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CAIVANO. La montagna partorisce il topolino: una giunta che mortifica Caivano e qualcuno entra dalla finestra

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CAIVANO – Alla fine i nomi sono usciti. Dopo settimane di riunioni infinite, tensioni, veti incrociati e maggioranze ballerine, la giunta comunale di Caivano è stata finalmente partorita. Ma il risultato non è l’annunciata svolta epocale: la montagna ha partorito il topolino. E, a ben guardare, anche con qualche ingresso dalla finestra.

Bene Comune esprimerà Vincenzo Caiazza, ufficiale Carabinieri in pensione e ricoprirà il ruolo vicesindaco, Raffaele Marzano farmacista di 62 anni che ricopre il ruolo di membro di vendita farmaci online a cui andranno le deleghe di cultura, famiglia e sanità. Una certa Renata Lopez, a cui dovrebbero andare le deleghe all’Urbanisticha e che dovrebbe ricoprire il ruolo del secondo assessore tecnico di riferimento del Sindaco insime a Raffaele Marzano, Orsella Russo espressione di Caivano Conta a cui andranno le deleghe di Sport, politiche giovanili e Istruzione, Clorinda Capozzi espressione di Azione, ingegnere civile e ambientale di Qualiano, a cui andranno le deleghe riguardanti l’Ambiente (indiscrezioni dell’ultima ora peró danno la notizia che avrebbe rifiutato l’offerta del Sindaco) e un certo Giuseppe Precchia di Portici a cui andranno le deleghe dei servizi sociali.

Il quadro che emerge non è quello di una giunta “tecnica di altissimo livello”, come qualcuno prova a raccontare, ma di una squadra che mortifica le intelligenze caivanesi e certifica una sfiducia strutturale verso il territorio. Figure in larga parte sconosciute alla città, provenienti da altri comuni, chiamate ad amministrare problemi che non conoscono e che dovranno prima imparare a decifrare. Un potenziale tutto da dimostrare, mentre Caivano non ha più tempo da perdere.

Ai nomi già noti si aggiunge un’assenza pesante: l’assessore di Caivano 2.0 non c’è. O meglio, è congelato. Il Sindaco avrebbe chiesto al gruppo di risolvere prima i propri problemi interni e solo dopo indicare un nome. Una sorta di commissariamento politico mascherato da prudenza, che però lascia una parte della maggioranza senza rappresentanza in giunta. Una scelta che, ancora una volta, parla più di controllo che di equilibrio.

Ma il vero punto politico, quello che smaschera la retorica della “Nuova Era”, è un altro. È il nome di Raffaele Marzano. Farmacista, oltre cinquant’anni di militanza e presenza politica alle spalle, bocciato sistematicamente dai caivanesi in tutte le tornate elettorali a cui ha partecipato, a qualsiasi livello. Sempre respinto dal voto popolare, sempre rimandato dal giudizio degli elettori.

Eppure oggi Marzano entra a pieno titolo nella stanza dei bottoni. Non dalla porta principale, ma dalla finestra. Non per volontà dei cittadini, ma per scelta diretta del Sindaco. E non con una delega marginale, ma con un pacchetto pesante: cultura, famiglia, sanità. Settori strategici, identitari, delicatissimi.

A questo punto lo slogan elettorale di Antonio Angelino – “La Nuova Era” – perde una lettera e soprattutto la credibilità. Non è una nuova era, è semplicemente “ERA”. E a tutti gli effetti diventa ufficiale che quella nata non è l’Amministrazione Angelino, ma l’Amministrazione Marzano farmacista.

Il dubbio, a questo punto, sorge spontaneo e non è nemmeno troppo malizioso: Angelino è stato scelto per guidare o per eseguire? Per rappresentare una visione autonoma o per essere un affidabile esecutore di decisioni prese altrove? Perché se il volto nuovo serve solo a coprire il ritorno dei soliti nomi, allora più che una discontinuità siamo di fronte a un’operazione di maquillage politico.

