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Editoriale

NAPOLI. Luci natalizie accese per 112mila euro mentre si tagliano gli stipendi: il corto circuito del Policlinico Federico II

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NAPOLI – Al Policlinico Federico II di Napoli il Natale arriva con un’illuminazione scenografica da oltre centododicimila euro. Una spesa formalmente legittima, amministrativamente ineccepibile, adottata secondo le regole previste per gli affidamenti sotto soglia. Tutto corretto, tutto tracciabile. Eppure, proprio perché tutto è avvenuto nel pieno rispetto delle norme, la scelta pesa ancora di più sul piano simbolico e politico.

La determina dirigenziale che dispone l’affidamento del servizio di illuminazione natalizia dei padiglioni ospedalieri nasce con un obiettivo dichiarato: rendere gli spazi più accoglienti e rafforzare le politiche di “umanizzazione delle cure”. Un’intenzione nobile, condivisibile, che nessuno mette in discussione. Ma è impossibile ignorare il contesto in cui questa decisione matura.

Nello stesso Policlinico, infatti, da mesi si consuma un profondo malessere interno. Straordinari già effettuati e non più retribuiti a partire da ottobre. Stipendi dei docenti e dei ricercatori della Scuola di Medicina decurtati da aprile, con tagli che arrivano fino a 500, 700, in alcuni casi 900 euro al mese. Riduzioni improvvise, pesanti, che incidono in modo diretto sulla vita professionale e personale di chi garantisce quotidianamente didattica, ricerca e assistenza.

È qui che la luce delle luminarie diventa abbagliante. Non per il suo splendore, ma per il contrasto che crea. Perché mentre si investono risorse significative nell’immagine e nell’allestimento estetico, una parte essenziale del capitale umano dell’Azienda Ospedaliera Universitaria denuncia un progressivo svuotamento della propria dignità professionale.

Le lettere aperte sottoscritte da centinaia di docenti, ricercatori e professori della Scuola di Medicina della Federico II raccontano una storia diversa da quella delle determine. Raccontano di un sistema che, nel tempo, ha spostato l’equilibrio sempre più verso una gestione aziendalistica dell’assistenza, comprimendo le funzioni universitarie di formazione e ricerca. Raccontano di carichi assistenziali crescenti, di ore universitarie ridotte al minimo, di attività scientifiche relegate ai ritagli di tempo. Raccontano, soprattutto, di una retribuzione che non riflette più né le responsabilità né il ruolo svolto.

Il paradosso è evidente: chi forma i medici di domani, produce ricerca riconosciuta a livello internazionale e garantisce assistenza altamente specialistica, si ritrova oggi a guadagnare meno dei propri stessi allievi una volta entrati nel servizio sanitario. Una distorsione che non è solo economica, ma culturale e istituzionale.

Nessuno sostiene che le luci di Natale siano, in sé, uno scandalo. Né che l’accoglienza e la bellezza degli spazi di cura siano elementi superflui. Ma in una sanità pubblica che chiede sacrifici ai suoi professionisti, ogni spesa diventa una scelta di priorità. E quando si chiede al personale di rinunciare a reddito, tutele e tempo per la ricerca, la decisione di destinare oltre centomila euro a un allestimento temporaneo non può non suscitare domande.

La questione, allora, non è giuridica. È profondamente politica e gestionale. È una domanda di coerenza. Qual è oggi il cuore di una Azienda Ospedaliera Universitaria? L’immagine o le persone? L’evento simbolico o la sostenibilità del lavoro quotidiano di chi tiene in piedi didattica, ricerca e assistenza?

Le luci si spegneranno, come ogni anno, al termine delle festività. I tagli agli stipendi e alle ore, invece, restano. E rischiano di lasciare un’ombra lunga sul futuro della Federico II, sull’attrattività della carriera accademica, sulla capacità di trattenere giovani ricercatori e garantire una sanità pubblica fondata sul sapere, non solo sulla gestione.

È su questo squilibrio che oggi si gioca una partita decisiva. Perché l’umanizzazione delle cure non passa solo dall’estetica degli spazi, ma dal rispetto, dalla valorizzazione e dalla dignità di chi, ogni giorno, quelle cure le rende possibili.

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Caivano

CAIVANO. Il Carnevale del potere: termosifoni spenti ed erba alta nelle scuole, dirette accese

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CAIVANO – Cinque giorni. Tanto è bastato perché il tempo, quello vero, non quello delle dirette social, certificasse una verità semplice: al Plesso Mameli fa ancora freddo. Freddo nelle aule, freddo nei corridoi, freddo soprattutto nel modo di amministrare. Gli studenti seguono le lezioni con i giubbotti addosso, come se la scuola fosse diventata un rifugio alpino più che un luogo di formazione. Ma mentre i ragazzi battono i denti, il Sindaco batte cassa mediatica e annuncia, tronfio, che a Caivano “quest’anno si farà il Carnevale”.

