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Editoriale

FRATTAMAGGIORE. ZES e Centro Commerciale, verità e propaganda: le contraddizioni del Sindaco Del Prete

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FRATTAMAGGIORE – Di fronte all’Autorizzazione Unica della ZES, il Sindaco Del Prete sceglie la narrazione del “sopruso” governativo. Ma le carte dicono altro: a perdere non è il territorio, è la credibilità di chi ha preferito il muro contro muro ai servizi per i cittadini.

C’è qualcosa di profondamente logoro nella retorica del “territorio scippato” brandita in questi giorni dal Sindaco Marco Del Prete. Nel suo video del 23 gennaio, abbiamo assistito alla messa in scena di un’amministrazione “sorpresa” e “indignata” per il via libera della ZES (Zona Economica Speciale) alla realizzazione del comparto edilizia produttiva e servizi tra Via Mazzini e Via Lupoli. Un’indignazione che però puzza di fumo, utile solo a coprire le macerie di una strategia politica fallimentare.  

La Menzogna del Verde “Sottratto”

Il Sindaco batte i pugni sul tavolo parlando di aree destinate a verde e attrezzature pubbliche che verrebbero sacrificate sull’altare degli interessi privati. Mente sapendo di mentire. La realtà, documentata dai progetti, racconta una storia opposta: l’imprenditore Giovanni Vitale non ha mai cancellato i 30.000 metri quadri di verde attrezzato. Anzi, il progetto approvato prevede la realizzazione di una pista ciclabile, una pista podistica, un anfiteatro, palestre all’aperto e giostrine per bambini.

Dov’è, dunque, la sottrazione di spazi alla collettività? Il verde non sparisce; viene semplicemente reso fruibile, moderno e manutenuto, invece di restare un rettangolo sulla carta di un Piano Regolatore che l’amministrazione non ha mai saputo (o voluto) concretizzare.

Il Capolavoro dell’Autolesionismo: Cosa ha perso la città?

La verità è che la testardaggine (o le “richieste inaccettabili” sussurrate nei corridoi) dell’amministrazione ha prodotto un danno incalcolabile per Frattamaggiore. Grazie ai due precedenti “no” comunali, l’imprenditore ha legittimamente percorso la strada della ZES Unica. Il risultato? L’autorizzazione è arrivata comunque, ma con una differenza sostanziale che ricade sulle spalle dei cittadini: Addio al Comando della Polizia Locale: Un edificio nuovo di zecca che sarebbe stato ceduto al Comune. Addio alla Biblioteca: Uno spazio culturale pronto all’uso, perso per sempre. Resta solo il Parcheggio per l’Ospedale: Una boccata d’ossigeno per il Presidio “San Giovanni di Dio”.

  1. Questi “standard urbanistici”, che l’imprenditore era disposto a donare alla comunità, sono stati polverizzati dall’ostruzionismo di Palazzo di Città. Ora, l’autorizzazione n. 33 della Struttura di Missione ZES tira dritto: avremo i supermercati (MD, LIDL), il fast food di un rinomato franchising mondiale e la palestra Up Level, ma la città ha perso i servizi pubblici che potevano esservi annessi.  

Una Sconfitta Politica, non un Sopruso Normativo

Il Sindaco annuncia battaglie legali e ricorsi al TAR. È il solito gioco del cerino: si spendono soldi pubblici in avvocati per tentare di fermare un treno che l’amministrazione stessa ha fatto deragliare. L’Autorizzazione Unica, firmata dal Coordinatore Avv. Giuseppe Romano, è il sigillo su un’incapacità cronica di dialogare con lo sviluppo del territorio.  

Frattamaggiore non ha bisogno di “chiamate alle armi” contro nemici immaginari o “colori politici” da dimenticare. Ha bisogno di amministratori che sappiano distinguere un investimento privato che arricchisce il pubblico da una minaccia. Dire “no” a prescindere, perdendo per strada biblioteche e caserme, non è difendere la città: è condannarla all’irrilevanza.

Caro Sindaco, la prossima volta che parlerà di “interessi privati”, provi a spiegare ai cittadini perché ha preferito una distesa di erbacce a una biblioteca nuova. I documenti non mentono. Lei invece?

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Caivano

CAIVANO e il portone della legalità

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CAIVANO – Prima di parlare di politica, clientele, elettori pesanti e portoni spalancati, conviene partire da una cosa noiosissima ma decisiva: la legge.

