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SOMMA VESUVIANA. Sul rischio disseto Sommese fa harakiri. Soluzione obbligata per il campo largo

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SOMMA VESUVIANA – Nulla di nuovo oltre ciò che abbiamo già raccontato sulle evoluzioni del quadro in vista della campagna elettorale per le Amministrative di fine maggio. Questa settimana dovrebbe essere determinante per stabilire cosa accadrà nel campo largo e tra le forze del campo largo. L’unico che ha già ufficializzato la candidatura a sindaco senza ufficializzarla resta Giuseppe Sommese.

Ha tradito politicamente Carmine Mocerino, il cui nome è ancora il più accreditato sul tavolo provinciale, ed è partito con la comunicazione social. Sommese non ha detto con chi sarà candidato e a cosa sarà candidato. Senza simboli e senza identità a caratterizzare una comunicazione anonima sul piano politico e discutibile sui primi contenuti lanciati. Punta l’indice sull’emergenza più grave che la prossima amministrazione dovrà affrontare: la voragine nei conti del Comune che rischia di mandare il paese dritto verso il dissesto finanziario.

Lo annuncia chiaramente come se questo orrore fosse stato causato da altri. Né può pensare l’ex fedelissimo del sindaco Salvatore Di Sarno che i cittadini siano così ignoranti da poter pensare, solo per un attimo, che il buco di bilancio sia stato causato negli ultimi due anno quando Sommese è passato all’opposizione. Tutti sanno che il dissesto finanziario arriva perché almeno per un decennio si approvano quelli che la Corte dei Conti chiama bilanci tecnicamente falsi: spese certe, entrate incerte o, addirittura, fondate su crediti non esigibili.

Spese certe, entrate incerte, messe su carta, messe insieme, provocano anno dopo anno, bilancio dopo bilancio, amministrazione dopo amministrazione, debiti nelle casse del Municipio fino al dissesto. E allora Sommese dovrebbe spiegare i bilanci dei primi cinque anni Di Di Sarno, da leader della maggioranza, e quelli ancora prima. Lui e chi ha votato quei bilanci di programmazione e gli atti propedeutici al documento di programmazione finanziaria, come mai la città è arrivata sull’orlo del dissesto. E assumersi politicamente le responsabilità di errori consumati negli anni e non certo durante l’ultima amministrazione.

Speculare o, peggio ancora, fare propaganda elettorale su un tema così delicato che determinerà un aumento delle imposte locali ai massimi livelli, non è proprio corretto nei confronti dei cittadini soprattutto se, poi, lo fa chi ha partecipato in questi anni alle scelte politiche finanziarie dell’Ente e vorrebbe addirittura far finta di nulla.

La campagna elettorale merita qualcosa di più, almeno sui temi, su come affrontarli e su un’assunzione di responsabilità che diventa inevitabile. Sfuggire ai propri errori oppure tentare di scaricarli su altri non funziona. I cittadini conoscono i soggetti politici, la storia, le dinamiche e diventa complicato nascondere singole responsabilità legate alle diverse amministrazioni che si sono susseguite nel tempo. Di sicuro, il rinnovamento non potrà essere rappresentato da chi ha scritto la storia di Somma Vesuviana, né il risanamento finanziario potrà essere promesso dai protagonisti delle scelte finanziarie degli ultimi dieci anni che hanno determinato il dissesto.

Sarà complicato, se non impossibile, che tra i candidati a sindaco che si confronteranno ci sarà qualcuno che non ha votato alcuno strumento di programmazione economica e finanziaria. Impossibile. Quindi, più che puntare l’indice, servirebbe una presa d’atto degli errori, chiedere scusa alla città e affrontare il tema con serietà verificando, atti alla mano, nei contenuti, la possibilità di evitare questa ennesima ferita alla comunità e se c’è la possibilità come sfruttarla. Senza demagogia e senza pagliacciate.

