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CAIVANO. Giunta e Presidente del Consiglio. L’accordo che non c’è: tra poltrone, veti e mortificazioni

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CAIVANO – Volano gli stracci. E non è più una metafora colorita da corridoio di palazzo, ma la fotografia plastica dell’ennesima riunione di maggioranza del Comune di Caivano finita, ancora una volta, in un nulla di fatto. Una maggioranza che si riunisce, litiga, si accusa, si smentisce e poi si scioglie senza una giunta, senza un Presidente del Consiglio e soprattutto senza una linea politica chiara.

Il copione è sempre lo stesso: si discute di assessori tecnici, di quote rosa, di presidenze, di equilibri. Ma dietro la liturgia delle trattative si nasconde una verità più semplice e più amara: la spasmodica volontà del Sindaco di controllare tutto e tutti, anche a costo di calpestare le regole non scritte della politica e, soprattutto, il responso delle urne.

Partiamo dai fatti. Le indiscrezioni parlano di due assessori tecnici in quota diretta al Sindaco. Uno dovrebbe essere Raffaele Marzano, figura molto vicina a Fratelli d’Italia e alla Premier Giorgia Meloni, oggi membro della commissione ministeriale per la vendita dei farmaci online, al quale andrebbe la delicata delega ai rapporti con il Commissario di Governo per il risanamento del territorio. L’altro nome oscilla tra un urbanista vicino all’ex consigliere Luigi Sirico – padrino di cresima del Sindaco – o l’ex ufficiale dei carabinieri in pensione Vincenzo Caiazzo, figura orbitante nell’area dell’ex consigliere Enzo Pinto.

Già qui il quadro è chiaro: due caselle chiave occupate direttamente dal primo cittadino, prima ancora di sedersi a un tavolo politico vero.

A questi si aggiunge poi il terzo tassello: Orsella Russo, espressione della lista del Sindaco “Caivano Conta”, pronta a dimettersi da consigliera per diventare assessore con deleghe pesanti come sport, politiche giovanili e istruzione. Tradotto: il Sindaco, la sua lista e i suoi fedelissimi tecnici arriverebbero a contare tre assessori su sette, una vera e propria incetta di poltrone che lascia agli alleati solo le briciole.

E qui iniziano le mortificazioni politiche. “Bene Comune”, che in aula porta quattro consiglieri, rischia di ritrovarsi con una sola casella, quella dell’ex Colonello Caiazzo laddove non gli fosse riconosciuta la seconda, quella della quota rosa. Secondo le regole non scritte – ma sacre – della politica, il nome dovrebbe essere quello della prima non eletta, Consuelo Rosa Lizzi. Ma su questo nome sarebbe calato il veto personale del Sindaco, che improvvisamente si ricorda di “parentele scomode” e di un passato giudiziario del padre. Una memoria selettiva, a quanto pare: quelle parentele non erano un problema quando la Lizzi veniva candidata, né quando i suoi circa 300 voti servivano per vincere le elezioni. Lo diventano solo quando c’è da assegnare una poltrona.

E così “Bene Comune”, dopo aver fatto un lavoro politico e organizzativo che ha portato quattro consiglieri in aula, rischia di restare con il solo Caiazzo, per giunta indicato nei fatti come assessore tecnico laddove dovesse essere giustificata la scelta di fane indicare due assessori alla lista “Bene Comune”. Una mortificazione evidente, acuita dal fatto che a diverse riunioni decisive alcuni componenti della lista nemmeno si sono presentati, segno di un malessere ormai profondo.

A voler essere equi, una soluzione di buon senso esisterebbe: se davvero “Bene Comune” deve rinunciare a qualcosa, almeno gli si riconosca la dignità politica di un vicesindaco, riequilibrando una maggioranza oggi sbilanciata e fragile. Ma il buon senso, in questa fase, sembra essere l’ultimo invitato al tavolo.

