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Caivano

CAIVANO. La rotatoria che gira sempre nello stesso verso: potere, affari e silenzi a Caivano

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A Caivano le rotatorie non servono solo a regolare il traffico. Servono, soprattutto, a far girare interessi, relazioni e – ancora una volta – opacità amministrative. L’ultima in ordine di tempo è quella prevista lungo l’ex SS Sannitica, funzionale all’accesso del nuovo comparto commerciale D.3.2. Un’opera apparentemente ordinaria, se non fosse che attorno a quella rotonda si addensano atti contestati, omissioni procedurali, nomi pesanti e perfino intercettazioni telefoniche finite agli atti di un processo per estorsione che ha portato a dieci arresti tra politici, tecnici comunali e camorristi di Caivano.

Il primo dato, oggettivo e politicamente clamoroso, è la tempistica.
La determina che consente la realizzazione della rotonda viene adottata due giorni dopo l’elezione del nuovo sindaco Antonio Angelino. Una coincidenza che, in un Comune sciolto per infiltrazioni camorristiche e reduce dalla gestione commissariale, non può essere archiviata come semplice casualità.

Un ricorso che smonta pezzo per pezzo il procedimento

Il ricorso presentato dalla MDP Food Srl, titolare del supermercato MD, davanti al TAR Campania, non è un atto generico ma un vero e proprio atto di accusa amministrativa. Nel documento si contestano carenza di istruttoria, violazione delle norme sul procedimento, assenza della conferenza di servizi obbligatoria, mancata acquisizione di pareri vincolanti e un uso quantomeno disinvolto dei contributi tecnici

La conferenza di servizi, prevista esplicitamente dalla delibera di Giunta n. 19 del 2 febbraio 2023, non risulta mai realmente svolta nei termini di legge, nonostante dovessero essere coinvolti enti esterni, l’ANAS e i portatori di interesse. Un’omissione grave, che svuota di trasparenza l’intero iter autorizzativo.

Ancora più inquietante è un altro passaggio: la relazione tecnica sulla fattibilità della rotonda non viene redatta da un tecnico dell’ente, ma da un professionista riconducibile alla società privata interessata alla realizzazione dell’opera, la AFRE srl. Controllore e controllato che coincidono: un classico.

Il parere “fantasma” della Polizia Locale

Ma il punto più oscuro riguarda il Comando della Polizia Locale.
Dal ricorso emerge che i pareri della Polizia Municipale, necessari e vincolanti, non solo non sono stati richiamati nella determina, ma sono stati addirittura negati in accesso alla ricorrente, nonostante un precedente via libera del Comune all’ostensione degli atti.

Eppure, da fonti giornalistiche locali, quei pareri sarebbero stati nettamente negativi, perché la rotatoria sorgerebbe in un tratto di strada pericoloso, in curva, con gravi rischi per la circolazione. Un parere scomodo, evidentemente. Tanto scomodo da sparire dagli atti e diventare improvvisamente “non ostensibile”

Le intercettazioni e il nome che ritorna: Pietro Magri

La rotonda della Sannitica, però, non vive solo nei fascicoli amministrativi. Vive anche nelle intercettazioni telefoniche acquisite nel procedimento penale sulle estorsioni che ha scoperchiato il sistema Caivano.

In quelle conversazioni – come emerge dalla seconda immagine allegata – viene più volte citato Pietro Magri, imprenditore con interessi diretti nel comparto commerciale servito dalla rotatoria. Magri viene indicato dagli imputati come colui che avrebbe pagato tangenti a Vincenzo Zampella, ex dirigente del Comune, per ottenere permessi a costruire. Accuse che, è bene chiarirlo, non hanno ancora trovato un riscontro giudiziario definitivo, ma che restano agli atti come dichiarazioni pesanti.

Lo stesso Magri non è un soggetto neutro nemmeno sul piano politico: alle ultime elezioni comunali si è candidato in prima persona e ha contribuito all’elezione in Consiglio Comunale di Aldo Formicola, cognato del figlio. Un intreccio familiare, economico e politico che rende impossibile liquidare la questione come un banale intervento viario.