Il messaggio che arriva alla città è devastante: chi perde alle urne può comunque governare, basta trovare la strada giusta; chi vive Caivano, la conosce, la studia e la rappresenta, può tranquillamente restare fuori. Una logica che svuota il senso stesso della partecipazione democratica e trasforma il voto in un dettaglio trascurabile.

Nel frattempo, mentre si celebra la nascita della giunta, Caivano resta spettatrice. Spettatrice di equilibri fragili, di partiti in guerra al loro interno, di assessori che dovranno prima orientarsi sul territorio prima ancora di amministrarlo. E di un Sindaco che tenta di coprire tutto questo con il rumore dei tagli di nastro e delle passerelle.

La nuova era, a conti fatti, non è mai iniziata. È solo cambiato il modo di chiamare il passato.

Ora, sgombriamo il campo da equivoci: nessuna caccia alle persone. Qui il tema non è l’onorabilità individuale, ma la scelta politica. E la scelta che emerge è chiara e difficilmente contestabile: Caivano è stata messa ai margini.

Altro che “giunta tecnica di altissimo livello”, come qualcuno vorrebbe raccontare. Siamo di fronte a una squadra composta in larga parte da figure sconosciute alla città, che il territorio non lo hanno vissuto, studiato, attraversato, sofferto. Persone alle quali Caivano è, nei fatti, estranea, così come a loro sono estranei molti dei problemi strutturali, sociali, urbanistici e ambientali che da anni soffocano questa comunità.

Qualcuno potrebbe dire ma allora Raffaele Marzano e Orsella Russo? Dobbiamo ricordare che entrambi non abitano a Caivano, uno per scelta, e l’altra per scelta dei genitori, essendosi trasferita da bambina in quel di Napoli e nella consiliatura scorsa qualcuno si divertiva a dire che per venire a presenziare in aula doveva azionare il navigatore?

Una giunta tecnica, per definirsi tale, dovrebbe portare competenze riconosciute, curricula di livello, esperienze amministrative consolidate e soprattutto una conoscenza profonda del contesto. Qui invece il potenziale è tutto da dimostrare. E non basta un titolo professionale o una provenienza “esterna” per certificare automaticamente qualità e visione.

Il messaggio politico che passa è devastante: le intelligenze caivanesi non servono. Non servono i professionisti, gli studiosi, gli esperti, gli amministratori che vivono quotidianamente il degrado, le contraddizioni, ma anche le risorse di questo territorio. Non servono neppure i consiglieri eletti che hanno raccolto consenso, preferenze, fiducia. Serve altro: fedeltà, affidabilità personale, controllo.

E così Caivano diventa una sorta di laboratorio commissariato politicamente, dove le decisioni non nascono dal basso ma vengono calate dall’alto, come se la città fosse incapace di esprimere una classe dirigente degna di questo nome. Una narrazione pericolosa, perché alimenta l’idea che Caivano sia solo un problema da gestire e non una comunità da valorizzare.

Il paradosso è evidente soprattutto nelle deleghe più delicate: ambiente, aree verdi, servizi sociali, sanità, istruzione. Settori che richiederebbero non solo competenza tecnica, ma radicamento, memoria storica, conoscenza dei quartieri, delle emergenze, delle ferite aperte. Affidarli a chi dovrà prima imparare dov’è Caivano sulla mappa amministrativa significa partire con un handicap enorme.

Certo, qualcuno dirà: “Diamogli tempo”. Ed è giusto. Ma il tempo, a Caivano, è un lusso che non c’è più. Qui servivano scelte forti, coraggiose, identitarie. Serviva dimostrare che questa città può camminare con le proprie gambe, non che ha bisogno di stampelle esterne.

Alla fine resta una sensazione amara: questa giunta non nasce per valorizzare Caivano, ma per controllarla. Non per liberarne le energie, ma per ingabbiarle. Non per affrontarne i problemi, ma per amministrarne l’immagine.

E così, mentre si prova a raccontare l’ennesima “ripartenza”, Caivano si scopre ancora una volta spettatrice di decisioni prese altrove, da volti nuovi, con problemi vecchi. Il potenziale? Tutto da dimostrare. La delusione? Già evidente.

 

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A Caivano c’è chi vive “un altro Paese” e chi resta bloccato tra un piano e l’altro. Senza ascensore.

