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CAIVANO. Il coordinamento che non coordina e la democrazia a sentimento
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CAIVANO – Alla fine il Prefetto ha risposto. E lo ha fatto mettendo nero su bianco una posizione che, più che chiarire, apre un cratere di dubbi istituzionali. Nella nota indirizzata all’On.Pasqualino Penza, il Prefetto di Napoli fa sapere che, sulla questione dell’ineleggibilità del Sindaco di Caivano, si è attenuto all’interpretazione fornita dal Segretario Generale della Città Metropolitana, secondo cui Antonio Angelino, pur essendo titolare di una Elevata Qualificazione, non eserciterebbe funzioni di direzione o coordinamento e quindi non rientrerebbe nella fattispecie prevista dall’art. 60, comma 5, del TUEL.

Ora fermiamoci un attimo. Perché qui non siamo più nel campo delle opinioni politiche, ma in quello – scivolosissimo – delle interpretazioni “amiche”. L’incarico conferito ad Antonio Angelino dalla Città Metropolitana reca nell’oggetto una formula chiarissima: “Coordinamento del sistema informativo immobili scolastici”. Non una metafora, non un refuso, non una licenza poetica. Coordinamento. Scritto. Ufficiale. Protocollato.

Eppure il Segretario Generale dello stesso ente di cui Angelino è dipendente afferma che quel coordinamento… non coordina. Siamo al paradosso amministrativo: come il “silenzio assordante”, il “ghiaccio bollente”, o – per restare in tema – il vigile che multa senza controllare.
Qui il dubbio non è solo legittimo: è doveroso. Perché il Segretario che interpreta la norma è collega dello stesso ente del Sindaco. E non è affatto peregrino chiedersi se questa lettura non serva anche a coprire un’omissione a monte: la mancata richiesta di collocazione in aspettativa. Anzi, la domanda scomoda è un’altra: chi ha consigliato ad Angelino di non chiedere l’aspettativa? E se quel consiglio fosse arrivato proprio da chi oggi sostiene che il coordinamento, in fondo, non coordina?
La metafora, qui, è fin troppo facile: è come se uno guidasse senza patente e il suo istruttore dicesse al vigile: “Non è vero che guida. Sta solo tenendo il volante mentre l’auto si muove da sola”. A questo punto la palla passa al Prefetto. Perché una cosa è prendere atto di un’interpretazione tecnica; altra cosa è rinunciare a farsene una propria. E allora la domanda, da editorialista ma soprattutto da cittadino, è diretta e inevitabile:
Signor Prefetto, al netto dell’interpretazione del Segretario – collega del Sindaco – lei, leggendo quella determina dove campeggia la parola “coordinamento”, cosa pensa? Qual è la sua interpretazione?
Perché il rischio è evidente: che il controllo si trasformi in un passacarte, e l’autonomia di giudizio venga appaltata a chi, per ruolo e prossimità, non può essere percepito come terzo.
In un ente come la Città Metropolitana, questo ruolo comporta: Anagrafe Edilizia Scolastica: Gestire il database che contiene planimetrie, certificazioni di sicurezza (agibilità, prevenzione incendi), dati sui consumi energetici e stato delle manutenzioni. Pianificazione degli interventi: Fornire alla parte politica e ai dirigenti i report necessari per decidere dove investire i fondi (ad esempio fondi PNRR o bilanci ordinari). Interfaccia con altri enti: Rapportarsi con il Ministero dell’Istruzione per l’aggiornamento dell’Anagrafe Nazionale dell’Edilizia Scolastica (SNAES).
Quel ruolo non è una casella astratta dell’organigramma ma un presidio reale di potere informativo: significa gestire l’Anagrafe dell’Edilizia Scolastica con dentro planimetrie, certificazioni di sicurezza, consumi energetici e stato delle manutenzioni; significa produrre i report su cui politica e dirigenti decidono dove far arrivare i fondi, dal PNRR ai bilanci ordinari; significa interfacciarsi con il Ministero dell’Istruzione per l’aggiornamento della banca dati nazionale. È esattamente questo intreccio tra conoscenza, coordinamento e indirizzo che l’art. 60 del TUEL vuole sterilizzare durante una competizione elettorale: non perché si presuma un abuso, ma perché si impedisca a monte che chi governa informazioni strategiche e orienta scelte pubbliche possa, nello stesso tempo, chiedere consenso ai cittadini. Qui la ratio della norma non è stata aggirata per errore, ma svuotata nel suo senso più profondo.
