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Pedofilia e l’ipocrisia del perdono. Tutto per proteggere il potere ecclesiastico che ha smarrito la propria morale

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CASORIA – Parlo da laico, da non credente, da cittadino di un mondo occidentale che – piaccia o no – è figlio di una morale costruita per secoli dalla Chiesa cattolica. Una morale non solo insegnata, ma imposta, spesso interiorizzata attraverso il senso di colpa, la paura del peccato e persino la criminalizzazione del pensiero. Da quando anche il semplice desiderio è stato elevato a colpa morale, il controllo sulle coscienze è diventato lo strumento più potente per governare le masse.

Da Sant’Agostino, con la sua visione cupa della natura umana segnata dal peccato originale che trasformò il desiderio in colpa, fino a Tommaso d’Aquino, che ha razionalizzato teologicamente l’ordine morale e sociale, la Chiesa ha costruito un impianto etico che ha formato intere civiltà. Nei secoli più recenti, filosofi e sociologi formatisi nelle università legate al mondo cattolico hanno continuato a rifinire quella stessa architettura morale, spesso presentandola come universale, naturale, indiscutibile.

Ed è proprio questa morale, inculcata come superiore, che oggi rende inaccettabile – non dico il perdono, ma anche solo la rappresentazione pubblica – di un pedofilo nel ruolo di sacerdote. Perché il punto non è la misericordia interiore, né la redenzione personale. Il punto è il simbolo.

Un sacerdote non è un cittadino qualunque. È, per definizione, il rappresentante di una morale. Una morale che pretende di indicare ciò che è bene e ciò che è male, ciò che è puro e ciò che è impuro, ciò che è lecito persino pensare. Quando un uomo che ha commesso uno dei reati più efferati che possano esistere – la pedofilia, violenza assoluta contro un essere indifeso – torna a indossare i paramenti e a concelebrare una Messa pubblica, non siamo davanti al perdono: siamo davanti a una contraddizione morale insanabile.

La pedofilia non è un peccato come gli altri. Non è una “caduta”. È un atto che distrugge un’infanzia, che segna una vita, che continua a produrre dolore ben oltre la fine di una pena. Permettere a chi si è macchiato di un simile crimine di tornare a esercitare – anche simbolicamente – il ruolo sacerdotale significa sminuire la gravità del reato, non elevarsi moralmente.

Perdonare la pedofilia non è morale. È opportunismo. È interesse. È la necessità di proteggere un’istituzione prima ancora delle vittime. Ed è qui che il discorso si fa ancora più duro. Perché ogni riabilitazione pubblica di un pedofilo in ambito ecclesiastico non colpisce solo la comunità dei fedeli, ma riapre la ferita della vittima, la espone di nuovo, la costringe a rivivere ciò che dovrebbe essere definitivamente consegnato alla giustizia e al silenzio rispettoso.

In questo contesto, suona stonata – e profondamente ipocrita – la difesa e l’affermazione di Maurizio Patriciello: «Non sempre alzare la voce, quando non serve, rende un buon servizio».
Lo stesso Patriciello che ha alzato la voce – e spesso senza prove – su presunti stupri al Centro Delphinia o sull’intombamento dei rifiuti o collegando senza prove scientifiche i rifiuti interrati a un’epidemia di tumori, contribuendo a marchiare Caivano come comunità di criminali. Un marchio diventato istituzionale con il cosiddetto Decreto Caivano. Lì, alzare la voce non solo “serviva”, ma è stato considerato un atto profetico. Qui, invece, diventa improvvisamente sconveniente. Due pesi, due misure. La voce va bene quando colpisce gli altri, mai quando mette in discussione il potere ecclesiastico.

A questa morale io contrappongo – e non da oggi – una morale laica, come quella sostenuta da Margherita Hack: fondata sulla razionalità, sull’empatia, sul rispetto profondo per la vita e per la dignità umana. Una morale che non ha bisogno di Dio per sapere che un pedofilo non può rappresentare alcuna superiorità etica, né simbolica né reale.

