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CAIVANO. Manovre di Palazzo in atto. PD e M5S pronti a entrare in maggioranza dalla porta di servizio.

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CAIVANO – Nella città gialloverde non è in corso una semplice riorganizzazione politica. È in atto qualcosa di più grave: la smentita sistematica del voto popolare. E quando la politica smentisce il voto, non siamo più nel terreno della dialettica democratica, ma in quello della mistificazione. Qui il problema non è il trasformismo. Il trasformismo, nella storia politica italiana, è quasi una costante. Il problema è un altro, molto più profondo e corrosivo: aver costruito una campagna elettorale su un racconto che oggi viene sistematicamente smentito dai fatti.

Antonio Angelino è stato eletto sindaco alla guida di una coalizione dichiaratamente civica, nella quale – al netto della sola presenza di Azione – non figuravano partiti strutturati. Un messaggio chiaro, ripetuto ossessivamente: i partiti fanno male a Caivano, il Partito Democratico è corresponsabile dello scioglimento per infiltrazioni camorristiche, il centrosinistra del “campo largo” rappresenta il passato che ha condotto la città al degrado.

Durante tutta la campagna elettorale, e anche prima, Angelino e alcuni suoi comunicatori fedelissimi non hanno perso occasione per ricordare ai cittadini che il PD è stato il partito sotto il quale Caivano è stata sciolta, e che le stesse persone tornavano oggi a riproporsi sotto nuove insegne. Un messaggio rafforzato dall’impegno dell’ex sindaco Mimmo Semplice, che si è assunto l’onere di formare la lista del PD inserita nella coalizione con Movimento 5 Stelle e AVS. Anche in quel caso, la risposta del fronte Angelino è stata netta: “sono gli stessi che hanno portato Caivano dove è oggi”. I cittadini hanno ascoltato. E hanno votato di conseguenza.

Il risultato delle urne è inequivocabile: Angelino sindaco, campo largo bocciato, PD e Movimento 5 Stelle respinti. Ma il voto, a quanto pare, vale solo fino allo spoglio. Perché oggi, a elezione avvenuta, si sta consumando una manovra che ha il sapore della resa dei conti politica e dell’occupazione di spazi, non certo del rispetto della volontà popolare.

Il Partito Democratico di Caivano è attualmente commissariato. L’ex segretario cittadino Franco Marzano si è dimesso spontaneamente, dopo le evidenti difficoltà nel formare una lista competitiva. In questo vuoto politico, secondo le indiscrezioni raccolte da Minformo, si starebbe inserendo proprio Antonio Angelino, già segretario cittadino del PD, dimissionario e successivamente cancellatosi dal partito per dissidi con il gruppo dirigente del circolo.

Non un rientro dichiarato, non un confronto pubblico, ma un’operazione per interposta persona. I primi a tesserarsi nel PD – sempre secondo Minformo – sarebbero stati Mimmo Falco e Gaetano Lionelli, ex consiglieri comunali, mastelliani storici, fedelissimi di Clemente Mastella, ex Ministro della Giustizia. Gli stessi che, attraverso Antonio Russo, neo consigliere eletto nella lista Caivano Unita, avrebbero favorito – grazie ai rapporti con Bruna Fiola, consigliera regionale del PD – la nomina di Giuseppe Precchia ad assessore alle Politiche Sociali. Non finisce qui.

Sempre nell’ottica di un “rinnovamento” della segreteria cittadina del PD, con l’intercessione della stessa Bruna Fiola, si vocifera che siano pronti a tesserarsi anche Antonio Russo, Immacolata Cristina Nettore e Luca Sarcinella, tutti consiglieri neoeletti di Caivano Unita. Il risultato sarebbe politicamente clamoroso: il PD entrerebbe in Consiglio comunale e addirittura in maggioranza, a sostegno di un sindaco eletto promettendo l’esatto contrario. Una beffa per gli elettori.

Ancora più grave, però, è il tradimento politico che riguarda Caivano Unita. Quella lista ha un elettorato nettamente di destra, costruito grazie al peso e al consenso portato dall’ex sindaco Simone Monopoli, figura storica della destra caivanese. Quei voti non sono neutri, non sono liquidi, non sono “trasversali”: hanno un’identità politica precisa, una cultura, una storia familiare e sociale.