Nel frattempo, sulla vicenda interviene anche l’ex Sindaco Simone Monopoli, con un lungo post che merita rispetto, ma anche una risposta franca. Monopoli sostiene che l’eventuale errore di Angelino sarebbe una “leggerezza procedurale”, ininfluente sul risultato elettorale, e invita a privilegiare la volontà popolare.
Il ragionamento è suggestivo. Ma pericoloso. Perché se la volontà popolare fosse l’unico metro di giudizio, allora dovremmo dire che: Trump va lasciato lavorare in santa pace perché eletto dal popolo, anche quando ignora trattati e diritto internazionale. Netanyahu è intoccabile perché espressione del voto democratico, anche quando i diritti umani denunciano stragi di civili e bambini.
Ma la democrazia non è il regno dell’impunità elettorale. È un sistema in cui la legge viene prima, proprio perché il popolo – fisiologicamente – non conosce tutte le norme e delega allo Stato il compito di applicarle. Le “leggerezze”, come le chiama Monopoli, le pagano sempre i cittadini. E Caivano lo sa bene.
Lo stesso Monopoli fu sfiduciato e la sua amministrazione sciolta nel 2017 per ingerenze criminali. Anche lì c’erano “leggerezze”: come affidare un ruolo nel censimento e recupero crediti del Parco Verde a Carlo Ciccarelli, fratello del boss del narcotraffico caivanese Antonio, detto “Tonino Munnezz”, qui la “leggerezza” di aver dato un ruolo istituzionale al fratello del boss, gli è valso lo scioglimento per ingerenze criminali, quindi per fortuna che la legge in questo caso fu superiore alla volontà popolare, dato che Carlo Ciccarelli è stato un cittadino attivo anche durante la consiliatura Enzo Falco, come racconta il pentito Carmine Peluso quando parla dell’arruolamento di Domenico Zippo a potenziale dirigente comunale e delle riunioni che furono fatte a casa di Alibrico Giovanbattista, con la presenza di Carlo Ciccarelli, per cercare di puntare su una persona di fiducia, di far entrare nel concetto di squadra. Carlo Ciccarelli attualmente è molto attivo sui social, intento a difendere l’attuale Amministrazione di Antonio Angelino, il che non fa escludere anche un suo appoggio elettorale.


Monopoli fu sfiduciato anche per aver firmato autorizzazioni per la Festa del Giglio, notoriamente in mano alle zone d’ombra della città. Per fortuna, allora, la legge è stata più forte della volontà popolare. Altrimenti oggi non sapremmo mai se quell’Amministrazione fosse o meno permeabile alle infiltrazioni e chissà forse avremmo avuto ancora la “Festa del Giglio” a San Giovanni.
Ed è proprio questo il punto che oggi molti fingono di non capire: se contasse solo il consenso, vivremmo nel caos istituzionale. Un caos che rischia di diventare sistema con riforme come il premierato e la separazione delle carriere, con un CSM sempre più sotto l’egida della politica. Meno contrappesi, meno controlli, più potere a chi vince. E la storia insegna che non è mai una buona notizia. Si rischia di formare tra il tessuto sociale il pensiero unico, lo stesso che abbiamo conosciuto nel “famoso” ventennio e che oggi Trump sta cercando di instillare con le sue milizie ICE a partire dal Minnesota.
Quanto a me, lo ribadisco con chiarezza: ho raccontato fatti, non teoremi. Sul territorio esistevano – ed esistono – elementi concreti che rendevano plausibile l’ipotesi di ineleggibilità. Raccontarli era un dovere di cronaca.
E sì, sono anche d’accordo con Monopoli quando dice che i politici vanno giudicati sui fatti. Anzi, l’ineleggibilità, laddove venisse accertata, finirebbe per trasformare Angelino in un martire, quando sarebbe più utile lasciarlo misurare sul campo. La sua eventuale sprovvedutezza – se esiste – emergerà da sola. E io sarò sempre qui a raccontarvela.
