli specchi del primo cittadino ha finito per legittimare la notizia, confermando che la telefonata c’è stata eccome.
Un’auto-investitura rivendicata candidamente in aula dallo stesso consigliere Raffaele Mosca, che si è preso la paternità di quelle chiamate (il cui nome, per correttezza deontologica sulla notizia, non era mai stato fatto). Va dato atto a Mosca di aver firmato l’unico intervento di maggioranza dotato di dignità e autonomia politica, ben distante dai toni di adorazione acritica offerti dal resto della truppa. Se l’amico storico Lello Botta e il consigliere Manna si sono spinti in un repertorio di complimenti spinti oltre ogni soglia dell’adulazione, il premio per la lingua più infuocata va di diritto al Presidente del Consiglio Antonio Caiazzo: del resto, di fronte a un’immunità istituzionale da circa 4.000 euro al mese, l’elogio sviscerato diventa quasi un atto dovuto.
Mosca, al contrario, ha fatto registrare una netta linea di demarcazione: ha confermato pubblicamente il suo dissenso sulla spartizione delle deleghe e sul mancato accordo per il vicesindaco a Moxedano, rivendicando un passo indietro cosciente solo per senso di responsabilità, ma garantendo una sorta di appoggio critico. E ha subito messo un paletto sulla ventilata ipotesi di accogliere il Calcio Napoli con la Cittadella dello Sport — argomento misteriosamente sparito dalle linee programmatiche — esigendo prima un’analisi severa sui reali benefici per la comunità afragolese.
Il sipario sul primo Consiglio Comunale si chiude così, consegnando una fotografia chiarissima: da un lato un’opposizione preparata, battagliera e rigorosa sui testi; dall’altro una maggioranza divisa, tra adulatori di ordinanza ed esponenti già pronti a sfilarsi. Per la fascia tricolore Gennaro Giustino la luna di miele è già finita. Governare a colpi di illusioni, in un Comune in dissesto e con i verbali di seggio ancora caldi sulle scrivanie delle procure, si preannuncia una missione decisamente più complessa delle favole raccontate in campagna elettorale.
Caivano
CAIVANO. Mentre le famiglie attendono risposte, caro Assessore Precchia, le lezioni di giornalismo le rispediamo al mittente
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1 settimana fail
3 Agosto 2026
CAIVANO – C’è un vecchio vizio nella politica locale, specialmente quando la terra sotto i piedi scotta e le promesse da passerella incontrano il muro della realtà: la tentazione di fare il maestro con la stampa.
Succede così che l’Assessore alle Politiche Sociali del Comune di Caivano, Giuseppe Precchia, colto sul vivo dalle proteste delle famiglie e dal grido d’allarme della Consulta dei Disabili, decida di affidare a una “lettera aperta” (inviata ad altri, ma chissà perché dimenticando di trasmetterla alla nostra testata, forse per timore di un contraddittorio vero) una dotta reprimenda su come i giornali dovrebbero fare il proprio mestiere. E allora, prima di addentrarci nei numeri e nella vita reale delle persone, una brevissima lezione di alfabetizzazione democratica e giornalistica all’Assessore dobbiamo dargliela noi.
Caro Assessore Precchia, impariamo a distinguere.
Un articolo di cronaca riporta i fatti.
Un comunicato stampa rappresenta la voce ufficiale di un organo (in questo caso la Consulta dei Disabili, un organismo istituzionale del Suo stesso Comune).
Un editoriale ospita la visione e l’opinione motivata dell’editorialista.
E infine la stampa libera non fa da buca delle lettere alla propaganda dell’amministrazione di turno, ma dà voce ai cittadini. Soprattutto a quelli che non hanno voce.
Pretendere che i giornali si trasformino in passacarte dei report burocratici di Palazzo, prima di pubblicare la legittima e dolorosa denuncia della Consulta dei Disabili, significa non aver capito a cosa serve la stampa in un Paese libero. La Consulta ha sollevato un problema enorme: al 31 luglio, bambini con disabilità erano ancora tagliati fuori dai campi estivi annunciati a gran voce ad inizio mese. E di fronte a questo dramma sociale, l’Assessore cosa fa? Srotola il pallottoliere e ci propone la solita seduta di “politichese”.