Ecco il punto: il Carnevale. La festa delle maschere. Difficile trovare metafora più calzante. Perché mentre la realtà presenta il conto — termosifoni spenti, plessi scolastici dimenticati dal PNRR, erba alta come una savana nel giardino dell’asilo Milani — la risposta dell’amministrazione è una comparsata mattutina degna di una sceneggiata napoletana d’altri tempi.

Il Sindaco che, senza preavviso, senza appuntamento, senza il minimo rispetto istituzionale per la dirigente scolastica (che non è un’usciere ma la “padrona di casa”), piomba alle otto del mattino nel plesso Mameli. Orario perfetto, va detto: ingresso affollato, genitori presenti, smartphone pronti.

E infatti eccolo lì, immortalato con le mani sulle manopole dei termosifoni, come se fosse un idraulico prestato alla politica o un tecnico del riscaldamento in missione speciale. L’immagine è potente, certo. Peccato che il calore resti un optional. Il problema non si risolve, ma si rappresenta. È la politica del gesto, non dell’atto; del fotogramma, non del provvedimento.

Che senso ha presentarsi a scuola all’ora di punta, quando l’edificio è un formicaio di genitori e bambini, e non in tarda mattinata per un colloquio formale, serio, risolutivo con la dirigente scolastica? La risposta è semplice quanto amara: la sostanza non fa audience, l’immagine sì. E poco importa se i termosifoni restano freddi: l’importante è che la diretta sia calda. Allora dopo aver letto il commento della Sig.ra Egizia, il designer pubblicitario – creativo – che in me ha avuto un sussulto e ha immaginato il Sindaco come nell’immagine che allego sotto:

A parte la satira e l’ironia. Nel frattempo, al plesso Milani di via Bellini, l’erba del giardino dell’asilo cresce indisturbata, alta, fitta, ospitale. Talmente ospitale che, con i bambini che fanno scuola a piano terra, non è difficile immaginare visite indesiderate: topi, insetti, fauna varia. Un piccolo safari urbano, gratuito e non richiesto. Anche qui, silenzio. Nessuna diretta, nessuna foto, nessuna manopola da girare. Evidentemente l’erba alta non buca lo schermo.

Può darsi, allora, che a Carnevale il Sindaco completi l’opera. Dopo l’idraulico improvvisato tra i termosifoni della Mameli, non stupirebbe vederlo sfilare in piazza con il costume di Mario Bros: cappello rosso in testa, baffi d’ordinanza e chiave inglese in mano, pronto a “riparare” tutto a colpi di posa per i fotografi. Peccato solo che, nei videogiochi, quando Mario gira la manopola il livello si sblocca davvero. A Caivano, invece, resta bloccato: termosifoni freddi, erba alta e problemi reali che non si risolvono né con un salto né con una diretta Facebook.

E l’assessora all’Istruzione Orsella Russo? Invece di allinearsi ai cori indignati dei parenti dei pregiudicati, sempre pronti ad attaccare la stampa e chi osa criticare l’amministrazione, farebbe bene a fare ciò per cui è stata nominata: spiegare. Spiegare ai cittadini di Caivano perché alla Mameli i termosifoni non funzionano. Spiegare perché la Milani è diventata una giungla. Spiegare, soprattutto, se esiste una visione che vada oltre il post, la diretta, la foto opportunamente taggata.

Perché governare non è fingersi idraulici davanti alle telecamere, né organizzare feste mentre le scuole cadono a pezzi. Governare è intervenire prima, programmare, risolvere. Tutto il resto è Carnevale. E purtroppo, a pagare il biglietto, sono sempre gli stessi: studenti, famiglie, cittadini. Senza maschere. E senza riscaldamento.

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Caivano

CAIVANO. Approvazione Bilancio. I venti giorni, la clessidra creativa e il trucco del prestigiatore

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CAIVANO – A Caivano non servono più le opposizioni: bastano i documenti. E, quando va male, bastano i cittadini nei commenti Facebook, che mostrano una padronanza delle regole istituzionali superiore a quella di chi indossa la fascia tricolore.