Quando Monopoli parla di fango, però, forse non dimentica che quel fango, durante la sua consiliatura, lo lanciava proprio Angelino dai banchi dell’opposizione. Ma la politica, ormai ridotta a tifo da stadio, non coglie le sfumature: difesa a oltranza oggi, giustizialismo ieri. Condivido, infine, una sua frase più di quanto forse lui stesso immaginasse:
“Sono opposizione, producono il peggio che possa esistere. Diventano maggioranza? Iniziano a teorizzare la serenità e il perbenismo.”
Era un ritratto perfetto. E sì, parla proprio di Angelino. Ed è talmente alto il livello di ignoranza politica e comunicativa che gli alleati del Sindaco hanno persino messo like ed elogiato il post dell’ex Sindaco. Tanto è il livello bassissimo del dibattito sul territorio.
I miei editoriali, invece, non sono mai stati fango. Non lo erano allora, non lo sono oggi. La mia stima per Simone Monopoli, persona perbene, resta intatta. Ma la stima non impone il silenzio. Impone, semmai, il coraggio di dire che le regole servono proprio quando fanno male. Altrimenti non sono regole. Sono solo slogan.

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Caivano
CAIVANO. Mentre le famiglie attendono risposte, caro Assessore Precchia, le lezioni di giornalismo le rispediamo al mittente
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1 settimana fail
3 Agosto 2026
CAIVANO – C’è un vecchio vizio nella politica locale, specialmente quando la terra sotto i piedi scotta e le promesse da passerella incontrano il muro della realtà: la tentazione di fare il maestro con la stampa.
Succede così che l’Assessore alle Politiche Sociali del Comune di Caivano, Giuseppe Precchia, colto sul vivo dalle proteste delle famiglie e dal grido d’allarme della Consulta dei Disabili, decida di affidare a una “lettera aperta” (inviata ad altri, ma chissà perché dimenticando di trasmetterla alla nostra testata, forse per timore di un contraddittorio vero) una dotta reprimenda su come i giornali dovrebbero fare il proprio mestiere. E allora, prima di addentrarci nei numeri e nella vita reale delle persone, una brevissima lezione di alfabetizzazione democratica e giornalistica all’Assessore dobbiamo dargliela noi.
Caro Assessore Precchia, impariamo a distinguere.
Un articolo di cronaca riporta i fatti.
Un comunicato stampa rappresenta la voce ufficiale di un organo (in questo caso la Consulta dei Disabili, un organismo istituzionale del Suo stesso Comune).
Un editoriale ospita la visione e l’opinione motivata dell’editorialista.
E infine la stampa libera non fa da buca delle lettere alla propaganda dell’amministrazione di turno, ma dà voce ai cittadini. Soprattutto a quelli che non hanno voce.
Pretendere che i giornali si trasformino in passacarte dei report burocratici di Palazzo, prima di pubblicare la legittima e dolorosa denuncia della Consulta dei Disabili, significa non aver capito a cosa serve la stampa in un Paese libero. La Consulta ha sollevato un problema enorme: al 31 luglio, bambini con disabilità erano ancora tagliati fuori dai campi estivi annunciati a gran voce ad inizio mese. E di fronte a questo dramma sociale, l’Assessore cosa fa? Srotola il pallottoliere e ci propone la solita seduta di “politichese”.
Ci viene a raccontare che sui 22 minori ammessi, 14 voucher sono stati ritirati e 8 no, concludendo trionfalmente che “un voucher non ritirato non è un minore escluso”. Ma ci si rende conto della gravità di questa affermazione? Se una famiglia non ritira il voucher o non avvia il servizio, un amministratore empatico e responsabile si chiede perché. Si chiede se per caso dietro quel voucher non ritirato ci sia l’impossibilità di mandare il proprio figlio in un centro estivo sprovvisto di personale e di terapisti dedicati!
Noi alla burocrazia difensiva non crediamo. Noi crediamo ai fatti. E i fatti dicono che mentre l’Assessore sfoggia il report degli uffici in cui “non risultano formali segnalazioni di disservizio al Protocollo”, la realtà fuori dal Palazzo urla un’altra verità. Come la denuncia pubblica e disperata di una mamma, la signora Veronica De Angelis, che scrive nero su bianco:
«Anche a me è stato rifiutato, dicendomi che non c’era personale adatto per mio figlio e che se volevo dovevo stare io tutto il tempo con loro…».
