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CAIVANO. Accensione dell’albero di Natale. Si accendono le luminarie e si spegne la legalità. È questo il cambiamento della Nuova Era?

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Il Natale, si sa, porta con sé la magia, l’attesa e, a Caivano, l’accensione di un albero che ha illuminato non solo Piazza Cesare Battisti, ma anche una voragine di dubbi grande quanto la schiacciante maggioranza consiliare del Sindaco Antonio Angelino.

Ieri, 8 dicembre 2025, è andato in scena il primo, grande “show” dell’Amministrazione Angelino. Una festa popolare, l’abbraccio tra la politica e la piazza, con luci sfavillanti a coprire le ombre dei… documenti mancanti.

Ricordiamo bene, solo poco più di un anno fa, il Food & Show organizzato in quella stessa piazza. Allora, sotto la ferrea lente dei Commissari Prefettizi – figure che, pur non avendo il calore di un abbraccio politico, incarnavano la Legge come una corazza inossidabile – ci fu chiesto di tutto. Per ottenere il permesso di far respirare la piazza, il Presidente Giuseppe Libertino e i suoi soci dovettero presentare così tante carte che avremmo potuto pavimentarci l’intera area: Piano Sicurezza, SCIA, bagni chimici, ambulanza, nulla osta per il traffico. C’era un rigore tale che, scherzando, ci mancava solo la richiesta delle analisi del sangue! Ma la legalità è un abito che vestiamo con orgoglio, e andò tutto liscio.

Ora, il vento è cambiato. La nave della politica locale ha issato le vele della vittoria (20 consiglieri su 24: roba da far impallidire un plebiscito) e il nuovo capitano, Antonio Angelino, ha preso il timone. E cosa succede?

La legalità si è trasformata in un fastidioso orpello, in un laccio emostatico da sciogliere con la forza della maggioranza.

Ci si domanda: in che punto dell’Albo Pretorio si nasconde il Piano della Sicurezza? E la SCIA? Il traffico si è dissolto per incanto o è stato inghiottito da una corsia preferenziale celeste? E l’ambulanza? Era forse teletrasportata dalla prossima galassia? L’evento, pur riuscitissimo in termini di partecipazione, è stato costruito su un fondamento invisibile: l’assenza di autorizzazioni formali.

L’abolizione della burocrazia o l’ira della superficialità?

Sindaco Angelino, noi tutti abbiamo udito il suo grido di battaglia contro la burocrazia parassitaria. Ma se la sua visione di “snellimento burocratico” consiste nel gettare nel camino le autorizzazioni di Polizia Locale e SUAP, allora ci troviamo di fronte non a un cambiamento, ma a una clamorosa inversione a U verso la sprovvedutezza.

Autorizzazioni e sicurezza non sono “scartoffie” da smaltire dopo la campagna elettorale. Sono i pilastri portanti della responsabilità pubblica. Sono il paracadute che la comunità si attende quando scende in piazza.

È questo il cambiamento che auspicava? Un’Amministrazione che, forte del suo mandato, si sente al di sopra delle stesse regole che chiede a un cittadino o a un’associazione di rispettare? Vuol dire abolire la burocrazia disfarsi del Piano Sicurezza? Se il commissario prefettizio è la spina dorsale, il Sindaco Angelino rischia di apparire come l’ala di farfalla: leggero, bellissimo in volo, ma tragicamente fragile e irresponsabile al primo colpo di vento.

Il Sindaco Antonio Angelino, irriducibile nella sua superficialità, inciampa per la terza volta in manchevolezze grossolane, smentendo la sua promessa di essere la soluzione al grave stato di degrado. In primo luogo, la sua candidatura a rischio di ineleggibilità — assicurandosi un mensile aggiuntivo da dipendente di Città Metropolitana e non optando per la doverosa aspettativa prima della sua candidatura — ha messo in serio pericolo l’intero processo elettorale; se oggi resta al timone, è solo per la benevolenza (o la ignavia) degli elettori che non hanno adito il Tribunale ordinario. A questo si è aggiunto l’aver concesso l’elezione in Consiglio Comunale di un soggetto ampiamente ritenuto impresentabile. Questa terza sprovvedutezza non fa che confermare la preoccupante tendenza di chi si professa rigeneratore della legalità ma nei fatti dimostra solo di essere a digiuno dell’azione amministrativa che una città come Caivano merita.