Non va meglio a “Caivano 2.0”, lacerata da conflitti interni che sono esplosi in maniera clamorosa. Sul nome di Luigi Padricelli, proposto dal consigliere Antonio Esposito, si è consumata una vera e propria resa dei conti con Giuseppe Gebiola, che ha accusato Esposito di voler imporre un assessore “ad personam”, essendo Padricelli suo cognato. La risposta è stata ancora più dura, con l’epiteto di “impresentabile” e il richiamo alle imputazioni giudiziarie che pendono come macigni. Un equilibrio flebile, instabile, che rende questa compagine una polveriera pronta a esplodere.

Ma il capolavoro politico – si fa per dire – arriva con il capitolo Azione. Tre consiglieri eletti, eppure, stando alle indiscrezioni, un assessore e addirittura la Presidenza del Consiglio comunale, la carica che garantisce l’immunità più onerosa dell’intero parterre istituzionale. Il nome che circola è quello di Luigi Esposito.

Peccato che qui il Sindaco sembri dimenticare un’altra regola non scritta ma chiarissima: la Presidenza del Consiglio spetta fisiologicamente al consigliere più votato della maggioranza. E quel consigliere è Tobia Angelino, che ha raccolto ben 1208 preferenze. Luigi Esposito, invece, si è fermato a 509 voti, meno della metà. Eppure si premia l’amicizia, l’accordo, la fedeltà, non certo il consenso popolare.

Non solo. Dentro Azione si consuma un’altra mortificazione: quella dei consiglieri Pippo Ponticelli e Falcio Gigiotto, messi ai margini mentre la quota rosa – formalmente indicata dal partito – sarebbe in realtà frutto di un accordo sottobanco tra il Sindaco Antonio Angelino e Luigi Esposito, quest’ultimo pronto a qualsiasi compromesso pur di accaparrarsi la poltrona che conta davvero. Compagni di viaggio sacrificati sull’altare dell’immunità. Per Pippo Ponticelli non sarebbe una novità dato che di mortificazioni ne ha subite anche durante la consiliatura Enzo Falco insieme ai compagni di viaggio di Noi Campani. Insomma, per l’avvocato caivanese, ormai la resilienza alle mortificazioni è diventato un suo marchio di fabbrica.

In questo scenario, anche “Caivano Unita”, con tre consiglieri in aula, si ritrova con un solo assessore, Antonio Angelino – fratello dell’imprenditore pascarolese Pasquale – mentre Azione ottiene molto di più con lo stesso peso elettorale. Un’asimmetria che grida vendetta politica.

E mentre in maggioranza volano stracci, accuse, veti e rancori, il Sindaco prova a nascondere tutta questa polvere sotto il tappeto dei tagli di nastro, dei cambi di insegna al Parco Verde, delle comparse in chiesa da don Maurizio Patriciello che fanno pensare più a un commensale al tavolo di “Che tempo che fa” di Fabio Fazio, oggi su Discovery Channel, che al capo di una coalizione capace di tenere insieme i pezzi.

Ma la realtà, prima o poi, presenta il conto. E nessun tappeto, per quanto grande, potrà nascondere a lungo una maggioranza già divisa dagli interessi personali, una giunta che non nasce e una politica ridotta a un risiko di poltrone, dove il consenso popolare vale meno delle amicizie giuste al momento giusto. A Caivano, oggi, non governa una visione. Governa l’improvvisazione. E si vede.

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A Caivano c’è chi vive “un altro Paese” e chi resta bloccato tra un piano e l’altro. Senza ascensore.

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CAIVANO – La polemica tra l’opposizione e il Sindaco non nasce da un capriccio social né da una smania di protagonismo. Nasce da un dato molto semplice: mentre qualcuno racconta Caivano con i post celebrativi, qualcun altro la vive davvero, scala dopo scala, disservizio dopo disservizio. Ed è da qui che prende forma lo scontro tra il consigliere di opposizione Luigi Sirletti e il Sindaco Antonio Angelino.

