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CAIVANO. Il Sindaco attua la politica del “domani”: quando la fretta di smentire produce solo figuracce

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CAIVANO – C’è un vecchio adagio che dice che la fretta è cattiva consigliera. Il Sindaco Antonio Angelino, evidentemente, deve averlo smarrito tra una smentita e l’altra. Nella foga di correre dietro alle indiscrezioni di Minformo, martedì 16 dicembre ha sentito il bisogno di rassicurare tutti: nessuna crisi politica, solo qualche “problema burocratico”, e domani – cioè il 17 dicembre – sarebbero arrivati i nomi della giunta. Peccato che il 17 sia passato. E con esso anche l’ennesima promessa mancata.

La giunta non è nata, non per cavilli amministrativi come artatamente anticipato, ma per una ragione molto più semplice e molto più politica: le indiscrezioni erano vere. I malumori ci sono, i disequilibri pure, e l’accordo tra i partiti è tutt’altro che chiuso. Altro che burocrazia.

Il quadro che emerge è quello di una maggioranza attraversata da tensioni profonde. A partire dalla partita, tutt’altro che scontata, del Presidente del Consiglio Comunale. Il nome “proposto” sarebbe quello di Luigi Esposito di Azione, ma proposto solo sulla carta, in realtà sarebbe imposto. Non tutti lo vogliono e per questo si è deciso di ricorrere al voto a scrutinio segreto in aula. Una scelta che sa tanto di resa preventiva: i franchi tiratori sono dietro l’angolo e il candidato “fisiologico”, il primo eletto Tobia Angelino, potrebbe diventare l’alternativa più concreta. A quel punto parleranno solo i numeri, non certo la visione politica.

Bene Comune mastica amaro: quattro consiglieri per un solo assessore sono difficili da digerire, tra l’altra pare non sia arrivano nemmeno ancora l’accettazione del Colonnello Vincenzo Caiazzo. E mentre il Sindaco e il partito riflettono, scalpita Consuelo Lizzi, amica di un ventennio del Sindaco, in attesa che l’amicizia si trasformi finalmente in una collocazione istituzionale.

In Azione, invece, regna il mistero sulla quota rosa. Un mistero che è diventato il secondo fronte di scontro, dopo quello sulla Presidenza del Consiglio. Il secondo partito del Sindaco dovrebbe esprimere un nome condiviso tra il primo cittadino e Luigi Esposito con Pippo Ponticelli e Gigiotto Falco che pagano sulla propria pelle mortificazioni politiche difficili da giustificare.

Caivano 2.0 sembra una polveriera: la guerra intestina tra Giuseppe Gebiola e Antonio Esposito continua senza esclusione di colpi. Da un lato il commercialista caivanese esprime il nome dell’ex consigliere carditese Marco Mazza, o in seconda ipotesi Salvio Russo, coinquilino di scrivania dell’ex Presidente del Consiglio Francesco Emione. Antonio Esposito, invece, resta arroccato sul nome del cognato Luigi Padricelli, pronto a lasciare il partito se non verrà accontentato. Una linea politica chiara e limpida la sua: niente per me, niente per nessuno.

Più tranquilla, almeno sulla carta, la posizione di Caivano Unita che dovrebbe esprimere l’omonimo del Sindaco, fratello dell’imprenditore pascarolese Pasquale Angelino, molto attivo sul territorio affinché il cognome resti ben saldo nell’esecutivo. Perché non è detto che sia sicura la sua nomina. Qualcuno già mormora che qualcuno in maggioranza abbia informato l’imprenditore che il fratello medico non sia idoneo a ricoprire il ruolo del delegato alle Politiche Sociali.

Vento in poppa anche per Caivano Conta che, oltre al Sindaco e a due assessori tecnici, piazzerà Orsella Russo in giunta, facendo entrare in Consiglio Comunale Emanuele Scuotto. Gli altri sei consiglieri (Lorenzo Ebarone – il dottore del logo in copertina – Emanuele Emione, Riccardo Liberti, Aldo Formicola, Domenico Giordano e Marisa Esposito) si accontenteranno dello status da Consigliere: evidentemente, per loro, sedersi in aula è già un premio sufficiente.
Dato che il vero regalo non viene fatto direttamente a Tobia Angelino ma al padre, con la nomina ad assessore dell’amico di sempre Raffaele Marzano.

