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Si riaprono i termini delle graduatorie ERP nel 2026. Dimostrazione che gli influencer hanno “sbagliato palazzo”
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NAPOLI – La Regione Campania ha approvato l’Avviso Pubblico per l’inserimento nell’Anagrafe del Fabbisogno Abitativo e nelle graduatorie ERP per il 2026. Le domande possono essere presentate dal 2 marzo 2026 alle ore 12:00 fino al 15 aprile 2026 alle ore 14:00 solo tramite la piattaforma telematica regionale ERP.
Questo provvedimento informa i cittadini che la Regione Campania ha riaperto i termini per presentare la domanda di assegnazione di un alloggio di edilizia residenziale pubblica. In pratica viene data una nuova opportunità, sia a chi non aveva mai fatto richiesta in passato sia a chi l’aveva già presentata, di essere inserito o reinserito nella graduatoria sulla base della situazione attuale. La riapertura tiene conto del fatto che nel tempo possono cambiare il reddito, la composizione familiare o le condizioni abitative delle persone, rendendo necessario un aggiornamento delle domande.
Le richieste presentate entro i termini stabiliti saranno valutate secondo i criteri previsti dalla normativa e serviranno a formare nuove graduatorie ufficiali. Queste graduatorie sostituiranno quelle precedenti e verranno utilizzate dai Comuni per assegnare gli alloggi ERP che si renderanno disponibili. Chi non presenta domanda durante questo periodo di riapertura non potrà essere considerato per le future assegnazioni fino al prossimo avviso.
C’è un momento, nella vita pubblica di un territorio, in cui la retorica cade e resta solo la prova dei fatti. A Caivano questo momento è arrivato ora, ed è impietoso per chi per anni ha sbagliato palazzo, bussando alle porte sbagliate, invocando scorciatoie mediatiche e soluzioni miracolistiche, mentre il problema vero – quello dell’abitare, della legalità sociale, dei diritti – continuava a marcire sotto il peso dell’ipocrisia.
La vicenda dell’occupazione abusiva degli immobili di edilizia residenziale pubblica ha dimostrato una verità semplice e scomoda: l’unico interlocutore legittimato a intervenire è sempre stata la Regione Campania. Tutto il resto è stato rumore. Un rumore alimentato da una sorta di teocrazia caivanese, dove l’autorità morale autoproclamata ha provato a sostituirsi alla competenza istituzionale, trasformando drammi reali in palcoscenico, dolore in consenso, illegalità in racconto edificante.
La lettera del 14 settembre 2023, con cui Don Maurizio Patriciello si rivolse alla Giorgia Meloni chiedendo una sanatoria per i 220 nuclei familiari del Parco Verde, è l’emblema di questo corto circuito. Un appello che parlava il linguaggio dell’emergenza morale ma che ignorava volutamente il perimetro delle competenze, rivolgendosi al palazzo sbagliato. Quella lettera non ha risolto nulla. Al contrario, ha contribuito a creare aspettative irrealistiche che si sono infrante contro la realtà giudiziaria, portando – paradossalmente – allo sgombero di 39 famiglie nel dicembre 2024. Colpire pochi per “punire” il resto: una scorciatoia inutile, ingiusta e socialmente sterile. E anche allora, chi oggi si erge a paladino era assente o distratto, mentre il sottoscritto denunciava l’assurdità di un’operazione simbolica, incapace di distinguere tra disagio reale e occupazioni prive dei requisiti minimi.
Oggi però la narrazione si sgretola. Perché con l’insediamento del nuovo presidente Roberto Fico e dell’assessora alle Politiche abitative Claudia Pecoraro, la Regione Campania ha fatto ciò che andava fatto da subito: un atto amministrativo serio, concreto, rispettoso della legge e delle persone. La riapertura dei termini per l’aggiornamento della graduatoria ERP non è propaganda, è governo. È la dimostrazione che i problemi complessi non si affrontano con le lettere aperte né con le benedizioni mediatiche, ma con strumenti normativi adeguati.