Partiamo dai fatti, che sono noiosi ma testardi. Il consigliere di opposizione Giuseppe Mellone chiede il rinvio del Consiglio comunale perché gli atti fondamentali – DUP e Bilancio – non sono stati messi a disposizione nei canonici 20 giorni previsti dal Regolamento di contabilità. Non è un’opinione, non è propaganda: è scritto nero su bianco nel regolamento vigente del Comune di Caivano, approvato con atto formale e tuttora in vigore.

E non è un caso che Mellone alleghi anche la data della notifica del messo comunale: 5 gennaio. Peccato che il Consiglio sia fissato per il 19 gennaio. Fate voi i conti: non arriviamo neppure lontanamente ai 20 giorni. Nemmeno con la calcolatrice creativa. La richiesta di rinvio è quindi legittima, fondata e documentata protocollo Mellone.

E qui entra in scena il Sindaco Antonio Angelino, che risponde con una dichiarazione degna di un prestigiatore di terza fila: molta retorica, qualche citazione giurisprudenziale fuori contesto, e il classico numero finale del “non è colpa mia, me l’hanno detto gli uffici”.

Secondo il Sindaco: non c’è violazione; l’ordine del giorno non sarebbe perentorio; il DUP e il Bilancio sarebbero “atti tecnici”; il tutto sarebbe eredità della gestione commissariale. Insomma, nessuno decide, nessuno sbaglia, nessuno risponde. Un Comune a responsabilità limitata.

Angelino sostiene che DUP e Bilancio “non sono il frutto di scelte politiche” perché redatti in epoca commissariale. È come dire che un menù non è politico perché lo ha scritto lo chef prima di cambiare ristorante.

Peccato però che: Il Regolamento di contabilità non distingue tra atti tecnici e politici quando parla di termini: i 20 giorni valgono sempre, soprattutto per gli atti più rilevanti. Il DUP e il Bilancio sono, per definizione, atti politico-programmatici, emendabili, modificabili, bocciabili. Lo sanno i consiglieri. Lo sanno i revisori. Lo sanno persino i cittadini. Se davvero fossero solo “atti tecnici”, allora che li votiamo a fare in Consiglio? Bastava un timbro e via. Ed è qui che arriva la vera umiliazione istituzionale: i cittadini comuni, nei commenti pubblici, spiegano al Sindaco che: il Bilancio va studiato; il DUP va discusso; i termini servono a garantire democrazia, non burocrazia. Tradotto: il popolo ne capisce più del primo cittadino.

E mentre il Sindaco gioca a nascondino con le regole, Caivano assiste al debutto ufficiale di quella che avevamo previsto da tempo: una maggioranza di dilettanti allo sbaraglio, incapace di distinguere un regolamento da un comunicato stampa, un termine perentorio da una scadenza elastica.

Il primo Consiglio comunale doveva essere il biglietto da visita dell’Amministrazione Angelino. È diventato una figura barbina da manuale, con: atti contestati prima ancora di essere discussi; opposizioni costrette a spiegare le regole; cittadini costretti a fare supplenza civica. Altro che “senso di responsabilità”: qui siamo al senso del ridicolo. Mellone ha ragione.

I documenti lo dimostrano. Le date lo inchiodano. Il regolamento parla chiaro. E i cittadini, incredibilmente, fanno da coro. A Caivano non è ancora iniziata la consiliatura. È già iniziata la cronaca di un’improvvisazione annunciata.

E c’è di più. Perché in questa vicenda non solo il Sindaco sbaglia i tempi e confonde le norme, ma mostra di non saper nemmeno distinguere una critica da una soluzione. L’opposizione fa il suo mestiere: contesta, giustamente, e chiede il rinvio del Consiglio comunale per violazione dei termini regolamentari. Punto. La soluzione politica e istituzionale, invece, la metto nero su bianco io, ed è talmente elementare da risultare quasi offensiva doverla spiegare a chi governa una città.

Nessun blocco del Consiglio. Nessuna paralisi amministrativa. Basta stralciare e rinviare esclusivamente i punti all’ordine del giorno relativi al DUP e al Bilancio, lasciando svolgere regolarmente tutto il resto della seduta. Una soluzione lineare, rispettosa del Regolamento e del Consiglio, che consente di salvare la seduta senza violentare le norme. Il fatto stesso che non sia stata individuata dall’Amministrazione, ma debba essere suggerita da chi scrive un editoriale, è già una sentenza politica.

Ed è qui che il Sindaco Angelino prova il numero da prestigiatore. Parla di “termini non perentori” sperando che il pubblico confonda i piani. Ma quei termini a cui fa riferimento non sono quelli del Regolamento di contabilità, bensì quelli – ben diversi – legati alla convocazione del Consiglio comunale. È una confusione studiata, non casuale.