Ecco la verità delle famiglie, Assessore. Altro che “rappresentazione alterata dei fatti”.

Se la narrazione burocratica dell’Amministrazione fosse quella reale, se davvero tutto stesse funzionando alla perfezione, ci spiega perché la Consulta dei Disabili ha appena inviato una richiesta formale di confronto pubblico straordinario chiamando in causa Lei, il Sindaco, la Dirigente, gli enti gestori e le famiglie? Se non ci sono problemi, di cosa ha paura la Sua Amministrazione? Perché la Consulta sente il bisogno di un bagno di realtà e di “profonda verità” da tenersi davanti alla cittadinanza?
La verità è che la toppa è stata peggiore del buco.
Ma c’è di più. Perché mentre l’Assessore Precchia ci fa la morale sulla “trasparenza”, sul “lavoro smentito dagli atti” e sulle “campagne mediatiche”, la trasparenza dovrebbe essere un abito da indossare sempre, non solo quando fa comodo. Noi, caro Assessore, non dimentichiamo. E non sfugge ai nostri taccuini che in questi stessi giorni altre testate d’inchiesta collegano e accendono riflettori su argomenti ben più spinosi, come certi fondi PNRR da centinaia di migliaia di euro e strani intrecci legati a progetti ed associazioni dove compaiono legami di parentela assai stretti tra dirigenti comunali e componenti della giunta caivanese.
Chi ha scheletri o conflitti d’interesse nell’armadio, prima di impartire lezioni di giornalismo e di etica pubblica a chi racconta la sofferenza delle famiglie dei disabili, farebbe bene a guardarsi in casa propria. Sulla disabilità non si fa propaganda, ha ragione Lei. Si danno risposte immediate. La Consulta ha chiesto un confronto pubblico aperto a tutti: la Stampa ci sarà. Vedremo se l’Assessore alzerà la testa dalle sue carte per guardare negli occhi le famiglie. Leggi qui la richiesta di confronto pubblico della Consulta dei Disabili
Caivano
CAIVANO. Censura in Assise, gogna sui social: la doppia morale della maggioranza
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1 settimana fail
1 Agosto 2026
CAIVANO – Da attento osservatore della vita pubblica caivanese, è impossibile non notare come l’ultimo Consiglio Comunale e i suoi strascichi abbiano spinto il dibattito cittadino verso un corto circuito politico emblematico. L’intervento del capogruppo del M5S, Giovanni Vitale — che pur votando a favore della rotonda sulla SS 87 per senso di responsabilità verso la sicurezza dei cittadini, ha sferrato un affondo politico all’amministrazione —, ha evidentemente toccato un nervo scoperto. E la reazione a catena che ne è seguita racconta molto più sulla salute di questa maggioranza di quanto i diretti interessati vorrebbero far credere.
La satira centra il bersaglio: il nervo scoperto dei “soldatini”
Nel dibattito democratico, l’uso della metafora e della satira politica non è un vezzo: è uno strumento essenziale di dialettica. Utilizzare l’immagine dei “soldatini di piombo” e degli “alza-manine” non costituisce un attacco personale, bensì una classica e legittima figura retorica per denunciare un appiattimento politico.
Se le forze di maggioranza — da Azione ai singoli consiglieri come Tobia Angelino — si sentono così intimamente offese e ferite da una metafora, significa solo una cosa: la freccia della satira ha centrato il bersaglio. L’ostentata indignazione tradisce l’insofferenza per una verità che brucia. La metafora rispecchia infatti una realtà nota anche nei corridoi del municipio: quella di un malumore strisciante, alimentato da riunioni quasi “carbonare” e sotterranee tra consiglieri delusi da una gestione monocratica e accentratrice. Un metodo di comando del Primo Cittadino che non è nuovo, ma che replica esattamente l’impostazione verticistica già vista nei rapporti con Roma sulla gestione del partenariato pubblico-privato per il Parco Verde.