Il paradosso è evidente e bruciante: grazie a questo provvedimento, anche quelle 220 famiglie del Parco Verde potranno finalmente essere valutate secondo criteri oggettivi, e perfino i nuclei collegati alle 39 famiglie sgomberate – laddove in possesso dei requisiti – avranno una possibilità reale. Non una sanatoria morale, ma una verifica di diritto. Non un colpo di teatro, ma un atto di giustizia amministrativa. E qui sta la conferma definitiva che la battaglia contro gli influencer prestati alla politica e contro la teocrazia locale non era ideologica, ma fondata.
C’è un dettaglio che completa il quadro e che merita di essere detto con chiarezza, perché senza di esso questa storia resterebbe monca. La difesa ostinata di un’idea semplice – che i problemi dell’abitare si risolvono nelle sedi competenti e non nei salotti mediatici o nelle sagrestie trasformate in centri di potere – è costata al sottoscritto un prezzo preciso: l’accusa di persecuzione mediatica, di accanimento personale, persino di coltivare interessi propri. Un copione già visto, utile non a confutare le argomentazioni, ma a delegittimare chi osava incrinare il racconto dominante.
Perché il vero peccato, in quel contesto, non era dissentire: era rompere il paradigma. Il paradigma della teocrazia caivanese come unica forma di governo possibile, come unica voce “autorizzata” a parlare di povertà, legalità e riscatto. Chiunque mettesse in discussione questo schema veniva automaticamente dipinto come nemico dei poveri, come cinico burocrate, come disturbatore di un equilibrio costruito più sulla popolarità che sulla competenza. Si doveva continuare ad alimentare l’idea che solo l’intervento carismatico, solo l’appello morale al potente di turno, potesse risolvere problemi strutturali. Tutto il resto era eresia. Leggi qui il mio editoriale di allora
Eppure oggi la realtà si prende la rivincita. I fatti dimostrano che quella linea critica non solo non era persecutoria, ma era necessaria. Che denunciare chi sbagliava palazzo non significava attaccare le persone fragili, bensì difenderle da illusioni pericolose. Che opporsi alla spettacolarizzazione del disagio non era un interesse personale, ma un atto politico nel senso più alto del termine. E soprattutto che la teocrazia, quando manca di competenze, non governa: intrattiene, mentre i problemi restano.
La riapertura delle graduatorie ERP da parte della Regione Campania, sotto la guida del presidente Roberto Fico e dell’assessora Claudia Pecoraro, certifica una verità che per anni si è cercato di occultare: solo istituzioni competenti, che conoscono strumenti, limiti e responsabilità, possono offrire soluzioni reali. Tutto il resto – lettere aperte, appelli messianici, narrazioni salvifiche – è stato funzionale più alla costruzione di consenso che alla tutela dei diritti.
Ora che la polvere si è posata, resta una lezione amara ma utile: chi ha provato a tenere la barra dritta è stato isolato, accusato, delegittimato. Ma aveva ragione.
Ora il testimone passa alle amministrazioni comunali. A loro non è chiesto di inventare nulla, né di intestarsi meriti che non hanno. Devono semplicemente recepire il provvedimento regionale e accompagnare i cittadini, fornendo supporto burocratico, informazione corretta, assistenza reale. Senza passerelle, senza conferenze autocelebrative, senza la tentazione di riscrivere la storia. Perché la storia, ormai, parla chiaro: chi ha cercato scorciatoie ha sbagliato palazzo; chi ha seguito la strada delle competenze, alla fine, aveva ragione.