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CAIVANO – La polemica tra l’opposizione e il Sindaco non nasce da un capriccio social né da una smania di protagonismo. Nasce da un dato molto semplice: mentre qualcuno racconta Caivano con i post celebrativi, qualcun altro la vive davvero, scala dopo scala, disservizio dopo disservizio. Ed è da qui che prende forma lo scontro tra il consigliere di opposizione Luigi Sirletti e il Sindaco Antonio Angelino.

Sirletti pubblica immagini, non slogan. Video, non promesse. Ascensori fermi al Parco Verde, disagi quotidiani, diritti negati. E si sente rispondere che “vive un altro paese”. Curiosa affermazione, soprattutto se pronunciata da chi, a quanto pare, ritiene che tre quarti degli ascensori funzionanti siano più che sufficienti. Come se l’altro quarto – disabili, anziani, famiglie con bambini – potesse tranquillamente arrangiarsi. Del resto, si sa: la dignità è opzionale, l’accessibilità pure.

La doppia velocità del Sindaco: fascia tricolore rapida, problemi al rallentatore

C’è però un dettaglio che rende questa querelle politicamente istruttiva: la sorprendente velocità con cui il Sindaco Angelino si muove quando c’è da intestarsi risultati “buoni” e la lentezza quasi filosofica quando si parla di problemi concreti. Per i nastri da tagliare, la fascia tricolore è sempre pronta. Per buche, strade al buio, ascensori rotti? C’è sempre qualche servo sciocco – incaricato non si sa se politicamente o massonicamente – che invita alla calma:

«È solo un mese che il Sindaco si è insediato».

Curioso però che il tempo diventi improvvisamente sufficiente quando si parla di fondi PNRR.

I fondi PNRR: miracolo politico o semplice ratifica?

Il 2 gennaio 2026 il Sindaco Angelino annuncia trionfalmente l’ottenimento di 615.000 euro per la messa in sicurezza di tre scuole. Post solenne, toni enfatici, orgoglio a profusione.
Peccato che quei fondi: derivino da un bando aperto il 16 novembre 2025, otto giorni prima delle elezioni comunali, intercettati dal Responsabile del Settore Tecnico Giovanni Tuberosa, durante gli ultimi giorni della terna commissariale prefettizia.

Angelino non ha “intercettato” nulla: ha fatto ciò che farebbe qualunque Sindaco dotato di buon senso, ovvero ratificare. Anche perché, diciamolo chiaramente: esiste forse un Sindaco che rifiuta soldi a fondo perduto?

Eppure, quando un cittadino fa notare la genesi reale di quei finanziamenti, la risposta del primo cittadino non è di chiarezza istituzionale, ma di stizza personale, con tanto di lezioncina sui “template” e rivendicazioni di firme. Come se firmare un atto dovuto equivalesse a riscrivere la storia.

L’assessora senza agenda e l’arte dell’intestarsi l’ovvio

Non meno emblematica è l’intervista dell’Assessora allo Sport, Istruzione e Tempo Libero Orsella Russo. Alla domanda su cosa farà questa Amministrazione per Caivano, la risposta è disarmante: fondi PNRR già avviati, campo sportivo legato al Modello Caivano e alla volontà del Governo e della Premier Giorgia Meloni e “La Grande Bellezza di Caivano” un evento privato, organizzato da un esercente privato all’interno di una location privata con l’unico comun denominatore di quest’Amministrazione come emblema: lo spritz. Fine. Nient’altro. Nessuna visione, nessuna agenda, nessuna idea autonoma. Il vuoto pneumatico, condito da meriti presi in prestito.

È presto per giudicare, ma non per prendersi i meriti?

Ed eccoci al punto. Secondo i difensori d’ufficio del Sindaco: è presto per parlare di ascensori rotti, è presto per pretendere strade illuminate, è presto per chiedere risposte. Ma non è mai presto per: prendersi i meriti della terna commissariale, intestarsi fondi sovracomunali, posare per la foto di rito.