Come se non bastasse, per rendere più digeribile a Bene Comune la rinuncia forzata al secondo assessore, il Sindaco Antonio Angelino ha tirato fuori dal cilindro l’ennesima trovata comunicativa: i due assessori tecnici resteranno solo 18 mesi, dopodiché uno dei posti verrà “restituito” a Bene Comune. Una promessa a scadenza, buona più per sedare gli animi che per fondare un accordo politico serio.

La stessa identica strategia è stata utilizzata per far ingoiare a Tobia Angelino e al resto della maggioranza, la Presidenza del Consiglio affidata a Luigi Esposito. Anche lì, rassicurazioni a pioggia: Esposito resterà seduto su quella poltrona solo 30 mesi, poi spazio al primo eletto. Una sorta di politica a rate, dove le cariche si promettono oggi e si rinviano a un futuro indefinito, confidando nella memoria corta degli interlocutori.

Peccato però che il Sindaco dimentichi – o faccia finta di dimenticare – un dettaglio tutt’altro che marginale: per entrambe le cariche l’unica strada per l’alternanza sono le dimissioni volontarie dei diretti interessati o per quanto riguarda la Presidenza del Consiglio a fronte di una sfiducia corroborata da una seria, chiara, legittima e valida motivazione, e non è detto che alla fine il TAR, laddove il Presidente ritenesse opportuno adire per opporsi alla sfiducia, non dia ragione al ricorrente. Per quanto riguarda gli assessori è vero che la fascia tricolore potrebbe anche ritirare le deleghe e sollevare dall’incarico ma in Politica non si è mai visto farlo per una questione di staffetta. Senza l’accordo preventivo del partito di espressione non si va da nessuna parte.

Non esistono automatismi, non esistono staffette obbligatorie, non esistono contratti a tempo determinato per assessori e Presidenti del Consiglio. Esiste solo la buona volontà politica di chi occupa la poltrona. E chi conosce minimamente la politica sa bene quanto sia arduo credere a dimissioni spontanee quando il potere è stato appena conquistato.

Insomma, più che accordi politici sembrano favole della buonanotte: raccontate per calmare gli alleati, utili a prendere tempo, ma destinate a scontrarsi con la realtà dei fatti. Una realtà che parla chiaro: le promesse di oggi non hanno alcuna garanzia domani.

E anche questo contribuisce a spiegare perché la maggioranza sia già attraversata da malumori e sospetti. Perché quando non esiste un progetto condiviso, quando non ci sono regole chiare e quando tutto si regge su promesse verbali e scadenze immaginarie, l’unico collante resta la gestione delle poltrone. E quando le poltrone diventano più importanti della politica, il finale è sempre lo stesso: tensioni, veleni e, puntualmente, figuracce pubbliche.

A questo punto una domanda è inevitabile: come si è arrivati a un tale groviglio di malumori, ricatti incrociati e rivendicazioni personali? La risposta è semplice quanto scomoda: perché a monte non c’è mai stato un progetto politico.
Non si è mai discusso prima. Non si è mai stabilito un metodo. Non c’è mai stato un accordo chiaro su come dovesse avvenire la lottizzazione delle cariche. Tutto è stato rimandato a dopo, confidando che il “poi” si sarebbe risolto da solo.

E invece no. I malumori nascono perché il Sindaco vuole fare incetta di cariche e poltrone: due assessori tecnici per Caivano Conta, Orsella Russo in giunta, la gestione condivisa con Luigi Esposito della quota rosa di Azione, perfino la quota rosa di Bene Comune, essendo amica ventennale potrebbe rispondere al primo cittadino e non al partito di riferimento e, ciliegina sulla torta, la Presidenza del Consiglio regalata – senza merito né regola – allo stesso Esposito. Una concentrazione di potere che non tiene conto degli equilibri politici né del rispetto dei consiglieri eletti.

Alla fine, nel tentativo di smentire tutto e tutti, il Sindaco ha ottenuto il risultato peggiore: una figuraccia pubblica. Perché in politica puoi anche prendere tempo, ma quando prometti un “domani” che non arriva, il problema non è la burocrazia. È la credibilità.

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CAIVANO. il Consiglio comunale parte sotto assedio: l’ombra dell’ineleggibilità e il castello della maggioranza che scricchiola

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CAIVANO – Neanche il tempo di accomodarsi sugli scranni consiliari e, per l’amministrazione guidata da Antonio Angelino, la luna di miele è già finita. Il primo Consiglio comunale di Caivano si apre infatti sotto il segno delle contestazioni formali, delle segnalazioni normative e, soprattutto, di una spada di Damocle che torna a pendere – pesantemente – sulla testa del Sindaco proclamato.

