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CAIVANO. I servi sciocchi e il Principe. Quando il potere si nasconde dietro l’adulazione
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8 mesi fail
CAIVANO – Niccolò Machiavelli, con una lucidità che attraversa i secoli, metteva in guardia il Principe da una delle minacce più subdole che possano incombere su chi governa: gli adulatori. Non gli oppositori dichiarati, non i critici apertamente ostili, ma quella schiera di servi solerti che difendono il sovrano prima ancora che egli apra bocca, che gridano al complotto ogni volta che qualcuno pone una domanda scomoda, che trasformano ogni atto del potere in un gesto eroico e ogni critica in un attentato all’ordine costituito.
Il pericolo, ammoniva Machiavelli, non è soltanto morale. È profondamente politico. Perché il Principe che si abitua a governare attraverso l’adulazione smette di confrontarsi con chi ragiona, con chi studia, con chi controlla. E quando il consenso viene costruito sulla piaggeria, il dissenso non è più un diritto, ma diventa automaticamente una colpa.
A Caivano sembra stia maturando proprio questo clima.
Il Sindaco Antonio Angelino non risponde alle critiche circostanziate che arrivano dalla stampa e da cittadini che pongono quesiti legittimi sul funzionamento della macchina amministrativa. Non replica nel merito, non chiarisce con atti, non smentisce con documenti. Eppure, puntualmente, subito dopo la diffusione di ogni critica, sui social compaiono post di difesa furibonda, scritti da soggetti che si ergono a scudieri del primo cittadino, pronti a colpire chiunque osi sollevare dubbi. Una coincidenza che, col passare dei giorni, smette di sembrare casuale.
Ed è qui che nasce una domanda che non ha nulla di pretestuoso: questi interventi parlano a titolo personale o parlano, di fatto, per conto del Sindaco? Perché quando il governante tace e i servi parlano, il silenzio diventa una scelta politica.
Il caso del Premio “Viva Caivano Viva” è emblematico. Un’iniziativa presentata come evento comunale, priva però di un atto formale che ne certifichi l’istituzione, senza una delibera di Giunta, senza un regolamento, senza criteri pubblici per la scelta dei premiati. Domande legittime si affacciano immediatamente: con quali fondi sono state acquistate le targhe? Chi ha pagato il materiale promozionale? A che titolo un evento privo di atti amministrativi utilizza il logo ufficiale del Comune?
A queste domande non risponde il Sindaco. A farlo è, ancora una volta, uno dei suoi più zelanti difensori, che sui social dichiara che tutto sarebbe stato pagato di tasca propria dal primo cittadino, come gesto d’amore verso la città. Un’affermazione grave, che se fosse vera non risolverebbe il problema, ma lo aggraverebbe.
Perché se davvero il Sindaco ha acquistato privatamente targhe e materiali utilizzati come beni dell’Ente e recanti il logo comunale, ci troveremmo davanti a una commistione pericolosa tra sfera privata e funzione pubblica. Un bene comprato da un privato, anche se Sindaco, non diventa automaticamente un bene del Comune. E un evento che si presenta come istituzionale non può essere finanziato fuori da ogni procedura di spesa, senza tracciabilità, senza controllo, senza un atto che ne definisca natura e finalità. Non è una questione di stile, ma di trasparenza, di correttezza contabile, di rispetto delle regole che valgono per tutti.
Ed è per questo che la domanda va rivolta direttamente al Sindaco, non ai suoi difensori: È vero che ha pagato lui personalmente targhe e materiale? Se sì, a che titolo beni acquistati privatamente sono stati utilizzati come se fossero dell’Ente? Perché su beni pagati da un privato compare il logo ufficiale del Comune? Chi ne è il proprietario giuridico? Il Segretario comunale e il Revisore dei conti ne sono a conoscenza? Perché il silenzio, in questi casi, non è neutralità. È ambiguità.
Se quella affermazione fosse vera, non saremmo davanti a un gesto d’amore, ma a una zona grigia che crea problemi seri: confusione tra sfera pubblica e privata, elusione delle procedure di spesa, assenza di tracciabilità, potenziali rilievi contabili. La trasparenza non si proclama. Si dimostra con gli atti.
Lo stesso schema si ripete sulle questioni quotidiane che incidono sulla vita dei cittadini. Buche stradali che restano al loro posto, perdite d’acqua che continuano per giorni, strade principali lasciate al buio da una pubblica illuminazione carente. A ogni critica, la risposta dei servi sciocchi è sempre la stessa: bisogna avere pazienza, sono passati solo ventisei giorni dall’insediamento del Sindaco e appena dieci dalla nomina della Giunta.