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CAIVANO. Mentre le famiglie attendono risposte, caro Assessore Precchia, le lezioni di giornalismo le rispediamo al mittente
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CAIVANO. Mentre le famiglie attendono risposte, caro Assessore Precchia, le lezioni di giornalismo le rispediamo al mittente
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3 Agosto 2026
CAIVANO – C’è un vecchio vizio nella politica locale, specialmente quando la terra sotto i piedi scotta e le promesse da passerella incontrano il muro della realtà: la tentazione di fare il maestro con la stampa.
Succede così che l’Assessore alle Politiche Sociali del Comune di Caivano, Giuseppe Precchia, colto sul vivo dalle proteste delle famiglie e dal grido d’allarme della Consulta dei Disabili, decida di affidare a una “lettera aperta” (inviata ad altri, ma chissà perché dimenticando di trasmetterla alla nostra testata, forse per timore di un contraddittorio vero) una dotta reprimenda su come i giornali dovrebbero fare il proprio mestiere. E allora, prima di addentrarci nei numeri e nella vita reale delle persone, una brevissima lezione di alfabetizzazione democratica e giornalistica all’Assessore dobbiamo dargliela noi.
Caro Assessore Precchia, impariamo a distinguere.
Un articolo di cronaca riporta i fatti.
Un comunicato stampa rappresenta la voce ufficiale di un organo (in questo caso la Consulta dei Disabili, un organismo istituzionale del Suo stesso Comune).
Un editoriale ospita la visione e l’opinione motivata dell’editorialista.
E infine la stampa libera non fa da buca delle lettere alla propaganda dell’amministrazione di turno, ma dà voce ai cittadini. Soprattutto a quelli che non hanno voce.
Pretendere che i giornali si trasformino in passacarte dei report burocratici di Palazzo, prima di pubblicare la legittima e dolorosa denuncia della Consulta dei Disabili, significa non aver capito a cosa serve la stampa in un Paese libero. La Consulta ha sollevato un problema enorme: al 31 luglio, bambini con disabilità erano ancora tagliati fuori dai campi estivi annunciati a gran voce ad inizio mese. E di fronte a questo dramma sociale, l’Assessore cosa fa? Srotola il pallottoliere e ci propone la solita seduta di “politichese”.
Ci viene a raccontare che sui 22 minori ammessi, 14 voucher sono stati ritirati e 8 no, concludendo trionfalmente che “un voucher non ritirato non è un minore escluso”. Ma ci si rende conto della gravità di questa affermazione? Se una famiglia non ritira il voucher o non avvia il servizio, un amministratore empatico e responsabile si chiede perché. Si chiede se per caso dietro quel voucher non ritirato ci sia l’impossibilità di mandare il proprio figlio in un centro estivo sprovvisto di personale e di terapisti dedicati!
Noi alla burocrazia difensiva non crediamo. Noi crediamo ai fatti. E i fatti dicono che mentre l’Assessore sfoggia il report degli uffici in cui “non risultano formali segnalazioni di disservizio al Protocollo”, la realtà fuori dal Palazzo urla un’altra verità. Come la denuncia pubblica e disperata di una mamma, la signora Veronica De Angelis, che scrive nero su bianco:
«Anche a me è stato rifiutato, dicendomi che non c’era personale adatto per mio figlio e che se volevo dovevo stare io tutto il tempo con loro…».
Ecco la verità delle famiglie, Assessore. Altro che “rappresentazione alterata dei fatti”.

Se la narrazione burocratica dell’Amministrazione fosse quella reale, se davvero tutto stesse funzionando alla perfezione, ci spiega perché la Consulta dei Disabili ha appena inviato una richiesta formale di confronto pubblico straordinario chiamando in causa Lei, il Sindaco, la Dirigente, gli enti gestori e le famiglie? Se non ci sono problemi, di cosa ha paura la Sua Amministrazione? Perché la Consulta sente il bisogno di un bagno di realtà e di “profonda verità” da tenersi davanti alla cittadinanza?
La verità è che la toppa è stata peggiore del buco.