Altro che archiviazione. Altro che “tutto chiarito”. L’ineleggibilità del Sindaco torna prepotentemente al centro del dibattito politico e istituzionale, smentendo clamorosamente i racconti rassicuranti di chi, più che difensore, si è dimostrato essere solo servo sciocco di corte, pronto a cantare vittoria prima ancora che la partita iniziasse davvero.

Le mozioni: natura, iter e significato politico

Due le iniziative protocollate in occasione del primo Consiglio comunale, entrambe tutt’altro che rituali.

1. La contestazione sull’ineleggibilità del Sindaco

Il Movimento 5 Stelle ha formalmente chiesto la verifica delle condizioni di eleggibilità del Sindaco, ai sensi degli articoli 41 e 60 del TUEL. Una richiesta che non nasce da illazioni politiche, ma da atti ufficiali e documentazione depositata, da cui risulta che Angelino, al momento della candidatura, fosse ancora in servizio presso la Città Metropolitana di Napoli, ente sovraordinato al Comune di Caivano.

Una circostanza che, se confermata, configurerebbe una ineleggibilità originaria non sanabile, che per legge deve essere verificata prima della convalida degli eletti. L’iter è ora chiaro: il Consiglio è chiamato ad accertare, approfondire, eventualmente sospendere o procedere con riserva. Il problema non è politico, è giuridico.

E qui arriva il dato che la maggioranza fa finta di ignorare: il Movimento 5 Stelle, per bocca del Deputato Pasqualino Penza, ha già fatto sapere che non intende fermarsi. Se necessario, la questione sarà trascinata fino in Tribunale. Altro che chiacchiere da bar: qui si parla di carte bollate.

2. Il conflitto tra Statuto e Regolamento

La seconda istanza riguarda un vulnus istituzionale grave: il contrasto tra Statuto comunale e Regolamento del Consiglio sulle modalità di voto per l’elezione del Presidente e del Vicepresidente.

Lo Statuto parla chiaro: scrutinio segreto nelle questioni riguardanti persone. Il Regolamento, invece, impone il voto palese. Una forzatura che viola la gerarchia delle fonti e che, come ricordato anche dal Ministero dell’Interno, impone la disapplicazione della norma regolamentare incompatibile.

Tradotto: se si procede a voto palese, si rischia l’ennesima procedura viziata. Un pessimo biglietto da visita per una maggioranza che predica legalità e pratica scorciatoie.

Il capitolo incompatibilità: la bomba sotto il tavolo

Ma non è finita qui. Sullo sfondo si muove un’altra questione esplosiva: le incompatibilità per debiti verso l’ente comunale.

La PEC protocollata da Forza Italia ha acceso un faro su un tema che fa tremare i corridoi del Comune: consiglieri comunali – o loro familiari conviventi – potenzialmente debitori del Comune per tributi, sanzioni e canoni non pagati.

Le indiscrezioni che circolano in città parlano chiaro: almeno tre consiglieri di maggioranza sarebbero a rischio incompatibilità. Una situazione che tiene in allerta i primi non eletti, già pronti a subentrare in caso di decadenze. Altro che squadra compatta: qui la maggioranza sembra un castello di carte.

E sarebbe una figuraccia barbina per il Sindaco. Perché, se dovessero emergere incompatibilità per debiti, la responsabilità politica sarebbe tutta sua: le liste le ha composte lui, i candidati li ha scelti lui, i controlli – evidentemente – non li ha fatti nessuno.

Una maggioranza già in affanno

Morale della favola: Antonio Angelino è Sindaco da poche ore e già governa sotto assedio. Tra contestazioni di ineleggibilità, regolamenti da disapplicare e consiglieri potenzialmente incompatibili, la strada si presenta subito ripida e minata.

Chi pensava che bastasse proclamare un Sindaco per mettere a tacere tutto, oggi deve fare i conti con la realtà: la legalità non si archivia con un comunicato, né con qualche applauso telecomandato.

Il plauso a Tobia Angelino e la solita lottizzazione

In questo quadro confuso, una nota positiva va riconosciuta al Consigliere anziano Tobia Angelino, che ha diretto finora i lavori con equilibrio e competenza, convocando correttamente il Consiglio comunale e la commissione preliminare tenutasi oggi in seconda convocazione alle ore 14.

Tobia Angelino ha dimostrato sul campo di essere, nei fatti, il Presidente del Consiglio ideale: è il più votato di Caivano, è giovane, laureato, preparato e ha già mostrato una padronanza istituzionale che altri ancora devono imparare.