“L’affare vero lo fa il clan Moccia”

Nelle intercettazioni, poi, c’è un passaggio ancora più inquietante. Gli interlocutori parlano apertamente della rotonda come di un affare che, a monte, sarebbe riconducibile al clan Moccia. Anche in questo caso, nessun riscontro giudiziario definitivo, ma un dato oggettivo resta: alla Conferenza dei Servizi del 27 settembre 2022 ha partecipato il parente del genero di uno dei fratelli Moccia.

Coincidenze. Sempre coincidenze. A Caivano, però, le coincidenze hanno la fastidiosa abitudine di ripetersi.

Una rotonda, molte domande, nessuna risposta

Alla fine, la domanda è semplice: perché tanta fretta? perché tante omissioni? perché nascondere pareri negativi? perché procedere senza una conferenza di servizi trasparente?

Quando un’opera pubblica nasce due giorni dopo un’elezione, serve interessi economici precisi, coinvolge soggetti citati in intercettazioni, vede sparire pareri contrari e viene blindata con dinieghi agli atti, non è più solo una rotonda. È un simbolo. E a Caivano, purtroppo, i simboli continuano a girare sempre nello stesso verso. Quello sbagliato.

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Afragola

Afragola, una panchina rossa per Martina Carbonaro: le Istituzioni e le Scuole unite contro la violenza di genere

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AFRAGOLA – Il piazzale dell’Azienda Consortile dei Servizi Sociali di Afragola si è tinto di rosso. Non solo il rosso di una panchina appena svelata, ma quello di una ferita che la comunità ha deciso di trasformare in testimonianza viva. Nella mattinata di giovedì 12 febbraio, le istituzioni, le scuole e la cittadinanza si sono riunite per inaugurare un simbolo in memoria di Martina Carbonaro, la quattordicenne vittima di un tragico femminicidio nel maggio 2025.

L’evento si inserisce nella cornice della campagna nazionale “Questo non è amore”, un’iniziativa che mira a scardinare i retaggi della violenza di genere partendo dalla sensibilizzazione dei più giovani. Un momento fortemente voluto dal Direttore dell’Azienda Consortile, Umberto Setola, che ha ribadito come i Servizi Sociali debbano essere, oggi più che mai, un presidio di legalità e un porto sicuro per chi vive nel terrore.

Particolarmente toccante l’intervento della Dottoressa Anna Giugliano, coordinatrice dei servizi, che ha rivolto un incoraggiamento accorato a tutte le donne: “Avvicinatevi a questa panchina, non siete sole. Siamo qui per accompagnarvi oltre il buio”. In un abbraccio che ha commosso i presenti, la dottoressa ha sostenuto la mamma di Martina, definendo quella fragilità condivisa come l’unica base reale da cui ripartire per ricostruire dignità e speranza.

Al fianco della famiglia, le massime autorità: il Commissario Prefettizio Fernando Mone, insieme alla sub-commissaria Rossana Iovine, ha richiamato la necessità di una vigilanza costante, mentre il Questore di Napoli, Maurizio Agricola, ha evidenziato come il fenomeno della violenza di genere richieda una “rete” istituzionale e sociale inscindibile, unico vero scudo preventivo.

Il sagrato dell’Azienda è stato invaso dai ragazzi degli istituti superiori Pertini, Dalla Chiesa, Brunelleschi e Sereni. Sono stati loro, con la lettura di poesie sul “labirinto delle ombre” e riflessioni cariche di maturità, a farsi sentinelle di una nuova cultura del rispetto. La benedizione del sacerdote ha poi consacrato la panchina come luogo di sosta e riflessione, un invito a spezzare l’orgoglio per lasciare spazio all’ascolto.

Sulla targa affissa alla panchina, poche parole racchiudono un impegno solenne: “In memoria di Martina, vittima di violenza, affinché il suo nome rimanga impresso simbolo di rispetto”.

“Martina vivrà sempre”, ha sussurrato la madre ai nostri microfoni. E da oggi, tra i corridoi dei servizi sociali e gli occhi dei ragazzi di Afragola, Martina non è più solo un ricordo, ma un cammino comune verso la giustizia.