Una narrazione comoda, ma falsa. Perché si omette sistematicamente un dettaglio decisivo: la delega alle Manutenzioni è stata trattenuta dal Sindaco stesso. Dunque il primo cittadino è Assessore alle Manutenzioni da ventisette giorni, non da dieci. E allora delle due l’una: o il Sindaco si assume la responsabilità di ciò che non funziona, oppure rinuncia a intestarsi i meriti di ciò che funziona.
Non è intellettualmente onesto sostenere che tutto ciò che oggi viene inaugurato sia merito del Sindaco e, allo stesso tempo, che nulla di ciò che oggi non va possa essergli imputato perché “è troppo presto”. In ventisette giorni non si realizzano grandi opere, ed è evidente che molte delle inaugurazioni di queste settimane derivano da iter avviati dalla precedente amministrazione Falco, da procedimenti programmati da tempo, da attività — come il censimento al cimitero — partite dopo sollecitazioni precise del sottoscritto attraverso editoriali come questo (leggi qui) e interlocuzioni dirette, sempre del sottoscritto, con il Responsabili di settore Giovanni Tuberosa e l’ex Sovraordinata Arch. Teresa Ricciardiello. Tagliare un nastro non equivale ad aver costruito ciò che c’è dietro.
E si torna, inevitabilmente, al punto di partenza. I cittadini di Caivano hanno il diritto di sapere se questi servi sciocchi parlano o meno per conto del Sindaco, se agiscono spontaneamente o se rappresentano una cintura di difesa informale del potere. Perché Machiavelli lo scriveva senza mezzi termini: gli adulatori sono utili finché il potere è saldo, ma diventano la più grande minaccia quando quel potere vacilla.
C’è poi un ulteriore elemento che non può essere ignorato. Affidare, anche solo indirettamente, la difesa dell’istituzione comunale a soggetti che sui social ostentano frequentazioni e relazioni discutibili non rafforza l’immagine del Sindaco, ma la indebolisce. E soprattutto non rende un buon servizio alla città.
Il Sindaco ha una sola strada se vuole evitare di essere prigioniero dei suoi adulatori: rispondere in prima persona, con chiarezza, con trasparenza, con atti. Non dietro una folla di servi rumorosi. Perché un Principe che governa attraverso l’adulazione non governa davvero. Sopravvive.
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Caivano
CAIVANO. Mentre le famiglie attendono risposte, caro Assessore Precchia, le lezioni di giornalismo le rispediamo al mittente
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1 settimana fail
3 Agosto 2026
CAIVANO – C’è un vecchio vizio nella politica locale, specialmente quando la terra sotto i piedi scotta e le promesse da passerella incontrano il muro della realtà: la tentazione di fare il maestro con la stampa.
Succede così che l’Assessore alle Politiche Sociali del Comune di Caivano, Giuseppe Precchia, colto sul vivo dalle proteste delle famiglie e dal grido d’allarme della Consulta dei Disabili, decida di affidare a una “lettera aperta” (inviata ad altri, ma chissà perché dimenticando di trasmetterla alla nostra testata, forse per timore di un contraddittorio vero) una dotta reprimenda su come i giornali dovrebbero fare il proprio mestiere. E allora, prima di addentrarci nei numeri e nella vita reale delle persone, una brevissima lezione di alfabetizzazione democratica e giornalistica all’Assessore dobbiamo dargliela noi.
Caro Assessore Precchia, impariamo a distinguere.
Un articolo di cronaca riporta i fatti.
Un comunicato stampa rappresenta la voce ufficiale di un organo (in questo caso la Consulta dei Disabili, un organismo istituzionale del Suo stesso Comune).
Un editoriale ospita la visione e l’opinione motivata dell’editorialista.
E infine la stampa libera non fa da buca delle lettere alla propaganda dell’amministrazione di turno, ma dà voce ai cittadini. Soprattutto a quelli che non hanno voce.
Pretendere che i giornali si trasformino in passacarte dei report burocratici di Palazzo, prima di pubblicare la legittima e dolorosa denuncia della Consulta dei Disabili, significa non aver capito a cosa serve la stampa in un Paese libero. La Consulta ha sollevato un problema enorme: al 31 luglio, bambini con disabilità erano ancora tagliati fuori dai campi estivi annunciati a gran voce ad inizio mese. E di fronte a questo dramma sociale, l’Assessore cosa fa? Srotola il pallottoliere e ci propone la solita seduta di “politichese”.