Le domande silenziate dalla festa

La festa è stata gioiosa, ma l’aria era sottile. E qui l’ironia deve cedere il passo a un taglio più netto.

E se… in quel giorno di festa, nella folla entusiasta, un bambino si fosse sentito male? E se la chiusura del traffico non autorizzata avesse ostacolato un mezzo di soccorso?

Di chi sarebbe stata la colpa?

Il Sindaco Angelino, prima di concedersi il monologo post-elettorale dal pulpito della piazza, aveva il dovere morale e legale di assicurarsi che ogni singola procedura fosse stata espletata. Non si tratta di fare un favore alla burocrazia, ma di rispettare la vita e la sicurezza dei suoi concittadini. La delega amministrativa non è un assegno in bianco per bypassare la legge.

La legalità, Sindaco, non è un interruttore che si spegne e si accende a seconda che a organizzare sia l’opposizione o la maggioranza. È l’ossigeno della democrazia – quella democrazia che lei sosteneva di aver ripristinato col voto, si ricorda? La sua maggioranza è schiacciante e l’opposizione è ridotta a un sussurro, ma il silenzio non può coprire la mancanza di rispetto per le regole.

La vittoria è schiacciante, la responsabilità deve esserlo di più. L’albero era illuminato, ma l’Amministrazione, sulla carta, era tragicamente al buio. È ora di accendere anche la luce del buon senso e della legalità formale, prima che la superficialità si trasformi in una colpa imperdonabile.

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CAIVANO. Il Consiglio di insediamento e l’arte di tappare la bocca

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CAIVANO – Ieri, nell’Auditorium del plesso scolastico “L. Milani”, si è celebrato il primo Consiglio comunale di insediamento dell’amministrazione guidata da Antonio Angelino. Un battesimo istituzionale che, nelle intenzioni, avrebbe dovuto profumare di democrazia, partecipazione e confronto. Nella pratica, ha ricordato più una prova generale di silenziamento, con tanto di microfoni a intermittenza e nervi scoperti.

Si arriva al punto della presentazione della Giunta. È il momento in cui la politica dovrebbe spiegarsi, motivare, rendere conto. Il consigliere di opposizione Giuseppe Mellone chiede la parola. Non per lanciare molotov verbali, non per evocare rivoluzioni di piazza, ma per dire la sua semplice opinione: la scelta di professionalità non provenienti da Caivano e la conseguente mortificazione di quelle locali. Un’eresia? A quanto pare sì.

Da lì in poi, la democrazia viene trattata come una trasmissione televisiva fuori palinsesto. Il Sindaco si improvvisa critico del linguaggio e accusa Mellone di usare toni “violenti, squadristi e squallidi”. Curioso: nel video non si vedono spranghe né si sentono slogan d’epoca. Solo parole. Ma evidentemente, in questa aula, le parole non allineate fanno più paura dei fatti.

Il Presidente del Consiglio, nel ruolo di cerimoniere del dissenso tollerato, archivia l’intervento come “uno show”. E così il Consiglio comunale diventa un talent al contrario, dove chi canta fuori dal coro viene eliminato non dal pubblico, ma dal regolamento brandito come clava.

Poi arriva il vero capolavoro. A microfoni teoricamente spenti – ma con l’audio che tradisce la realtà – il Sindaco sussurra a Mellone la frase che dovrebbe stare solo nei manuali di antipolitica autoritaria: “Non parlare, se no è peggio.”