Sirletti pubblica immagini, non slogan. Video, non promesse. Ascensori fermi al Parco Verde, disagi quotidiani, diritti negati. E si sente rispondere che “vive un altro paese”. Curiosa affermazione, soprattutto se pronunciata da chi, a quanto pare, ritiene che tre quarti degli ascensori funzionanti siano più che sufficienti. Come se l’altro quarto – disabili, anziani, famiglie con bambini – potesse tranquillamente arrangiarsi. Del resto, si sa: la dignità è opzionale, l’accessibilità pure.

La doppia velocità del Sindaco: fascia tricolore rapida, problemi al rallentatore

C’è però un dettaglio che rende questa querelle politicamente istruttiva: la sorprendente velocità con cui il Sindaco Angelino si muove quando c’è da intestarsi risultati “buoni” e la lentezza quasi filosofica quando si parla di problemi concreti. Per i nastri da tagliare, la fascia tricolore è sempre pronta. Per buche, strade al buio, ascensori rotti? C’è sempre qualche servo sciocco – incaricato non si sa se politicamente o massonicamente – che invita alla calma:

«È solo un mese che il Sindaco si è insediato».

Curioso però che il tempo diventi improvvisamente sufficiente quando si parla di fondi PNRR.

I fondi PNRR: miracolo politico o semplice ratifica?

Il 2 gennaio 2026 il Sindaco Angelino annuncia trionfalmente l’ottenimento di 615.000 euro per la messa in sicurezza di tre scuole. Post solenne, toni enfatici, orgoglio a profusione.
Peccato che quei fondi: derivino da un bando aperto il 16 novembre 2025, otto giorni prima delle elezioni comunali, intercettati dal Responsabile del Settore Tecnico Giovanni Tuberosa, durante gli ultimi giorni della terna commissariale prefettizia.

Angelino non ha “intercettato” nulla: ha fatto ciò che farebbe qualunque Sindaco dotato di buon senso, ovvero ratificare. Anche perché, diciamolo chiaramente: esiste forse un Sindaco che rifiuta soldi a fondo perduto?

Eppure, quando un cittadino fa notare la genesi reale di quei finanziamenti, la risposta del primo cittadino non è di chiarezza istituzionale, ma di stizza personale, con tanto di lezioncina sui “template” e rivendicazioni di firme. Come se firmare un atto dovuto equivalesse a riscrivere la storia.

L’assessora senza agenda e l’arte dell’intestarsi l’ovvio

Non meno emblematica è l’intervista dell’Assessora allo Sport, Istruzione e Tempo Libero Orsella Russo. Alla domanda su cosa farà questa Amministrazione per Caivano, la risposta è disarmante: fondi PNRR già avviati, campo sportivo legato al Modello Caivano e alla volontà del Governo e della Premier Giorgia Meloni e “La Grande Bellezza di Caivano” un evento privato, organizzato da un esercente privato all’interno di una location privata con l’unico comun denominatore di quest’Amministrazione come emblema: lo spritz. Fine. Nient’altro. Nessuna visione, nessuna agenda, nessuna idea autonoma. Il vuoto pneumatico, condito da meriti presi in prestito.

È presto per giudicare, ma non per prendersi i meriti?

Ed eccoci al punto. Secondo i difensori d’ufficio del Sindaco: è presto per parlare di ascensori rotti, è presto per pretendere strade illuminate, è presto per chiedere risposte. Ma non è mai presto per: prendersi i meriti della terna commissariale, intestarsi fondi sovracomunali, posare per la foto di rito.

La polemica sollevata da Sirletti non è sterile né demagogica come qualche altro servo sciocco tenuto sotto il tavolo a raccogliere briciole ha tenuto a sottolineare, non è pretestuosa, non è “di parte”. È politica nel senso più autentico del termine: raccontare ciò che non funziona, mentre qualcuno preferisce raccontare ciò che conviene. Perché, alla fine, la vera domanda non è chi vive “un altro paese”. La vera domanda è: chi vive Caivano e chi la guarda solo dal pianerottolo giusto, quello con l’ascensore che funziona.

