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Ora la parola agli italiani: ‘Sì’ o ‘No’ alla riforma della giustizia?

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«Approvate il testo della legge di revisione degli artt. 87, decimo comma, 102, primo comma, 104, 105, 106, terzo comma, 107, primo comma, e 110 della Costituzione approvata dal Parlamento e pubblicata nella Gazzetta Ufficiale del 30 ottobre 2025 con il titolo “Norme in materia di ordinamento giurisdizionale e di istituzione della Corte disciplinare”

Ecco il testo del quesito referendario, che gli italiani si ritroveranno sulla scheda elettorale: dovranno decidere se approvare la riforma con un “Sì” o respingerla con un “No”.

A differenza dei referendum di natura abrogativa (di una legge o parte di essa), in questo caso non è previsto un quorum per la validità del voto. A prescindere dall’affluenza alle urne, dopo il 22 e 23 marzo ci saranno conseguenze. La legge sottoposta al vaglio degli italiani sarà promulgata se sarà confermata dalla maggioranza dei voti validi. In caso opposto cadrà la riforma voluta dal Parlamento. All’atto pratico gli italiani devono decidere sulla separazione delle carriere dei magistrati giudicanti e dei magistrati inqurenti. La riforma incide anche sui seguenti punti:

– scissione del Consiglio Superiore della Magistratura, organo di autogoverno della magistratura, in CSM giudicante e CSM requirente, competenti rispettivamente per la carriera dei magistrati titolari del giudizio e dei magistrati titolari dell’accusa;

– sostituzione del criterio elettivo per la selezione dei membri del CSM con l’estrazione a sorte dei componenti dei due CSM secondo differenti modalità: i membri laici (un terzo dei componenti) saranno estratti a sorte da un elenco di professori ordinari di università in materie giuridiche e di avvocati con almeno quindici anni di esercizio compilato dal Parlamento in seduta comune mediante elezione. I membri togati (due terzi dei componenti) saranno estratti a sorte tra i magistrati giudicanti e i magistrati requirenti. Ad una successiva legge ordinaria verrà demandato il compito di regolamentare il numero dei componenti dei due Consigli e le procedure di sorteggio.

– Istituzione dell’Alta Corte disciplinare, a cui viene attribuita la giurisdizione disciplinare nei riguardi dei magistrati ordinari, sottraendola alla sezione disciplinare del CSM, che attualmente ha questa funzione.

    Se vince il ‘Sì’

    La riforma entra in vigore e lo Stato dovrà dividere i concorsi e organizzare i due nuovi CSM. I sostenitori del ‘Sì’ dicono che il sorteggio riformerà la magistratura dai giochi di potere interni. In sintesi, secondo i sostenitori del sì, l’argomento principale è che il cittadino avrà un giudice «più imparziale» perché non sarà più un collega di carriera della pubblica accusa.

    Se vince il ‘No’

    Se vince il ‘No’, la riforma decade completamente e tutto rimane inalterato. La magistratura resta un corpo unico. Il CSM rimane l’unico organo di autogoverno dei giudici e i suoi membri continueranno a essere eletti (con il sistema attuale). Molti critici della riforma (tra cui l’Associazione Nazionale Magistrati e diversi partiti di opposizione) temono che separare il PM dai giudici sia il primo passo per metterlo sotto il controllo del governo, come accade in altri Paesi.

    Perché si vota

    Le riforme sono contemplate e regolamentare dall’art. 138 della Costituzione, quello che disciplina le leggi di revisione e le leggi della carta fondamentale della Repubblica. La procedura prevede che ogni Camera del Parlamento approvi la legge con due successive deliberazioni, separate da un intervallo non inferiore a tre mesi, e che nella seconda votazione la legge sia approvata a maggioranza assoluta dei componenti di ciascuna Camera (Senato e Camera). Dopo l’approvazione parlamentare, la legge può essere sottoposta a referendum popolare se, entro tre mesi dalla pubblicazione, ne fanno richiesta: un quinto dei membri di una Camera o 500.000 elettori o cinque Consigli regionali.  Il referendum non si tiene se la legge è stata approvata nella seconda votazione da ciascuna Camera con una maggioranza di due terzi dei componenti. Se il referendum si svolge, la legge non è promulgata se non ottiene la maggioranza dei voti validi.