Ci viene a raccontare che sui 22 minori ammessi, 14 voucher sono stati ritirati e 8 no, concludendo trionfalmente che “un voucher non ritirato non è un minore escluso”. Ma ci si rende conto della gravità di questa affermazione? Se una famiglia non ritira il voucher o non avvia il servizio, un amministratore empatico e responsabile si chiede perché. Si chiede se per caso dietro quel voucher non ritirato ci sia l’impossibilità di mandare il proprio figlio in un centro estivo sprovvisto di personale e di terapisti dedicati!
Noi alla burocrazia difensiva non crediamo. Noi crediamo ai fatti. E i fatti dicono che mentre l’Assessore sfoggia il report degli uffici in cui “non risultano formali segnalazioni di disservizio al Protocollo”, la realtà fuori dal Palazzo urla un’altra verità. Come la denuncia pubblica e disperata di una mamma, la signora Veronica De Angelis, che scrive nero su bianco:
«Anche a me è stato rifiutato, dicendomi che non c’era personale adatto per mio figlio e che se volevo dovevo stare io tutto il tempo con loro…».
Ecco la verità delle famiglie, Assessore. Altro che “rappresentazione alterata dei fatti”.

Se la narrazione burocratica dell’Amministrazione fosse quella reale, se davvero tutto stesse funzionando alla perfezione, ci spiega perché la Consulta dei Disabili ha appena inviato una richiesta formale di confronto pubblico straordinario chiamando in causa Lei, il Sindaco, la Dirigente, gli enti gestori e le famiglie? Se non ci sono problemi, di cosa ha paura la Sua Amministrazione? Perché la Consulta sente il bisogno di un bagno di realtà e di “profonda verità” da tenersi davanti alla cittadinanza?
La verità è che la toppa è stata peggiore del buco.
Ma c’è di più. Perché mentre l’Assessore Precchia ci fa la morale sulla “trasparenza”, sul “lavoro smentito dagli atti” e sulle “campagne mediatiche”, la trasparenza dovrebbe essere un abito da indossare sempre, non solo quando fa comodo. Noi, caro Assessore, non dimentichiamo. E non sfugge ai nostri taccuini che in questi stessi giorni altre testate d’inchiesta collegano e accendono riflettori su argomenti ben più spinosi, come certi fondi PNRR da centinaia di migliaia di euro e strani intrecci legati a progetti ed associazioni dove compaiono legami di parentela assai stretti tra dirigenti comunali e componenti della giunta caivanese.
Chi ha scheletri o conflitti d’interesse nell’armadio, prima di impartire lezioni di giornalismo e di etica pubblica a chi racconta la sofferenza delle famiglie dei disabili, farebbe bene a guardarsi in casa propria. Sulla disabilità non si fa propaganda, ha ragione Lei. Si danno risposte immediate. La Consulta ha chiesto un confronto pubblico aperto a tutti: la Stampa ci sarà. Vedremo se l’Assessore alzerà la testa dalle sue carte per guardare negli occhi le famiglie. Leggi qui la richiesta di confronto pubblico della Consulta dei Disabili
Caivano
CAIVANO. Censura in Assise, gogna sui social: la doppia morale della maggioranza
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2 settimane fail
1 Agosto 2026
CAIVANO – Da attento osservatore della vita pubblica caivanese, è impossibile non notare come l’ultimo Consiglio Comunale e i suoi strascichi abbiano spinto il dibattito cittadino verso un corto circuito politico emblematico. L’intervento del capogruppo del M5S, Giovanni Vitale — che pur votando a favore della rotonda sulla SS 87 per senso di responsabilità verso la sicurezza dei cittadini, ha sferrato un affondo politico all’amministrazione —, ha evidentemente toccato un nervo scoperto. E la reazione a catena che ne è seguita racconta molto più sulla salute di questa maggioranza di quanto i diretti interessati vorrebbero far credere.
La satira centra il bersaglio: il nervo scoperto dei “soldatini”
Nel dibattito democratico, l’uso della metafora e della satira politica non è un vezzo: è uno strumento essenziale di dialettica. Utilizzare l’immagine dei “soldatini di piombo” e degli “alza-manine” non costituisce un attacco personale, bensì una classica e legittima figura retorica per denunciare un appiattimento politico.