Perché ammettere l’errore significherebbe riconoscere che: il Regolamento non è stato rispettato; i consiglieri non hanno avuto il tempo necessario per studiare gli atti; e che il primo Consiglio comunale nasce già viziato.

Il risultato è desolante: al primo Consiglio della legislatura, non si discute di programmi, ma di regole basilari; non si governa, si rimedia; non si guida, si improvvisa. E mentre il Sindaco arringa, l’opposizione è costretta a far rispettare il Regolamento, e i cittadini – nei commenti – dimostrano una competenza superiore a quella di chi siede sui banchi della maggioranza.

Se per evitare una violazione evidente serve l’intervento di un editoriale, allora il problema non è l’opposizione. Il problema è una maggioranza scarsa, sprovveduta e già clamorosamente bocciata alla prima prova d’aula. Altro che inciampo iniziale. Questa è una figuraccia istituzionale piena, di quelle che restano agli atti.

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Caivano

CAIVANO. Il pentito Carmine Peluso avverte la nuova Amministrazione: “Il Sistema può anche andare avanti da solo”

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CAIVANO – «Io dico solo una cosa, che se oggi i politici che ci stanno non aprono gli occhi, il sistema va avanti anche senza di loro. Perché è un sistema talmente oliato che non ha bisogno nemmeno del politico, il politico serve solo per dare l’indirizzo, ma poi le ditte e i tecnici sanno già come muoversi».

Le parole di Carmine Peluso, rese il 3 dicembre scorso nell’aula del Tribunale di Napoli Nord, non sono semplici ricordi di un pentito: sono un avvertimento elettrostatico per l’Amministrazione di Antonio Angelino. Un monito che svela come la corruzione a Caivano non sia un evento episodico, ma un software che gira in background, capace di sopravvivere ai decreti di scioglimento e ai cambi di casacca. Ma c’è un passaggio, tra le dichiarazioni del collaboratore di giustizia, che suona come una campana a morto per la credibilità dell’attuale Sindaco: «Nessuno ha mosso un dito, neanche allora l’opposizione ha fatto un qualcosa per cercare di fermare questa versione, quest’acqua sporca, chiedo scusa per il termine, che colava all’interno del Comune».

Poiché il Sindaco Antonio Angelino è stato seduto proprio tra quei banchi dell’opposizione durante le amministrazioni sciolte per camorra, la domanda sorge spontanea: di quale “acqua sporca” parla Peluso? E perché Angelino, che oggi si propone come il nuovo che avanza, non ha provato a chiudere quel rubinetto quando era il momento?

Si tratta, è bene ribadirlo, di dichiarazioni rese da un collaboratore di giustizia, che dovranno essere valutate nelle sedi competenti. Tuttavia, sul piano politico e amministrativo, alcune affermazioni meritano una riflessione pubblica, soprattutto quando chiamano in causa il clima generale che avrebbe caratterizzato il Comune di Caivano negli anni passati.

L’analisi della “questione morale” non può che partire dai numeri. Quelli dei voti e delle ditte sponsorizzate. Nel calderone dei consiglieri attualmente in carica, spicca il nome di Giuseppe Ponticelli, detto “Pippo”, oggi tra i banchi di Azione con 265 voti. Il verbale di Peluso è di una chiarezza disarmante quando il PM chiede quali ditte venissero sponsorizzate: «Samar di Domenico Arzanese, ha lavorato principalmente con me… Claudio Paradiso era collegato direttamente a Giuseppe Ponticelli, consigliere comunale allora, detto “Pippo”. E in cambio c’erano due cose: o corruzione o cambio oppure scambio di voti. Da queste ditte si otteneva sia quello che quello». Corruzione o voti. Uno scambio che Peluso definisce ordinario. Sindaco, è questo il profilo dei suoi compagni di viaggio?

L’editoriale della morale non può che partire dai numeri. Quelli dei voti. Il Sindaco gode oggi dell’appoggio di Emanuele Emione (466 voti), consigliere di Caivano Conta, lista del sindaco. Ma dietro Emanuele c’è l’ombra del cugino, l’ex Presidente del Consiglio Francesco Emione, suo capoelettore. Peluso, durante la sua deposizione fiume, racconta una scena da film noir: una mazzetta da mille euro della ditta Art Edil incassata proprio presso lo studio Emione. «Detto e confermato da Giuseppe, Arte Edil… mille euro. E poi con il tempo… me lo disse anche Falco a me… ci fu anche una forte discussione fra Falco Armando e Francesco Emione con Arte Edil, perché loro volevano di più e chiusero con tutto a mille euro». Se Peluso è attendibile quando accusa se stesso, perché non dovrebbe esserlo quando descrive il capoelettore di un consigliere di maggioranza intento a mercanteggiare sulle tangenti? Delle due l’una. O Peluso è attendibile sempre o non lo è mai.