Non è una battuta. Non è una metafora. È una minaccia in giacca e cravatta, detta con la calma di chi è convinto di poterla dire. È il momento in cui il Consiglio smette di essere un’aula e diventa un corridoio, quelli in cui le cose si chiariscono “a bassa voce”.

Qui non siamo davanti a un incidente di percorso, ma a un metodo. La parola concessa come favore, il dissenso trattato come disturbo, il contraddittorio ridotto a intrattenimento molesto. La democrazia, insomma, finché non fa domande.

E allora il quadro è chiaro: un’amministrazione che al primo giorno mostra disamore per il confronto, allergia alla critica e una singolare nostalgia per il silenzio comandato. Un potere che confonde il Consiglio comunale con un monologo assistito, dove l’opposizione è ammessa solo se muta.

La democrazia è scomoda. Fa rumore. Interrompe. Chiede spiegazioni. Ma quando qualcuno dice “non parlare, se no è peggio”, non sta difendendo l’ordine. Sta confessando la paura della parola. E a Caivano, già dal primo Consiglio, la parola ha capito una cosa: qui non è benvenuta. Finché applaude. Poi, meglio che stia zitta.

L’immagine in copertina e nel post social è stata elaborata con tecnologia AI

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CAIVANO. Il Carnevale del potere: termosifoni spenti ed erba alta nelle scuole, dirette accese

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CAIVANO – Cinque giorni. Tanto è bastato perché il tempo, quello vero, non quello delle dirette social, certificasse una verità semplice: al Plesso Mameli fa ancora freddo. Freddo nelle aule, freddo nei corridoi, freddo soprattutto nel modo di amministrare. Gli studenti seguono le lezioni con i giubbotti addosso, come se la scuola fosse diventata un rifugio alpino più che un luogo di formazione. Ma mentre i ragazzi battono i denti, il Sindaco batte cassa mediatica e annuncia, tronfio, che a Caivano “quest’anno si farà il Carnevale”.

Ecco il punto: il Carnevale. La festa delle maschere. Difficile trovare metafora più calzante. Perché mentre la realtà presenta il conto — termosifoni spenti, plessi scolastici dimenticati dal PNRR, erba alta come una savana nel giardino dell’asilo Milani — la risposta dell’amministrazione è una comparsata mattutina degna di una sceneggiata napoletana d’altri tempi.

Il Sindaco che, senza preavviso, senza appuntamento, senza il minimo rispetto istituzionale per la dirigente scolastica (che non è un’usciere ma la “padrona di casa”), piomba alle otto del mattino nel plesso Mameli. Orario perfetto, va detto: ingresso affollato, genitori presenti, smartphone pronti.

E infatti eccolo lì, immortalato con le mani sulle manopole dei termosifoni, come se fosse un idraulico prestato alla politica o un tecnico del riscaldamento in missione speciale. L’immagine è potente, certo. Peccato che il calore resti un optional. Il problema non si risolve, ma si rappresenta. È la politica del gesto, non dell’atto; del fotogramma, non del provvedimento.

Che senso ha presentarsi a scuola all’ora di punta, quando l’edificio è un formicaio di genitori e bambini, e non in tarda mattinata per un colloquio formale, serio, risolutivo con la dirigente scolastica? La risposta è semplice quanto amara: la sostanza non fa audience, l’immagine sì. E poco importa se i termosifoni restano freddi: l’importante è che la diretta sia calda. Allora dopo aver letto il commento della Sig.ra Egizia, il designer pubblicitario – creativo – che in me ha avuto un sussulto e ha immaginato il Sindaco come nell’immagine che allego sotto:

A parte la satira e l’ironia. Nel frattempo, al plesso Milani di via Bellini, l’erba del giardino dell’asilo cresce indisturbata, alta, fitta, ospitale. Talmente ospitale che, con i bambini che fanno scuola a piano terra, non è difficile immaginare visite indesiderate: topi, insetti, fauna varia. Un piccolo safari urbano, gratuito e non richiesto. Anche qui, silenzio. Nessuna diretta, nessuna foto, nessuna manopola da girare. Evidentemente l’erba alta non buca lo schermo.

