AFRAGOLA – C’era una volta la politica delle idee, dei programmi, del rinnovamento. Ad Afragola, invece, va in scena la politica del “ritirata e vogliamoci bene”, un teatro dell’assurdo dove il Partito Democratico – quello che a Roma si vanta di essere il perno della civiltà organizzata – si presenta in riva ai Regi Lagni con l’autorevolezza di un condominio in autogestione.
Stasera, salvo colpi di scena degni di una sceneggiatura di quart’ordine, il cosiddetto Campo Largo celebrerà il proprio funerale politico incoronando Gennaro Giustino. Non un nome nuovo, non un guizzo di futuro, ma l’usato sicuro. Anzi, sicurissimo. Talmente sicuro da essere lo stesso che il PD, il M5S e AVS bullizzavano (politicamente parlando) solo cinque anni fa.
Nome rispettabile, per carità. Curriculum politico costruito con costanza, presenza, militanza. Ma tutto rigorosamente dentro i confini della città. Una carriera interamente consumata tra determine, delibere e arringhe in Consiglio comunale, spesso più simili a maratone oratorie che a momenti di sintesi politica. E con un unico grande filo conduttore: abbattere il sistema riconducibile a Enzo Nespoli.
Giustino come l’Ispettore Zenigata, una vita passata a rincorrere Lupin-Nespoli tra i corridoi del Municipio. Il dramma, però, è che proprio come nell’anime giapponese, quando Lupin sparisce (in questo caso per mano della magistratura e non per merito della politica), l’Ispettore Zazà resta lì, col mazzo di manette in mano e lo sguardo perso nel vuoto. Tolto l’antagonista storico, cosa resta della proposta di Giustino? Un deserto di contenuti che il Campo Largo ha deciso di arare con la rassegnazione di chi non ha saputo seminare nulla di meglio. E allora resta una domanda, quella vera, quella che il PD e il cosiddetto campo largo avrebbero dovuto porsi prima ancora di sedersi al tavolo: chi è Giustino senza Nespoli?
La risposta, forse, era scomoda. Forse era anche “niente di nuovo”. Ma il punto non è la risposta. Il punto è che la domanda non è mai stata fatta. Perché il vero problema non è Giustino. Il vero problema è che non c’era nessun altro. PD, M5S e AVS, negli anni, non sono stati in grado di costruire una classe dirigente alternativa. Non hanno coltivato competenze, non hanno attratto energie dalla società civile, non hanno intercettato quel pezzo di città che ha smesso di votare non per disinteresse, ma per disgusto.
Così oggi, al tavolo delle trattative, non si è presentata una rosa di nomi. Si è presentato un mononome. E quando hai un solo nome, la politica smette di essere scelta e diventa resa. Il messaggio che passa è devastante nella sua semplicità: per diventare sindaco non serve costruire una visione, basta costruirsi un nemico. Contestare tutto, urlare allo scandalo su ogni atto della maggioranza, trasformare l’opposizione in una postura permanente. Non è politica: è ginnastica retorica.
E qui entra in scena il capitolo più grottesco della vicenda. Perché gli stessi che oggi sostengono Giustino, nel 2021 lo combattevano. E non con toni soft. Soprattutto una certa gioventù dem si era distinta in un repertorio lessicale che oggi, per coerenza, meriterebbe almeno una revisione storica. Cosa è cambiato in cinque anni? Le idee? I programmi? Le visioni? No. Le convenienze.
Nel frattempo, mentre il candidato prendeva forma per inerzia, si consumava la parabola politica del segretario cittadino del PD, Pasquale Rosario Iazzetta. Una vicenda che, più che una strategia, sembra un corso accelerato su come restare soli al tavolo delle trattative.
Iazzetta parte con un obiettivo chiaro: fermare Giustino. E per farlo imbocca la strada più tortuosa possibile. Prima si accorda con Antonio Caiazzo, promettendo sostegni e sponde sovracomunali. Poi, senza un vero mandato politico, costruisce un tavolo eterogeneo dove siedono insieme pezzi di tutto: destra, sinistra, ex maggioranza, ex opposizione. Un unico collante: essere contro Giustino.
Una coalizione emotiva più che politica. Una specie di assemblea condominiale convocata solo per lamentarsi del vicino. Il problema è che, mentre lui costruiva il fronte del “no”, gli altri costruivano il fronte del “sì”. I moderati e i centristi si compattano, i veterani del PD iniziano a guardarlo con crescente insofferenza, e il segretario si ritrova progressivamente isolato.
A quel punto parte il piano B: incontri bilaterali, promesse replicate in serie, tentativi di recupero. Ma la politica, quella vera, non è un televendita. E gli interlocutori, a differenza di qualche alleato iniziale, non abboccano. Risultato: Iazzetta resta solo. E quando resti solo in politica, non stai guidando una trattativa. Stai aspettando la firma. Che infatti arriva. Con tanto di documento e resa finale.
L’unico risultato portato a casa? Un veto su Giuseppe Affinito. Una vittoria di consolazione, peraltro ottenuta più per volontà altrui che per reale capacità negoziale. Perché Affinito, a differenza di molti, ha una cosa che in politica pesa ancora: consenso, competenze e agganci che contano. E così si chiude il cerchio.
Iazzetta ha tentato di apporre un veto su di lui, accusandolo di “contaminazioni” con la Lega e il centrodestra. Peccato che Iazzetta ignori (o finga di ignorare) che Affinito non è solo un portatore di consensi e competenze, ma vanta l’endorsement di chi muove i fili del PD regionale e che se vuole, domani potrebbe prendersi il partito e scalzare il detto PRI, senza alcuno sforzo. Il tentativo di Iazzetta di “fare il purista” con Affinito ricorda il tacchino che prova a mettere il veto sul Natale: un suicidio tattico in piena regola. In un paese normale, il segretario di una sezione cittadina di un partito che registra questo tipo di fallimento strategico-politico stasera avrebbe firmato il documento per poi rassegnare le proprie dimissioni.
Il campo che doveva rappresentare il nuovo si ritrova a candidare l’usato sicuro. Non il migliore, non il più innovativo, non il più competitivo in prospettiva. Ma l’unico disponibile, il meno gestibile, il più già visto.
E il paradosso finale è quasi letterario. Perché mentre il centrosinistra riscopre il passato, il centrodestra – quello accusato per anni di essere il vecchio – prova a giocarsi una carta diversa: Alessandra Iroso, un nome nuovo, per di più femminile. Che, se eletta, segnerebbe anche una prima volta storica per la città.
La politica, a volte, ha un senso dell’ironia crudele: la novità arriva da dove meno te l’aspetti, mentre chi la sbandierava finisce per archiviarla. Intanto, sullo sfondo, osservano soddisfatti gli sfiduciatari di Pannone. Loro sì che hanno capito il momento: correre da soli, pesare al ballottaggio, magari diventare decisivi. O addirittura trovarsi contro Giustino, in un secondo turno dove – sussurrano i pronostici – chiunque partirebbe favorito.
E così Afragola si prepara all’ennesima campagna elettorale che promette tutto tranne una cosa: sorprendere. Perché alla fine, tra riflessioni di plastica, tavoli traballanti e strategie evaporate, resta una sola certezza. Il rinnovamento, ancora una volta, è rimasto nel cassetto. Con l’etichetta sopra: aprire solo in caso di coraggio. Volete un consiglio? Se cercate il futuro, non citofonate al PD di Afragola. Hanno appena staccato la spina per non vedere come andrà a finire.