Vederli oggi potenzialmente trasferiti in dote al Partito Democratico, partito di sinistra, storicamente antagonista degli ideali della destra, significa annullare la volontà dell’elettore, trattandolo come un pacco da spostare dove conviene. Non c’è alcuna sintesi politica in questo passaggio. C’è solo un’operazione di potere.

Nel frattempo, nell’altra lista civica, Caivano 2.0, si consuma una guerra interna che ha già prodotto effetti concreti. Il sindaco Angelino ha congelato la posizione dell’assessore di loro espressione, a causa dello scontro tra Giuseppe Gebiola e Antonio Esposito, gli unici due eletti della lista, incapaci di trovare un accordo sul nome da indicare.

Secondo le indiscrezioni, Antonio Esposito starebbe seriamente valutando l’uscita da Caivano 2.0 per aderire al Movimento 5 Stelle, che oggi siede all’opposizione con Giovanni Vitale – ex candidato sindaco sconfitto – e Luigi Sirletti. Se Esposito entrasse nel M5S e se gli altri due consiglieri decidessero di sostenere la maggioranza, il Movimento si ritroverebbe con tre consiglieri, sufficienti per pretendere un assessore e occupare l’ultima casella vacante in giunta. A quel punto, per Antonio Esposito, sarebbe “un gioco da ragazzi” far entrare il cognato Luigi Padricelli dalla porta sul retro. Questo è il quadro. E il quadro è desolante.

Perché mentre si consumano queste manovre, nessuno sembra ricordare un dettaglio fondamentale: Antonio Angelino, in campagna elettorale, si è seduto al fianco del candidato di Fratelli d’Italia alle regionali, promettendogli sostegno. Quel candidato, a Caivano, ha raccolto poco più di 170 preferenze. Un fallimento politico netto. Oggi, però, mentre la destra paga quell’illusione, Angelino guarda di nuovo al PD, il partito che lo aveva messo ai margini anni fa e verso il quale sembra coltivare una personale rivalsa.

Il messaggio che passa è devastante: la destra è utile solo quando serve, il civismo è un vestito da indossare in campagna elettorale, i partiti sono il male… finché non tornano comodi. Così si prendono in giro gli elettori di destra. Così si prendono in giro quelli di sinistra. Così si prendono in giro tutti.

I cittadini di Caivano hanno votato contro i partiti, contro il PD, contro il Movimento 5 Stelle. Se queste indiscrezioni saranno confermate, si ritroveranno governati esattamente da ciò che hanno bocciato, non per scelta popolare, ma per accordi di palazzo. E allora la domanda non è più politica. È democratica.

Che valore ha il voto, se può essere ribaltato il giorno dopo con una tessera in tasca? Che credibilità ha una campagna elettorale costruita sulle bugie? E soprattutto: quanto ancora Caivano dovrà pagare il prezzo delle ambizioni personali travestite da civismo?Caivano non aveva bisogno di questo. Non dopo lo scioglimento. Non dopo anni di commissariamenti, ferite istituzionali, sfiducia. Fare campagna elettorale sulle bugie non è solo scorretto: è deleterio. Perché distrugge l’ultimo bene rimasto, la fiducia nel voto.

Se la politica diventa un gioco di sedie, se le ideologie valgono solo quando servono, se il voto è aggirabile con una tessera di partito, allora non stupiamoci se i cittadini si allontanano. Non stupiamoci se l’astensionismo cresce. Non stupiamoci se la parola “democrazia” suona sempre più vuota. A Caivano qualcuno ha vinto le elezioni. Ma se queste manovre saranno confermate, la verità è che il voto ha già perso.

(la foto della copertina è generata con IA)

Alle ore 13:50 del 29 dicembre 2025 il PD locale fa pervenire nella nostra sede la seguente precisazione: “Egregio direttore, in merito all’editoriale del 23 dicembre si precisa che la notizia del commissariamento del Partito Democratico di Caivano è inesatta. Infatti il suddetto circolo è allo stato attuale governato dalla Dott.ssa Ariemma Pierina in qualità di segretaria pro tempore fino al congresso cittadino”

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CAIVANO. Il Consiglio di insediamento e l’arte di tappare la bocca

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CAIVANO – Ieri, nell’Auditorium del plesso scolastico “L. Milani”, si è celebrato il primo Consiglio comunale di insediamento dell’amministrazione guidata da Antonio Angelino. Un battesimo istituzionale che, nelle intenzioni, avrebbe dovuto profumare di democrazia, partecipazione e confronto. Nella pratica, ha ricordato più una prova generale di silenziamento, con tanto di microfoni a intermittenza e nervi scoperti.