E da umile giornalista e scrittore, osservatore dei territori a nord di Napoli, sento il dovere di dirlo con chiarezza: la mia morale laica è superiore a quella di chi difende Spinillo, a quella di Spinillo che riabilita un pedofilo, e persino a quella del sindaco di Caivano Antonio Angelino che non perde occasione per omaggiare, rappresentando nei fatti la comunità caivanese tutta – credente, laica e atea – un vescovo che, su questa vicenda, ha sbagliato gravemente.

E qui torna attuale il pensiero di Ludwig Feuerbach, che ci ha ricordato come Dio non sia altro che la proiezione dell’essenza umana, e che l’uomo deve riappropriarsi della propria centralità. Solo una morale dell’uomo, e non di Dio, può mettere davvero al centro la vittima, il dolore reale, la responsabilità concreta. E se c’è una morale che oggi deve essere difesa senza ambiguità, è questa: chi distrugge un bambino non può, in nessuna forma, tornare a insegnare il bene e il male agli altri.

C’è infine un dettaglio che da solo basterebbe a smascherare l’enorme cortocircuito morale di questa vicenda: la fotografia. Mons. Spinillo che si lascia ritrarre accanto a don Michele Mottola, con davanti una fila di bambini ministranti, non ha compiuto un gesto maldestro. Ha compiuto un atto gravemente diseducativo, uno schiaffo in pieno volto alla morale pubblica e uno sberleffo crudele non solo alla famiglia della bambina stuprata, ma anche alle famiglie di quei bambini esposti, loro malgrado, a un messaggio tossico.

Quell’immagine non parla di perdono. Parla di rimozione, di autoassoluzione istituzionale, di una Chiesa che si guarda allo specchio e decide che può bastare una liturgia a cancellare l’orrore. Mettere un pedofilo – perché questo resta, al di là delle formule e dei paramenti – accanto a bambini, significa dire che il crimine può essere metabolizzato, che il tempo e l’abito sacro possono lavare ciò che invece dovrebbe restare inermi davanti alla vergogna.

Ed è qui che la responsabilità morale di chi difende questa scelta diventa ancora più pesante. Don Maurizio Patriciello ha osato non solo giustificare Mons. Spinillo, ma difendere implicitamente anche il pedofilo, liquidando le critiche come eccessi di chi “alza la voce quando non serve”. È un’affermazione che offende l’intelligenza prima ancora delle vittime. Perché quando il silenzio protegge il potere e la parola difende i deboli, alzare la voce è un dovere, non un errore.

Patriciello, che non ha mai avuto remore ad alzare la voce contro intere comunità, a marchiare territori e persone con accuse pesantissime, oggi invita alla moderazione proprio quando sarebbe necessaria una presa di distanza netta, pubblica, inequivocabile. È una scelta che pesa. Perché difendere un vescovo può essere comprensibile sul piano della disciplina interna. Difendere, anche solo simbolicamente, un pedofilo restituito alla scena pubblica è moralmente inaccettabile.

Quella fotografia resterà. Resterà come un atto d’accusa silenzioso contro chi ha scelto di salvare l’immagine dell’istituzione piuttosto che proteggere fino in fondo la dignità delle vittime. E resterà come monito per chi, indossando una tonaca o impugnando un microfono, dovrebbe ricordare che non esiste perdono che possa trasformarsi in legittimazione.

Se la morale cattolica ha preteso per secoli di educare il mondo distinguendo il bene dal male, allora deve accettare che oggi quella stessa morale venga giudicata dai suoi atti. E quell’immagine resta lì, come una condanna silenziosa: non della fede, ma di un potere che ha smarrito il senso del limite, del pudore e della responsabilità verso i più deboli.

Questi sono argomenti trattati anche nella mia ultima opera letteraria “Perché non vado in Chiesa” che molto presto troverete nelle librerie e sulle migliori piattaforme online.

L’immagine in copertina e la locandina social sono state effettuate con tecnica AI, mentre quelle riportate all’interno di questo testo sono reali.

Caivano

CAIVANO. Antonio Angelino e la nobile arte di farsi rimborsare perfino i centesimi

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CAIVANO – Ci sono sindaci che alla storia passano per le grandi opere, altri per i dissesti finanziari, altri ancora per le inaugurazioni di rotonde con tanto di taglio del nastro e banda musicale. Poi c’è Antonio Angelino, il Primo Cittadino di Caivano, destinato a consegnare il proprio nome agli annali della Pubblica Amministrazione per una conquista di ben altro spessore: la contabilità del granello di sabbia.