Per aprire un bar non basta avere il caffè buono e i tavolini carini. Serve anche rispettare i requisiti di sorvegliabilità dei locali, previsti dal Testo Unico delle Leggi di Pubblica Sicurezza e disciplinati dal decreto ministeriale del 17 dicembre 1992. Tradotto dal burocratese: i locali devono essere facilmente controllabili dalle forze dell’ordine. Devono avere accesso da strada o da luogo aperto al pubblico, essere visibili e non nascosti dietro corridoi, corti chiuse o passaggi riservati dove il controllo diventa una caccia al tesoro.

La ratio è elementare: un bar è un luogo aperto al pubblico, non una stanza segreta del Risiko. Le forze di polizia devono poter entrare, vedere e controllare senza dover chiedere permesso al portiere, al citofono o alla buona volontà del gestore. Ora veniamo a Caivano.

Perché il copione – almeno a leggere le carte e a seguire la cronaca amministrativa – sembra sempre lo stesso. Arriva il grande elettore. Quello con la famiglia storica, numerosa, con un discreto serbatoio di voti. Il grande elettore non chiede molto: solo un piccolo favore amministrativo, da riscuotere dopo le elezioni. Una specie di cashback politico.

Era già successo con la vicenda della rotonda sulla Strada Statale Sannitica, dove l’operazione urbanistica sembrava intrecciarsi con il progetto di un centro commerciale legato a uno dei principali sostenitori del sindaco Antonio Angelino, Pietro Magri. Lì però c’è stato un problema: il comandante della Polizia Locale, Espedito Giglio, che deve avere un difetto di fabbrica. Legge le carte.

E leggendo le carte ha prodotto quattro pareri sfavorevoli, sostenendo che quella rotatoria fosse pericolosa per la sicurezza stradale. Un dettaglio noioso, la sicurezza. Sempre a rovinare le belle idee. Adesso la scena si ripete, con scenografia diversa.

Il palco è Palazzo Capece, residenza storica della città e location preferita dal Sindaco Angelino e i suoi accoliti. L’imprenditrice proprietaria dell’immobile già ospita un B&B e affitta la sala convegni. Fin qui nulla di strano. Ma il progetto si arricchisce: aprire anche un bar nella corte interna del palazzo, con tavolini, sedie e atmosfera lounge. Un’idea romantica. Peccato per quel dettaglio giuridico chiamato sorvegliabilità.

La corte è privata. Il bar non è visibile dalla strada. E per renderlo “sorvegliabile” si propone una soluzione semplice: lasciare il portone aperto. È un po’ come dire che una stanza senza finestre diventa luminosa se qualcuno promette di accendere la luce.

Il comandante Giglio, con una certa ostinazione nel prendere sul serio le norme, ha espresso parere sfavorevole: la posizione del locale, dentro una corte privata e non visibile dalla strada, non garantirebbe i requisiti richiesti. Fine della storia? Macché.

Perché a Caivano succede qualcosa di curioso: gli uffici sembrano vivere in universi paralleli.
Da una parte la Polizia Locale che alza la mano e dice: attenzione, qui la legge dice questo.
Dall’altra un SUAP piuttosto disinvolto, che sembra considerare la SCIA una specie di passaporto automatico.

Non è la prima volta che accade. Molti ricordano infatti il caso recente della SCIA del Carnevale, approvata nonostante l’assenza iniziale di un’ambulanza, un elemento che normalmente rappresenta una delle misure minime di sicurezza per eventi pubblici.

Così si arriva al paradosso amministrativo: si autorizza un bar ignorando il parere negativo della Polizia Locale, un po’ come se in sala operatoria l’anestesista dicesse “fermi tutti” e qualcuno rispondesse “ma sì, continuiamo lo stesso”.

Nel frattempo, sempre dentro la corte di Palazzo Capece, si svolge anche una manifestazione dal titolo decisamente cinematografico: “La Grande Bellezza”. Evento organizzato da due attività commerciali molto vicine all’amministrazione e al quale, raccontano le cronache, ha partecipato anche buona parte della stessa amministrazione comunale.

Anche lì però arriva il solito dettaglio fastidioso: il comandante della Polizia Locale, che eleva verbali alla proprietà per lo stesso motivo di mancata sovergliabilità. Insomma, a Caivano sembra esserci un curioso corto circuito amministrativo. Da una parte chi interpreta le norme come suggerimenti elastici. Dall’altra chi continua a leggerle come se fossero leggi. E nel mezzo la politica che fa spallucce quando ad aver ragione è sempre chi osserva le regole.