Se le forze di maggioranza — da Azione ai singoli consiglieri come Tobia Angelino — si sentono così intimamente offese e ferite da una metafora, significa solo una cosa: la freccia della satira ha centrato il bersaglio. L’ostentata indignazione tradisce l’insofferenza per una verità che brucia. La metafora rispecchia infatti una realtà nota anche nei corridoi del municipio: quella di un malumore strisciante, alimentato da riunioni quasi “carbonare” e sotterranee tra consiglieri delusi da una gestione monocratica e accentratrice. Un metodo di comando del Primo Cittadino che non è nuovo, ma che replica esattamente l’impostazione verticistica già vista nei rapporti con Roma sulla gestione del partenariato pubblico-privato per il Parco Verde.
L’aula imbavagliata e la trappola della rigidità istituzionale
Ciò che colpisce nell’analisi di questo passaggio politico è la gestione dell’Assise cittadina da parte della Presidenza del Consiglio. Si assiste a una conduzione del dibattito spinta a un livello di rigidità formale da “aula di tribunale” — forse un portato della professione forense del Presidente, che sembra però scambiare la funzione pubblica dell’Assise con un’udienza giudiziaria.
Viene applicata una censura preventiva sull’ordine dei lavori, dove la scusa del “fuori tema” viene usata come clava per zittire le minoranze e impedire ogni ragionamento di ampio respiro politico sugli argomenti affini. Si pretende che in aula si parli solo ed esclusivamente di ciò che fa comodo all’amministrazione, depotenziando il Consiglio del suo ruolo naturale: essere il luogo supremo della dialettica e dell’indirizzo politico, non un semplice notaio del potere.
Dalla rigidità dell’aula alla “macelleria social”: la doppia morale del potere
Ma la contraddizione più stridente esplode subito dopo la chiusura dei lavori dell’aula.
1. In Consiglio Comunale la maggioranza invoca il rispetto istituzionale, la sobrietà e il galateo democratico, lamentando il presunto “innalzamento dei toni”.
2. Sui social media, un attimo dopo, gli stessi protagonisti scatenano la “macelleria social”, rifugiandosi sulle piattaforme digitali per giustificare le proprie posizioni, pubblicare foto compensative e chiamare a raccolta i tifosi della rete.
Si assiste così al paradossale ribaltamento della democrazia: si scappa dal confronto libero, vero e senza bavagli dentro l’aula consiliare, per cercare asilo e conforto nelle bolle virtuali dei social. Lì, dove l’algoritmo premia la tifoseria e il dissenso viene sommerso dalle invettive degli odiatori di turno, la maggioranza ritrova la sua sicurezza. Un comportamento che rivela una profonda debolezza e il bisogno disperato di giustificarsi con l’opinione pubblica.
La paura del dissenso
Quando una maggioranza avverte l’esigenza sistematica di rincorrere l’opposizione con comunicati e post di autocongratulazione per dire di “non essere soldatini”, sta implicitamente ammettendo che il problema esiste. Governare una città complessa come Caivano richiede autorevolezza, non muscolarità o editti di censura.
Se l’amministrazione e i suoi alleati intendono davvero far crescere la comunità, devono imparare ad accettare la critica, la satira e la dialettica in aula, anziché alimentare la macchina del fango social ed erigere muri di silenzio nell’aula istituzionale. Prima o poi, anche la comunicazione più patinata deve fare i conti con la realtà
Caivano
CAIVANO. Flop del concerto di Gabriele Esposito. Le competenze nel deserto e i 15mila euro spariti nel vuoto.
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2 settimane fail
30 Luglio 2026
CAIVANO – A Caivano si è appena consumato l’ultimo atto della tragicommedia estiva intitolata “Esterno Giorno”. Una rassegna che, nelle intenzioni dei suoi autoreferenziali inventori, doveva trasformare la città in un bistrò della cultura internazionale e che invece si è conclusa come peggio non poteva: proiezioni cinematografiche saltate a ripetizione (con l’effetto “disco rigato” da tv di provincia degli anni ’90), partite dei Mondiali proiettate all’aperto con la grazia di un circolo ricreativo improvvisato, e per finire il gran finale. Il capolavoro del deserto.
Mercoledì sera, area mercato di Caivano: in scena va il concerto di Gabriele Esposito. Intendiamoci subito, a scanso di equivoci e querele condite da minacce isteriche: nessuno discute il talento di Esposito. Parliamo di un giovane artista napoletano di successo, bravo, apprezzato, sulla cresta dell’onda. Peccato solo che ad ascoltarlo ci fossero, a voler essere generosi, quasi duecento persone. Duecento. In uno spazio immenso pensato per le folle. Un affronto a un artista vero, trasformato suo malgrado nel figurante di un flop epocale.