Peccato che, come da copione, la Presidenza del Consiglio sia destinata a Luigi Esposito, frutto di un accordo di maggioranza che risponde alla più antica e stanca logica di lottizzazione politica. Le poltrone prima di tutto, la competenza dopo – se avanza spazio.

Conclusione

Il primo Consiglio comunale di Caivano non segna l’inizio di una legislatura serena, ma l’apertura di una stagione di verifiche, ricorsi e possibili decadenze. La maggioranza balla sul filo, il Sindaco governa con una spada sospesa sulla testa e le opposizioni hanno già dimostrato che non faranno sconti.Altro che luna di miele: a Caivano è già tempo di resa dei conti.

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A Caivano c’è chi vive “un altro Paese” e chi resta bloccato tra un piano e l’altro. Senza ascensore.

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CAIVANO – La polemica tra l’opposizione e il Sindaco non nasce da un capriccio social né da una smania di protagonismo. Nasce da un dato molto semplice: mentre qualcuno racconta Caivano con i post celebrativi, qualcun altro la vive davvero, scala dopo scala, disservizio dopo disservizio. Ed è da qui che prende forma lo scontro tra il consigliere di opposizione Luigi Sirletti e il Sindaco Antonio Angelino.

Sirletti pubblica immagini, non slogan. Video, non promesse. Ascensori fermi al Parco Verde, disagi quotidiani, diritti negati. E si sente rispondere che “vive un altro paese”. Curiosa affermazione, soprattutto se pronunciata da chi, a quanto pare, ritiene che tre quarti degli ascensori funzionanti siano più che sufficienti. Come se l’altro quarto – disabili, anziani, famiglie con bambini – potesse tranquillamente arrangiarsi. Del resto, si sa: la dignità è opzionale, l’accessibilità pure.

La doppia velocità del Sindaco: fascia tricolore rapida, problemi al rallentatore

C’è però un dettaglio che rende questa querelle politicamente istruttiva: la sorprendente velocità con cui il Sindaco Angelino si muove quando c’è da intestarsi risultati “buoni” e la lentezza quasi filosofica quando si parla di problemi concreti. Per i nastri da tagliare, la fascia tricolore è sempre pronta. Per buche, strade al buio, ascensori rotti? C’è sempre qualche servo sciocco – incaricato non si sa se politicamente o massonicamente – che invita alla calma:

«È solo un mese che il Sindaco si è insediato».

Curioso però che il tempo diventi improvvisamente sufficiente quando si parla di fondi PNRR.

I fondi PNRR: miracolo politico o semplice ratifica?

Il 2 gennaio 2026 il Sindaco Angelino annuncia trionfalmente l’ottenimento di 615.000 euro per la messa in sicurezza di tre scuole. Post solenne, toni enfatici, orgoglio a profusione.
Peccato che quei fondi: derivino da un bando aperto il 16 novembre 2025, otto giorni prima delle elezioni comunali, intercettati dal Responsabile del Settore Tecnico Giovanni Tuberosa, durante gli ultimi giorni della terna commissariale prefettizia.

Angelino non ha “intercettato” nulla: ha fatto ciò che farebbe qualunque Sindaco dotato di buon senso, ovvero ratificare. Anche perché, diciamolo chiaramente: esiste forse un Sindaco che rifiuta soldi a fondo perduto?

Eppure, quando un cittadino fa notare la genesi reale di quei finanziamenti, la risposta del primo cittadino non è di chiarezza istituzionale, ma di stizza personale, con tanto di lezioncina sui “template” e rivendicazioni di firme. Come se firmare un atto dovuto equivalesse a riscrivere la storia.

L’assessora senza agenda e l’arte dell’intestarsi l’ovvio

Non meno emblematica è l’intervista dell’Assessora allo Sport, Istruzione e Tempo Libero Orsella Russo. Alla domanda su cosa farà questa Amministrazione per Caivano, la risposta è disarmante: fondi PNRR già avviati, campo sportivo legato al Modello Caivano e alla volontà del Governo e della Premier Giorgia Meloni e “La Grande Bellezza di Caivano” un evento privato, organizzato da un esercente privato all’interno di una location privata con l’unico comun denominatore di quest’Amministrazione come emblema: lo spritz. Fine. Nient’altro. Nessuna visione, nessuna agenda, nessuna idea autonoma. Il vuoto pneumatico, condito da meriti presi in prestito.