    I precedenti: due volte ha vinto il ‘Sì’, due volte il ‘No’

    In Italia si è votato quattro volte per il referendum costituzionale. La votazione meno recente risale ai primi anni 2000, la più vicina c’è stata nell’anno del covid. La prima votazione di un referendum costituzionale è avvenuta il 7 ottobre 2001: riguardava la riforma del Titolo V. Dei 49,4 milioni di aventi diritto, votarono 16.843.420 cittadini, cioè il 34,05%. Il ‘Sì’ si impose con il 64,21% contro il 35,79% dei ‘No’. Nel 2006, invece, il referendum costituzionale riguardava la riforma federalista. Il 25 giugno di quell’anno votarono 26.110.925 di italiani, pari al 52,46%. Questa volta furono i ‘No’ ad avere la meglio, con il 61,29% contro il 38,71% dei ‘Sì’. Il terzo precedente è il referendum che si tenne il 4 dicembre 2016, che registrò un’affluenza del 65,4% e vide la vittoria dei ‘No’ con il 59,1% contro i ‘Sì’ che furono il 40,8%: il quesito riguardava la riforma Renzi-Boschi, ovvero il superamento del bicameralismo, la riduzione del numero dei parlamentari, la soppressione del Cnel e la revisione del Titolo V della II parte della Costituzione. Il quarto precedente è stato il referendum sulla riduzione del numero dei parlamentari: si votò nel 2020 e registrò un’affluenza del 51% e vinse il ‘Sì’ con il 69% contro il 30% di ‘No’. Dopo questo esito favorevole deputati e senatori sono stati ridotti ad un totale 600 contro i 945 precedenti.

    Afragola

    AFRAGOLA. Autogol del re del consenso. Il post di Botta fatto a viso aperto e con le bende agli occhi

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    AFRAGOLA – Nel meraviglioso e tragicomico teatro politico di Afragola, mancava solo il capitolo del martirio dei “primi dei votati”. A offrirci l’ultima esilarante pagina di questo melodramma estivo è il consigliere Raffaele Botta, storico e granitico fedelissimo del sindaco Gennaro Giustino. Con un post social che oscilla pericolosamente tra il vittimismo eroico e l’arrogante contabilità delle preferenze, Botta ha deciso di lanciare il suo personale “grido di dolore” (#AVisoAperto, ma forse a occhi chiusi). Il senso del suo accorato appello? “Io, che sono un gigante del consenso, ho fatto mille passi indietro per far partire questa Amministrazione, ora fateli pure voi altri” (sottinteso: voi che avete meno voti, meno esperienza e, evidentemente, meno dignità). Un discorso che nelle intenzioni vorrebbe apparire nobile e intriso di “amore per la città”, ma che nella realtà dei fatti suona come l’ammissione definitiva del fallimento di una leadership: quella del sindaco Gennaro Giustino.

    Il paradosso di Botta: l’unico fedele in un deserto di alleati-gregari

    Botta si fa scudo dei suoi consensi per giustificare una capitolazione politica che chiama “generosità”. Ma la verità che emerge dietro le sue parole è ben altra. Il consigliere è, di fatto, l’ultimo dei mohicani, l’unico vero alleato a riconoscere a Giustino un’autorevolezza che nessun altro nella coalizione di maggioranza gli attribuisce. Perché per tutti gli altri – la variopinta carovana di liste, listine e protettori politici venuti persino da Casoria – Gennaro Giustino non è mai stato il “leader ideale”, la sintesi perfetta di un progetto comune. È stato, molto più banalmente, l’unico nome spendibile e percorribile al momento delle elezioni, un taxi elettorale su cui salire per espugnare il municipio.

    Oggi che il taxi è arrivato a destinazione e le promesse della campagna elettorale sono evaporate tra poltrone negate e veti incrociati, pretendere che i consiglieri facciano “un passo indietro” in nome di una fiducia mai esistita è semplicemente grottesco. Quando la fascia tricolore tradisce i patti, chiedere sacrifici non significa fare il bene di Afragola: significa pretendere che i consiglieri umilino la propria dignità al cospetto del proprio elettorato per salvare la faccia a un sindaco incapace di governare le sue stesse truppe.