Per comprendere la portata storica della Nuova Era targata Angelino, bisogna sfogliare gli atti ufficiali dell’Ente. Prendete, ad esempio, la Determinazione n. 1250 del 7 agosto 2026 del 01° Settore Affari Generali e Politiche Sociali. Oggetto: “Impegno e liquidazione per il rimborso spese di viaggio per Sindaco per impegni istituzionali”.

Un documento solenne. Richiami ai decreti ministeriali, citazioni del Testo Unico degli Enti Locali, riferimenti allo Statuto, al DUP e al Bilancio di Previsione. Un’impalcatura burocratica degna dell’acquisto di una flotta di caccia bombardieri per la difesa municipale. E a quanto ammonta la somma che il Primo Cittadino ha protocollato con tanto di pezze d’appoggio il 30 luglio 2026 (protocollo n. 40267) per vedersela riaccreditare fino all’ultimo centesimo? Tenetevi forti: 93,80 euro.

Avete capito bene. Novantatré euro e ottanta centesimi. Non novantamila, non novemila. 93 euro e spiccioli, con le ricevute scrupolosamente conservate e verificate dall’Ufficio Personale, che dopo un’accurata istruttoria ha decretato che sì, quel rimborso era “dovuto e regolare”.

Ora, per cogliere appieno la sublimità della scena, occorre contestualizzare l’importo. Un Sindaco di una città come Caivano percepisce un’indennità di funzione che sfiora i 5.000 euro lordi al mese (circa 58.000 euro l’anno). Immaginate la scena a Palazzo: da un lato una busta paga da quasi cinquemila euro lordi, dall’altro il Sindaco che scende in Tesoreria, sventola lo scontrino dell’autostrada o il biglietto del treno da novantatré euro e ottanta centesimi e pretende il conto.

Va detto a sua parziale discolpa: questa è forse l’unica vera, autentica e inoppugnabile “discontinuità” rispetto a tutti i sindaci che lo hanno preceduto a Caivano. Nessuno, a memoria d’uomo, era mai arrivato a tanto. Nessun amministratore del passato aveva mostrato una determinazione così ferrea nell’andare a rivendicare il rimborso del caffè e del casello mentre incassa un’indennità regale.

Ma a pensarci bene, di fronte a questo documento si accende improvvisamente una luce di verità. Una piccola riflessione s’impone: ora che leggiamo la Determinazione 1250, forse iniziamo a capire perché il candidato Angelino abbia corso il rischio calcolato di essere dichiarato ineleggibile, scegliendo di non mettersi in aspettativa dalla Città Metropolitana prima di presentare la sua candidatura.

I maliziosi si chiederanno: vuoi vedere che dietro quella scelta azzardata non c’era una complessa strategia politica, ma solo un doloroso calcolo da ragioniere? Mettendosi in aspettativa con un mese di anticipo, avrebbe infatti perso ben un mese di stipendio dall’Ente di provenienza. E per chi considera 93,80 euro una somma sacra e irrinunciabile da recuperare con determinazione dirigenziale, perdere un intero mensile da dipendente pubblico deve essere sembrato un sacrilegio intollerabile. La domanda sorge spontanea: la scelta di rischiare l’ineleggibilità fu dettata da alto senso delle istituzioni o dal terrore di lasciare sul campo qualche migliaio di euro?

Sia chiaro: richiedere il rimborso delle spese di viaggio sostenute per fini istituzionali è un diritto previsto dalla legge. Ci mancherebbe. Ma c’è una sottile, abissale differenza tra il diritto e l’opportunità di mostrare un minimo di stile. Un amministratore che guadagna cinquemila euro al mese al soldo dei contribuenti caivanesi potrebbe anche decidere di offrire novanta euro di benzina alla comunità che governa. O quantomeno evitare di mettere in moto l’apparato burocratico del Comune per farsi restituire i centesimi.

Ma forse siamo noi a non capire. Per Angelino, evidentemente, la cassa comunale è come il maialino di terracotta delle giostre: ogni centesimo conta, ogni scontrino è una reliquia, ogni rimborso è una missione di vita.

