AFRAGOLA – Ad Afragola le elezioni amministrative si avvicinano – con buona probabilità il 24 maggio – ma la politica locale sembra impegnata in tutt’altro: una sorta di talent show senza giuria, dove i concorrenti si autoproclamano vincitori prima ancora che inizi la gara. Il tutto sotto l’etichetta rassicurante del campo largo, che però, più che un progetto condiviso, somiglia a un campo agricolo infestato da tuberi parlanti che si spacciano per primizie.
Il segretario senza mandato e il tavolo che nessuno ha votato
Il detonatore della confusione è Pasquale Rosario Iazzetta, segretario cittadino del PD. Un segretario che ha deciso di comportarsi come se fosse il proprietario del marchio centrosinistra, convocando tavoli allargati senza una delega politica formale, né interna al PD né condivisa con M5S, Verdi o altre forze progressiste.
A quel tavolo – che per molti non è mai esistito se non nelle intenzioni del segretario – sono stati fatti sedere anche esponenti di destra ed ex consiglieri comunali che non sfiduciarono l’ex sindaco Antonio Pannone. Per capirci: figure che per larga parte del centrosinistra rappresentano esattamente ciò da cui prendere le distanze, non ciò con cui costruire un’alternativa. È stato come convocare un’assemblea di vegetariani e mettere a capo tavola il macellaio. Senza nemmeno avvisare gli invitati.
Caiazzo e l’autocandidatura: “me l’hanno detto, domani tocca a me”
In questo contesto si inserisce Antonio Caiazzo, che nelle ultime settimane ha lavorato a una sua area politica raccogliendo pezzi dell’ex amministrazione e collocandoli sotto il simbolo di Azione. Il punto centrale, però, è questo – ed è bene dirlo chiaramente: Caiazzo non è stato indicato da nessun tavolo come candidato sindaco. Si è indicato da solo.
Secondo quanto riferito da più addetti ai lavori, Caiazzo avrebbe iniziato a raccontare in giro che il suo nome sarebbe uscito come sintesi del campo largo nel prossimo incontro, dandolo praticamente per fatto. Una narrazione anticipata, un’autoproclamazione in piena regola. Un po’ come stampare i manifesti elettorali prima ancora che il partito esista. Ed è proprio questa fuga in avanti ad aver fatto scattare l’allarme.
Secondo i ben informati – quelli che sanno tutto ma non firmerebbero nemmeno una cartolina – tra Pri e Caiazzo ci sarebbe stato un patto sotto banco. Non politico, per carità: amichevole. Lui ti porta i pezzi dell’ex amministrazione, tu gli fai provare l’abito da sindaco. Peccato che l’abito sia di scena e il palco ancora chiuso.
La reazione: prese di distanza e sedie che scricchiolano
Quando Verdi, M5S e una parte consistente del PD hanno preso le distanze, non lo hanno fatto per capriccio ma per difesa politica. Perché sentirsi raccontare dall’esterno che esiste una candidatura condivisa quando non esiste nemmeno il perimetro della coalizione è qualcosa che nessuna forza politica seria può accettare.
A pesare, inoltre, è il curriculum politico di Caiazzo: dai banchi dell’opposizione ha votato a favore del PUC, uno degli atti più contestati della precedente amministrazione e combattuto dal PD. Presentarsi oggi come volto del cambiamento suona, per molti, poco credibile. È come cambiare cappello e pretendere che nessuno riconosca la testa. Da qui le prese di distanza pubbliche, il chiarimento che il campo largo non è ancora nato, e la richiesta – implicita ma chiarissima – di fermare l’operazione prima che degeneri in farsa.
Giustino: il passato che critica il presente senza costruire il futuro
In questo caos si muove anche Gennaro Giustino, che al tavolo c’era e ha contestato la presenza di figure legate alla vecchia maggioranza. Critiche legittime, ma pronunciate da una figura che molti considerano politicamente superata.
Giustino paga anni di annunci senza reali aggregazioni, di promesse di eserciti mai arrivati. Il suo nome non scalda più, né nel PD né nel M5S. E il copione sembra già scritto: uscire dal tavolo, rifugiarsi sull’Aventino con pochi fedelissimi, aspettare che gli altri si facciano male e poi tornare, ancora una volta, all’opposizione. Un ruolo che conosce bene. Forse l’unico che gli riconoscono ancora.
Più autocandidati che idee
Il quadro finale è desolante ma limpido: un segretario che convoca senza mandato; un aspirante candidato che si auto-investe e lo racconta in giro; un centrosinistra che reagisce per evitare di essere commissariato dall’improvvisazione; vecchi protagonisti che parlano di futuro con il vocabolario del passato. Il campo largo, ad Afragola, oggi non è una coalizione: è una suggestione usata male. E finché continuerà a essere popolato da patate che si presentano come tartufi, i cittadini continueranno a fiutare l’inganno. E a non comprare nulla.