E qui la domanda sorge spontanea, come direbbe qualcuno: delle due l’una. O la comunicazione dell’evento è stata così disastrosa, grottesca e inesistente da non far sapere a nessuno che c’era un concerto; oppure il sapiente Direttore Artistico, scelto dall’Amministrazione del Sindaco Antonio Angelino, ha selezionato un segmento musicale del tutto slegato dai gusti e dalla sensibilità della comunità caivanese. In entrambi i casi, la risposta è una sola: incapacità organizzativa e totale mancanza di conoscenza del territorio.
Ma la vera perla non è il vuoto sotto al palco, è il conto da pagare. Questo capolavoro di solitudine istituzionale è costato la bellezza di 15mila euro di fondi pubblici attinti a piene mani dalle casse della Città Metropolitana. Quindicimila euro per radunare duecento anime nell’area mercato. Senza contare i 4500 euro già riservati al Direttore Artistico.
Per fare un confronto che dovrebbe far arrossire chiunque sia dotato di un minimo di pudore amministrativo, basta guardare al passato recente. Con la stessa identica cifra (15mila euro), il 12 e 13 ottobre 2024, l’Associazione Caivano Legalitaria guidata da Giuseppe Libertino — autotassandosi, senza contare su fondi pubblici ma raccogliendo sponsor liberi e indipendenti — portò in Piazza Cesare Battisti 12 food truck, spettacoli, fece esibire e promuovere le associazioni locali e riempì la piazza con circa tremila persone per due sere consecutive. E sempre con lo stesso budget, sotto la direzione artistica di Libertino e la lungimiranza del Sindaco Michele Emiliano a Crispano, per la chiusura della festa dei Gigli si è riempita una piazza intera con lo spettacolo di Gigi Soriani.
Questione di numeri. Ma soprattutto, questione di polso del territorio. Un Direttore Artistico e un’organizzazione con un briciolo di mestiere e di umiltà, se avessero davvero voluto fare il bene di Gabriele Esposito e di Caivano, avrebbero portato l’artista nel cortile di via Don Minzoni o in Piazza Cesare Battisti. Con duecento persone, oggi non tratteremmo del deserto dell’area mercato, ma di un cortile sold-out. Si chiama “visione”, o più semplicemente “competenza”.
E invece no. A Caivano preferiamo il teatro dell’assurdo, quello in cui la mancanza di risultati viene costantemente mascherata dalla sfilata dei titoli, delle lauree, dei master e delle parentele. Abbiamo il Sindaco Antonio Angelino, sempre pronto a sventolare il suo medagliere di titoli di studio e lauree. Abbiamo il Direttore Artistico Francesco Sigillo, che nei suoi commenti social si auto-incensa sciorinando venticinque anni di carriera come “manager, produttore internazionale, Project Manager” e persino “collaboratore dell’UNESCO”, salvo poi firmare proiezioni a scatti e concerti per pochi intimi. E infine abbiamo il cognato del Sindaco, Lorenzo Cammisa, il quale rivendica con orgoglio il ruolo di “regista e sceneggiatore di fama, intellettuale in prima linea per le periferie, vincitore di festival internazionali con film proiettati su Amazon Prime”, sceso in campo a curare la comunicazione di Esterno Giorno (ovviamente “a titolo gratuito, senza percepire un euro!”) con i risultati comunicativi che tutti hanno visto: il vuoto spinto.
Tutti “grandissimi”, tutti “titolati”, tutti “internazionali”. Ma quando poi dai palchi virtuali di Facebook e dai curricula infiocchettati si passa alla prova dei fatti, la realtà si scontra con il duro giudizio della piazza. E la piazza, mercoledì sera, era semplicemente vuota. Naturalmente, di fronte all’evidenza delle critiche e dei numeri, scatta l’ormai classico “rifugio del fallimentare”: la minaccia di querela. Quando non si sa come giustificare un flop da 15mila euro di soldi pubblici, si manda avanti l’avvocato, sbandierando l’indignazione ferita degli “intellettuali incompresi”.
Restano i fatti. E i fatti dicono che l’autoreferenzialità non riempie le piazze, che i master non insegnano a parlare alla gente e che le parentele non sostituiscono la professionalità. Caivano non ha bisogno di passerelle per vanità individuali o di dispensatori di cultura calata dall’alto. Ha bisogno di chi conosce la strada, di chi rispetta i soldi dei cittadini e di chi, anziché minacciare i giornalisti, imparasse – per una volta – a fare autocritica.


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