Ma c’è di più. Perché mentre l’Assessore Precchia ci fa la morale sulla “trasparenza”, sul “lavoro smentito dagli atti” e sulle “campagne mediatiche”, la trasparenza dovrebbe essere un abito da indossare sempre, non solo quando fa comodo. Noi, caro Assessore, non dimentichiamo. E non sfugge ai nostri taccuini che in questi stessi giorni altre testate d’inchiesta collegano e accendono riflettori su argomenti ben più spinosi, come certi fondi PNRR da centinaia di migliaia di euro e strani intrecci legati a progetti ed associazioni dove compaiono legami di parentela assai stretti tra dirigenti comunali e componenti della giunta caivanese.
Chi ha scheletri o conflitti d’interesse nell’armadio, prima di impartire lezioni di giornalismo e di etica pubblica a chi racconta la sofferenza delle famiglie dei disabili, farebbe bene a guardarsi in casa propria. Sulla disabilità non si fa propaganda, ha ragione Lei. Si danno risposte immediate. La Consulta ha chiesto un confronto pubblico aperto a tutti: la Stampa ci sarà. Vedremo se l’Assessore alzerà la testa dalle sue carte per guardare negli occhi le famiglie. Leggi qui la richiesta di confronto pubblico della Consulta dei Disabili
Caivano
CAIVANO. Censura in Assise, gogna sui social: la doppia morale della maggioranza
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2 settimane fail
1 Agosto 2026
CAIVANO – Da attento osservatore della vita pubblica caivanese, è impossibile non notare come l’ultimo Consiglio Comunale e i suoi strascichi abbiano spinto il dibattito cittadino verso un corto circuito politico emblematico. L’intervento del capogruppo del M5S, Giovanni Vitale — che pur votando a favore della rotonda sulla SS 87 per senso di responsabilità verso la sicurezza dei cittadini, ha sferrato un affondo politico all’amministrazione —, ha evidentemente toccato un nervo scoperto. E la reazione a catena che ne è seguita racconta molto più sulla salute di questa maggioranza di quanto i diretti interessati vorrebbero far credere.
La satira centra il bersaglio: il nervo scoperto dei “soldatini”
Nel dibattito democratico, l’uso della metafora e della satira politica non è un vezzo: è uno strumento essenziale di dialettica. Utilizzare l’immagine dei “soldatini di piombo” e degli “alza-manine” non costituisce un attacco personale, bensì una classica e legittima figura retorica per denunciare un appiattimento politico.
Se le forze di maggioranza — da Azione ai singoli consiglieri come Tobia Angelino — si sentono così intimamente offese e ferite da una metafora, significa solo una cosa: la freccia della satira ha centrato il bersaglio. L’ostentata indignazione tradisce l’insofferenza per una verità che brucia. La metafora rispecchia infatti una realtà nota anche nei corridoi del municipio: quella di un malumore strisciante, alimentato da riunioni quasi “carbonare” e sotterranee tra consiglieri delusi da una gestione monocratica e accentratrice. Un metodo di comando del Primo Cittadino che non è nuovo, ma che replica esattamente l’impostazione verticistica già vista nei rapporti con Roma sulla gestione del partenariato pubblico-privato per il Parco Verde.
L’aula imbavagliata e la trappola della rigidità istituzionale
Ciò che colpisce nell’analisi di questo passaggio politico è la gestione dell’Assise cittadina da parte della Presidenza del Consiglio. Si assiste a una conduzione del dibattito spinta a un livello di rigidità formale da “aula di tribunale” — forse un portato della professione forense del Presidente, che sembra però scambiare la funzione pubblica dell’Assise con un’udienza giudiziaria.
Viene applicata una censura preventiva sull’ordine dei lavori, dove la scusa del “fuori tema” viene usata come clava per zittire le minoranze e impedire ogni ragionamento di ampio respiro politico sugli argomenti affini. Si pretende che in aula si parli solo ed esclusivamente di ciò che fa comodo all’amministrazione, depotenziando il Consiglio del suo ruolo naturale: essere il luogo supremo della dialettica e dell’indirizzo politico, non un semplice notaio del potere.