Tornando alla dinamica politica, è evidente che il campo largo è destinato a spaccarsi. Come detto, Giuseppe Sommese è partito. Manca solo l’annuncio ufficiale. E nessuno farà quadrato su una candidatura nata da un’ambizione personale all’interno di un gruppo, quello che si rivedeva nella leadership di Carmine Mocerino, che a sua volta si è spaccato con la scissione portata avanti proprio da Sommese. Quindi, acclarata la prima candidatura a sindaco di bandiera, al massimo di una coalizione formata da un paio di civiche, resta il nodo dell’alleanza Pd, Cinque stelle, il listone di Carmine Mocerino e le liste civiche di centrosinistra.

Entro la fine della settimana, proprio dal Pd, in particolare Mario Casillo e Gaetano Manfredi, dovrebbero fornire qualche indicazione in più, d’accordo col gruppo dirigente locale, rispetto all’ipotesi che porterebbe l’alleanza alla vittoria guidata proprio da Carmine Mocerino. Infatti, il coniglio dal cilindro, il classico candidato tirato fuori all’ultimo momento e capace di restituire entusiasmo alla città, al momento, non è nemmeno all’orizzonte. E questo rende tutto più semplice per il centrosinistra e anche più veloce. Si attendono novità nei prossimi giorni e Minformo vi terrà aggiornati.

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SANT’ANTONIO ABATE. Il paese dove l’abuso edilizio diventa “merCito” e la legge va in prescrizione.

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SANT’ANTONIO ABATE – C’è un angolo di Campania dove il tempo sembra essersi fermato, non per incanto paesaggistico, ma per una paralisi burocratica che puzza di privilegio. Parliamo di Sant’Antonio Abate, dove la gerarchia delle norme viene calpestata da un mix esplosivo di parentele eccellenti e uffici comunali stranamente “distratti”.

Il Teatrino Giuridico: Dal TAR alla “Carenza d’Interesse”

La cronaca è cristallina, i documenti lo sono ancora di più. Nel 2022, il TAR Campania con la sentenza n. 7019/2022 metteva nero su bianco una verità scomoda: gli interventi edilizi al fabbricato di Via Paolo Borsellino n. 5 — di proprietà di Santa D’Ambrosio — sono abusivi. Chiusure perimetrali con infissi in alluminio, mutamenti di destinazione d’uso da uffici a civile abitazione, balconi e tettoie nati dal nulla in una zona sottoposta a vincoli paesaggistici. Il tribunale è stato categorico: quelle opere devono essere rimosse perché alterano il territorio e mancano di autorizzazioni ex post.

Eppure, cosa fa la proprietà? Tenta la carta del Consiglio di Stato e poi, con una mossa che sa di “strategia della melina”, rinuncia al ricorso per “sopravvenuta carenza di interesse” nell’agosto 2025. Tradotto dal legalese: “Ritiro l’appello perché ho presentato una nuova istanza di conformità (art. 36 bis)”. Un gioco di prestigio per far scadere i termini, puntare alla prescrizione del reato penale e lasciare che la sentenza del TAR — che a questo punto diventa definitiva ed esecutiva — resti a prender polvere in qualche cassetto comunale, dato che alla fine si tratta solo di una sentenza Amministrativa e non penale.

Questione Morale o Questione di Parentela?

Qui la faccenda si fa scura. La proprietaria in questione, Santa D’Ambrosio, non è una cittadina qualunque: è la moglie di Agostino Rispoli, consigliere comunale di maggioranza. Ma il legame non si ferma qui: fonti locali indicano Rispoli come parte del cerchio magico del Sindaco.

Come può un consigliere comunale sedere in assise, votare delibere e rappresentare i cittadini, mentre la sua proprietà di famiglia è colpita da un ordine di demolizione mai eseguito? Esiste un conflitto d’interesse grande quanto il capannone abusivo di Via Borsellino. L’incompatibilità non è solo giuridica, è etica. È accettabile che chi deve far rispettare le regole sia il primo a beneficiare dell’inerzia dei controlli?