L’aula imbavagliata e la trappola della rigidità istituzionale
Ciò che colpisce nell’analisi di questo passaggio politico è la gestione dell’Assise cittadina da parte della Presidenza del Consiglio. Si assiste a una conduzione del dibattito spinta a un livello di rigidità formale da “aula di tribunale” — forse un portato della professione forense del Presidente, che sembra però scambiare la funzione pubblica dell’Assise con un’udienza giudiziaria.
Viene applicata una censura preventiva sull’ordine dei lavori, dove la scusa del “fuori tema” viene usata come clava per zittire le minoranze e impedire ogni ragionamento di ampio respiro politico sugli argomenti affini. Si pretende che in aula si parli solo ed esclusivamente di ciò che fa comodo all’amministrazione, depotenziando il Consiglio del suo ruolo naturale: essere il luogo supremo della dialettica e dell’indirizzo politico, non un semplice notaio del potere.
Dalla rigidità dell’aula alla “macelleria social”: la doppia morale del potere
Ma la contraddizione più stridente esplode subito dopo la chiusura dei lavori dell’aula.
1. In Consiglio Comunale la maggioranza invoca il rispetto istituzionale, la sobrietà e il galateo democratico, lamentando il presunto “innalzamento dei toni”.
2. Sui social media, un attimo dopo, gli stessi protagonisti scatenano la “macelleria social”, rifugiandosi sulle piattaforme digitali per giustificare le proprie posizioni, pubblicare foto compensative e chiamare a raccolta i tifosi della rete.
Si assiste così al paradossale ribaltamento della democrazia: si scappa dal confronto libero, vero e senza bavagli dentro l’aula consiliare, per cercare asilo e conforto nelle bolle virtuali dei social. Lì, dove l’algoritmo premia la tifoseria e il dissenso viene sommerso dalle invettive degli odiatori di turno, la maggioranza ritrova la sua sicurezza. Un comportamento che rivela una profonda debolezza e il bisogno disperato di giustificarsi con l’opinione pubblica.
La paura del dissenso
Quando una maggioranza avverte l’esigenza sistematica di rincorrere l’opposizione con comunicati e post di autocongratulazione per dire di “non essere soldatini”, sta implicitamente ammettendo che il problema esiste. Governare una città complessa come Caivano richiede autorevolezza, non muscolarità o editti di censura.
Se l’amministrazione e i suoi alleati intendono davvero far crescere la comunità, devono imparare ad accettare la critica, la satira e la dialettica in aula, anziché alimentare la macchina del fango social ed erigere muri di silenzio nell’aula istituzionale. Prima o poi, anche la comunicazione più patinata deve fare i conti con la realtà
Caivano
CAIVANO. Flop del concerto di Gabriele Esposito. Le competenze nel deserto e i 15mila euro spariti nel vuoto.
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30 Luglio 2026
CAIVANO – A Caivano si è appena consumato l’ultimo atto della tragicommedia estiva intitolata “Esterno Giorno”. Una rassegna che, nelle intenzioni dei suoi autoreferenziali inventori, doveva trasformare la città in un bistrò della cultura internazionale e che invece si è conclusa come peggio non poteva: proiezioni cinematografiche saltate a ripetizione (con l’effetto “disco rigato” da tv di provincia degli anni ’90), partite dei Mondiali proiettate all’aperto con la grazia di un circolo ricreativo improvvisato, e per finire il gran finale. Il capolavoro del deserto.
Mercoledì sera, area mercato di Caivano: in scena va il concerto di Gabriele Esposito. Intendiamoci subito, a scanso di equivoci e querele condite da minacce isteriche: nessuno discute il talento di Esposito. Parliamo di un giovane artista napoletano di successo, bravo, apprezzato, sulla cresta dell’onda. Peccato solo che ad ascoltarlo ci fossero, a voler essere generosi, quasi duecento persone. Duecento. In uno spazio immenso pensato per le folle. Un affronto a un artista vero, trasformato suo malgrado nel figurante di un flop epocale.
E qui la domanda sorge spontanea, come direbbe qualcuno: delle due l’una. O la comunicazione dell’evento è stata così disastrosa, grottesca e inesistente da non far sapere a nessuno che c’era un concerto; oppure il sapiente Direttore Artistico, scelto dall’Amministrazione del Sindaco Antonio Angelino, ha selezionato un segmento musicale del tutto slegato dai gusti e dalla sensibilità della comunità caivanese. In entrambi i casi, la risposta è una sola: incapacità organizzativa e totale mancanza di conoscenza del territorio.
