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CAIVANO non è incapace: è stata commissariata dalla vecchia politica

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CAIVANO – C’è una menzogna che da anni viene ripetuta come un mantra tossico: che Caivano non sia capace di autogovernarsi. Che abbia bisogno di tutori, di uomini calati dall’alto, di “tecnici” forestieri, di figure estranee al tessuto sociale perché – si dice – qui mancherebbero competenze, affidabilità, intelligenze. È una bugia. Ed è una bugia comoda.

Quando ho lottato contro l’annessione e la militarizzazione della città da parte del Governo Meloni, quando ho denunciato la punizione collettiva inflitta a un’intera comunità per colpa di pochi delinquenti, il punto era chiaro: Caivano non doveva dimostrare di essere controllata, ma di essere capace di autogestirsi. Capace di scegliere, di sbagliare, di crescere. Capace di darsi una classe dirigente propria. E invece cosa ci troviamo davanti oggi?

Una giunta che rappresenta l’esatto opposto di quella promessa. Una giunta che certifica, nero su bianco, la sfiducia totale nelle professionalità caivanesi. Nessuno degli assessori vive realmente Caivano. Nessuno ne conosce intimamente le ferite quotidiane, le dinamiche profonde, le contraddizioni sociali. Nessuno è figlio di quella fatica silenziosa che ogni giorno i caivanesi perbene affrontano. Non è solo una scelta sbagliata. È una scelta umiliante.

L’autogoverno non è uno slogan: è il cuore della democrazia

In democrazia l’autogoverno dei territori non è folklore identitario, ma efficienza politica. Chi governa un Comune deve conoscere le strade, le famiglie, le fragilità, le risorse. Deve sentire addosso lo sguardo dei cittadini al bar, al mercato, davanti alla scuola dei figli.
Chi viene da fuori, per quanto titolato, perde tempo. Studia dossier, chiede spiegazioni, interpreta fenomeni che altri vivono sulla pelle. E mentre studia, Caivano aspetta. E Caivano non può più aspettare.

Ma c’è di peggio: questa giunta non è solo “esterna”, è figlia dei metodi di sempre. Non selezione meritocratica, non visione, non discontinuità. Solo compensazioni, equilibri, silenzi-assenso, indicazioni indirette, vecchi padrini politici che decidono dietro le quinte. Altro che nuova classe dirigente.

La grande truffa della “giunta dei giovani” e del rinnovamento!

Durante la campagna elettorale si è parlato di giovani, di rinnovamento, di nuova era. E molti ci hanno creduto. Ma oggi il castello di carta crolla sotto il peso dei fatti. In Consiglio comunale siedono: Gennaro il figlio di Enzo Pinto, storico consigliere comunale; Tobia il figlio di Enzo Angelino, ex assessore; Orsella la figlia di Giacinto Russo, ex senatore ed ex consigliere comunale; Pippo Ponticelli ex Consigliere di maggioranza in entrambe le Amministrazioni sciolte per infiltrazioni camorristiche; Emanuele Emione cugino dell’ex Presidente del Consiglio comunale dell’Amministrazione Falco ed ex Consigliere di minoranza nell’Amministrazione Monopoli, entrambe sciolte per ingerenze criminali; Luigi Esposito ex Consigliere di minoranza dell’Amministrazione Falco sciolta per infiltrazioni camorristiche; Antonio Esposito cognato di Luigi Padricelli, ex Consigliere comunale di maggioranza nell’Amministrazione Monopoli e di minoranza nell’Amministrazione Enzo Falco, entrambe sciolte per camorra; Il Sindaco Antonio Angelino consigliere di minoranza in emtrambe le Amministrazioni sciolte per ingerenze criminali. Senza contare le parentele degli altri che tra i propri parenti e/o affini compaiono parecchie figure determinanti la vita sociale della città e appartenenti allo stesso Sistema.