Continui così, Signor Sindaco. La città affoga tra criticità, problemi irrisolti e disservizi, ma la burocrazia di Caivano può dormire sonni tranquilli: sui suoi 93 euro e ottanta centesimi non si transige. Quelli sono salvi.

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Caivano

CAIVANO. Il silenzio dei furbi. L’Amministrazione Angelino preferisce il precariato della clientela alla stabilizzazione dei lavoratori

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CAIVANO – C’è un’arte antica in cui la politica di provincia eccelle sopra ogni altra: l’arte dell’omissione calcolata. Quell’amabile e mefistofelico silenzio amministrativo che non fa rumore, non lascia tracce scritte, ma produce esattamente l’effetto desiderato da chi comanda.

Per capire come funziona la “nuova era” a Caivano, basta leggere due documenti ufficiali rimasti colpevolmente nei cassetti del Municipio. Due carte che raccontano una storia di ordinaria ipocrisia, dove la trasparenza si ferma davanti agli interessi di bottega.

I FATTI: LE CARTE DELLA VERGOGNA

È la nota inviata il 6 luglio 2026 dalla Green Attitude s.r.l. (capogruppo dell’ATI che gestisce il servizio d’igiene urbana a Caivano) indirizzata al Responsabile del Settore Ambiente, ing. Francesco dell’Aversano, e al D.E.C., ing. Vincenzo Cenname. La ditta mette nero su bianco un elenco di 12 lavoratori (Altieri, Capuozo, Cioffi, Esposito, Granato, Mirabibella, Palumbo, Pellino, Pulcrano, Sirico, Acatullo, Mosca). Lavoratori precari, interinali, che hanno un “diritto di prelazione” per il passaggio di cantiere. La ditta, facendo seguito a una prima richiesta del 10 giugno, chiede formalmente al Comune l’autorizzazione a stabilizzarli e a dar seguito al piano di assorbimento del personale.  

È la diffida/sollecito del 29 luglio 2026 firmata congiuntamente dai sindacati di categoria (FP CGIL, FIT CISL, FIADEL e FILAS). I sindacati denunciano uno “stallo” imbarazzante e rivelano che il Comune non ha mai risposto alla richiesta della ditta dell’inizio di luglio. Chiedono un riscontro d’urgenza per evitare ripercussioni occupazionali e sciogliere ogni nodo interpretativo sull’articolo 37 del Capitolato Speciale d’Appalto.  

A oggi, il Comune di Caivano tace. Un silenzio di tomba. Un “no comment” burocratico che fa un chiasso infernale.

IL TRUCCO DEL CAPITOLATO E IL PUNTEGGIO IN GARA

Ma perché la ditta vuole stabilizzare questi lavoratori e perché il Comune glielo impedisce col suo silenzio?

Qui casca l’asino. Il bando per la raccolta dei rifiuti a Caivano non è stato fatto su un foglio di formaggio al bar del paese: è stato redatto dalla CUC (Centrale Unica di Committenza) della Città Metropolitana di Roma. E in quel capitolato d’appalto c’era una regola chiarissima: la ditta che avesse garantito la stabilizzazione del personale precario del cantiere avrebbe ottenuto un punteggio superiore nell’offerta tecnica.

Tradotto per i non addetti ai lavori: l’ATI Green Attitude – Ecogin ha vinto (o si è piazzata in alto) ANCHE perché si è impegnata a stabilizzare quei padri di famiglia precari. Ha preso i punti in gara, ha firmato il contratto e ora dice al Comune: “Ehi, fatemi mantenere la promessa e stabilizzare questi 12 lavoratori”.

E il Comune cosa fa? Non risponde. Si volta dall’altra parte. Pone ostacoli interpretativi pretestuosi.

IL PERCHÉ DEL SILENZIO: LA RACKETTIERA DELLE AGENZIE INTERINALI

La domanda sorge spontanea, direbbe qualcuno: perché un’Amministrazione comunale dovrebbe ostacolare la stabilizzazione di 12 lavoratori che non le costa un euro in più?

La risposta è d’una lucidità agghiacciante ed è racchiusa nelle logiche più bieche della politica clientelare.

D’estate la produzione di rifiuti aumenta, i dipendenti vanno in ferie, le strade soffrono. La ditta ha bisogno fisiologico di nuovo personale.