Dalla rigidità dell’aula alla “macelleria social”: la doppia morale del potere
Ma la contraddizione più stridente esplode subito dopo la chiusura dei lavori dell’aula.
1. In Consiglio Comunale la maggioranza invoca il rispetto istituzionale, la sobrietà e il galateo democratico, lamentando il presunto “innalzamento dei toni”.
2. Sui social media, un attimo dopo, gli stessi protagonisti scatenano la “macelleria social”, rifugiandosi sulle piattaforme digitali per giustificare le proprie posizioni, pubblicare foto compensative e chiamare a raccolta i tifosi della rete.
Si assiste così al paradossale ribaltamento della democrazia: si scappa dal confronto libero, vero e senza bavagli dentro l’aula consiliare, per cercare asilo e conforto nelle bolle virtuali dei social. Lì, dove l’algoritmo premia la tifoseria e il dissenso viene sommerso dalle invettive degli odiatori di turno, la maggioranza ritrova la sua sicurezza. Un comportamento che rivela una profonda debolezza e il bisogno disperato di giustificarsi con l’opinione pubblica.
La paura del dissenso
Quando una maggioranza avverte l’esigenza sistematica di rincorrere l’opposizione con comunicati e post di autocongratulazione per dire di “non essere soldatini”, sta implicitamente ammettendo che il problema esiste. Governare una città complessa come Caivano richiede autorevolezza, non muscolarità o editti di censura.
Se l’amministrazione e i suoi alleati intendono davvero far crescere la comunità, devono imparare ad accettare la critica, la satira e la dialettica in aula, anziché alimentare la macchina del fango social ed erigere muri di silenzio nell’aula istituzionale. Prima o poi, anche la comunicazione più patinata deve fare i conti con la realtà
Caivano
CAIVANO. Flop del concerto di Gabriele Esposito. Le competenze nel deserto e i 15mila euro spariti nel vuoto.
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2 settimane fail
30 Luglio 2026
CAIVANO – A Caivano si è appena consumato l’ultimo atto della tragicommedia estiva intitolata “Esterno Giorno”. Una rassegna che, nelle intenzioni dei suoi autoreferenziali inventori, doveva trasformare la città in un bistrò della cultura internazionale e che invece si è conclusa come peggio non poteva: proiezioni cinematografiche saltate a ripetizione (con l’effetto “disco rigato” da tv di provincia degli anni ’90), partite dei Mondiali proiettate all’aperto con la grazia di un circolo ricreativo improvvisato, e per finire il gran finale. Il capolavoro del deserto.
Mercoledì sera, area mercato di Caivano: in scena va il concerto di Gabriele Esposito. Intendiamoci subito, a scanso di equivoci e querele condite da minacce isteriche: nessuno discute il talento di Esposito. Parliamo di un giovane artista napoletano di successo, bravo, apprezzato, sulla cresta dell’onda. Peccato solo che ad ascoltarlo ci fossero, a voler essere generosi, quasi duecento persone. Duecento. In uno spazio immenso pensato per le folle. Un affronto a un artista vero, trasformato suo malgrado nel figurante di un flop epocale.
E qui la domanda sorge spontanea, come direbbe qualcuno: delle due l’una. O la comunicazione dell’evento è stata così disastrosa, grottesca e inesistente da non far sapere a nessuno che c’era un concerto; oppure il sapiente Direttore Artistico, scelto dall’Amministrazione del Sindaco Antonio Angelino, ha selezionato un segmento musicale del tutto slegato dai gusti e dalla sensibilità della comunità caivanese. In entrambi i casi, la risposta è una sola: incapacità organizzativa e totale mancanza di conoscenza del territorio.
