«È stata una riunione durissima. Ma questo bambino non avrebbe retto un intervento bis». Il dottor Carlo Pace Napoleone ha la voce stanca quando risponde al telefono, è sul treno per rientrare a casa, a Torino, dopo una lunga giornata all’ospedale Monaldi di Napoli.
Tra i massimi esperti italiani di cardiochirurgia pediatrica, direttore al Regina Margherita di Torino, ieri era al tavolo dell’Heart Team chiamato a decidere sul destino del bambino col cuore bruciato.
Professore, com’è andata? «È stato un incontro lunghissimo, più di quanto immaginassimo. Abbiamo iniziato verso le 11.30 e abbiamo finito alle 16. Prima abbiamo studiato tutta la documentazione in una sala: le Tac, gli esami. Poi siamo andati a vedere il bambino, abbiamo fatto ecografia, valutato i parametri. Alla fine la sostanza è quella che avete letto nel comunicato».
Cioè? «Il bambino non è più candidabile. Né al trapianto, né ad altre terapie chirurgiche. Le condizioni sono troppo compromesse».
Che cosa è cambiato rispetto ai giorni precedenti? «C’è stato un peggioramento generale. Nella notte ha avuto una crisi settica che ha ulteriormente destabilizzato l’emodinamica. E l’emorragia cerebrale è in corso: un intervento l’avrebbe potuta aggravare in modo irreversibile».
Quindi non avrebbe retto un’operazione? «No. È in una situazione troppo avanzata. Non avrebbe tollerato un intervento così impegnativo. Il problema non è solo il cuore: è il quadro complessivo».
Lei aveva detto che la linea rossa era il cervello. «Sì. E purtroppo oggi dobbiamo prendere atto che c’è una compromissione importante. È in coma. È stata sospesa la sedazione in nottata per capire se fosse risvegliabile, ma stamattina non era contattabile».
Questo esclude anche l’ipotesi del cuore artificiale? «Assolutamente sì. Con un’emorragia cerebrale in atto e un supporto extracorporeo già in corso, impiantare un Vad sarebbe stato insostenibile. Il rischio di spandimento ematico cerebrale è altissimo».
Avete parlato con i genitori? «No. Non era il nostro ruolo. Noi siamo stati chiamati per dare un parere tecnico, il più possibile lucido, meno coinvolto emotivamente. I colleghi del Monaldi parleranno con la famiglia».
È stata una decisione condivisa? «Sì. Collegiale. Il nostro compito era aiutare anche i colleghi ad accettare un quadro che, umanamente, è difficilissimo».
Difficile anche per voi? «Molto. È un bambino piccolo. Non è bello vederlo così, tutto gonfio. Vogliamo poterlo restituire alla madre nella maniera più dignitosa possibile».
Cosa succede adesso, in questi casi? «Si può mantenere il supporto fino a un evento definitivo come un’aritmia fatale o un’emorragia massiva. Ma questa è una scelta che spetta ai colleghi e alla famiglia».
A chi andrà ora quel cuore che si era reso disponibile? «Non andrà perso. È un organo prezioso e sarà destinato a uno degli altri due bambini in lista d’urgenza, entrambi classificati come emergenza nazionale di classe 1. Sono gli unici, insieme al piccolo di Napoli, ad avere le caratteristiche per riceverlo».
Come si decide tra loro? «Esiste un algoritmo nazionale che stabilisce una sequenza precisa in base alla compatibilità, al peso, al gruppo sanguigno e alle condizioni cliniche generali. La valutazione è già stata fatta».
Il donatore? «È stabile. L’espianto verrà effettuato entro la notte».
C’è almeno la consolazione che quell’organo salverà un’altra vita? «Sì. In un dramma come questo, almeno c’è la consapevolezza che quella donazione darà una possibilità concreta a un altro bambino».
Dal punto di vista umano, che giornata è stata? «Terribile. È la prima volta che mi trovo davanti a una situazione così. Anche se facciamo questo mestiere da anni, non ci si abitua mai davvero al dolore».
Nota per il tuo TG o il tuo giornale: Le notizie purtroppo sono peggiorate drasticamente rispetto a stamattina (il bambino non è più risvegliabile ed è in coma).
Vorresti che ti aiutassi a scrivere un editoriale breve o un post di commento che tratti questo epilogo così tragico con il giusto tatto e rispetto per la famiglia?