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Caivano

Licenziamenti a Caivano, Penza scrive alla Premier: “Non abbandonate questi lavoratori”

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CAIVANO – La vicenda dei 32 licenziamenti nello stabilimento di Harmont & Blaine a Caivano arriva ora sul tavolo del Governo.
Il deputato Pasqualino Penza ha infatti inviato una lettera formale alla Presidente del Consiglio Giorgia Meloni, chiedendo un intervento diretto per scongiurare il progressivo smantellamento del polo produttivo locale.

Una presa di posizione netta, che nasce — scrive il parlamentare — “dalla preoccupazione per il futuro occupazionale di decine di famiglie e per il destino industriale di un territorio già duramente provato”.

Di seguito, il testo integrale della mail inviata alla Premier.

La lettera di Pasqualino Penza a Giorgia Meloni

“Gentile Presidente del Consiglio, Le scrivo in merito alla grave situazione occupazionale che sta interessando lo stabilimento della Harmont & Blaine sito nel Comune di Caivano, dove è stata avviata una procedura di licenziamento che coinvolge 32 lavoratori, pari a circa un quarto dell’intera forza lavoro del sito produttivo.
Tale decisione sta generando forte preoccupazione sociale in un territorio già profondamente segnato da criticità economiche e da un’esposizione mediatica che negli ultimi anni ha contribuito ad alimentare una narrazione spesso stigmatizzante nei confronti della comunità locale. Caivano ha già sopportato un peso significativo in termini di immagine e impatto sociale a seguito di interventi straordinari e rappresentazioni mediatiche che ne hanno accentuato le fragilità, senza sempre valorizzarne le energie sane, produttive e laboriose.
In questo contesto, la perdita di 32 posti di lavoro rappresenta un colpo durissimo non solo per le famiglie direttamente coinvolte, ma per l’intero tessuto economico e sociale cittadino. È inaccettabile che una realtà imprenditoriale di rilievo nazionale, simbolo del Made in Italy, scelga di procedere con una riduzione così significativa del personale senza che siano state esplorate fino in fondo soluzioni alternative condivise con le parti sociali.
Ritengo indispensabile un intervento immediato del Governo volto a: convocare con urgenza un tavolo istituzionale presso il Ministero delle Imprese e del Made in Italy; verificare la correttezza della procedura avviata e l’effettiva sussistenza delle motivazioni economiche addotte; esplorare strumenti di sostegno e ammortizzatori sociali che possano evitare o ridurre il numero dei licenziamenti; definire un piano di rilancio produttivo che salvaguardi l’occupazione e la continuità industriale del sito di Caivano.
Caivano non può e non deve diventare il luogo dove si scaricano le difficoltà aziendali. Al contrario, deve essere sostenuta con politiche attive del lavoro, investimenti e tutela concreta dell’occupazione.
Confido nella Sua sensibilità istituzionale e in un tempestivo intervento del Governo affinché venga tutelata la dignità dei lavoratori e la stabilità sociale di un territorio che chiede rispetto e opportunità, non ulteriori penalizzazioni.
In attesa di un Suo cortese riscontro, Le porgo i miei più cordiali saluti.
On. Pasqualino Penza
Deputato della Repubblica
Componente e Segretario I Commissione Affari Costituzionali
Camera dei Deputati”

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Caivano

CAIVANO. La fabbrica che licenzia è il fallimento annunciato di un modello

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CAIVANO – C’è una formula che ricorre sempre quando un’azienda decide di tagliare: dinamiche sfavorevoli del mercato. È una frase elegante, neutra, asettica. Non ferisce nessuno, non accusa nessuno, non chiede conto a nessuno. Eppure, dietro quelle tre parole si nascondono spesso storie di scelte sbagliate, di strategie miopi, di territori lasciati soli.

È con questa formula che la Harmont & Blaine ha comunicato il licenziamento collettivo di 32 lavoratori nello stabilimento di Caivano. Trentadue persone su centoventinove. Quasi un quarto della forza lavoro. Un taglio chirurgico, preciso, che colpisce un solo pezzo della catena mentre altrove — a Milano, nei negozi del Nord, nelle vetrine luccicanti — tutto continua come prima. Il mercato va male, si dice. Ma va male solo qui?

I lavoratori raccontano altro. Parlano di scelte discutibili, di organizzazione inefficiente, di una gestione che ha progressivamente indebolito lo stabilimento. Raccontano che il problema non è solo quanto si vende, ma come si produce, come si investe, come si pianifica. E qui si apre una ferita più profonda.