La polemica sollevata da Sirletti non è sterile né demagogica come qualche altro servo sciocco tenuto sotto il tavolo a raccogliere briciole ha tenuto a sottolineare, non è pretestuosa, non è “di parte”. È politica nel senso più autentico del termine: raccontare ciò che non funziona, mentre qualcuno preferisce raccontare ciò che conviene. Perché, alla fine, la vera domanda non è chi vive “un altro paese”. La vera domanda è: chi vive Caivano e chi la guarda solo dal pianerottolo giusto, quello con l’ascensore che funziona.

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Pedofilia e l’ipocrisia del perdono. Tutto per proteggere il potere ecclesiastico che ha smarrito la propria morale

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CASORIA – Parlo da laico, da non credente, da cittadino di un mondo occidentale che – piaccia o no – è figlio di una morale costruita per secoli dalla Chiesa cattolica. Una morale non solo insegnata, ma imposta, spesso interiorizzata attraverso il senso di colpa, la paura del peccato e persino la criminalizzazione del pensiero. Da quando anche il semplice desiderio è stato elevato a colpa morale, il controllo sulle coscienze è diventato lo strumento più potente per governare le masse.

Da Sant’Agostino, con la sua visione cupa della natura umana segnata dal peccato originale che trasformò il desiderio in colpa, fino a Tommaso d’Aquino, che ha razionalizzato teologicamente l’ordine morale e sociale, la Chiesa ha costruito un impianto etico che ha formato intere civiltà. Nei secoli più recenti, filosofi e sociologi formatisi nelle università legate al mondo cattolico hanno continuato a rifinire quella stessa architettura morale, spesso presentandola come universale, naturale, indiscutibile.

Ed è proprio questa morale, inculcata come superiore, che oggi rende inaccettabile – non dico il perdono, ma anche solo la rappresentazione pubblica – di un pedofilo nel ruolo di sacerdote. Perché il punto non è la misericordia interiore, né la redenzione personale. Il punto è il simbolo.

Un sacerdote non è un cittadino qualunque. È, per definizione, il rappresentante di una morale. Una morale che pretende di indicare ciò che è bene e ciò che è male, ciò che è puro e ciò che è impuro, ciò che è lecito persino pensare. Quando un uomo che ha commesso uno dei reati più efferati che possano esistere – la pedofilia, violenza assoluta contro un essere indifeso – torna a indossare i paramenti e a concelebrare una Messa pubblica, non siamo davanti al perdono: siamo davanti a una contraddizione morale insanabile.

La pedofilia non è un peccato come gli altri. Non è una “caduta”. È un atto che distrugge un’infanzia, che segna una vita, che continua a produrre dolore ben oltre la fine di una pena. Permettere a chi si è macchiato di un simile crimine di tornare a esercitare – anche simbolicamente – il ruolo sacerdotale significa sminuire la gravità del reato, non elevarsi moralmente.

Perdonare la pedofilia non è morale. È opportunismo. È interesse. È la necessità di proteggere un’istituzione prima ancora delle vittime. Ed è qui che il discorso si fa ancora più duro. Perché ogni riabilitazione pubblica di un pedofilo in ambito ecclesiastico non colpisce solo la comunità dei fedeli, ma riapre la ferita della vittima, la espone di nuovo, la costringe a rivivere ciò che dovrebbe essere definitivamente consegnato alla giustizia e al silenzio rispettoso.

In questo contesto, suona stonata – e profondamente ipocrita – la difesa e l’affermazione di Maurizio Patriciello: «Non sempre alzare la voce, quando non serve, rende un buon servizio».
Lo stesso Patriciello che ha alzato la voce – e spesso senza prove – su presunti stupri al Centro Delphinia o sull’intombamento dei rifiuti o collegando senza prove scientifiche i rifiuti interrati a un’epidemia di tumori, contribuendo a marchiare Caivano come comunità di criminali. Un marchio diventato istituzionale con il cosiddetto Decreto Caivano. Lì, alzare la voce non solo “serviva”, ma è stato considerato un atto profetico. Qui, invece, diventa improvvisamente sconveniente. Due pesi, due misure. La voce va bene quando colpisce gli altri, mai quando mette in discussione il potere ecclesiastico.