    La tattica dei pozzi avvelenati: se la maggioranza affonda, parliamo dell’opposizione

    Non potendo nascondere le macerie di una maggioranza che litiga su tutto – persino sul Presidente del Consiglio, con il caso De Stefano che ancora scotta e la figuraccia planetaria del “gran rifiuto” di Giuseppe Salzano annunciato in diretta – il consigliere Botta decide di applicare la più vecchia e logora delle tattiche politiche: la distrazione di massa. E così, ecco che il mirino si sposta sull’opposizione. Botta si lancia in un attacco tanto accorato quanto stucchevole contro la leader della minoranza, rea di “non essere di Afragola” e di guidare un centrodestra diviso. Sfido qualsiasi afragolese a conoscere i problemi del territorio e la macchina burocratica meglio della leader dell’opposizione – la differnza con i neonati assessori forestieri sta tutta qui – . Un tentativo puerile di alimentare pettegolezzi da comare, orchestrato da quei professionisti dell’avvelenamento dei pozzi che gravitano da sempre attorno al cerchio magico di Giustino.

    Ma il consigliere Botta dimentica un dettaglio fondamentale, visibile a chiunque non sia accecato dalla propaganda di palazzo: alla gente che vive tra le buche di Afragola e i servizi sociali paralizzati dall’inefficienza non importa assolutamente nulla dei posizionamenti o della compattezza di chi deve controllare. L’opposizione deve fare l’opposizione, e lo fa in autonomia. Ciò che interessa ai cittadini è la tenuta, l’onestà e la decenza di chi governa. Invece di preoccuparsi del giardino altrui e di inciuci abilmente distillati nel tessuto sociale da terze figure che anelano a essere annoverati nell’olimpo dei miglior camerlenghi della storia, Botta farebbe bene a guardare i disastri in casa propria.

    La “fortuna” della maggioranza e la sfortuna dei cittadini

    C’è un passaggio, nel post di Botta, che rasenta il sublime: “Abbiamo la ‘fortuna’ che l’opposizione sia divisa e non riesca nemmeno ad incidere di fronte a qualche leggerezza che pure la maggioranza ha commesso”. Ecco svelato il vero programma politico del “Sistema Giustino”: sperare nell’incapacità altrui per coprire le proprie “leziosità” (che poi le “tenui leggerezze” sarebbero atti illegittimi, nomine fantasma non pubblicate e Giunte paralizzate). Se la sopravvivenza di un’amministrazione si affida alla “fortuna” di avere avversari distratti, allora Afragola non ha un governo, ha un biglietto della lotteria. Caro consigliere Botta, la sua parte l’ha fatta: si è immolato sull’altare di un sindaco senza autorevolezza. Ora eviti di chiedere agli altri di fare lo stesso salto nel vuoto. Afragola non ha bisogno di eroi del “passo indietro”, ma di amministratori capaci di fare un passo avanti. E di farlo, possibilmente, senza calpestare la dignità dei cittadini e le regole del buon governo.

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    Afragola

    ACCC19. Welfare lumaca: la ghigliottina dello “spoils system” e la propaganda di Angelino fermano i soldi per 86 disabili gravissimi

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    CAIVANO – AFRAGOLA – C’è un’arte in cui l’Amministrazione Angelino non teme rivali, e non è quella del buon governo, della pianificazione strategica o del rispetto dei codici. No, l’arte in cui questa giunta eccelle, raggiungendo vette di cinismo politico difficilmente eguagliabili, è la propaganda fotografica. Il “welfare da clic”, lo storytelling dell’inclusione che viaggia sui canali social a colpi di comunicati stampa infarciti di parolone altisonanti: “coordinamento Unitario”, “cabina di regia istituzionale”, “strategia complessiva di coesione”.

    Prendete l’ultimo capolavoro social del Sindaco di Caivano, Antonio Angelino. In posa plastica attorno a un tavolo della sede del Commissariato straordinario di Governo, il primo cittadino celebra in pompa magna il trionfo della “rete sociale territoriale”. Ci sono tutti: assessori regionali, fondazioni nazionali, sigle storiche del terzo settore, asfissianti elenchi di sigle e autorità messi in fila per dimostrare che Caivano è “protagonista del proprio cambiamento attraverso una regia pubblica forte”.

    Poi, però, si spengono i riflettori dello smartphone, si posa la fotocamera e si entra negli uffici dell’Azienda Consortile A.C.C.C. (Ambito N19), l’ente strumentale che unisce i Comuni di Afragola, Caivano, Cardito e Crispano per gestire i servizi sociali. E qui la fiction di Angelino – che dell’Azienda Consortile è nientemeno che il Presidente del Consiglio di Amministrazione – si scontra con una realtà contabile e umana semplicemente agghiacciante.