Ma la vera perla non è il vuoto sotto al palco, è il conto da pagare. Questo capolavoro di solitudine istituzionale è costato la bellezza di 15mila euro di fondi pubblici attinti a piene mani dalle casse della Città Metropolitana. Quindicimila euro per radunare duecento anime nell’area mercato. Senza contare i 4500 euro già riservati al Direttore Artistico.
Per fare un confronto che dovrebbe far arrossire chiunque sia dotato di un minimo di pudore amministrativo, basta guardare al passato recente. Con la stessa identica cifra (15mila euro), il 12 e 13 ottobre 2024, l’Associazione Caivano Legalitaria guidata da Giuseppe Libertino — autotassandosi, senza contare su fondi pubblici ma raccogliendo sponsor liberi e indipendenti — portò in Piazza Cesare Battisti 12 food truck, spettacoli, fece esibire e promuovere le associazioni locali e riempì la piazza con circa tremila persone per due sere consecutive. E sempre con lo stesso budget, sotto la direzione artistica di Libertino e la lungimiranza del Sindaco Michele Emiliano a Crispano, per la chiusura della festa dei Gigli si è riempita una piazza intera con lo spettacolo di Gigi Soriani.
Questione di numeri. Ma soprattutto, questione di polso del territorio. Un Direttore Artistico e un’organizzazione con un briciolo di mestiere e di umiltà, se avessero davvero voluto fare il bene di Gabriele Esposito e di Caivano, avrebbero portato l’artista nel cortile di via Don Minzoni o in Piazza Cesare Battisti. Con duecento persone, oggi non tratteremmo del deserto dell’area mercato, ma di un cortile sold-out. Si chiama “visione”, o più semplicemente “competenza”.
E invece no. A Caivano preferiamo il teatro dell’assurdo, quello in cui la mancanza di risultati viene costantemente mascherata dalla sfilata dei titoli, delle lauree, dei master e delle parentele. Abbiamo il Sindaco Antonio Angelino, sempre pronto a sventolare il suo medagliere di titoli di studio e lauree. Abbiamo il Direttore Artistico Francesco Sigillo, che nei suoi commenti social si auto-incensa sciorinando venticinque anni di carriera come “manager, produttore internazionale, Project Manager” e persino “collaboratore dell’UNESCO”, salvo poi firmare proiezioni a scatti e concerti per pochi intimi. E infine abbiamo il cognato del Sindaco, Lorenzo Cammisa, il quale rivendica con orgoglio il ruolo di “regista e sceneggiatore di fama, intellettuale in prima linea per le periferie, vincitore di festival internazionali con film proiettati su Amazon Prime”, sceso in campo a curare la comunicazione di Esterno Giorno (ovviamente “a titolo gratuito, senza percepire un euro!”) con i risultati comunicativi che tutti hanno visto: il vuoto spinto.
Tutti “grandissimi”, tutti “titolati”, tutti “internazionali”. Ma quando poi dai palchi virtuali di Facebook e dai curricula infiocchettati si passa alla prova dei fatti, la realtà si scontra con il duro giudizio della piazza. E la piazza, mercoledì sera, era semplicemente vuota. Naturalmente, di fronte all’evidenza delle critiche e dei numeri, scatta l’ormai classico “rifugio del fallimentare”: la minaccia di querela. Quando non si sa come giustificare un flop da 15mila euro di soldi pubblici, si manda avanti l’avvocato, sbandierando l’indignazione ferita degli “intellettuali incompresi”.
Restano i fatti. E i fatti dicono che l’autoreferenzialità non riempie le piazze, che i master non insegnano a parlare alla gente e che le parentele non sostituiscono la professionalità. Caivano non ha bisogno di passerelle per vanità individuali o di dispensatori di cultura calata dall’alto. Ha bisogno di chi conosce la strada, di chi rispetta i soldi dei cittadini e di chi, anziché minacciare i giornalisti, imparasse – per una volta – a fare autocritica.


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