A questa morale io contrappongo – e non da oggi – una morale laica, come quella sostenuta da Margherita Hack: fondata sulla razionalità, sull’empatia, sul rispetto profondo per la vita e per la dignità umana. Una morale che non ha bisogno di Dio per sapere che un pedofilo non può rappresentare alcuna superiorità etica, né simbolica né reale.

E da umile giornalista e scrittore, osservatore dei territori a nord di Napoli, sento il dovere di dirlo con chiarezza: la mia morale laica è superiore a quella di chi difende Spinillo, a quella di Spinillo che riabilita un pedofilo, e persino a quella del sindaco di Caivano Antonio Angelino che non perde occasione per omaggiare, rappresentando nei fatti la comunità caivanese tutta – credente, laica e atea – un vescovo che, su questa vicenda, ha sbagliato gravemente.

E qui torna attuale il pensiero di Ludwig Feuerbach, che ci ha ricordato come Dio non sia altro che la proiezione dell’essenza umana, e che l’uomo deve riappropriarsi della propria centralità. Solo una morale dell’uomo, e non di Dio, può mettere davvero al centro la vittima, il dolore reale, la responsabilità concreta. E se c’è una morale che oggi deve essere difesa senza ambiguità, è questa: chi distrugge un bambino non può, in nessuna forma, tornare a insegnare il bene e il male agli altri.

C’è infine un dettaglio che da solo basterebbe a smascherare l’enorme cortocircuito morale di questa vicenda: la fotografia. Mons. Spinillo che si lascia ritrarre accanto a don Michele Mottola, con davanti una fila di bambini ministranti, non ha compiuto un gesto maldestro. Ha compiuto un atto gravemente diseducativo, uno schiaffo in pieno volto alla morale pubblica e uno sberleffo crudele non solo alla famiglia della bambina stuprata, ma anche alle famiglie di quei bambini esposti, loro malgrado, a un messaggio tossico.

Quell’immagine non parla di perdono. Parla di rimozione, di autoassoluzione istituzionale, di una Chiesa che si guarda allo specchio e decide che può bastare una liturgia a cancellare l’orrore. Mettere un pedofilo – perché questo resta, al di là delle formule e dei paramenti – accanto a bambini, significa dire che il crimine può essere metabolizzato, che il tempo e l’abito sacro possono lavare ciò che invece dovrebbe restare inermi davanti alla vergogna.

Ed è qui che la responsabilità morale di chi difende questa scelta diventa ancora più pesante. Don Maurizio Patriciello ha osato non solo giustificare Mons. Spinillo, ma difendere implicitamente anche il pedofilo, liquidando le critiche come eccessi di chi “alza la voce quando non serve”. È un’affermazione che offende l’intelligenza prima ancora delle vittime. Perché quando il silenzio protegge il potere e la parola difende i deboli, alzare la voce è un dovere, non un errore.

Patriciello, che non ha mai avuto remore ad alzare la voce contro intere comunità, a marchiare territori e persone con accuse pesantissime, oggi invita alla moderazione proprio quando sarebbe necessaria una presa di distanza netta, pubblica, inequivocabile. È una scelta che pesa. Perché difendere un vescovo può essere comprensibile sul piano della disciplina interna. Difendere, anche solo simbolicamente, un pedofilo restituito alla scena pubblica è moralmente inaccettabile.

Quella fotografia resterà. Resterà come un atto d’accusa silenzioso contro chi ha scelto di salvare l’immagine dell’istituzione piuttosto che proteggere fino in fondo la dignità delle vittime. E resterà come monito per chi, indossando una tonaca o impugnando un microfono, dovrebbe ricordare che non esiste perdono che possa trasformarsi in legittimazione.

Se la morale cattolica ha preteso per secoli di educare il mondo distinguendo il bene dal male, allora deve accettare che oggi quella stessa morale venga giudicata dai suoi atti. E quell’immagine resta lì, come una condanna silenziosa: non della fede, ma di un potere che ha smarrito il senso del limite, del pudore e della responsabilità verso i più deboli.