Può darsi, allora, che a Carnevale il Sindaco completi l’opera. Dopo l’idraulico improvvisato tra i termosifoni della Mameli, non stupirebbe vederlo sfilare in piazza con il costume di Mario Bros: cappello rosso in testa, baffi d’ordinanza e chiave inglese in mano, pronto a “riparare” tutto a colpi di posa per i fotografi. Peccato solo che, nei videogiochi, quando Mario gira la manopola il livello si sblocca davvero. A Caivano, invece, resta bloccato: termosifoni freddi, erba alta e problemi reali che non si risolvono né con un salto né con una diretta Facebook.

E l’assessora all’Istruzione Orsella Russo? Invece di allinearsi ai cori indignati dei parenti dei pregiudicati, sempre pronti ad attaccare la stampa e chi osa criticare l’amministrazione, farebbe bene a fare ciò per cui è stata nominata: spiegare. Spiegare ai cittadini di Caivano perché alla Mameli i termosifoni non funzionano. Spiegare perché la Milani è diventata una giungla. Spiegare, soprattutto, se esiste una visione che vada oltre il post, la diretta, la foto opportunamente taggata.

Perché governare non è fingersi idraulici davanti alle telecamere, né organizzare feste mentre le scuole cadono a pezzi. Governare è intervenire prima, programmare, risolvere. Tutto il resto è Carnevale. E purtroppo, a pagare il biglietto, sono sempre gli stessi: studenti, famiglie, cittadini. Senza maschere. E senza riscaldamento.

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CAIVANO. Approvazione Bilancio. I venti giorni, la clessidra creativa e il trucco del prestigiatore

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CAIVANO – A Caivano non servono più le opposizioni: bastano i documenti. E, quando va male, bastano i cittadini nei commenti Facebook, che mostrano una padronanza delle regole istituzionali superiore a quella di chi indossa la fascia tricolore.

Partiamo dai fatti, che sono noiosi ma testardi. Il consigliere di opposizione Giuseppe Mellone chiede il rinvio del Consiglio comunale perché gli atti fondamentali – DUP e Bilancio – non sono stati messi a disposizione nei canonici 20 giorni previsti dal Regolamento di contabilità. Non è un’opinione, non è propaganda: è scritto nero su bianco nel regolamento vigente del Comune di Caivano, approvato con atto formale e tuttora in vigore.

E non è un caso che Mellone alleghi anche la data della notifica del messo comunale: 5 gennaio. Peccato che il Consiglio sia fissato per il 19 gennaio. Fate voi i conti: non arriviamo neppure lontanamente ai 20 giorni. Nemmeno con la calcolatrice creativa. La richiesta di rinvio è quindi legittima, fondata e documentata protocollo Mellone.

E qui entra in scena il Sindaco Antonio Angelino, che risponde con una dichiarazione degna di un prestigiatore di terza fila: molta retorica, qualche citazione giurisprudenziale fuori contesto, e il classico numero finale del “non è colpa mia, me l’hanno detto gli uffici”.

Secondo il Sindaco: non c’è violazione; l’ordine del giorno non sarebbe perentorio; il DUP e il Bilancio sarebbero “atti tecnici”; il tutto sarebbe eredità della gestione commissariale. Insomma, nessuno decide, nessuno sbaglia, nessuno risponde. Un Comune a responsabilità limitata.

Angelino sostiene che DUP e Bilancio “non sono il frutto di scelte politiche” perché redatti in epoca commissariale. È come dire che un menù non è politico perché lo ha scritto lo chef prima di cambiare ristorante.