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Pedofilia e l’ipocrisia del perdono. Tutto per proteggere il potere ecclesiastico che ha smarrito la propria morale

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CASORIA – Parlo da laico, da non credente, da cittadino di un mondo occidentale che – piaccia o no – è figlio di una morale costruita per secoli dalla Chiesa cattolica. Una morale non solo insegnata, ma imposta, spesso interiorizzata attraverso il senso di colpa, la paura del peccato e persino la criminalizzazione del pensiero. Da quando anche il semplice desiderio è stato elevato a colpa morale, il controllo sulle coscienze è diventato lo strumento più potente per governare le masse.

Da Sant’Agostino, con la sua visione cupa della natura umana segnata dal peccato originale che trasformò il desiderio in colpa, fino a Tommaso d’Aquino, che ha razionalizzato teologicamente l’ordine morale e sociale, la Chiesa ha costruito un impianto etico che ha formato intere civiltà. Nei secoli più recenti, filosofi e sociologi formatisi nelle università legate al mondo cattolico hanno continuato a rifinire quella stessa architettura morale, spesso presentandola come universale, naturale, indiscutibile.

Ed è proprio questa morale, inculcata come superiore, che oggi rende inaccettabile – non dico il perdono, ma anche solo la rappresentazione pubblica – di un pedofilo nel ruolo di sacerdote. Perché il punto non è la misericordia interiore, né la redenzione personale. Il punto è il simbolo.

Un sacerdote non è un cittadino qualunque. È, per definizione, il rappresentante di una morale. Una morale che pretende di indicare ciò che è bene e ciò che è male, ciò che è puro e ciò che è impuro, ciò che è lecito persino pensare. Quando un uomo che ha commesso uno dei reati più efferati che possano esistere – la pedofilia, violenza assoluta contro un essere indifeso – torna a indossare i paramenti e a concelebrare una Messa pubblica, non siamo davanti al perdono: siamo davanti a una contraddizione morale insanabile.

La pedofilia non è un peccato come gli altri. Non è una “caduta”. È un atto che distrugge un’infanzia, che segna una vita, che continua a produrre dolore ben oltre la fine di una pena. Permettere a chi si è macchiato di un simile crimine di tornare a esercitare – anche simbolicamente – il ruolo sacerdotale significa sminuire la gravità del reato, non elevarsi moralmente.

Perdonare la pedofilia non è morale. È opportunismo. È interesse. È la necessità di proteggere un’istituzione prima ancora delle vittime. Ed è qui che il discorso si fa ancora più duro. Perché ogni riabilitazione pubblica di un pedofilo in ambito ecclesiastico non colpisce solo la comunità dei fedeli, ma riapre la ferita della vittima, la espone di nuovo, la costringe a rivivere ciò che dovrebbe essere definitivamente consegnato alla giustizia e al silenzio rispettoso.

In questo contesto, suona stonata – e profondamente ipocrita – la difesa e l’affermazione di Maurizio Patriciello: «Non sempre alzare la voce, quando non serve, rende un buon servizio».
Lo stesso Patriciello che ha alzato la voce – e spesso senza prove – su presunti stupri al Centro Delphinia o sull’intombamento dei rifiuti o collegando senza prove scientifiche i rifiuti interrati a un’epidemia di tumori, contribuendo a marchiare Caivano come comunità di criminali. Un marchio diventato istituzionale con il cosiddetto Decreto Caivano. Lì, alzare la voce non solo “serviva”, ma è stato considerato un atto profetico. Qui, invece, diventa improvvisamente sconveniente. Due pesi, due misure. La voce va bene quando colpisce gli altri, mai quando mette in discussione il potere ecclesiastico.

A questa morale io contrappongo – e non da oggi – una morale laica, come quella sostenuta da Margherita Hack: fondata sulla razionalità, sull’empatia, sul rispetto profondo per la vita e per la dignità umana. Una morale che non ha bisogno di Dio per sapere che un pedofilo non può rappresentare alcuna superiorità etica, né simbolica né reale.