In Giunta invece siedono: Raffaele Marzano, simbolo della politica di vecchio stampo, bocciato per decenni dagli elettori; l’assessora Renata Lopez riconducibile a Luigi Sirico, altro protagonista del passato politico locale e Giuseppe Precchia riconducibile agli ex Consiglieri comunali Mimmo Falco e Gaetano Lionelli. Tanto è vero il primo addirittura ha tagliato il nastro – a quattro mani col Sindaco – all’inaugurazione della villa comunale Scotta.

Questa non è una casualità. È un sistema. Si candidano giovani, si usano come foglie di fico, ma poi si sistemano figli, figlie, amici, fedelissimi. È la cooptazione ereditaria del potere, la politica come successione dinastica, non come servizio pubblico. E chiamarla “nuova era” non è solo falso: è offensivo per l’intelligenza dei cittadini.

La cabina di regia che tutti vedono (tranne chi finge di non vederla)

Dietro la figura del Sindaco Antonio Angelino emerge con chiarezza una cabina di regia tutt’altro che occulta. Non serve essere complottisti, basta essere onesti intellettualmente.
I nomi sono sempre gli stessi: Raffaele Marzano, Luigi Sirico, Enzo Angelino.

Sono loro a orientare, suggerire, bilanciare. Sono loro il motore reale delle scelte. Il Sindaco appare sempre più come il frontman di un copione scritto altrove, da chi ha già governato, ha già perso, è già stato bocciato dagli elettori e oggi rientra dalla porta di servizio.

Con una cabina di regia del genere, tutto si può dire tranne che siamo davanti a una discontinuità. Siamo davanti a una mera sostituzione del potere, alla restaurazione dei trombati di sempre.

La vera sconfitta: prendere in giro Caivano

La cosa più grave non è solo aver sbagliato giunta. È aver preso in giro l’elettorato. Aver chiesto fiducia parlando di futuro e aver consegnato il presente al passato. Aver promesso emancipazione e aver scelto l’eterodirezione. Aver evocato il cambiamento e aver riprodotto, in modo quasi caricaturale, il vecchio sistema.

Caivano non è incapace. È stata, ancora una volta, espropriata del diritto di credere che qualcosa potesse davvero cambiare. E questa, più di ogni altra, è la responsabilità politica che questa Amministrazione dovrà portarsi addosso.

A rendere il quadro ancora più grave c’è un ulteriore elemento che merita di essere messo nero su bianco: l’assoluta incapacità – o indisponibilità – del Sindaco di spiegare politicamente le proprie scelte.

Di fronte a una giunta che, di fatto, è interamente tecnica, composta da figure che provengono quasi tutte da fuori Caivano e che non rappresentano nemmeno un’eccellenza di altissimo profilo nazionale o regionale, il Sindaco avrebbe avuto il dovere democratico di spiegare il perché. Non con slogan, non con formule vuote, ma con argomentazioni chiare, criteri comprensibili, una visione politica coerente. E invece cosa ha detto? In un video pubblico ha avuto il coraggio di liquidare la questione con una frase che suona come una presa in giro:

“Perché abbiamo scelto questo tipo di giunta? Perché così avevamo deciso quando abbiamo creato il nostro manifesto valoriale.”

Fine. Nient’altro. Nessuna spiegazione sui criteri di selezione. Nessuna riflessione sul perché siano state escluse le professionalità locali. Nessuna motivazione sul valore aggiunto che queste figure esterne dovrebbero portare a Caivano. Nessun confronto tra competenze caivanesi e competenze importate. Nulla.

Questa non è comunicazione politica: è arroganza istituzionale. È l’idea che ai cittadini non si debba rendere conto di nulla, che basti evocare un generico “manifesto valoriale” – peraltro mai tradotto in scelte verificabili – per giustificare decisioni che incidono profondamente sul futuro della città.