Poi c’è il comandante Espedito Giglio, che finisce nel ruolo meno comodo della pubblica amministrazione italiana: quello che applica le regole. E in certe stagioni politiche, si sa, chi applica le regole diventa inevitabilmente l’uomo che rovina la festa. Il problema è che la legalità non è come il portone di una corte: non si può decidere di tenerla aperta o chiusa a seconda delle convenienze del momento.

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Afragola

AFRAGOLA. Alla fine sarà il Gattopardo con la fascia tricolore

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AFRAGOLA – Ad Afragola la politica somiglia sempre più a una partita di calcetto tra scapoli e ammogliati: cambiano le maglie, ma i giocatori sono sempre gli stessi e il campo è pieno di buche. L’importante non è giocare bene, ma occupare lo spogliatoio.

Tra oggi e domani il cosiddetto tavolo provinciale del “campo largo” dovrebbe ratificare il candidato sindaco scelto dalle segreterie locali di PD, M5S e AVS. E, salvo improvvisi accessi di fantasia politica – evento statisticamente raro quanto una nevicata ad agosto sul Vesuvio – il nome dovrebbe essere quello di Gennaro Giustino.

Giustino, a differenza del 2021, ha compreso con una rapidità degna di un allievo diligente la prima grande lezione della politica locale contemporanea: parlare poco, possibilmente niente. In un contesto dove chi espone idee rischia di essere scambiato per un alieno, il silenzio è diventato la forma più raffinata di strategia. Navigare sotto la superficie, tra correnti torbide di trasformismo, è un’arte antica: il principio del Gattopardo applicato alla scala comunale. Cambiare tutto per non cambiare nulla, possibilmente senza nemmeno disturbarsi a spiegare cosa.

Il problema non è tanto il nome – i nomi, in queste storie, sono accessori intercambiabili – ma il metodo. Il centrosinistra afragolese, da anni, sembra aver sostituito l’idea di progetto politico con una più semplice missione esistenziale: essere contro qualcuno. In particolare contro l’ex senatore Enzo Nespoli, che nel dibattito pubblico locale occupa più o meno lo stesso spazio che la gravità occupa nella fisica: invisibile ma onnipresente.

Così PD e M5S, invece di provare a costruire criteri, visioni, programmi o persino qualche timida idea, si sono accomodati nel più rassicurante schema binario: noi contro loro. Una politica ridotta al derby permanente. Bianchi contro neri. Senza tattica, senza gioco, senza allenatore. Solo il desiderio di segnare il gol della vittoria elettorale e poi dividersi lo spogliatoio.

Nel frattempo il grande mantra del rinnovamento – “puntiamo sui giovani” – si è rivelato, come spesso accade in politica, uno slogan da convegno stampato su cartoncino lucido e dimenticato sul tavolo appena finito l’applauso.

Ad Afragola, infatti, non è accaduto che una nuova generazione abbia imparato a fare politica clientelare. Sarebbe quasi un processo educativo. Qui è successo qualcosa di più semplice e, se possibile, più istruttivo: si è scelto di adeguarsi.

I giovani del PD non hanno inventato nulla. Non hanno innovato, non hanno scardinato il sistema, non hanno nemmeno provato a cambiarne le regole. Hanno fatto la cosa più pratica: hanno preso accordi con chi quella politica l’ha sempre praticata con metodo quasi artigianale. Una specie di apprendistato accelerato nella bottega del consenso organizzato.

Il risultato è che la prima lezione imparata non è stata come costruire consenso politico, ma come partecipare alla lottizzazione del potere senza il fastidio di dover conquistare davvero i voti. Una scorciatoia elegante: tu porti il simbolo, io porto il pacchetto di relazioni, e alla fine si divide il bottino amministrativo come si dividono le fette di una torta già tagliata.

Così il tanto evocato rinnovamento ha assunto la forma più tipica della politica locale: una coabitazione tra novizi e veterani del favore, dove i primi forniscono l’immagine fresca e i secondi il manuale operativo. La macchina è semplice. Funziona come quelle vecchie cabine telefoniche a gettoni: inserisci l’accordo giusto, esce la porzione di potere. Non è un algoritmo sofisticato, è clientelismo analogico.