E da umile giornalista e scrittore, osservatore dei territori a nord di Napoli, sento il dovere di dirlo con chiarezza: la mia morale laica è superiore a quella di chi difende Spinillo, a quella di Spinillo che riabilita un pedofilo, e persino a quella del sindaco di Caivano Antonio Angelino che non perde occasione per omaggiare, rappresentando nei fatti la comunità caivanese tutta – credente, laica e atea – un vescovo che, su questa vicenda, ha sbagliato gravemente.

E qui torna attuale il pensiero di Ludwig Feuerbach, che ci ha ricordato come Dio non sia altro che la proiezione dell’essenza umana, e che l’uomo deve riappropriarsi della propria centralità. Solo una morale dell’uomo, e non di Dio, può mettere davvero al centro la vittima, il dolore reale, la responsabilità concreta. E se c’è una morale che oggi deve essere difesa senza ambiguità, è questa: chi distrugge un bambino non può, in nessuna forma, tornare a insegnare il bene e il male agli altri.

C’è infine un dettaglio che da solo basterebbe a smascherare l’enorme cortocircuito morale di questa vicenda: la fotografia. Mons. Spinillo che si lascia ritrarre accanto a don Michele Mottola, con davanti una fila di bambini ministranti, non ha compiuto un gesto maldestro. Ha compiuto un atto gravemente diseducativo, uno schiaffo in pieno volto alla morale pubblica e uno sberleffo crudele non solo alla famiglia della bambina stuprata, ma anche alle famiglie di quei bambini esposti, loro malgrado, a un messaggio tossico.

Quell’immagine non parla di perdono. Parla di rimozione, di autoassoluzione istituzionale, di una Chiesa che si guarda allo specchio e decide che può bastare una liturgia a cancellare l’orrore. Mettere un pedofilo – perché questo resta, al di là delle formule e dei paramenti – accanto a bambini, significa dire che il crimine può essere metabolizzato, che il tempo e l’abito sacro possono lavare ciò che invece dovrebbe restare inermi davanti alla vergogna.

Ed è qui che la responsabilità morale di chi difende questa scelta diventa ancora più pesante. Don Maurizio Patriciello ha osato non solo giustificare Mons. Spinillo, ma difendere implicitamente anche il pedofilo, liquidando le critiche come eccessi di chi “alza la voce quando non serve”. È un’affermazione che offende l’intelligenza prima ancora delle vittime. Perché quando il silenzio protegge il potere e la parola difende i deboli, alzare la voce è un dovere, non un errore.

Patriciello, che non ha mai avuto remore ad alzare la voce contro intere comunità, a marchiare territori e persone con accuse pesantissime, oggi invita alla moderazione proprio quando sarebbe necessaria una presa di distanza netta, pubblica, inequivocabile. È una scelta che pesa. Perché difendere un vescovo può essere comprensibile sul piano della disciplina interna. Difendere, anche solo simbolicamente, un pedofilo restituito alla scena pubblica è moralmente inaccettabile.

Quella fotografia resterà. Resterà come un atto d’accusa silenzioso contro chi ha scelto di salvare l’immagine dell’istituzione piuttosto che proteggere fino in fondo la dignità delle vittime. E resterà come monito per chi, indossando una tonaca o impugnando un microfono, dovrebbe ricordare che non esiste perdono che possa trasformarsi in legittimazione.

Se la morale cattolica ha preteso per secoli di educare il mondo distinguendo il bene dal male, allora deve accettare che oggi quella stessa morale venga giudicata dai suoi atti. E quell’immagine resta lì, come una condanna silenziosa: non della fede, ma di un potere che ha smarrito il senso del limite, del pudore e della responsabilità verso i più deboli.

Questi sono argomenti trattati anche nella mia ultima opera letteraria “Perché non vado in Chiesa” che molto presto troverete nelle librerie e sulle migliori piattaforme online.