Perché se davvero si fosse voluta una giunta tecnica, allora doveva essere una giunta di profilo altissimo, capace di imporsi per curriculum, risultati, autorevolezza indiscussa. Invece ci troviamo davanti a una giunta tecnica solo di nome, ma politica nei metodi, perché figlia di indicazioni, silenzi-assenso, rapporti di forza e vecchie relazioni.

E allora la domanda resta, pesante come un macigno: se non si è scelto l’autogoverno dei caivanesi, se non si è scelto il rinnovamento vero, se non si è scelto nemmeno il top delle competenze esterne, cosa si è scelto davvero?

La risposta, purtroppo, è già sotto gli occhi di tutti: si è scelto di non disturbare il Sistema. Si è scelto di rassicurare la vecchia politica. Si è scelto di governare senza spiegare, senza coinvolgere, senza rispettare l’intelligenza dei cittadini.

Altro che “nuova ERA”. Qui siamo davanti all’ennesima replica di un copione logoro, con attori sempre uguali e un pubblico – quello caivanese – trattato come se non meritasse nemmeno una spiegazione.

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CAIVANO. il Consiglio comunale parte sotto assedio: l’ombra dell’ineleggibilità e il castello della maggioranza che scricchiola

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CAIVANO – Neanche il tempo di accomodarsi sugli scranni consiliari e, per l’amministrazione guidata da Antonio Angelino, la luna di miele è già finita. Il primo Consiglio comunale di Caivano si apre infatti sotto il segno delle contestazioni formali, delle segnalazioni normative e, soprattutto, di una spada di Damocle che torna a pendere – pesantemente – sulla testa del Sindaco proclamato.

Altro che archiviazione. Altro che “tutto chiarito”. L’ineleggibilità del Sindaco torna prepotentemente al centro del dibattito politico e istituzionale, smentendo clamorosamente i racconti rassicuranti di chi, più che difensore, si è dimostrato essere solo servo sciocco di corte, pronto a cantare vittoria prima ancora che la partita iniziasse davvero.

Le mozioni: natura, iter e significato politico

Due le iniziative protocollate in occasione del primo Consiglio comunale, entrambe tutt’altro che rituali.

1. La contestazione sull’ineleggibilità del Sindaco

Il Movimento 5 Stelle ha formalmente chiesto la verifica delle condizioni di eleggibilità del Sindaco, ai sensi degli articoli 41 e 60 del TUEL. Una richiesta che non nasce da illazioni politiche, ma da atti ufficiali e documentazione depositata, da cui risulta che Angelino, al momento della candidatura, fosse ancora in servizio presso la Città Metropolitana di Napoli, ente sovraordinato al Comune di Caivano.

Una circostanza che, se confermata, configurerebbe una ineleggibilità originaria non sanabile, che per legge deve essere verificata prima della convalida degli eletti. L’iter è ora chiaro: il Consiglio è chiamato ad accertare, approfondire, eventualmente sospendere o procedere con riserva. Il problema non è politico, è giuridico.

E qui arriva il dato che la maggioranza fa finta di ignorare: il Movimento 5 Stelle, per bocca del Deputato Pasqualino Penza, ha già fatto sapere che non intende fermarsi. Se necessario, la questione sarà trascinata fino in Tribunale. Altro che chiacchiere da bar: qui si parla di carte bollate.

2. Il conflitto tra Statuto e Regolamento

La seconda istanza riguarda un vulnus istituzionale grave: il contrasto tra Statuto comunale e Regolamento del Consiglio sulle modalità di voto per l’elezione del Presidente e del Vicepresidente.

Lo Statuto parla chiaro: scrutinio segreto nelle questioni riguardanti persone. Il Regolamento, invece, impone il voto palese. Una forzatura che viola la gerarchia delle fonti e che, come ricordato anche dal Ministero dell’Interno, impone la disapplicazione della norma regolamentare incompatibile.

Tradotto: se si procede a voto palese, si rischia l’ennesima procedura viziata. Un pessimo biglietto da visita per una maggioranza che predica legalità e pratica scorciatoie.