Si arriva al punto della presentazione della Giunta. È il momento in cui la politica dovrebbe spiegarsi, motivare, rendere conto. Il consigliere di opposizione Giuseppe Mellone chiede la parola. Non per lanciare molotov verbali, non per evocare rivoluzioni di piazza, ma per dire la sua semplice opinione: la scelta di professionalità non provenienti da Caivano e la conseguente mortificazione di quelle locali. Un’eresia? A quanto pare sì.

Da lì in poi, la democrazia viene trattata come una trasmissione televisiva fuori palinsesto. Il Sindaco si improvvisa critico del linguaggio e accusa Mellone di usare toni “violenti, squadristi e squallidi”. Curioso: nel video non si vedono spranghe né si sentono slogan d’epoca. Solo parole. Ma evidentemente, in questa aula, le parole non allineate fanno più paura dei fatti.

Il Presidente del Consiglio, nel ruolo di cerimoniere del dissenso tollerato, archivia l’intervento come “uno show”. E così il Consiglio comunale diventa un talent al contrario, dove chi canta fuori dal coro viene eliminato non dal pubblico, ma dal regolamento brandito come clava.

Poi arriva il vero capolavoro. A microfoni teoricamente spenti – ma con l’audio che tradisce la realtà – il Sindaco sussurra a Mellone la frase che dovrebbe stare solo nei manuali di antipolitica autoritaria: “Non parlare, se no è peggio.”

Non è una battuta. Non è una metafora. È una minaccia in giacca e cravatta, detta con la calma di chi è convinto di poterla dire. È il momento in cui il Consiglio smette di essere un’aula e diventa un corridoio, quelli in cui le cose si chiariscono “a bassa voce”.

Qui non siamo davanti a un incidente di percorso, ma a un metodo. La parola concessa come favore, il dissenso trattato come disturbo, il contraddittorio ridotto a intrattenimento molesto. La democrazia, insomma, finché non fa domande.

E allora il quadro è chiaro: un’amministrazione che al primo giorno mostra disamore per il confronto, allergia alla critica e una singolare nostalgia per il silenzio comandato. Un potere che confonde il Consiglio comunale con un monologo assistito, dove l’opposizione è ammessa solo se muta.

La democrazia è scomoda. Fa rumore. Interrompe. Chiede spiegazioni. Ma quando qualcuno dice “non parlare, se no è peggio”, non sta difendendo l’ordine. Sta confessando la paura della parola. E a Caivano, già dal primo Consiglio, la parola ha capito una cosa: qui non è benvenuta. Finché applaude. Poi, meglio che stia zitta.

L’immagine in copertina e nel post social è stata elaborata con tecnologia AI

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CAIVANO. Il Carnevale del potere: termosifoni spenti ed erba alta nelle scuole, dirette accese

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CAIVANO – Cinque giorni. Tanto è bastato perché il tempo, quello vero, non quello delle dirette social, certificasse una verità semplice: al Plesso Mameli fa ancora freddo. Freddo nelle aule, freddo nei corridoi, freddo soprattutto nel modo di amministrare. Gli studenti seguono le lezioni con i giubbotti addosso, come se la scuola fosse diventata un rifugio alpino più che un luogo di formazione. Ma mentre i ragazzi battono i denti, il Sindaco batte cassa mediatica e annuncia, tronfio, che a Caivano “quest’anno si farà il Carnevale”.

Ecco il punto: il Carnevale. La festa delle maschere. Difficile trovare metafora più calzante. Perché mentre la realtà presenta il conto — termosifoni spenti, plessi scolastici dimenticati dal PNRR, erba alta come una savana nel giardino dell’asilo Milani — la risposta dell’amministrazione è una comparsata mattutina degna di una sceneggiata napoletana d’altri tempi.

Il Sindaco che, senza preavviso, senza appuntamento, senza il minimo rispetto istituzionale per la dirigente scolastica (che non è un’usciere ma la “padrona di casa”), piomba alle otto del mattino nel plesso Mameli. Orario perfetto, va detto: ingresso affollato, genitori presenti, smartphone pronti.

E infatti eccolo lì, immortalato con le mani sulle manopole dei termosifoni, come se fosse un idraulico prestato alla politica o un tecnico del riscaldamento in missione speciale. L’immagine è potente, certo. Peccato che il calore resti un optional. Il problema non si risolve, ma si rappresenta. È la politica del gesto, non dell’atto; del fotogramma, non del provvedimento.