Ci viene a raccontare che sui 22 minori ammessi, 14 voucher sono stati ritirati e 8 no, concludendo trionfalmente che “un voucher non ritirato non è un minore escluso”. Ma ci si rende conto della gravità di questa affermazione? Se una famiglia non ritira il voucher o non avvia il servizio, un amministratore empatico e responsabile si chiede perché. Si chiede se per caso dietro quel voucher non ritirato ci sia l’impossibilità di mandare il proprio figlio in un centro estivo sprovvisto di personale e di terapisti dedicati!
Noi alla burocrazia difensiva non crediamo. Noi crediamo ai fatti. E i fatti dicono che mentre l’Assessore sfoggia il report degli uffici in cui “non risultano formali segnalazioni di disservizio al Protocollo”, la realtà fuori dal Palazzo urla un’altra verità. Come la denuncia pubblica e disperata di una mamma, la signora Veronica De Angelis, che scrive nero su bianco:
«Anche a me è stato rifiutato, dicendomi che non c’era personale adatto per mio figlio e che se volevo dovevo stare io tutto il tempo con loro…».
Ecco la verità delle famiglie, Assessore. Altro che “rappresentazione alterata dei fatti”.

Se la narrazione burocratica dell’Amministrazione fosse quella reale, se davvero tutto stesse funzionando alla perfezione, ci spiega perché la Consulta dei Disabili ha appena inviato una richiesta formale di confronto pubblico straordinario chiamando in causa Lei, il Sindaco, la Dirigente, gli enti gestori e le famiglie? Se non ci sono problemi, di cosa ha paura la Sua Amministrazione? Perché la Consulta sente il bisogno di un bagno di realtà e di “profonda verità” da tenersi davanti alla cittadinanza?
La verità è che la toppa è stata peggiore del buco.
Ma c’è di più. Perché mentre l’Assessore Precchia ci fa la morale sulla “trasparenza”, sul “lavoro smentito dagli atti” e sulle “campagne mediatiche”, la trasparenza dovrebbe essere un abito da indossare sempre, non solo quando fa comodo. Noi, caro Assessore, non dimentichiamo. E non sfugge ai nostri taccuini che in questi stessi giorni altre testate d’inchiesta collegano e accendono riflettori su argomenti ben più spinosi, come certi fondi PNRR da centinaia di migliaia di euro e strani intrecci legati a progetti ed associazioni dove compaiono legami di parentela assai stretti tra dirigenti comunali e componenti della giunta caivanese.
Chi ha scheletri o conflitti d’interesse nell’armadio, prima di impartire lezioni di giornalismo e di etica pubblica a chi racconta la sofferenza delle famiglie dei disabili, farebbe bene a guardarsi in casa propria. Sulla disabilità non si fa propaganda, ha ragione Lei. Si danno risposte immediate. La Consulta ha chiesto un confronto pubblico aperto a tutti: la Stampa ci sarà. Vedremo se l’Assessore alzerà la testa dalle sue carte per guardare negli occhi le famiglie. Leggi qui la richiesta di confronto pubblico della Consulta dei Disabili
Caivano
CAIVANO. Censura in Assise, gogna sui social: la doppia morale della maggioranza
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1 settimana fail
1 Agosto 2026
CAIVANO – Da attento osservatore della vita pubblica caivanese, è impossibile non notare come l’ultimo Consiglio Comunale e i suoi strascichi abbiano spinto il dibattito cittadino verso un corto circuito politico emblematico. L’intervento del capogruppo del M5S, Giovanni Vitale — che pur votando a favore della rotonda sulla SS 87 per senso di responsabilità verso la sicurezza dei cittadini, ha sferrato un affondo politico all’amministrazione —, ha evidentemente toccato un nervo scoperto. E la reazione a catena che ne è seguita racconta molto più sulla salute di questa maggioranza di quanto i diretti interessati vorrebbero far credere.