Il capitolo incompatibilità: la bomba sotto il tavolo

Ma non è finita qui. Sullo sfondo si muove un’altra questione esplosiva: le incompatibilità per debiti verso l’ente comunale.

La PEC protocollata da Forza Italia ha acceso un faro su un tema che fa tremare i corridoi del Comune: consiglieri comunali – o loro familiari conviventi – potenzialmente debitori del Comune per tributi, sanzioni e canoni non pagati.

Le indiscrezioni che circolano in città parlano chiaro: almeno tre consiglieri di maggioranza sarebbero a rischio incompatibilità. Una situazione che tiene in allerta i primi non eletti, già pronti a subentrare in caso di decadenze. Altro che squadra compatta: qui la maggioranza sembra un castello di carte.

E sarebbe una figuraccia barbina per il Sindaco. Perché, se dovessero emergere incompatibilità per debiti, la responsabilità politica sarebbe tutta sua: le liste le ha composte lui, i candidati li ha scelti lui, i controlli – evidentemente – non li ha fatti nessuno.

Una maggioranza già in affanno

Morale della favola: Antonio Angelino è Sindaco da poche ore e già governa sotto assedio. Tra contestazioni di ineleggibilità, regolamenti da disapplicare e consiglieri potenzialmente incompatibili, la strada si presenta subito ripida e minata.

Chi pensava che bastasse proclamare un Sindaco per mettere a tacere tutto, oggi deve fare i conti con la realtà: la legalità non si archivia con un comunicato, né con qualche applauso telecomandato.

Il plauso a Tobia Angelino e la solita lottizzazione

In questo quadro confuso, una nota positiva va riconosciuta al Consigliere anziano Tobia Angelino, che ha diretto finora i lavori con equilibrio e competenza, convocando correttamente il Consiglio comunale e la commissione preliminare tenutasi oggi in seconda convocazione alle ore 14.

Tobia Angelino ha dimostrato sul campo di essere, nei fatti, il Presidente del Consiglio ideale: è il più votato di Caivano, è giovane, laureato, preparato e ha già mostrato una padronanza istituzionale che altri ancora devono imparare.

Peccato che, come da copione, la Presidenza del Consiglio sia destinata a Luigi Esposito, frutto di un accordo di maggioranza che risponde alla più antica e stanca logica di lottizzazione politica. Le poltrone prima di tutto, la competenza dopo – se avanza spazio.

Conclusione

Il primo Consiglio comunale di Caivano non segna l’inizio di una legislatura serena, ma l’apertura di una stagione di verifiche, ricorsi e possibili decadenze. La maggioranza balla sul filo, il Sindaco governa con una spada sospesa sulla testa e le opposizioni hanno già dimostrato che non faranno sconti.Altro che luna di miele: a Caivano è già tempo di resa dei conti.

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Caivano

A Caivano c’è chi vive “un altro Paese” e chi resta bloccato tra un piano e l’altro. Senza ascensore.

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CAIVANO – La polemica tra l’opposizione e il Sindaco non nasce da un capriccio social né da una smania di protagonismo. Nasce da un dato molto semplice: mentre qualcuno racconta Caivano con i post celebrativi, qualcun altro la vive davvero, scala dopo scala, disservizio dopo disservizio. Ed è da qui che prende forma lo scontro tra il consigliere di opposizione Luigi Sirletti e il Sindaco Antonio Angelino.

Sirletti pubblica immagini, non slogan. Video, non promesse. Ascensori fermi al Parco Verde, disagi quotidiani, diritti negati. E si sente rispondere che “vive un altro paese”. Curiosa affermazione, soprattutto se pronunciata da chi, a quanto pare, ritiene che tre quarti degli ascensori funzionanti siano più che sufficienti. Come se l’altro quarto – disabili, anziani, famiglie con bambini – potesse tranquillamente arrangiarsi. Del resto, si sa: la dignità è opzionale, l’accessibilità pure.