Che senso ha presentarsi a scuola all’ora di punta, quando l’edificio è un formicaio di genitori e bambini, e non in tarda mattinata per un colloquio formale, serio, risolutivo con la dirigente scolastica? La risposta è semplice quanto amara: la sostanza non fa audience, l’immagine sì. E poco importa se i termosifoni restano freddi: l’importante è che la diretta sia calda. Allora dopo aver letto il commento della Sig.ra Egizia, il designer pubblicitario – creativo – che in me ha avuto un sussulto e ha immaginato il Sindaco come nell’immagine che allego sotto:

A parte la satira e l’ironia. Nel frattempo, al plesso Milani di via Bellini, l’erba del giardino dell’asilo cresce indisturbata, alta, fitta, ospitale. Talmente ospitale che, con i bambini che fanno scuola a piano terra, non è difficile immaginare visite indesiderate: topi, insetti, fauna varia. Un piccolo safari urbano, gratuito e non richiesto. Anche qui, silenzio. Nessuna diretta, nessuna foto, nessuna manopola da girare. Evidentemente l’erba alta non buca lo schermo.

Può darsi, allora, che a Carnevale il Sindaco completi l’opera. Dopo l’idraulico improvvisato tra i termosifoni della Mameli, non stupirebbe vederlo sfilare in piazza con il costume di Mario Bros: cappello rosso in testa, baffi d’ordinanza e chiave inglese in mano, pronto a “riparare” tutto a colpi di posa per i fotografi. Peccato solo che, nei videogiochi, quando Mario gira la manopola il livello si sblocca davvero. A Caivano, invece, resta bloccato: termosifoni freddi, erba alta e problemi reali che non si risolvono né con un salto né con una diretta Facebook.

E l’assessora all’Istruzione Orsella Russo? Invece di allinearsi ai cori indignati dei parenti dei pregiudicati, sempre pronti ad attaccare la stampa e chi osa criticare l’amministrazione, farebbe bene a fare ciò per cui è stata nominata: spiegare. Spiegare ai cittadini di Caivano perché alla Mameli i termosifoni non funzionano. Spiegare perché la Milani è diventata una giungla. Spiegare, soprattutto, se esiste una visione che vada oltre il post, la diretta, la foto opportunamente taggata.

Perché governare non è fingersi idraulici davanti alle telecamere, né organizzare feste mentre le scuole cadono a pezzi. Governare è intervenire prima, programmare, risolvere. Tutto il resto è Carnevale. E purtroppo, a pagare il biglietto, sono sempre gli stessi: studenti, famiglie, cittadini. Senza maschere. E senza riscaldamento.

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CAIVANO. Approvazione Bilancio. I venti giorni, la clessidra creativa e il trucco del prestigiatore

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CAIVANO – A Caivano non servono più le opposizioni: bastano i documenti. E, quando va male, bastano i cittadini nei commenti Facebook, che mostrano una padronanza delle regole istituzionali superiore a quella di chi indossa la fascia tricolore.

Partiamo dai fatti, che sono noiosi ma testardi. Il consigliere di opposizione Giuseppe Mellone chiede il rinvio del Consiglio comunale perché gli atti fondamentali – DUP e Bilancio – non sono stati messi a disposizione nei canonici 20 giorni previsti dal Regolamento di contabilità. Non è un’opinione, non è propaganda: è scritto nero su bianco nel regolamento vigente del Comune di Caivano, approvato con atto formale e tuttora in vigore.

E non è un caso che Mellone alleghi anche la data della notifica del messo comunale: 5 gennaio. Peccato che il Consiglio sia fissato per il 19 gennaio. Fate voi i conti: non arriviamo neppure lontanamente ai 20 giorni. Nemmeno con la calcolatrice creativa. La richiesta di rinvio è quindi legittima, fondata e documentata protocollo Mellone.

E qui entra in scena il Sindaco Antonio Angelino, che risponde con una dichiarazione degna di un prestigiatore di terza fila: molta retorica, qualche citazione giurisprudenziale fuori contesto, e il classico numero finale del “non è colpa mia, me l’hanno detto gli uffici”.

Secondo il Sindaco: non c’è violazione; l’ordine del giorno non sarebbe perentorio; il DUP e il Bilancio sarebbero “atti tecnici”; il tutto sarebbe eredità della gestione commissariale. Insomma, nessuno decide, nessuno sbaglia, nessuno risponde. Un Comune a responsabilità limitata.