Sul piano politico-istituzionale, la vicenda aprirebbe un ulteriore fronte, forse ancora più delicato: quello della possibile incompatibilità del consigliere comunale coinvolto indirettamente tramite la coniuge. Formalmente, infatti, il contenzioso risulterebbe intestato alla moglie, circostanza che — in senso stretto — potrebbe non integrare automaticamente una causa tipica di incompatibilità ai sensi del TUEL. Tuttavia, qualora emergesse una comproprietà dell’immobile o una comunanza sostanziale di interessi economici, si potrebbe profilare una forma di incompatibilità “sostanziale”, come riconosciuto in più occasioni dalla giurisprudenza. In ogni caso, anche a voler escludere tale ipotesi, resterebbe quantomeno configurabile un obbligo di astensione su atti e deliberazioni connessi alla vicenda, trattandosi di interessi riconducibili al nucleo familiare diretto. Il mancato rispetto di tale obbligo potrebbe, a sua volta, incidere sulla legittimità degli atti amministrativi eventualmente adottati, alimentando ulteriori dubbi sulla correttezza e imparzialità dell’azione pubblica.

L’Inerzia che Premia: Il paradosso del Comune

Il Comune di Sant’Antonio Abate appare come un gigante addormentato. La Polizia Municipale? Dorme. L’Ufficio Tecnico? Non pervenuto nella fase esecutiva. Il Segretario Comunale? Non vede l’ombra dell’abuso.

E il colmo del grottesco? Mentre la sentenza del TAR ordina di ripristinare lo stato dei luoghi, il Comune, anziché inviare le ruspe, avrebbe addirittura rilasciato nuovi permessi a costruire alla medesima proprietà negli ultimi mesi. È un premio all’abusivismo? Un incentivo a ignorare le sentenze dello Stato?

L’Avvocato Liquidato, la Giustizia “Dimenticata”

C’è un dettaglio che trasforma questa storia in una farsa: il Comune ha persino liquidato le parcelle all’avvocato che ha difeso l’ente contro la D’Ambrosio. L’amministrazione sa perfettamente di aver vinto la causa. Sa perfettamente che quelle opere sono illegali. Eppure, incassata la vittoria formale, rinuncia a quella sostanziale.

Il messaggio che arriva ai cittadini onesti è devastante: se sei “parente di”, la legge è un suggerimento facoltativo. Se sei un consigliere di maggioranza, il cemento abusivo diventa trasparente.

Sindaco, Dirigenti, Comandante della Municipale: dove sono i sigilli? Quando si darà esecuzione a una sentenza in nome del popolo italiano che attende dal 2022? La pazienza dei cittadini è finita, la carenza di interesse — quella vera — è solo la vostra verso la legalità.

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Caivano

CAIVANO. Il Taglia-reti e il Sindaco imbonitore: quando la politica va nel Pallone

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CARDITO – Benvenuti nella nuova frontiera del populismo da gradinata, dove la fascia tricolore si confonde con la sciarpa dell’ultrà e il senso delle istituzioni viene sacrificato sull’altare di un “like” strappato alla pancia dei tifosi. Protagonista della settimana è il Sindaco di Caivano, Antonio Angelino, che ha deciso di indossare i panni del paladino della legalità violata per un paio di forbici e un po’ di nastro isolante.

Il Giallo della Rete “Affettata”

Secondo la narrazione epica (e un tantino allucinata) del Primo Cittadino, un giovane tesserato del Portici sarebbe scattato dalla panchina come un incursore dei corpi speciali per “tagliare la rete” con un coltello, sotto gli occhi di arbitri e guardalinee trasformati d’incanto in complici o spettatori ciechi. Un atto di vandalismo brutale, grida il Sindaco, una ferita al cuore della civiltà!

Peccato che la realtà, quella cosa noiosa che solitamente si controlla prima di pigiare “pubblica” sui social, racconti un’altra storia. Le immagini parlano chiaro: i giovani del Portici stavano cercando di riparare una rete già allentata, facendo quello che i padroni di casa – distratti forse dalle grandi strategie politiche – non avevano fatto. Per tagliare una rete basta uno “zac”; per sistemarla, come mostra la foto, bisogna chinarsi, sollevare il bastone porta-rete, faticare con nastro e pazienza.

dire che questa foto l’ha pubblicata il Sindaco Antonio Angelino stesso

Ma Angelino, novello Sherlock Holmes della domenica, preferisce la favola mediatica. Si beve d’un fiato le fantasie dei giornali-eco e lancia anatemi contro il Giudice Sportivo, reo di non aver punito il “delitto del secolo”. È la sindrome del post compulsivo: quella sprovvedutezza istituzionale che impedisce di distinguere tra un tentativo di far proseguire la gara e un attentato alla pubblica sicurezza.