La doppia velocità del Sindaco: fascia tricolore rapida, problemi al rallentatore

C’è però un dettaglio che rende questa querelle politicamente istruttiva: la sorprendente velocità con cui il Sindaco Angelino si muove quando c’è da intestarsi risultati “buoni” e la lentezza quasi filosofica quando si parla di problemi concreti. Per i nastri da tagliare, la fascia tricolore è sempre pronta. Per buche, strade al buio, ascensori rotti? C’è sempre qualche servo sciocco – incaricato non si sa se politicamente o massonicamente – che invita alla calma:

«È solo un mese che il Sindaco si è insediato».

Curioso però che il tempo diventi improvvisamente sufficiente quando si parla di fondi PNRR.

I fondi PNRR: miracolo politico o semplice ratifica?

Il 2 gennaio 2026 il Sindaco Angelino annuncia trionfalmente l’ottenimento di 615.000 euro per la messa in sicurezza di tre scuole. Post solenne, toni enfatici, orgoglio a profusione.
Peccato che quei fondi: derivino da un bando aperto il 16 novembre 2025, otto giorni prima delle elezioni comunali, intercettati dal Responsabile del Settore Tecnico Giovanni Tuberosa, durante gli ultimi giorni della terna commissariale prefettizia.

Angelino non ha “intercettato” nulla: ha fatto ciò che farebbe qualunque Sindaco dotato di buon senso, ovvero ratificare. Anche perché, diciamolo chiaramente: esiste forse un Sindaco che rifiuta soldi a fondo perduto?

Eppure, quando un cittadino fa notare la genesi reale di quei finanziamenti, la risposta del primo cittadino non è di chiarezza istituzionale, ma di stizza personale, con tanto di lezioncina sui “template” e rivendicazioni di firme. Come se firmare un atto dovuto equivalesse a riscrivere la storia.

L’assessora senza agenda e l’arte dell’intestarsi l’ovvio

Non meno emblematica è l’intervista dell’Assessora allo Sport, Istruzione e Tempo Libero Orsella Russo. Alla domanda su cosa farà questa Amministrazione per Caivano, la risposta è disarmante: fondi PNRR già avviati, campo sportivo legato al Modello Caivano e alla volontà del Governo e della Premier Giorgia Meloni e “La Grande Bellezza di Caivano” un evento privato, organizzato da un esercente privato all’interno di una location privata con l’unico comun denominatore di quest’Amministrazione come emblema: lo spritz. Fine. Nient’altro. Nessuna visione, nessuna agenda, nessuna idea autonoma. Il vuoto pneumatico, condito da meriti presi in prestito.

È presto per giudicare, ma non per prendersi i meriti?

Ed eccoci al punto. Secondo i difensori d’ufficio del Sindaco: è presto per parlare di ascensori rotti, è presto per pretendere strade illuminate, è presto per chiedere risposte. Ma non è mai presto per: prendersi i meriti della terna commissariale, intestarsi fondi sovracomunali, posare per la foto di rito.

La polemica sollevata da Sirletti non è sterile né demagogica come qualche altro servo sciocco tenuto sotto il tavolo a raccogliere briciole ha tenuto a sottolineare, non è pretestuosa, non è “di parte”. È politica nel senso più autentico del termine: raccontare ciò che non funziona, mentre qualcuno preferisce raccontare ciò che conviene. Perché, alla fine, la vera domanda non è chi vive “un altro paese”. La vera domanda è: chi vive Caivano e chi la guarda solo dal pianerottolo giusto, quello con l’ascensore che funziona.