La satira centra il bersaglio: il nervo scoperto dei “soldatini”
Nel dibattito democratico, l’uso della metafora e della satira politica non è un vezzo: è uno strumento essenziale di dialettica. Utilizzare l’immagine dei “soldatini di piombo” e degli “alza-manine” non costituisce un attacco personale, bensì una classica e legittima figura retorica per denunciare un appiattimento politico.
Se le forze di maggioranza — da Azione ai singoli consiglieri come Tobia Angelino — si sentono così intimamente offese e ferite da una metafora, significa solo una cosa: la freccia della satira ha centrato il bersaglio. L’ostentata indignazione tradisce l’insofferenza per una verità che brucia. La metafora rispecchia infatti una realtà nota anche nei corridoi del municipio: quella di un malumore strisciante, alimentato da riunioni quasi “carbonare” e sotterranee tra consiglieri delusi da una gestione monocratica e accentratrice. Un metodo di comando del Primo Cittadino che non è nuovo, ma che replica esattamente l’impostazione verticistica già vista nei rapporti con Roma sulla gestione del partenariato pubblico-privato per il Parco Verde.
L’aula imbavagliata e la trappola della rigidità istituzionale
Ciò che colpisce nell’analisi di questo passaggio politico è la gestione dell’Assise cittadina da parte della Presidenza del Consiglio. Si assiste a una conduzione del dibattito spinta a un livello di rigidità formale da “aula di tribunale” — forse un portato della professione forense del Presidente, che sembra però scambiare la funzione pubblica dell’Assise con un’udienza giudiziaria.
Viene applicata una censura preventiva sull’ordine dei lavori, dove la scusa del “fuori tema” viene usata come clava per zittire le minoranze e impedire ogni ragionamento di ampio respiro politico sugli argomenti affini. Si pretende che in aula si parli solo ed esclusivamente di ciò che fa comodo all’amministrazione, depotenziando il Consiglio del suo ruolo naturale: essere il luogo supremo della dialettica e dell’indirizzo politico, non un semplice notaio del potere.
Dalla rigidità dell’aula alla “macelleria social”: la doppia morale del potere
Ma la contraddizione più stridente esplode subito dopo la chiusura dei lavori dell’aula.
1. In Consiglio Comunale la maggioranza invoca il rispetto istituzionale, la sobrietà e il galateo democratico, lamentando il presunto “innalzamento dei toni”.
2. Sui social media, un attimo dopo, gli stessi protagonisti scatenano la “macelleria social”, rifugiandosi sulle piattaforme digitali per giustificare le proprie posizioni, pubblicare foto compensative e chiamare a raccolta i tifosi della rete.
Si assiste così al paradossale ribaltamento della democrazia: si scappa dal confronto libero, vero e senza bavagli dentro l’aula consiliare, per cercare asilo e conforto nelle bolle virtuali dei social. Lì, dove l’algoritmo premia la tifoseria e il dissenso viene sommerso dalle invettive degli odiatori di turno, la maggioranza ritrova la sua sicurezza. Un comportamento che rivela una profonda debolezza e il bisogno disperato di giustificarsi con l’opinione pubblica.
La paura del dissenso
Quando una maggioranza avverte l’esigenza sistematica di rincorrere l’opposizione con comunicati e post di autocongratulazione per dire di “non essere soldatini”, sta implicitamente ammettendo che il problema esiste. Governare una città complessa come Caivano richiede autorevolezza, non muscolarità o editti di censura.
Se l’amministrazione e i suoi alleati intendono davvero far crescere la comunità, devono imparare ad accettare la critica, la satira e la dialettica in aula, anziché alimentare la macchina del fango social ed erigere muri di silenzio nell’aula istituzionale. Prima o poi, anche la comunicazione più patinata deve fare i conti con la realtà


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