Ruoli confusi e stadio fantasma

Mentre il Sindaco si occupa di sartoria sportiva e reti bucate, i cittadini di Caivano – decisamente più lucidi di chi li amministra – gli ricordano nei commenti quale sarebbe il suo vero mestiere. Perché, caro Sindaco, la cultura della legalità si costruisce con le infrastrutture, non con i post al veleno. Dov’è lo stadio? Caivano oggi non ha una casa per la propria squadra. Dov’è il supporto alla dirigenza? Il calcio a Caivano respira solo grazie ai polmoni (e al portafoglio) di Adamo Guarino.

Guarino, imprenditore di Frattamaggiore che ha investito centinaia di migliaia di euro portando la squadra in Eccellenza, è il classico esempio di chi, invece di essere sostenuto, viene “mortificato”. Mortificato da una politica che a Caivano non ha mai sensibilizzato gli imprenditori e i mecenati ma che ha sempre partorito solo “prenditori” e mai imprenditori disposti al sacrificio.

La memoria corta del politico

E qui la metafora si fa caustica. Il Sindaco sembra aver dimenticato i tempi della campagna elettorale, quando le “seduzioni” verso Guarino erano all’ordine del giorno. Salvo poi lasciarlo solo nel deserto di una città che, alle scorse elezioni regionali, gli ha riservato la miseria di 170 preferenze. Una batosta che avrebbe fatto scappare chiunque, ma non Guarino, che è ancora lì a metterci la faccia e i soldi.

Invece di fare l’imbonitore per ingraziarsi la frangia più sciocca della tifoseria, Angelino dovrebbe fare una cosa rivoluzionaria: il Sindaco. Il suo ruolo non è quello di commentatore tecnico di presunti complotti arbitrali, ma quello di: Garantire strutture dignitose. Sensibilizzare le forze economiche del paese affinché non lascino Guarino a combattere contro i mulini a vento.

Caro Angelino, prima di parlare di “metodo e prassi della slealtà”, si assicuri che la sua rete non sia bucata. Non da un calciatore del Portici, ma dalla mancanza di fatti concreti. Perché a furia di gridare allo scandalo per una forbice, si rischia di non accorgersi che il vero “taglio” lo sta subendo il futuro sportivo di Caivano.

Meno social, più cemento (per lo stadio). Meno indignazione social, più sostegno istituzionale. Altrimenti, l’unico risultato omologato sarà l’ennesima occasione persa per la città.

Post del Sindaco Antonio Angelino
Post della società sportiva Portici 1906
Video PUBBLICATO DAL PORTICI 1906 A TESTIMONIANZA CHE LA GARA RITARDAVA PROPRIO PER DARE SPAZIO AI GIOVANI VOLONTARI DI AGGIUSTARE LA RETE

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Caivano

CAIVANO, l’asfalto cambia. Il sistema no. il déjà vu degli appalti

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A CAIVANO le buche non sono solo sull’asfalto. Sono nei procedimenti. E, a differenza di quelle stradali, queste non si tappano con una colata d’asfalto e una foto sui social.

La determinazione n. 420 del 30 marzo 2026 (leggila qui) nasce da un’esigenza reale, concreta, persino urgente: le strade cittadine “si presentano in forte stato di usura” e “quotidianamente” arrivano segnalazioni di dissesti, con disagi e rischi per i cittadini. L’obiettivo è chiaro e condivisibile: intervenire con lavori di manutenzione ordinaria e straordinaria “puntuale degli assi viari” per eliminare buche e voragini e restituire un minimo di dignità al manto stradale. Fin qui, nulla da dire. Anzi.