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Pedofilia e l’ipocrisia del perdono. Tutto per proteggere il potere ecclesiastico che ha smarrito la propria morale

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CASORIA – Parlo da laico, da non credente, da cittadino di un mondo occidentale che – piaccia o no – è figlio di una morale costruita per secoli dalla Chiesa cattolica. Una morale non solo insegnata, ma imposta, spesso interiorizzata attraverso il senso di colpa, la paura del peccato e persino la criminalizzazione del pensiero. Da quando anche il semplice desiderio è stato elevato a colpa morale, il controllo sulle coscienze è diventato lo strumento più potente per governare le masse.

Da Sant’Agostino, con la sua visione cupa della natura umana segnata dal peccato originale che trasformò il desiderio in colpa, fino a Tommaso d’Aquino, che ha razionalizzato teologicamente l’ordine morale e sociale, la Chiesa ha costruito un impianto etico che ha formato intere civiltà. Nei secoli più recenti, filosofi e sociologi formatisi nelle università legate al mondo cattolico hanno continuato a rifinire quella stessa architettura morale, spesso presentandola come universale, naturale, indiscutibile.

Ed è proprio questa morale, inculcata come superiore, che oggi rende inaccettabile – non dico il perdono, ma anche solo la rappresentazione pubblica – di un pedofilo nel ruolo di sacerdote. Perché il punto non è la misericordia interiore, né la redenzione personale. Il punto è il simbolo.

Un sacerdote non è un cittadino qualunque. È, per definizione, il rappresentante di una morale. Una morale che pretende di indicare ciò che è bene e ciò che è male, ciò che è puro e ciò che è impuro, ciò che è lecito persino pensare. Quando un uomo che ha commesso uno dei reati più efferati che possano esistere – la pedofilia, violenza assoluta contro un essere indifeso – torna a indossare i paramenti e a concelebrare una Messa pubblica, non siamo davanti al perdono: siamo davanti a una contraddizione morale insanabile.

La pedofilia non è un peccato come gli altri. Non è una “caduta”. È un atto che distrugge un’infanzia, che segna una vita, che continua a produrre dolore ben oltre la fine di una pena. Permettere a chi si è macchiato di un simile crimine di tornare a esercitare – anche simbolicamente – il ruolo sacerdotale significa sminuire la gravità del reato, non elevarsi moralmente.

Perdonare la pedofilia non è morale. È opportunismo. È interesse. È la necessità di proteggere un’istituzione prima ancora delle vittime. Ed è qui che il discorso si fa ancora più duro. Perché ogni riabilitazione pubblica di un pedofilo in ambito ecclesiastico non colpisce solo la comunità dei fedeli, ma riapre la ferita della vittima, la espone di nuovo, la costringe a rivivere ciò che dovrebbe essere definitivamente consegnato alla giustizia e al silenzio rispettoso.

In questo contesto, suona stonata – e profondamente ipocrita – la difesa e l’affermazione di Maurizio Patriciello: «Non sempre alzare la voce, quando non serve, rende un buon servizio».
Lo stesso Patriciello che ha alzato la voce – e spesso senza prove – su presunti stupri al Centro Delphinia o sull’intombamento dei rifiuti o collegando senza prove scientifiche i rifiuti interrati a un’epidemia di tumori, contribuendo a marchiare Caivano come comunità di criminali. Un marchio diventato istituzionale con il cosiddetto Decreto Caivano. Lì, alzare la voce non solo “serviva”, ma è stato considerato un atto profetico. Qui, invece, diventa improvvisamente sconveniente. Due pesi, due misure. La voce va bene quando colpisce gli altri, mai quando mette in discussione il potere ecclesiastico.

A questa morale io contrappongo – e non da oggi – una morale laica, come quella sostenuta da Margherita Hack: fondata sulla razionalità, sull’empatia, sul rispetto profondo per la vita e per la dignità umana. Una morale che non ha bisogno di Dio per sapere che un pedofilo non può rappresentare alcuna superiorità etica, né simbolica né reale.