Se il Comune autorizza la stabilizzazione: quei 12 posti vengono coperti a tempo indeterminato da lavoratori storici, che si sono guadagnati il posto sul campo e che — coincidenza fatale — non devono favori politici a nessuno. Zero cambiali elettorali. Zero clienti da accontentare.

Se il Comune tace e blocca le stabilizzazioni: la ditta resta sottorganico e per coprire i turni estivi è costretta a ricorrere a nuove assunzioni precarie tramite agenzie interinali.

E chi gestisce, suggerisce, “segnala” e telefona alle agenzie interinali per fare i nomi di chi deve andare a spazzare le strade per tre mesi d’estate?

Ma le agenzie interinali — si sa da decenni in tutte le latitudini del sottogoverno locale — sono la mangiatoia perfetta per consiglieri comunali, assessori e sindaci in cerca di consenso. Il “favore” del contratto a termine per il cugino, il tesserato, l’elettore o il portatore di voti.

Ecco svelato il capolavoro: mantenere il cantiere nell’eterna precarietà per alimentare il mercato delle vacche della clientela politica.

Quei 12 lavoratori da stabilizzare hanno una sola grande colpa: non sono “clienti” dell’attuale classe dirigente. Non sono andati a baciare la pantofola a Palazzo prima delle elezioni. E dunque, per la logica di questa maggioranza, devono rimanere nel limbo del precariato, mentre la ditta viene spinta a forza tra le braccia del lavoro interinale a chiamata politica.

LA MASCHERA È CADUTA

Il Sindaco Angelino e la sua giunta ci ammorbonano un giorno sì e l’altro pure con i video su Facebook dedicati al “riscatto sociale”, alla “legalità” e alla “nuova era” di Caivano. Poi però, quando la legalità e la trasparenza bussano alla porta sotto forma di una nota sindacale e di una lettera d’impresa, la risposta è il silenzio codardo di chi preferisce il ricatto del precariato alla dignità del lavoro stabile.

Mentre l’Assessore e i dirigenti giocano a nascondino, 12 famiglie attendono un diritto riconosciuto da un bando pubblico di rilevanza metropolitana.  

Rispondete a quelle lettere, ingegneri e politici da videoclip. Spiegate alla città perché preferite le agenzie interinali con la spinta politica ai contratti stabili per chi lavora da anni. E se non avete il coraggio di farlo con un atto pubblico, abbiate almeno la decenza di spegnere la telecamera del cellulare: la vostra propaganda si è incastrata tra i cassonetti dell’immondizia

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Caivano

CAIVANO. SPINA, l’Aula bypassata e il re dei social: come Angelino confonde il Comune con un account Facebook

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CAIVANO – C’è un virus contagioso che si aggira per le stanze del Comune di Caivano, ed è la sindrome del “Faccio tutto io e se non vi sta bene mettetemi un like”.

Prendete l’ultimo, sfavillante proclama della maggioranza. I megafoni di palazzo – nelle vesti delle liste Bene Comune e Caivano Conta – sono usciti in grande spolvero sui social per annunciarci che “è stato approvato l’indirizzo alla progettazione del Progetto S.P.I.N.A.”. Un acronimo altisonante – Sistema di Penetrazione, Integrazione e Nuova Accessibilità – che nella testa dei comunicatori del Sindaco Antonio Angelino deve suonare come la NASA, ma che nel mondo reale, per ora, è solo un pezzo di carta.

Ora, sgombriamo subito il campo da equivoci: la necessità di un’arteria che decongestioni quel girone dantesco che è Corso Umberto I e che ricucia il quadrante orientale della città è sacrosanta. Lo dice persino il Partito Democratico locale – che pur di esistere senza avere manco un consigliere comunale in aula, s’infila nel dibattito dispensando consigli da “stampella esterna”. L’idea di fondo, del resto, non è un’illuminazione divina di Angelino, ma una visione urbanistica che giace nei cassetti da vent’anni.

Il punto, però, non è cosa c’è scritto su quel foglio. Il punto drammatico, politico e democratico, è dove e come è stato approvato.

I post della maggioranza strombazzano orgogliosi: “Abbiamo approvato”.