Perché questo licenziamento non è un episodio isolato. È l’ennesimo tassello di una crisi che in Campania dura da anni. Il comparto tessile-abbigliamento, un tempo spina dorsale di interi territori, oggi resiste a fatica. Imprese piccole, sottocapitalizzate, lasciate sole davanti alla concorrenza globale. Produzione in calo, commesse che migrano, manodopera che invecchia senza ricambio.

Nel 2024 il settore moda ha perso terreno in tutta Italia. Nel Mezzogiorno, dove le imprese sono più fragili, l’impatto è stato più violento. Nel 2025, solo nei primi mesi, centinaia di lavoratori campani sono finiti nei circuiti della mobilità e degli ammortizzatori sociali. Numeri che raramente diventano notizia, ma che raccontano un declino silenzioso. Dentro questo scenario si muove Caivano.

Una città che da tempo vive sospesa tra emergenza e promessa. Tra interventi straordinari e assenza di politiche ordinarie. Tra attenzione mediatica e abbandono strutturale. Ed è qui che entra in scena il cosiddetto “Modello Caivano”. Presentato come esempio di rinascita, promosso dal governo di Giorgia Meloni, celebrato come prova che lo Stato “c’è”, avrebbe dovuto rappresentare un cambio di paradigma. Un investimento sulla normalità. Sull’economia reale. Sul lavoro. Invece si è fermato in superficie.

Si è intervenuti sugli spazi, sull’ordine pubblico, sull’immagine. Si è messa una mano sul decoro, non sul motore. Si è lucidato il guscio, lasciando vuoto l’interno. Eppure, la vera emergenza di Caivano non è mai stata solo urbanistica. È produttiva. È occupazionale. È sociale.

Lo ha detto più volte anche Matteo Renzi, quando parla di economia reale: senza imprese sane, senza filiere, senza lavoro stabile, non esiste riscatto possibile. Esiste solo assistenza. Esiste solo sopravvivenza. E Caivano non ha bisogno di sopravvivere. Ha bisogno di vivere.

In questo contesto, il ruolo del Sindaco diventa cruciale. E allo stesso tempo limitato. Un Sindaco non può impedire un licenziamento. La legge non glielo consente. Non può sostituirsi all’imprenditore. Non può commissariare un mercato. Ma può — e deve — fare politica nel senso più alto del termine.

Può costruire alleanze istituzionali. Può pretendere tavoli di crisi. Può chiamare in causa Regione e Ministero. Può trasformare una vertenza in una questione pubblica. Può rompere il silenzio. Quello che non può fare è accontentarsi del ruolo di testimonial.

Negli ultimi mesi, invece, abbiamo ascoltato troppe volte parole di gratitudine verso il governo. Ringraziamenti rituali. Inchini social. Dichiarazioni rassicuranti. Narrazioni ottimistiche. Una postura che stride con la realtà di chi oggi presidia i cancelli di una fabbrica. Ringraziare mentre si perdono posti di lavoro significa non vedere, o non voler vedere.

Da anni Minformo denuncia questa deriva: una politica che preferisce raccontare il cambiamento invece di costruirlo. Che confonde la comunicazione con la strategia. Che scambia l’evento per lo sviluppo. Oggi i fatti confermano quelle analisi. I 32 licenziamenti non sono un incidente. Sono una conseguenza. Sono il primo segnale evidente che senza una politica industriale seria, senza una visione di lungo periodo, senza investimenti veri, il “modello” resta uno slogan. E gli slogan non salvano nessuno.

Questa vicenda ci dice una cosa semplice e brutale: non esiste sicurezza, legalità, dignità senza lavoro. Non esiste rinascita senza produzione. Non esiste futuro senza occupazione stabile. A queste latitudini, la dignità è sempre stata conquistata con la fatica delle mani, con le ore in fabbrica, con i turni, con i sacrifici. Non con le conferenze stampa. Se la politica non torna a occuparsi di questo, se non mette al centro il lavoro vero, quello che produce reddito e autonomia, allora Caivano resterà prigioniera dell’emergenza permanente. I licenziamenti di oggi sono solo il primo assaggio. Il primo campanello. La prima crepa visibile. Ignorarla significa prepararsi al crollo.

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