E così, prima ancora di scaldare la sedia del Consiglio comunale, molti aspiranti innovatori hanno scoperto il fascino irresistibile della politica dei favori. Quella che raccoglie voti come un vecchio signore raccoglie figurine: una alla volta, porta a porta, promessa su promessa. Solo che, in questo caso, nemmeno serve completare l’album: basta sedersi al tavolo giusto.

Il paradosso è che nessuno, in questo scenario, ha mai davvero provato a fare la cosa più difficile e più semplice insieme: rappresentare davvero il nuovo. Nessuno si è posto il problema di dire: perdiamo pure oggi, ma perdiamo bene. Perdiamo con un’idea, con un progetto, con una classe dirigente che non debba chiedere il permesso a nessuno per esistere. Nessuno ha avuto il coraggio di accettare l’ipotesi di sedersi tra i banchi dell’opposizione con la faccia pulita, invece che in maggioranza con la sensazione di essere entrati dalla porta di servizio.

Perché la politica vera, quella che costruisce qualcosa, spesso comincia proprio così: in minoranza. Con pochi voti, poche poltrone e molte idee. Ma ad Afragola questa possibilità non è stata nemmeno presa in considerazione. La priorità non era inaugurare una nuova stagione politica, ma non restare fuori dal giro.

E così la città continua a vivere dentro una specie di guerra fredda permanente tra personalità politiche, mentre nessuno prova davvero a uscire da questo schema. Nessuno ha avuto l’ambizione di dire: basta con la saga infinita delle rivalità personali, proviamo a costruire qualcosa che duri più di una campagna elettorale. Servirebbe il coraggio di essere pochi oggi per diventare molti domani. Servirebbe una generazione disposta a prendersi il lusso di perdere, pur di non somigliare troppo a quelli che dice di voler sostituire.

Ma per ora, ad Afragola, il rinnovamento somiglia a quei cartelli “lavori in corso” che restano appesi per anni. Cambia il colore della vernice, cambia il logo sul casco degli operai, ma il cantiere – quello vero – non parte mai. E infatti ad Afragola il dibattito politico si è ormai ridotto a un binomio ossessivo: Giustino contro Nespoli. Come se la città fosse una serie televisiva con due soli personaggi e il resto del cast relegato al ruolo di comparse.

Intorno al tavolo del campo largo non si discute di come cambiare Afragola, ma di come non far vincere gli altri. Il criterio non è il rinnovamento, ma la sostituzione del potere. Non si cambia la logica, si cambia l’inquilino.

Dall’altra parte del campo, il centrodestra sembra aver risolto la questione con la rapidità con cui si sceglie il capitano della squadra tra amici: qualcuno ha deciso e gli altri, più o meno convinti, prenderanno atto. Il nome che circola è quello di Alessandra Iroso, dirigente che conosce il Comune con la precisione di chi potrebbe descrivere anche la geografia delle crepe nei muri di Palazzo Moriani.

La scelta, però, non nasce esattamente da una discussione collettiva tra alleati. Più che un tavolo politico sembra una cabina di regia dove gli stessi registi di sempre continuano a scrivere il copione. Il risultato è un film già visto: il film del duo Nespoli–Castiello.

E così la città si prepara all’ennesima campagna elettorale che promette di essere una gigantesca riedizione di un classico locale: la guerra delle personalità.

Nel frattempo, mentre i protagonisti litigano su chi dovrà sedersi sulla poltrona più grande, restano sullo sfondo i temi veri: PNRR, gestione amministrativa, sviluppo urbano, servizi. Questioni che rischiano di fare la fine delle promesse elettorali: evaporare appena finite le conferenze stampa.

Ad Afragola, più che una competizione politica, sembra di assistere a una partita infinita di Risiko: territori da occupare, caselle da presidiare, equilibri da difendere. L’unico dettaglio secondario è la città.

Eppure la politica, quella vera, ogni tanto dovrebbe fare una cosa semplice: provare a immaginare il futuro. Anche rischiando di perdere oggi per costruire domani una classe dirigente credibile.

Ma questo, ad Afragola, per ora resta fantascienza. Qui la politica continua a muoversi come un vecchio tram senza binari: fa rumore, scintille e giri su se stesso. E alla fine torna sempre allo stesso capolinea.