Questi sono argomenti trattati anche nella mia ultima opera letteraria “Perché non vado in Chiesa” che molto presto troverete nelle librerie e sulle migliori piattaforme online.

L’immagine in copertina e la locandina social sono state effettuate con tecnica AI, mentre quelle riportate all’interno di questo testo sono reali.

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CAIVANO. Proposta dell’opposizione: 80mila euro sul tavolo per il mercato rionale. Per il Sindaco: prendere o lasciare

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CAIVANO – Mentre a Caivano l’Amministrazione continua a vendere annunci come se fossero risultati, dai banchi dell’opposizione arriva l’ennesima dimostrazione di cosa significhi fare politica nel merito e non nella propaganda.
La notizia è semplice, ma politicamente devastante: la Regione Campania ha messo a disposizione fondi fino a 80.000 euro a fondo perduto per la riqualificazione dei mercati rionali. Un’opportunità concreta, reale, immediatamente spendibile. E chi l’ha colta per primo? L’opposizione.

Il consigliere comunale Giovanni Vitale del Movimento 5 Stelle, fresco di proclamazione, non ha perso tempo: proposta formale trasmessa agli uffici comunali e oggi ufficialmente protocollata. Nessuna diretta Facebook, nessun taglio di nastro immaginario, nessuna fanfara. Solo lavoro.

Mettiamo subito le cose in chiaro, prima che qualcuno giochi a nascondino con la realtà. A Caivano nessuno ha ancora rifiutato nulla e nessuno ha ancora approvato nulla. La proposta per intercettare fino a 80.000 euro a fondo perduto messi a disposizione dalla Regione Campania per la riqualificazione dei mercati rionali è di stamattina. Fresca di protocollo. Ineludibile. Imbarazzante, per qualcuno. Ed è proprio qui che scatta la sfida politica. Perché da oggi il sindaco Antonio Angelino non ha più margini di manovra. Ha solo due strade. Entrambe scomode.

La prima: accogliere la proposta. Fare ciò che sarebbe ovvio per qualsiasi Amministrazione che dica di agire per il bene comune. Intercettare fondi regionali, migliorare l’unico mercato rionale cittadino, intervenire su sicurezza, igiene, accessibilità, servizi. Ma con un “dettaglio” politicamente indigesto: la medaglia al petto andrebbe appuntata all’opposizione, quella del Movimento 5 Stelle, che ancora una volta avrebbe dettato l’agenda politica, dimostrando di essere un passo avanti rispetto alla maggioranza.

La seconda strada: lasciare decantare. Far finta di niente. Trascinare i tempi. Seppellire la proposta sotto il peso della burocrazia e del silenzio. In questo caso, però, il messaggio sarebbe devastante: rinunciare consapevolmente a 80.000 euro veri, sonanti, pubblici, pur di non riconoscere l’efficacia dell’opposizione. Una scelta che avrebbe un nome solo: irresponsabilità politica.

E attenzione, perché questa proposta non cade dal cielo. È l’ennesimo tassello di un lavoro di opposizione che, a Caivano, sta facendo ciò che l’Amministrazione dovrebbe fare di default: sollecitare interventi sugli ascensori rotti al Parco Verde; informare correttamente i cittadini sulla riapertura delle graduatorie ERP; intercettare opportunità di finanziamento ignorate da chi governa. Altro che “disturbo”. Qui siamo davanti a un fatto politicamente clamoroso: l’opposizione è più attenta ai bisogni reali dei cittadini della maggioranza. Mentre l’Amministrazione continua a vantare crediti immaginari tra eventi, proclami e passerelle – festa, farina e forca – c’è chi lavora sui problemi veri, quotidiani, misurabili.

Da oggi, quindi, il banco di prova è chiaro. Sindaco Angelino scelga: il bene di Caivano, accettando che l’opposizione abbia indicato la strada; oppure l’orgoglio di parte, sacrificando un’occasione concreta sull’altare del silenzio. In entrambi i casi, una cosa è già certa: l’agenda politica, oggi, non la detta Palazzo di Città. La detta l’opposizione. E questo, per chi governa, è il dato più difficile da digerire.

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