Peccato però che: Il Regolamento di contabilità non distingue tra atti tecnici e politici quando parla di termini: i 20 giorni valgono sempre, soprattutto per gli atti più rilevanti. Il DUP e il Bilancio sono, per definizione, atti politico-programmatici, emendabili, modificabili, bocciabili. Lo sanno i consiglieri. Lo sanno i revisori. Lo sanno persino i cittadini. Se davvero fossero solo “atti tecnici”, allora che li votiamo a fare in Consiglio? Bastava un timbro e via. Ed è qui che arriva la vera umiliazione istituzionale: i cittadini comuni, nei commenti pubblici, spiegano al Sindaco che: il Bilancio va studiato; il DUP va discusso; i termini servono a garantire democrazia, non burocrazia. Tradotto: il popolo ne capisce più del primo cittadino.

E mentre il Sindaco gioca a nascondino con le regole, Caivano assiste al debutto ufficiale di quella che avevamo previsto da tempo: una maggioranza di dilettanti allo sbaraglio, incapace di distinguere un regolamento da un comunicato stampa, un termine perentorio da una scadenza elastica.

Il primo Consiglio comunale doveva essere il biglietto da visita dell’Amministrazione Angelino. È diventato una figura barbina da manuale, con: atti contestati prima ancora di essere discussi; opposizioni costrette a spiegare le regole; cittadini costretti a fare supplenza civica. Altro che “senso di responsabilità”: qui siamo al senso del ridicolo. Mellone ha ragione.

I documenti lo dimostrano. Le date lo inchiodano. Il regolamento parla chiaro. E i cittadini, incredibilmente, fanno da coro. A Caivano non è ancora iniziata la consiliatura. È già iniziata la cronaca di un’improvvisazione annunciata.

E c’è di più. Perché in questa vicenda non solo il Sindaco sbaglia i tempi e confonde le norme, ma mostra di non saper nemmeno distinguere una critica da una soluzione. L’opposizione fa il suo mestiere: contesta, giustamente, e chiede il rinvio del Consiglio comunale per violazione dei termini regolamentari. Punto. La soluzione politica e istituzionale, invece, la metto nero su bianco io, ed è talmente elementare da risultare quasi offensiva doverla spiegare a chi governa una città.

Nessun blocco del Consiglio. Nessuna paralisi amministrativa. Basta stralciare e rinviare esclusivamente i punti all’ordine del giorno relativi al DUP e al Bilancio, lasciando svolgere regolarmente tutto il resto della seduta. Una soluzione lineare, rispettosa del Regolamento e del Consiglio, che consente di salvare la seduta senza violentare le norme. Il fatto stesso che non sia stata individuata dall’Amministrazione, ma debba essere suggerita da chi scrive un editoriale, è già una sentenza politica.

Ed è qui che il Sindaco Angelino prova il numero da prestigiatore. Parla di “termini non perentori” sperando che il pubblico confonda i piani. Ma quei termini a cui fa riferimento non sono quelli del Regolamento di contabilità, bensì quelli – ben diversi – legati alla convocazione del Consiglio comunale. È una confusione studiata, non casuale.

Perché ammettere l’errore significherebbe riconoscere che: il Regolamento non è stato rispettato; i consiglieri non hanno avuto il tempo necessario per studiare gli atti; e che il primo Consiglio comunale nasce già viziato.

Il risultato è desolante: al primo Consiglio della legislatura, non si discute di programmi, ma di regole basilari; non si governa, si rimedia; non si guida, si improvvisa. E mentre il Sindaco arringa, l’opposizione è costretta a far rispettare il Regolamento, e i cittadini – nei commenti – dimostrano una competenza superiore a quella di chi siede sui banchi della maggioranza.

Se per evitare una violazione evidente serve l’intervento di un editoriale, allora il problema non è l’opposizione. Il problema è una maggioranza scarsa, sprovveduta e già clamorosamente bocciata alla prima prova d’aula. Altro che inciampo iniziale. Questa è una figuraccia istituzionale piena, di quelle che restano agli atti.

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