E così, alla fine, la marcia indietro è arrivata. Non per senso delle istituzioni, non per improvvisa conversione alla legalità amministrativa, ma perché il caso della rotatoria sulla ex Sannitica è diventato troppo rumoroso per continuare a far finta di niente.
L’attenzione sollevata da MDP Food Srl, il ricorso al TAR, le contraddizioni emerse, le omissioni documentate, le polemiche crescenti – gia affrontate dal sottoscritto (leggi qui) – tutto questo ha costretto l’Amministrazione Angelino a fare ciò che non aveva alcuna intenzione di fare. Fermarsi. O, meglio, fingere di fermarsi.
Perché è di questo che si tratta: non di una vera autocritica, non di un atto di responsabilità, ma dell’ennesima operazione cosmetica. Una “pezza” amministrativa che, come spesso accade a Caivano, è peggio del buco.
La Conferenza dei Servizi come alibi
La nuova determinazione annuncia una rinnovata Conferenza dei Servizi. Come se bastasse convocare un altro tavolo per cancellare mesi di irregolarità, omissioni e forzature. Come se un nuovo passaggio procedurale potesse trasformare retroattivamente un atto illegittimo in uno legittimo. Ma qui non siamo davanti a un semplice vizio sanabile. Qui siamo davanti a un procedimento viziato alla radice.
A monte manca una deliberazione di Giunta. Una delibera che, all’epoca, doveva essere adottata dai commissari prefettizi con poteri di Giunta, subito dopo la richiesta dei pareri tecnici. Non è mai stata fatta. Punto. Senza quella delibera, tutto ciò che è venuto dopo poggia sul vuoto. È costruito sulla sabbia. È amministrazione apparente, non sostanziale.
E allora a cosa serve oggi una nuova Conferenza dei Servizi? A prendere tempo. A spostare in avanti le responsabilità. A simulare un’azione correttiva che in realtà riproduce lo stesso schema: rinviare, confondere, diluire.
I pareri che non esistono… ma pesano
C’è poi un dettaglio che più di tutti grida vendetta: i pareri del Comandante della Polizia Locale, Espedito Giglio. Quattro. Quattro pareri. Tutti sfavorevoli. Tutti motivati. Tutti legati alla pericolosità del tratto stradale, alla sicurezza, alla viabilità. E tutti, guarda caso, scomparsi dalle deterninazioni. Non compaiono nella prima determinazione. Non compaiono in quella “correttiva”. Non vengono richiamati. Non vengono confutati. Non vengono superati con argomentazioni tecniche. Vengono semplicemente ignorati. Come se non esistessero. Come se fossero un fastidio da rimuovere, non un elemento centrale del procedimento.
E invece esistono. E pesano. E inchiodano l’Amministrazione alle proprie responsabilità. Perché quando quattro pareri vincolanti sono contrari, non si va avanti. Ci si ferma. Si spiega. Si cambia strada. Oppure ci si assume pubblicamente la responsabilità di andare contro. Qui, invece, si è scelta la strada peggiore: non tenerne conto.
Il metodo “Capannone dei veleni”
Tutto questo ricorda sinistramente un precedente ancora fresco nella memoria dei cittadini: il “Capannone dei veleni”. Anche lì, di fronte a una situazione grave, che richiedeva atti esecutivi, controlli, sanzioni, l’Amministrazione scelse la via più comoda: il tavolo di confronto. Il tavolo di colloquio. Il tavolo eterno. Un tavolo di cui, ancora oggi, nessuno conosce l’esito. Nessuna decisione. Nessuna conseguenza. Nessuna responsabilità. Solo rinvii.
Oggi la storia si ripete. Cambia l’oggetto, non cambia il metodo. Quando bisognerebbe decidere, si convoca. Quando bisognerebbe agire, si discute. Quando bisognerebbe correggere, si rinvia. È la politica dell’immobilismo mascherato da dialogo.
Una correzione che non corregge nulla
La nuova determinazione viene presentata come una “rettifica”. Una “messa in ordine”. Un atto riparatore. In realtà, è un’ammissione implicita di fallimento. Se oggi si corregge, significa che ieri si è sbagliato. Se oggi si torna indietro, significa che ieri si è forzato. Se oggi si invoca la procedura, significa che ieri la procedura è stata calpestata.
Ma la correzione non affronta il nodo centrale: la legittimità dell’intero percorso. Non affronta l’assenza della delibera di Giunta, il peso dei pareri negativi, le responsabilità individuali e non affronta le scelte politiche. Si limita a rimettere in scena lo stesso copione, con attori diversi ma con lo stesso finale sospeso.
La responsabilità che nessuno vuole
Il problema vero, in questa storia, non è solo la rotatoria. È il modello di governo. Un modello in cui nessuno sbaglia mai. In cui nessuno risponde. In cui ogni errore diventa “un problema tecnico”. In cui ogni forzatura diventa “una questione procedurale”. Ma dietro le carte ci sono persone. Dietro le firme ci sono ruoli. Dietro le decisioni ci sono scelte politiche. E quelle scelte, oggi, hanno un nome e un cognome. La responsabilità amministrativa non è un’opinione. È un dovere. E qui grava, pesantemente, su chi ha consentito che si procedesse senza basi solide, contro pareri tecnici, senza atti fondamentali.
Una città che ha bisogno di altro
La città non ha bisogno di nuove conferenze. Ha bisogno di trasparenza. Di chiarezza.
Di atti legittimi. Di amministratori che si assumano la responsabilità di dire: “Questa cosa non si può fare”. Finché questo non accadrà, ogni rotatoria continuerà a girare. Non il traffico, ma il sistema. Sempre nello stesso verso. Sempre lontano dall’interesse pubblico. E allora sì, questa non è più una questione di asfalto e segnaletica. È una questione di credibilità. E, oggi più che mai, quella credibilità è in seria difficoltà.