    Mentre il Presidente-Sindaco si fa immortalare al tavolo della “rigenerazione sociale”, 86 famiglie del territorio, precipitate nell’estrema fragilità, sono ancora in attesa del contributo destinato ai disabili gravissimi.

    I soldi ci sono, i mandati no: il cortocircuito dell’incapacità

    La cosa più grave, in questa palude burocratica, è che non si può nemmeno agitare il logoro spettro della “mancanza di fondi”. No, la Regione Campania i compiti a casa li ha fatti: con un decreto pubblicato lo scorso 2 maggio, Palazzo Santa Lucia ha ripartito e liquidato agli Ambiti Territoriali il 30% delle risorse disponibili. Nelle casse dell’Azienda Consortile presieduta da Angelino sono arrivati 338 mila euro. Soldi liquidi, freschi, vincolati.

    E allora come mai, a distanza di mesi, quelle 86 famiglie che affrontano quotidianamente il dramma della disabilità gravissima non hanno visto un solo euro? Che fine hanno fatto quei 338 mila euro? Sono forse rimasti incagliati nei cassetti della burocrazia consiliare a fare la muffa per colpa dell’inefficienza gestionale di chi dovrebbe firmare i mandati di pagamento con la massima urgenza?

    Viene da porre una serie di domande dirette al Presidente del CdA, nonché Sindaco, Antonio Angelino:

    • Conosce, signor Sindaco, lo stato attuale delle casse dell’Azienda che presiede? Ha mai verificato i saldi e le giacenze dei capitoli destinati alle fasce deboli?

    • È a conoscenza della lentezza esasperante e ingiustificabile delle transizioni economiche del suo Ente, capace di trasformare un trasferimento regionale immediato in un’attesa infinita per l’utente finale?

    • Conosce, anche solo per interposta persona, le difficoltà quotidiane, materiali e psicologiche, delle famiglie fragili che hanno un disabile gravissimo all’interno del proprio nucleo e che su quei contributi basano l’acquisto di cure, medicinali e assistenza essenziale?

    Meno demagogia, più assistenza vera

    È troppo comodo blindarsi nelle stanze della Cabina di regia con Save the Children, Fondazione con il Sud e le delegazioni regionali per produrre “metodi di lavoro fondati sulla collaborazione” se poi l’ordinaria amministrazione, quella che incide sulla carne viva della povera gente, è totalmente paralizzata.

    Un vero amministratore si misura sull’efficacia dei mandati di pagamento per i disabili, non sul numero di like raccolti sotto una foto istituzionale. La cura e l’assistenza reale non si fanno con i tavoli di concertazione permanente che servono solo a “indirizzare gli interventi” futuri; si fanno liquidando oggi ciò che spetta di diritto ai cittadini oggi.

    Caro Sindaco Angelino, spenga i social, rimetta in tasca il telefono e firmi i mandati per quelle 86 famiglie. Meno demagogia da passerella e più fatti. Perché la disabilità gravissima non aspetta i comodi della sua “regia pubblica forte”.

    L’ingranaggio inceppato: il prezzo politico dello “spoils system” selvaggio

    Naturalmente, per i professionisti della giustificazione, tutto questo sarà derubricato a una “sfortunata coincidenza”. Ma le coincidenze, in politica, hanno quasi sempre un nome, un cognome e una precisa responsabilità amministrativa. Il blocco di quei 338 mila euro coincide, infatti, con il caos istituzionale generato dal cambio al vertice dell’Azienda Consortile e dal contestuale insediamento della nuova amministrazione del Comune capofila di Afragola. Pur di soddisfare la brama di “spoils system” e occupare militarmente le poltrone dei servizi sociali, si è voluto azzerare tutto, inceppando una macchina già fragile.

    Prima si è costretto un direttore dimissionario a firmare un interpello interno palesemente illegittimo – escludendo il personale di Afragola in violazione dello Statuto – pur di nominare un “facente funzioni” del facente funzioni. Poi, per assecondare i diktat dei nuovi equilibri politici, si è proceduto alla frettolosa nomina del nuovo Direttore Generale, Silvia Martino, ignorando i requisiti statutari e, soprattutto, violando le più elementari norme sulla trasparenza: ad oggi, infatti, il decreto di nomina non è mai stato pubblicato sull’Albo Pretorio.

