C’è un paradosso che attraversa la storia amministrativa di Caivano – e non solo di Caivano – dagli anni Duemila fino ai giorni nostri: le istituzioni sciolgono i consigli comunali per condizionamento mafioso, descrivono nei loro atti l’infiltrazione dei clan nei settori più sensibili, primo tra tutti l’igiene urbana, eppure quando si scende dal piano generale a quello dei singoli casi, molte delle stesse situazioni ritenute sintomatiche dell’ingerenza criminale vengono dichiarate formalmente legittime.
Il caso più recente è quello del passaggio di cantiere seguito alla gara europea avvenuto il 1° dicembre 2025. Dodici lavoratori della cessante Green Line sono stati assunti a tempo indeterminato per effetto del diritto di prelazione maturato dopo anni di rinnovi e proroghe. Nulla da eccepire sul piano giuridico: contratti, sentenze, norme contrattuali. Tutto al suo posto.
Eppure, scorrendo quei nomi, riemergono – quasi come un’eco dei vecchi atti prefettizi e delle denunce politiche – parenti strettissimi di figure apicali della camorra, tra cui: il genero di un consigliere comunale imputato e condannato nel processo per associazione camorristica; il figlio di un boss della camorra ammazzato da un clan rivale; la nipote e un nipote acquisito di un altro boss del territorio, oggi collaboratore di giustizia; il cugino di Armando Falco, imputato nel processo per associazioni camorristiche ai fini della corruzione e delle estorsioni ed ex segretario di partito; e, con particolare evidenza, il genero di Antonio Angelino, il boss egemone noto come “Tibiuccio”, arrestato e condannato a 15 anni e otto mesi di carcere con rito abbreviato nello stesso processo.
Nelle carte giudiziarie, questa costellazione di parenti è stata storicamente considerata un “indice” di possibili condizionamenti criminali sul settore rifiuti. Tuttavia, nella fase attuale, il diritto di prelazione e le sentenze dei tribunali del lavoro hanno reso le assunzioni formalmente legittime, rispettando pienamente i diritti individuali dei lavoratori.
Eppure la domanda sorge spontanea: come si può considerare la presenza di parenti di boss sintomo di controllo dei clan in un contesto di scioglimenti preventivi, ma assolutamente irrilevante quando si tratta dei diritti dei singoli lavoratori?
Quando la parentela è un indizio e quando diventa irrilevante?
Le relazioni prefettizie, i provvedimenti di scioglimento, le ordinanze cautelari e persino le denunce dei politici locali mostrano chiaramente che a Caivano il settore rifiuti è stato per decenni permeabile ai clan. È stato così con con IGICA, con la Buttol, con la Green Line. La presenza di parenti di boss in posizioni operative o contrattuali è un elemento ricorrente e documentato, spesso citato come fattore di rischio.
Ma nel momento in cui un lavoratore ottiene tutela individuale, come nel passaggio di cantiere verso Green Attitude – Ecogin srl, la parentela non può costituire impedimento legale né stigma: il diritto di prelazione e le norme contrattuali prevalgono.
Il cortocircuito dello Stato: prevenzione collettiva vs. diritti individuali
Da un lato, la prevenzione antimafia si basa su indicatori collettivi e storici, considerati significativi a livello di analisi dei rischi e scioglimenti comunali. Dall’altro lato, la giustizia ordinaria opera su diritti individuali, valutando il merito del singolo lavoratore. Il risultato è un cortocircuito evidente: le stesse circostanze possono essere ora sintomo, ora irrilevanti, a seconda del piano di analisi.
Dobbiamo chiederci: la presenza di parenti di boss è davvero un sintomo del controllo dei clan?
La risposta più onesta è: dipende. Dipende da come e da chi sono state fatte le assunzioni. Dipende dalla storia di quel settore in quel territorio. Dipende dall’uso strumentale che i clan hanno storicamente fatto di determinati appalti.
A Caivano, per vent’anni, il settore rifiuti è stato l’epicentro del potere criminale: assunzioni, proroghe, pressioni, intimidazioni, voti, ricatti. Le vicende riportate nelle denunce dell’ex Segretario PD Franco Marzano e della ex Consigliera Giovanna Palmiero e negli interrogatori del processo 2023 mostrano una criminalità organizzata che non si limitava a tentare l’infiltrazione, ma si permetteva di bussare alle porte dei politici per dettare scelte su delibere comunali.
In questo contesto, la presenza ricorrente di nuclei familiari legati ai clan all’interno della ditta rifiuti non è un semplice fatto neutro, ma un elemento che si inserisce dentro una storia più ampia.
E tuttavia – ed è qui il punto nevralgico – nel singolo caso la presenza di una parentela non può diventare stigma, né può impedire a qualcuno di lavorare.
Il nodo irrisolto
La vera domanda, dunque, non è se quei dodici assunti siano colpevoli di qualcosa.
La vera domanda è un’altra: Possiamo davvero considerare “normale” la permanenza, per vent’anni, delle stesse reti familiari dentro lo stesso appalto considerato dai Prefetti come infiltrato? E, se lo consideriamo anomalo per dimostrare l’ingerenza criminale, come possiamo considerarlo del tutto normale quando riguarda i diritti lavorativi dei singoli?
O c’è un controllo dei clan o non c’è. O la presenza familiare è un indicatore o non lo è.
Il sistema – oggi – risponde: Sì e no, a seconda del piano di valutazione. Il problema è che questa ambiguità genera sfiducia, rabbia, sospetto. E rischia di alimentare il sentimento, devastante, che la legalità sia un concetto elastico, applicato a geometria variabile, ora per punire, ora per assolvere.
Serve un nuovo approccio
Se lo Stato vuole davvero spezzare il legame tra clan e appalti pubblici, deve: Riformare i criteri degli scioglimenti, rendendoli più chiari, più rigorosi, più verificabili. Definire parametri precisi su quando la parentela è un indizio concreto e quando non deve avere alcun peso. Proteggere i lavoratori, senza però rimuovere gli elementi che rivelano eventuali strategie di controllo criminale. Rendere trasparenti le procedure di assunzione, impedendo che il settore rifiuti continui a essere percepito come il “serbatoio” dei clan. Perché non può esistere una terra di mezzo in cui le stesse circostanze sono segno di ingerenza quando lo Stato vuole commissariare, e puro caso quando si parla di assunzioni.
Il caso di Caivano ci ricorda che la camorra non si infiltra solo con la violenza: si insinua nei rapporti, nelle consuetudini, nella normalità quotidiana. Ma ci ricorda anche che lo Stato, quando interviene, deve farlo con coerenza.
Se la presenza di parenti dei boss è un sintomo di controllo criminale, allora va affrontato in modo sistemico. Se invece non lo è, allora deve cessare di essere usata come “indicatore” nelle relazioni prefettizie. Continuare con questa ambiguità significa lasciare i cittadini – e i lavoratori onesti – in un limbo inaccettabile, dove tutto è sospetto e nulla è provato, dove tutto è legale ma nulla è limpido. E Caivano, dopo vent’anni di ombre, merita finalmente chiarezza.