Abbiamo chi? Dove? In quale sede istituzionale?

Risposta: In Giunta. Quattro o cinque persone chiuse in una stanza, al riparo da sguardi indiscreti, senza uno straccio di dibattito pubblico, senza un verbale di confronto con la città.

Il Primo Cittadino e i suoi fedelissimi continuano a sciacquarsi la bocca con le parole “trasparenza”, “partecipazione” e “riscatto della comunità”. Poi, però, quando si tratta di calare quelle parole nella realtà, la trasparenza diventa opacità e la partecipazione si riduce al tasto “condividi” su Facebook.

Un progetto di questa portata — un’opera infrastrutturale destinata a condizionare lo sviluppo, la viabilità e il P.U.C. di Caivano per i prossimi vent’anni — ha un luogo naturale, obbligatorio e democratico dove deve essere sviscerato: l’Aula del Consiglio Comunale.

In un paese normale, il Sindaco si presenta in Consiglio, carte alla mano, illustra la visione, accetta il confronto con le opposizioni, risponde alle domande dei cittadini e fa votare l’indirizzo all’asssemblea elettiva. Perché si fa così? Per due motivi: primo, perché l’Aula rappresenta tutti i cittadini di Caivano, non solo gli amici di merenda della Giunta; secondo, perché la democrazia non è un fastidio burocratico da saltare, ma il cuore della vita civile.

E allora perché Angelino fugge dall’Aula come il diavolo dall’acqua santa? La risposta è d’una banalità disarmante: paura del confronto.

Ogni volta che il Sindaco ha dovuto varcare la soglia del Consiglio Comunale, ne è uscito politicamente malconcio, con le ossa rotte e la retorica a pezzi di fronte alle contestazioni di merito. E allora ha applicato la regola d’oro dei deboli: l’Aula la evito, i problemi li nascondo e mi rifugio nei videoclip. Perché in Consiglio Comunale ci sono le opposizioni che chiedono conto dei numeri, dei fondi e delle scadenze; su Facebook, invece, ci sono solo i follower adoranti e i troll pronti ad applaudire a comando.

È il principio dell’arroganza dei numeri che si sposa con la vigliaccheria politica. “Tanto in aula avremmo i numeri per farlo passare, quindi perché perdere tempo a discuterne con la città?”. Un ragionamento da caserma, non da istituzione.

Ma c’è di più. Questa bulimia di annunci a effetto sulle infrastrutture del 2045 arriva con una tempistica fin troppo sospetta. Serve a gettare la solita manciata di fumo negli occhi per coprire le vergogne del presente:

1. Il dramma dei disabili messi alla porta: Serve a coprire il silenzio imbarazzante dell’Assessore alle Politiche Sociali che, messa alle strette dalla Consulta per la disabilità sulla clamorosa esclusione dei ragazzi dai centri estivi, ha risposto in perfetto “politichese” prendendo tempo e rinviando tutto a settembre. Un processo plenario a babbo morto, quando l’estate sarà finita e le famiglie saranno state lasciate sole. La Consulta chiedeva soluzioni immediate; la Giunta risponde con le chiacchiere d’autunno.

2. La fuga dalle proposte concrete: Serve a silenziare le proposte dell’opposizione (come la pedonalizzazione di via Cimmino a Casolla lanciata dal campo largo con Giovanni Vitale), spostando l’attenzione su maxi-progetti di carta per non parlare della viabilità reale che cade a pezzi oggi pomeriggio.

Cari cittadini di Caivano, la parabola di questa Amministrazione è ormai chiarissima: predicano la democrazia partecipata e praticano l’oligarchia da pianerottolo.

Pretendere che il Progetto S.P.I.N.A. passi dal Consiglio Comunale non è una pignoleria formale: è la linea di confine tra chi governa una città con dignità e chi la usa come un set cinematografico per la propria propaganda. Se il Sindaco Angelino è così sicuro della bontà dei suoi progetti, lasci gli smartphone nello spogliatoio, apra le porte del Consiglio Comunale e venga a fare i conti con la città.

Fino ad allora, i suoi non sono “passi avanti per il futuro di Caivano”: sono solo le solite, patetiche figure di chi ha scambiato la gestione della cosa pubblica per una diretta Instagram.

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