    Questo groviglio di forzature burocratiche e procedure fuori legge ha prodotto l’unico risultato prevedibile: la totale paralisi amministrativa. Mentre la nuova dirigenza s’insedia senza atti ufficiali pubblici e il Presidente del CdA si adegua ai giochi di potere delle coalizioni vicine, gli uffici si ingolfano e le transazioni economiche si fermano. L’incapacità gestionale di questa nuova classe politica si misura proprio qui: aver sacrificato l’assistenza vitale di 86 famiglie sull’altare di una spartizione di poltrone tanto efferata quanto amministrativamente analfabeta.

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    Caivano

    AFRAGOLA. La nuova giunta scopre le carte. Il Sindaco “Giusto” ostaggio del Sistema Casillo

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    AFRAGOLA – Ci sono voluti ben cinquantadue giorni di agonia, veti incrociati e mercanteggiamenti da fiera di paese affinché il neo-sindaco di Afragola, Gennaro Giustino, partorisse finalmente la sua neonata Giunta. Cinquantadue giorni per presentare alla città, in una conferenza stampa che ha assunto i contorni del teatro dell’assurdo, quella che lui stesso, con un briciolo di epica e parecchio sprezzo del ridicolo, ha definito una squadra di “supereroi” chiamati a “salvare Afragola dal passato”.

    Peccato che, a scorrere i nomi dei supereroi e a guardare i banchi rimasti vuoti già alla prima recita, l’unica cosa che questi signori sembrano pronti a salvare siano le proprie poltrone e le cambiali elettorali da riscuotere. Altro che “salvatori”: siamo al cospetto di una Giunta dimezzata, senza deleghe assegnate, orfana di un vicesindaco e, soprattutto, già clamorosamente commissariata dai vecchi e nuovi potentati della politica locale. Andiamo con ordine nella cronaca di questa farsa estiva.

    La sfilata dei “supereroi” (ma senza superpoteri)

    Il parterre dei neonominati assessori si presenta come la più classica delle minestre riscaldate, un’accozzaglia di sigle e tessere di partito che nulla ha a che fare con il sapore della novità. C’è Lucia Zanfardino (Afragola al centro); Francesco Zanfardino (in quota PD); Marianna Salierno (M5S); Franco Moxedano (espressione di Più Europa); Ermelinda Clarino (indicata come “tecnico” ma rivendicata dalla consigliera Sepe) e Giovanni Giglio (ex vicesindaco di Tuccillo fedelissimo della lista del sindaco A Viso Aperto).

    Sette nomi sulla carta, ma solo sei presenti all’appello della prima conferenza stampa. Sì, perché il settimo nome, quello di Giuseppe Salzano, è stato pronunciato da Giustino quasi con un sussulto, a diretta già avviata, annunciando di averne appena incassato la “disponibilità”. Una toppa frettolosa cucita per coprire un buco imbarazzante. Ma la verità, si sa, ha le gambe corte e ad Afragola corre velocissima.

    Il gran rifiuto di Salzano e la prima figuraccia pubblica

    Il retroscena di quella sedia vuota è il termometro perfetto del caos che regna nella coalizione. Giuseppe Salzano, infatti, ha rifiutato l’investitura. Ufficialmente per “motivi personali”, ufficiosamente perché l’acqua in cui si accingeva a navigare era troppo torbida persino per un marinaio esperto.

    Salzano doveva essere il “contentino”, il ristoro politico offerto a Enzo De Stefano a parziale risarcimento del “maltolto” subito sulla Presidenza del Consiglio. De Stefano, forte di un bottino personale di oltre 1.200 preferenze, sognava lo scranno più alto dell’assise cittadina. Ma il sindaco “Giusto”, colto da un improvviso quanto tardivo sussulto di opportunità politica, ha dovuto sbarrargli la strada: i guai giudiziari del padre di De Stefano avrebbero proiettato ombre troppo cupe sulla neonata amministrazione.

    Bocciato De Stefano, la Presidenza del Consiglio è stata blindata da un accordo sottobanco per convergere su Antonio Caiazzo (soluzione che ieri sera vedeva d’accordo 13 consiglieri su 14), respingendo al mittente il nome di Antonio Boemio, calato dall’alto da Rossella Casillo. Ma per indorare la pillola al deluso De Stefano, si era pensato di concedergli l’assessore Salzano con annesso gallone di vicesindaco. Peccato che l’operazione sia saltata in aria quando si è scoperto che Salzano era in realtà un nome sgradito allo stesso De Stefano, in quanto “suggerito” in extremis dalla famiglia Casillo da Casoria. Risultato? De Stefano ha minacciato di disconoscere pubblicamente l’assessore e Salzano ha preferito fare un passo indietro prima ancora di firmare, lasciando Giustino a balbettare giustificazioni davanti ai microfoni.