Il progetto prevede lavori per 91.000 euro, con costi della sicurezza pari a 3.185 euro e un quadro economico complessivo che, dopo gara, arriva a 111.198,15 euro. Un intervento necessario, finanziato, strutturato, con tanto di elaborati tecnici, capitolato, schema di contratto e perfino protocollo di legalità. Tutto in ordine. Tutto pulito. Tutto — sulla carta — inattaccabile. Poi però si arriva al cuore della procedura.

Affidamento diretto, sì, ma con “confronto tra preventivi”. Invito a più operatori economici. Procedura MePA. E qui la storia prende una piega già vista: quattro ditte invitate, una sola che risponde. Sempre una. Come se il mercato fosse un teatro con una sola voce e le altre mute. E allora il problema non è più la buca da tappare, ma lo schema che ritorna.

Perché a Caivano la memoria non è un esercizio accademico: è un dovere civico. E le parole del collaboratore di giustizia Carmine Peluso — che raccontano non un’ipotesi ma un sistema rodato — suonano come un’eco fastidiosa, quasi un controcanto ai documenti amministrativi di oggi: “Poi c’è il secondo metodo: che Zampella preparava l’impegno spesa a monte, ok? Veniva approvato l’impegno spesa, contattavamo la ditta che doveva vincere, mettevamo altre due ditte all’interno, quelle due ditte non rispondevano alla chiamata, perché venivano contattate o da me o da Zampella o dal politico di turno che aveva avuto la cortesia, e rispondeva solo la ditta vincitrice. Questo è il secondo metodo.” Non è un’accusa. È un cortocircuito.

Perché quando una procedura pubblica — formalmente corretta — ricalca nei fatti la dinamica descritta da chi ha partecipato a un sistema criminale, il problema non è dimostrare il reato. Il problema è evitare anche solo l’ombra della somiglianza. E invece quella somiglianza c’è. Plastica. Imbarazzante. L’amministrazione Angelino aveva promesso discontinuità. Una parola usata come una bandiera, come una linea di confine tra “prima” e “dopo”. Ma la discontinuità non è un annuncio, è una pratica quotidiana. E soprattutto è metodo.

Perché puoi cambiare i nomi, ma se i meccanismi restano gli stessi, il risultato non cambia. È come rifare l’asfalto sopra una strada dissestata senza sistemare il fondo: alla prima pioggia, tutto torna com’era. E qui torna la frase più inquietante, quella che dovrebbe campeggiare in ogni ufficio pubblico di un territorio segnato da certe vicende: “Il Sistema cammina sulle proprie stesse gambe”.

Non ha bisogno di ordini. Non ha bisogno di regia. Non ha bisogno nemmeno della malafede. Gli basta trovare procedure deboli, prassi ripetitive, controlli formali ma non sostanziali. Gli basta infilarsi nelle pieghe della normalità amministrativa. E da lì ricominciare a respirare. È questo il punto politico, prima ancora che giudiziario.

Nessuno sta dicendo che l’amministrazione Angelino sia parte di quel sistema. Ma il rischio vero è un altro: che, anche senza volerlo, ne replichi inconsapevolmente gli schemi. Che apra, magari in buona fede, quelle stesse porte che in passato sono state spalancate con intenzioni ben diverse. E allora la domanda diventa inevitabile: dov’è la discontinuità?

Non nei numeri, non negli atti, non nelle dichiarazioni. Perché se inviti quattro ditte e ne risponde una sola, il problema non è legale — è politico. È culturale. È di credibilità. La discontinuità vera è quella che si vede quando le procedure diventano impermeabili anche al sospetto. Quando la concorrenza è reale, non simulata. Quando il dubbio viene prevenuto, non giustificato dopo.

Perché a Caivano la storia non è alle spalle. È dietro l’angolo. E continuare a percorrere gli stessi metodi, sperando in un finale diverso, non è ottimismo. È imprudenza. E a volte, da queste parti, l’imprudenza è stata il primo passo verso qualcosa di molto peggiore.

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