Ma la vera perla non è il vuoto sotto al palco, è il conto da pagare. Questo capolavoro di solitudine istituzionale è costato la bellezza di 15mila euro di fondi pubblici attinti a piene mani dalle casse della Città Metropolitana. Quindicimila euro per radunare duecento anime nell’area mercato. Senza contare i 4500 euro già riservati al Direttore Artistico.
Per fare un confronto che dovrebbe far arrossire chiunque sia dotato di un minimo di pudore amministrativo, basta guardare al passato recente. Con la stessa identica cifra (15mila euro), il 12 e 13 ottobre 2024, l’Associazione Caivano Legalitaria guidata da Giuseppe Libertino — autotassandosi, senza contare su fondi pubblici ma raccogliendo sponsor liberi e indipendenti — portò in Piazza Cesare Battisti 12 food truck, spettacoli, fece esibire e promuovere le associazioni locali e riempì la piazza con circa tremila persone per due sere consecutive. E sempre con lo stesso budget, sotto la direzione artistica di Libertino e la lungimiranza del Sindaco Michele Emiliano a Crispano, per la chiusura della festa dei Gigli si è riempita una piazza intera con lo spettacolo di Gigi Soriani.
Questione di numeri. Ma soprattutto, questione di polso del territorio. Un Direttore Artistico e un’organizzazione con un briciolo di mestiere e di umiltà, se avessero davvero voluto fare il bene di Gabriele Esposito e di Caivano, avrebbero portato l’artista nel cortile di via Don Minzoni o in Piazza Cesare Battisti. Con duecento persone, oggi non tratteremmo del deserto dell’area mercato, ma di un cortile sold-out. Si chiama “visione”, o più semplicemente “competenza”.
E invece no. A Caivano preferiamo il teatro dell’assurdo, quello in cui la mancanza di risultati viene costantemente mascherata dalla sfilata dei titoli, delle lauree, dei master e delle parentele. Abbiamo il Sindaco Antonio Angelino, sempre pronto a sventolare il suo medagliere di titoli di studio e lauree. Abbiamo il Direttore Artistico Francesco Sigillo, che nei suoi commenti social si auto-incensa sciorinando venticinque anni di carriera come “manager, produttore internazionale, Project Manager” e persino “collaboratore dell’UNESCO”, salvo poi firmare proiezioni a scatti e concerti per pochi intimi. E infine abbiamo il cognato del Sindaco, Lorenzo Cammisa, il quale rivendica con orgoglio il ruolo di “regista e sceneggiatore di fama, intellettuale in prima linea per le periferie, vincitore di festival internazionali con film proiettati su Amazon Prime”, sceso in campo a curare la comunicazione di Esterno Giorno (ovviamente “a titolo gratuito, senza percepire un euro!”) con i risultati comunicativi che tutti hanno visto: il vuoto spinto.
Tutti “grandissimi”, tutti “titolati”, tutti “internazionali”. Ma quando poi dai palchi virtuali di Facebook e dai curricula infiocchettati si passa alla prova dei fatti, la realtà si scontra con il duro giudizio della piazza. E la piazza, mercoledì sera, era semplicemente vuota. Naturalmente, di fronte all’evidenza delle critiche e dei numeri, scatta l’ormai classico “rifugio del fallimentare”: la minaccia di querela. Quando non si sa come giustificare un flop da 15mila euro di soldi pubblici, si manda avanti l’avvocato, sbandierando l’indignazione ferita degli “intellettuali incompresi”.
Restano i fatti. E i fatti dicono che l’autoreferenzialità non riempie le piazze, che i master non insegnano a parlare alla gente e che le parentele non sostituiscono la professionalità. Caivano non ha bisogno di passerelle per vanità individuali o di dispensatori di cultura calata dall’alto. Ha bisogno di chi conosce la strada, di chi rispetta i soldi dei cittadini e di chi, anziché minacciare i giornalisti, imparasse – per una volta – a fare autocritica.


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