L’immagine in copertina e la locandina social sono state effettuate con tecnica AI, mentre quelle riportate all’interno di questo testo sono reali.

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CAIVANO. Proposta dell’opposizione: 80mila euro sul tavolo per il mercato rionale. Per il Sindaco: prendere o lasciare

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CAIVANO – Mentre a Caivano l’Amministrazione continua a vendere annunci come se fossero risultati, dai banchi dell’opposizione arriva l’ennesima dimostrazione di cosa significhi fare politica nel merito e non nella propaganda.
La notizia è semplice, ma politicamente devastante: la Regione Campania ha messo a disposizione fondi fino a 80.000 euro a fondo perduto per la riqualificazione dei mercati rionali. Un’opportunità concreta, reale, immediatamente spendibile. E chi l’ha colta per primo? L’opposizione.

Il consigliere comunale Giovanni Vitale del Movimento 5 Stelle, fresco di proclamazione, non ha perso tempo: proposta formale trasmessa agli uffici comunali e oggi ufficialmente protocollata. Nessuna diretta Facebook, nessun taglio di nastro immaginario, nessuna fanfara. Solo lavoro.

Mettiamo subito le cose in chiaro, prima che qualcuno giochi a nascondino con la realtà. A Caivano nessuno ha ancora rifiutato nulla e nessuno ha ancora approvato nulla. La proposta per intercettare fino a 80.000 euro a fondo perduto messi a disposizione dalla Regione Campania per la riqualificazione dei mercati rionali è di stamattina. Fresca di protocollo. Ineludibile. Imbarazzante, per qualcuno. Ed è proprio qui che scatta la sfida politica. Perché da oggi il sindaco Antonio Angelino non ha più margini di manovra. Ha solo due strade. Entrambe scomode.

La prima: accogliere la proposta. Fare ciò che sarebbe ovvio per qualsiasi Amministrazione che dica di agire per il bene comune. Intercettare fondi regionali, migliorare l’unico mercato rionale cittadino, intervenire su sicurezza, igiene, accessibilità, servizi. Ma con un “dettaglio” politicamente indigesto: la medaglia al petto andrebbe appuntata all’opposizione, quella del Movimento 5 Stelle, che ancora una volta avrebbe dettato l’agenda politica, dimostrando di essere un passo avanti rispetto alla maggioranza.

La seconda strada: lasciare decantare. Far finta di niente. Trascinare i tempi. Seppellire la proposta sotto il peso della burocrazia e del silenzio. In questo caso, però, il messaggio sarebbe devastante: rinunciare consapevolmente a 80.000 euro veri, sonanti, pubblici, pur di non riconoscere l’efficacia dell’opposizione. Una scelta che avrebbe un nome solo: irresponsabilità politica.

E attenzione, perché questa proposta non cade dal cielo. È l’ennesimo tassello di un lavoro di opposizione che, a Caivano, sta facendo ciò che l’Amministrazione dovrebbe fare di default: sollecitare interventi sugli ascensori rotti al Parco Verde; informare correttamente i cittadini sulla riapertura delle graduatorie ERP; intercettare opportunità di finanziamento ignorate da chi governa. Altro che “disturbo”. Qui siamo davanti a un fatto politicamente clamoroso: l’opposizione è più attenta ai bisogni reali dei cittadini della maggioranza. Mentre l’Amministrazione continua a vantare crediti immaginari tra eventi, proclami e passerelle – festa, farina e forca – c’è chi lavora sui problemi veri, quotidiani, misurabili.

Da oggi, quindi, il banco di prova è chiaro. Sindaco Angelino scelga: il bene di Caivano, accettando che l’opposizione abbia indicato la strada; oppure l’orgoglio di parte, sacrificando un’occasione concreta sull’altare del silenzio. In entrambi i casi, una cosa è già certa: l’agenda politica, oggi, non la detta Palazzo di Città. La detta l’opposizione. E questo, per chi governa, è il dato più difficile da digerire.

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