È presto per giudicare, ma non per prendersi i meriti?

Ed eccoci al punto. Secondo i difensori d’ufficio del Sindaco: è presto per parlare di ascensori rotti, è presto per pretendere strade illuminate, è presto per chiedere risposte. Ma non è mai presto per: prendersi i meriti della terna commissariale, intestarsi fondi sovracomunali, posare per la foto di rito.

La polemica sollevata da Sirletti non è sterile né demagogica come qualche altro servo sciocco tenuto sotto il tavolo a raccogliere briciole ha tenuto a sottolineare, non è pretestuosa, non è “di parte”. È politica nel senso più autentico del termine: raccontare ciò che non funziona, mentre qualcuno preferisce raccontare ciò che conviene. Perché, alla fine, la vera domanda non è chi vive “un altro paese”. La vera domanda è: chi vive Caivano e chi la guarda solo dal pianerottolo giusto, quello con l’ascensore che funziona.

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Pedofilia e l’ipocrisia del perdono. Tutto per proteggere il potere ecclesiastico che ha smarrito la propria morale

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CASORIA – Parlo da laico, da non credente, da cittadino di un mondo occidentale che – piaccia o no – è figlio di una morale costruita per secoli dalla Chiesa cattolica. Una morale non solo insegnata, ma imposta, spesso interiorizzata attraverso il senso di colpa, la paura del peccato e persino la criminalizzazione del pensiero. Da quando anche il semplice desiderio è stato elevato a colpa morale, il controllo sulle coscienze è diventato lo strumento più potente per governare le masse.

Da Sant’Agostino, con la sua visione cupa della natura umana segnata dal peccato originale che trasformò il desiderio in colpa, fino a Tommaso d’Aquino, che ha razionalizzato teologicamente l’ordine morale e sociale, la Chiesa ha costruito un impianto etico che ha formato intere civiltà. Nei secoli più recenti, filosofi e sociologi formatisi nelle università legate al mondo cattolico hanno continuato a rifinire quella stessa architettura morale, spesso presentandola come universale, naturale, indiscutibile.

Ed è proprio questa morale, inculcata come superiore, che oggi rende inaccettabile – non dico il perdono, ma anche solo la rappresentazione pubblica – di un pedofilo nel ruolo di sacerdote. Perché il punto non è la misericordia interiore, né la redenzione personale. Il punto è il simbolo.

Un sacerdote non è un cittadino qualunque. È, per definizione, il rappresentante di una morale. Una morale che pretende di indicare ciò che è bene e ciò che è male, ciò che è puro e ciò che è impuro, ciò che è lecito persino pensare. Quando un uomo che ha commesso uno dei reati più efferati che possano esistere – la pedofilia, violenza assoluta contro un essere indifeso – torna a indossare i paramenti e a concelebrare una Messa pubblica, non siamo davanti al perdono: siamo davanti a una contraddizione morale insanabile.

La pedofilia non è un peccato come gli altri. Non è una “caduta”. È un atto che distrugge un’infanzia, che segna una vita, che continua a produrre dolore ben oltre la fine di una pena. Permettere a chi si è macchiato di un simile crimine di tornare a esercitare – anche simbolicamente – il ruolo sacerdotale significa sminuire la gravità del reato, non elevarsi moralmente.

Perdonare la pedofilia non è morale. È opportunismo. È interesse. È la necessità di proteggere un’istituzione prima ancora delle vittime. Ed è qui che il discorso si fa ancora più duro. Perché ogni riabilitazione pubblica di un pedofilo in ambito ecclesiastico non colpisce solo la comunità dei fedeli, ma riapre la ferita della vittima, la espone di nuovo, la costringe a rivivere ciò che dovrebbe essere definitivamente consegnato alla giustizia e al silenzio rispettoso.

In questo contesto, suona stonata – e profondamente ipocrita – la difesa e l’affermazione di Maurizio Patriciello: «Non sempre alzare la voce, quando non serve, rende un buon servizio».
Lo stesso Patriciello che ha alzato la voce – e spesso senza prove – su presunti stupri al Centro Delphinia o sull’intombamento dei rifiuti o collegando senza prove scientifiche i rifiuti interrati a un’epidemia di tumori, contribuendo a marchiare Caivano come comunità di criminali. Un marchio diventato istituzionale con il cosiddetto Decreto Caivano. Lì, alzare la voce non solo “serviva”, ma è stato considerato un atto profetico. Qui, invece, diventa improvvisamente sconveniente. Due pesi, due misure. La voce va bene quando colpisce gli altri, mai quando mette in discussione il potere ecclesiastico.