Il “Sistema” sembra essere un album di famiglia. Prendiamo i 184 voti di Antonio Angelino (omonimo del Sindaco, primo non eletto in Caivano Unita), fratello di quel Pasquale Angelino che tra le dichiarazioni di Peluso appare come un protagonista del sottobosco politico-criminale. Peluso dichiara che “Tibiuccio” il boss del Clan Angelino-Gallo premeva per far lavorare Pasquale al Comune. Risultato? Un incarico da 40.000 euro per l’efficientamento energetico della scuola San Francesco. Ma il bello (o il tragico) viene dopo: «In questa circostanza Angelino Pasquale aveva versato nelle casse del clan 5.000 euro e 500 euro a Zampella Vincenzo… perché Pasquale disse: “io ho un problema economico, in quanto ho pagato una estorsione nei confronti della…”». Pasquale Angelino, fratello del candidato del sindaco, pagava il pizzo al clan per i lavori ottenuti dal Comune. È questo il modello di “legalità” che circonda l’attuale Amministrazione?

E che dire di Francesco Laurenza, attuale Consigliere Comunale di “Bene Comune” eletto con 359 voti e dipendente della Impiantistica Meridionale di Filippo Angelino – suo capo elettore e affine – ditta colpita da interdittiva antimafia e in causa con il Comune per un debito di circa 500mila euro? Sponsorizzato in campagna elettorale anche da quel Vincenzo Semonella (FV Costruzioni) che la DDA indica come titolare di ditta “gradita” al clan. Un intreccio di parentele, ditte in odore di camorra e debiti comunali che farebbe tremare i polsi a chiunque, ma non sembra turbare il sonno della maggioranza.

Ma la domanda più urticante per il Sindaco riguarda il presente. Peluso elenca le mazzette incassate da Armando Falco nipote dell’ex Sindaco Enzo Falco e imputato nello stesso processo: cita la MGE di Cardito (con il prestanome Angelino Domenico), la DZ Energreen e, soprattutto, la Berlor. Quest’ultima, dice Peluso, versò «mille euro» per i lavori al cimitero nel 2021. Sindaco Angelino, dato che la Berlor lavora ancora oggi presso il cimitero comunale, cosa intende fare dal punto di vista etico? È accettabile che una ditta indicata da un collaboratore di giustizia come pagatrice di tangenti continui a operare indisturbata per l’Ente?

Il quadro si chiude con i “facilitatori”. Peluso cita Gaetano Lionelli e Domenico Falco, ex Consiglieri comunali, descrivendoli come soggetti che «avevano chiesto delle cortesie all’interno del Comune». Proprio quel Falco che, pur non essendo in carica, sarebbe stato un accanito sponsor dell’attuale Consigliere Antonio Russo, avrebbe influenzato la scelta dell’assessore alle Politiche Sociali Giuseppe Precchia e che si fa ritrarre al fianco del Sindaco al taglio del nastro della villa comunale del Rione Scotta. E che dire dei tecnici? Figure come l’Arch. Pasquale Oterbo, che secondo Peluso riceveva incarichi (come quello all’ex scuola via Lanna) perché «appoggiato» dai politici del vecchio sistema – come Arcangelo Della Rocca (imputato nello stesso processo) e Antonio De Lucia ex Assessore all’Urbanistica – sono ancora oggi presenze fisse negli uffici tecnici comunali.

Certo, nessuno di questi nomi è oggi raggiunto da indagini, ordinanze o condanne definitive per questi fatti; sono tutti innocenti ed estranei ai fatti. Ma la politica non è un tribunale: è una questione di opportunità, di fiuto, di etica del sospetto. Se il sistema è «automatico», come dice Peluso, e i personaggi che lo alimentavano sono ancora lì — tra consiglieri, capoelettori, tecnici e ditte — allora il Sindaco Angelino non sta guidando una nuova era. Sta solo facendo da frontman a un meccanismo che, forse anche a sua insaputa, non ha mai smesso di girare.

«Se la nuova politica non controlla riga per riga quello che succede negli uffici, il sistema non si ferma, continua da solo». Sindaco, ha iniziato a leggere quelle righe, o ha paura di quello che potrebbe trovarci scritto?

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