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Caivano

CAIVANO e il sindaco delle quattro stagioni

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CAIVANO – A Caivano il civismo è diventato una specie di parola magica. Una formula che promette di superare i partiti, di mettere al centro la città, di liberare la politica locale dalle vecchie appartenenze. Una promessa nobile, almeno sulla carta. Nella pratica, però, il civismo rischia spesso di trasformarsi in qualcosa di molto diverso: un comodo rifugio per chi vuole stare ovunque senza dichiarare di stare da qualche parte.

Il prossimo 15 Marzo, all’Hotel Il Roseto, e 18 marzo, a Palazzo Capece, si terrà un confronto pubblico sul referendum sulla riforma della giustizia. Un dibattito tra le ragioni del “Sì” e quelle del “No”. Un momento utile per informare i cittadini. Tra i saluti istituzionali è prevista anche la presenza del sindaco Antonio Angelino.

La domanda, però, non riguarda la sua presenza. Riguarda la sua posizione. Perché Caivano oggi è guidata da un sindaco civico. O almeno così viene raccontato. Eppure basta guardare la composizione della giunta per accorgersi che buona parte dell’esecutivo comunale proviene da un’area politica ben definita, quella che storicamente gravita attorno al Partito Democratico. Un dettaglio che rende il civismo più simile a una coperta larga sotto cui trovano posto equilibri e provenienze politiche piuttosto riconoscibili.

Ma la geografia politica dell’amministrazione sembra essere ancora più articolata. Negli ambienti della politica locale circolano da tempo indiscrezioni su possibili movimenti interni alla maggioranza. Tra i nomi che ricorrono con maggiore frequenza c’è quello dell’assessore Raffaele Marzano, figura di peso dell’attuale giunta e considerato da molti vicino a circuiti influenti della città. Secondo alcune ricostruzioni politiche che circolano negli ambienti locali, Marzano sarebbe in dialogo con esponenti provinciali di Fratelli d’Italia con l’obiettivo di rafforzare la presenza del partito della fiamma sul territorio di Caivano.

Sempre secondo queste voci, che al momento restano indiscrezioni e non trovano conferme ufficiali, tra le possibili mosse politiche ci sarebbe anche il tentativo di avvicinare al partito di Giorgia Meloni alcune figure particolarmente forti dal punto di vista elettorale. Tra queste viene citato spesso il nome di Tobia Angelino, noto in città per aver raccolto circa 1200 preferenze alle ultime elezioni.

Se queste dinamiche dovessero trovare riscontro nel tempo, il quadro sarebbe piuttosto singolare: un’amministrazione nata sotto il segno del civismo che finisce per essere attraversata da movimenti politici che guardano contemporaneamente a più direzioni.

Ed è qui che torna la figura del sindaco. Antonio Angelino è stato eletto come volto civico della città. Una scelta che gli ha consentito di raccogliere consenso trasversale. Una qualità che, fino ad oggi, sembra essere stata alimentata soprattutto da una strategia precisa: stare in silenzio.

Un metodo che ha accompagnato molti passaggi delicati della recente storia cittadina. Dagli arresti del 2023 che hanno segnato profondamente la vita amministrativa di Caivano, passando per l’arrivo dello Stato con misure straordinarie di controllo del territorio e per una fase di forte attenzione nazionale sulla città. In tutte queste circostanze la cifra politica del sindaco è apparsa la stessa: prudenza, equilibrio, silenzio. Il silenzio come metodo. Il silenzio come strategia. Il silenzio come forma di governo.

E così Caivano si ritrova con un sindaco che sembra adattarsi a tutte le stagioni politiche. Un sindaco capace di non scontentare nessuno. Un sindaco che riesce a muoversi tra sensibilità diverse senza mai dichiararne davvero una. Un talento amministrativo, se si guarda alla capacità di tenere insieme gli equilibri. Ma la politica non è soltanto equilibrio.

La politica è scelta. È direzione. È leadership. Un sindaco può essere un buon amministratore. Può essere un abile mediatore. Può persino essere un ottimo gestore dell’ordinario. Ma una città come Caivano – complessa, ferita, osservata dall’intero Paese – ha bisogno di qualcosa di più di un equilibrismo permanente. Ha bisogno di un leader. Perché amministrare un condominio significa mettere d’accordo i vicini di pianerottolo. Guidare una comunità significa invece indicare una strada. E una strada, prima o poi, bisogna avere il coraggio di sceglierla.

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