Angelino sostiene che DUP e Bilancio “non sono il frutto di scelte politiche” perché redatti in epoca commissariale. È come dire che un menù non è politico perché lo ha scritto lo chef prima di cambiare ristorante.

Peccato però che: Il Regolamento di contabilità non distingue tra atti tecnici e politici quando parla di termini: i 20 giorni valgono sempre, soprattutto per gli atti più rilevanti. Il DUP e il Bilancio sono, per definizione, atti politico-programmatici, emendabili, modificabili, bocciabili. Lo sanno i consiglieri. Lo sanno i revisori. Lo sanno persino i cittadini. Se davvero fossero solo “atti tecnici”, allora che li votiamo a fare in Consiglio? Bastava un timbro e via. Ed è qui che arriva la vera umiliazione istituzionale: i cittadini comuni, nei commenti pubblici, spiegano al Sindaco che: il Bilancio va studiato; il DUP va discusso; i termini servono a garantire democrazia, non burocrazia. Tradotto: il popolo ne capisce più del primo cittadino.

E mentre il Sindaco gioca a nascondino con le regole, Caivano assiste al debutto ufficiale di quella che avevamo previsto da tempo: una maggioranza di dilettanti allo sbaraglio, incapace di distinguere un regolamento da un comunicato stampa, un termine perentorio da una scadenza elastica.

Il primo Consiglio comunale doveva essere il biglietto da visita dell’Amministrazione Angelino. È diventato una figura barbina da manuale, con: atti contestati prima ancora di essere discussi; opposizioni costrette a spiegare le regole; cittadini costretti a fare supplenza civica. Altro che “senso di responsabilità”: qui siamo al senso del ridicolo. Mellone ha ragione.

I documenti lo dimostrano. Le date lo inchiodano. Il regolamento parla chiaro. E i cittadini, incredibilmente, fanno da coro. A Caivano non è ancora iniziata la consiliatura. È già iniziata la cronaca di un’improvvisazione annunciata.

E c’è di più. Perché in questa vicenda non solo il Sindaco sbaglia i tempi e confonde le norme, ma mostra di non saper nemmeno distinguere una critica da una soluzione. L’opposizione fa il suo mestiere: contesta, giustamente, e chiede il rinvio del Consiglio comunale per violazione dei termini regolamentari. Punto. La soluzione politica e istituzionale, invece, la metto nero su bianco io, ed è talmente elementare da risultare quasi offensiva doverla spiegare a chi governa una città.

Nessun blocco del Consiglio. Nessuna paralisi amministrativa. Basta stralciare e rinviare esclusivamente i punti all’ordine del giorno relativi al DUP e al Bilancio, lasciando svolgere regolarmente tutto il resto della seduta. Una soluzione lineare, rispettosa del Regolamento e del Consiglio, che consente di salvare la seduta senza violentare le norme. Il fatto stesso che non sia stata individuata dall’Amministrazione, ma debba essere suggerita da chi scrive un editoriale, è già una sentenza politica.

Ed è qui che il Sindaco Angelino prova il numero da prestigiatore. Parla di “termini non perentori” sperando che il pubblico confonda i piani. Ma quei termini a cui fa riferimento non sono quelli del Regolamento di contabilità, bensì quelli – ben diversi – legati alla convocazione del Consiglio comunale. È una confusione studiata, non casuale.

Perché ammettere l’errore significherebbe riconoscere che: il Regolamento non è stato rispettato; i consiglieri non hanno avuto il tempo necessario per studiare gli atti; e che il primo Consiglio comunale nasce già viziato.

Il risultato è desolante: al primo Consiglio della legislatura, non si discute di programmi, ma di regole basilari; non si governa, si rimedia; non si guida, si improvvisa. E mentre il Sindaco arringa, l’opposizione è costretta a far rispettare il Regolamento, e i cittadini – nei commenti – dimostrano una competenza superiore a quella di chi siede sui banchi della maggioranza.

Se per evitare una violazione evidente serve l’intervento di un editoriale, allora il problema non è l’opposizione. Il problema è una maggioranza scarsa, sprovveduta e già clamorosamente bocciata alla prima prova d’aula. Altro che inciampo iniziale. Questa è una figuraccia istituzionale piena, di quelle che restano agli atti.

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