A questa morale io contrappongo – e non da oggi – una morale laica, come quella sostenuta da Margherita Hack: fondata sulla razionalità, sull’empatia, sul rispetto profondo per la vita e per la dignità umana. Una morale che non ha bisogno di Dio per sapere che un pedofilo non può rappresentare alcuna superiorità etica, né simbolica né reale.

E da umile giornalista e scrittore, osservatore dei territori a nord di Napoli, sento il dovere di dirlo con chiarezza: la mia morale laica è superiore a quella di chi difende Spinillo, a quella di Spinillo che riabilita un pedofilo, e persino a quella del sindaco di Caivano Antonio Angelino che non perde occasione per omaggiare, rappresentando nei fatti la comunità caivanese tutta – credente, laica e atea – un vescovo che, su questa vicenda, ha sbagliato gravemente.

E qui torna attuale il pensiero di Ludwig Feuerbach, che ci ha ricordato come Dio non sia altro che la proiezione dell’essenza umana, e che l’uomo deve riappropriarsi della propria centralità. Solo una morale dell’uomo, e non di Dio, può mettere davvero al centro la vittima, il dolore reale, la responsabilità concreta. E se c’è una morale che oggi deve essere difesa senza ambiguità, è questa: chi distrugge un bambino non può, in nessuna forma, tornare a insegnare il bene e il male agli altri.

C’è infine un dettaglio che da solo basterebbe a smascherare l’enorme cortocircuito morale di questa vicenda: la fotografia. Mons. Spinillo che si lascia ritrarre accanto a don Michele Mottola, con davanti una fila di bambini ministranti, non ha compiuto un gesto maldestro. Ha compiuto un atto gravemente diseducativo, uno schiaffo in pieno volto alla morale pubblica e uno sberleffo crudele non solo alla famiglia della bambina stuprata, ma anche alle famiglie di quei bambini esposti, loro malgrado, a un messaggio tossico.

Quell’immagine non parla di perdono. Parla di rimozione, di autoassoluzione istituzionale, di una Chiesa che si guarda allo specchio e decide che può bastare una liturgia a cancellare l’orrore. Mettere un pedofilo – perché questo resta, al di là delle formule e dei paramenti – accanto a bambini, significa dire che il crimine può essere metabolizzato, che il tempo e l’abito sacro possono lavare ciò che invece dovrebbe restare inermi davanti alla vergogna.

Ed è qui che la responsabilità morale di chi difende questa scelta diventa ancora più pesante. Don Maurizio Patriciello ha osato non solo giustificare Mons. Spinillo, ma difendere implicitamente anche il pedofilo, liquidando le critiche come eccessi di chi “alza la voce quando non serve”. È un’affermazione che offende l’intelligenza prima ancora delle vittime. Perché quando il silenzio protegge il potere e la parola difende i deboli, alzare la voce è un dovere, non un errore.

Patriciello, che non ha mai avuto remore ad alzare la voce contro intere comunità, a marchiare territori e persone con accuse pesantissime, oggi invita alla moderazione proprio quando sarebbe necessaria una presa di distanza netta, pubblica, inequivocabile. È una scelta che pesa. Perché difendere un vescovo può essere comprensibile sul piano della disciplina interna. Difendere, anche solo simbolicamente, un pedofilo restituito alla scena pubblica è moralmente inaccettabile.

Quella fotografia resterà. Resterà come un atto d’accusa silenzioso contro chi ha scelto di salvare l’immagine dell’istituzione piuttosto che proteggere fino in fondo la dignità delle vittime. E resterà come monito per chi, indossando una tonaca o impugnando un microfono, dovrebbe ricordare che non esiste perdono che possa trasformarsi in legittimazione.

Se la morale cattolica ha preteso per secoli di educare il mondo distinguendo il bene dal male, allora deve accettare che oggi quella stessa morale venga giudicata dai suoi atti. E quell’immagine resta lì, come una condanna silenziosa: non della fede, ma di un potere che ha smarrito il senso del limite, del pudore e della responsabilità verso i più deboli.

Questi sono argomenti trattati anche nella mia ultima opera letteraria “Perché non vado in Chiesa” che molto presto troverete nelle librerie e sulle migliori piattaforme online.

L’immagine in copertina e la locandina social sono state effettuate con tecnica AI, mentre quelle riportate all’interno di questo testo sono reali.

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