E da umile giornalista e scrittore, osservatore dei territori a nord di Napoli, sento il dovere di dirlo con chiarezza: la mia morale laica è superiore a quella di chi difende Spinillo, a quella di Spinillo che riabilita un pedofilo, e persino a quella del sindaco di Caivano Antonio Angelino che non perde occasione per omaggiare, rappresentando nei fatti la comunità caivanese tutta – credente, laica e atea – un vescovo che, su questa vicenda, ha sbagliato gravemente.

E qui torna attuale il pensiero di Ludwig Feuerbach, che ci ha ricordato come Dio non sia altro che la proiezione dell’essenza umana, e che l’uomo deve riappropriarsi della propria centralità. Solo una morale dell’uomo, e non di Dio, può mettere davvero al centro la vittima, il dolore reale, la responsabilità concreta. E se c’è una morale che oggi deve essere difesa senza ambiguità, è questa: chi distrugge un bambino non può, in nessuna forma, tornare a insegnare il bene e il male agli altri.

C’è infine un dettaglio che da solo basterebbe a smascherare l’enorme cortocircuito morale di questa vicenda: la fotografia. Mons. Spinillo che si lascia ritrarre accanto a don Michele Mottola, con davanti una fila di bambini ministranti, non ha compiuto un gesto maldestro. Ha compiuto un atto gravemente diseducativo, uno schiaffo in pieno volto alla morale pubblica e uno sberleffo crudele non solo alla famiglia della bambina stuprata, ma anche alle famiglie di quei bambini esposti, loro malgrado, a un messaggio tossico.

Quell’immagine non parla di perdono. Parla di rimozione, di autoassoluzione istituzionale, di una Chiesa che si guarda allo specchio e decide che può bastare una liturgia a cancellare l’orrore. Mettere un pedofilo – perché questo resta, al di là delle formule e dei paramenti – accanto a bambini, significa dire che il crimine può essere metabolizzato, che il tempo e l’abito sacro possono lavare ciò che invece dovrebbe restare inermi davanti alla vergogna.

Ed è qui che la responsabilità morale di chi difende questa scelta diventa ancora più pesante. Don Maurizio Patriciello ha osato non solo giustificare Mons. Spinillo, ma difendere implicitamente anche il pedofilo, liquidando le critiche come eccessi di chi “alza la voce quando non serve”. È un’affermazione che offende l’intelligenza prima ancora delle vittime. Perché quando il silenzio protegge il potere e la parola difende i deboli, alzare la voce è un dovere, non un errore.

Patriciello, che non ha mai avuto remore ad alzare la voce contro intere comunità, a marchiare territori e persone con accuse pesantissime, oggi invita alla moderazione proprio quando sarebbe necessaria una presa di distanza netta, pubblica, inequivocabile. È una scelta che pesa. Perché difendere un vescovo può essere comprensibile sul piano della disciplina interna. Difendere, anche solo simbolicamente, un pedofilo restituito alla scena pubblica è moralmente inaccettabile.

Quella fotografia resterà. Resterà come un atto d’accusa silenzioso contro chi ha scelto di salvare l’immagine dell’istituzione piuttosto che proteggere fino in fondo la dignità delle vittime. E resterà come monito per chi, indossando una tonaca o impugnando un microfono, dovrebbe ricordare che non esiste perdono che possa trasformarsi in legittimazione.

Se la morale cattolica ha preteso per secoli di educare il mondo distinguendo il bene dal male, allora deve accettare che oggi quella stessa morale venga giudicata dai suoi atti. E quell’immagine resta lì, come una condanna silenziosa: non della fede, ma di un potere che ha smarrito il senso del limite, del pudore e della responsabilità verso i più deboli.

Questi sono argomenti trattati anche nella mia ultima opera letteraria “Perché non vado in Chiesa” che molto presto troverete nelle librerie e sulle migliori piattaforme online.

L’immagine in copertina e la locandina social sono state effettuate con tecnica AI, mentre quelle riportate all’interno di questo testo sono reali.

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