    Dalla lotta ai vecchi sistemi alla nascita del “Sistema Casilliano”

    In campagna elettorale Gennaro Giustino urlava ai quattro venti che la sua missione storica sarebbe stata l’abbattimento del vecchio “Sistema Nespoli-Castiello“. Una crociata morale che ha convinto molti, ma che oggi si rivela per ciò che era: un paravento retorico per mascherare una brama di potere che non gli ha permesso di accorgersi del mostro che stava nutrendo in seno. Mentre Giustino festeggiava la vittoria, ad Afragola si insediava infatti un altro sistema, ben più rodato e affamato: il Sistema Casillo e famiglia.

    La composizione della Giunta ne è la prova scientifica. Se si esclude il fuggitivo Salzano, l’ombra della scuderia Casillo si allunga pesantemente su ben altri profili. Prendiamo Ermelinda Clarino: dipinta formalmente come espressione della consigliera Maria Carmina Sepe (e del cognato Ugo Liguori), la neoassessora è in realtà legatissima da una storica amicizia personale alla famiglia Casillo di Casoria. E che dire di Franco Moxedano? Storico alleato e amico di Tommaso Casillo fin dai tempi in cui sedevano insieme in Consiglio Regionale sotto la prima presidenza De Luca, quando Tommaso Casillo ricopriva anche il ruolo di vicepresidente del Consiglio regionale.

    Il cerchio si chiude sull’Urbanistica, il piatto forte di ogni amministrazione. Tommaso Casillo, la figlia Rossella e l’imprenditore-consigliere Raffaele Mosca – che esprime proprio Franco Moxedano in Giunta condividono noti e rilevanti interessi edilizi e di sviluppo sul territorio afragolese. Non stupirebbe nessuno, dunque, se le future scelte urbanistiche della città dovessero rispondere prima ai diktat del collaudato “asse casoriano” e solo in seconda battuta alle legittime istanze di un costruttore locale pur influente come Ugo Liguori. Giustino, che doveva essere l’abbattitore dei sistemi, si ritrova oggi ad essere il primo, inerme ostaggio del Sistema Casillo. Un sindaco senza leadership reale, incapace di compattare l’opposizione nei suoi anni di minoranza e oggi ridotto a subire l’insistenza e i diktat dei suoi stessi alleati di governo.

    I trombati, i sottomessi e il silenzio degli innocenti

    In questa fiera delle vanità e degli interessi privati, c’è chi ne esce con le ossa drammaticamente rotte. Il primo è senza dubbio Enzo De Stefano. Usato come un banale portavoti in campagna elettorale, oggi si ritrova a mani vuote. Il passato giudiziario del padre lo rende impresentabile per la Presidenza del Consiglio e il suo assessore di riferimento è svanito nel nulla. Sorge spontanea una domanda: perché affannarsi a raccogliere 1.200 preferenze per poi essere trattati come appestati politici dal proprio sindaco, quando con 200 voti si poteva tranquillamente sonnecchiare sui banchi della maggioranza?

    Non va meglio a Raffaele Mosca. Due liste create, un impegno economico e personale mastodontico per rastrellare quasi 4.000 voti con metodi di “convincimento” in stile Mosca, per poi vedersi chiedere persino un passo indietro sul vicesindaco pur di lasciare quella casella vuota per futuri baratti. Una mortificazione politica in piena regola.

    E che dire delle bizzarrie della sinistra di facciata? Marianna Salierno viene premiata con un assessorato in quanto espressione delle ultime due liste classificate (M5S e AVS). Un criterio bizzarro, che ha letteralmente saltato la lista di Antonio Lanzano e Aniello Silvestro (Scelta Democratica), che pure aveva raccolto molti più voti. La spiegazione è semplice: Giustino doveva onorare il patto pre-elettorale stretto con Roberto Fico per convincere la Salierno a ritirare la sua candidatura a sindaco in un mini-campo largo, traghettando i voti grillini nel calderone del campo larghissimo di centro-destra civico.

    Infine, assistiamo al silenzio tombale del PD locale. Gli stessi esponenti dem che fino a ieri facevano battaglie di fuoco contro i privati che utilizzano gli spazi sportivi pubblici senza versare un centesimo nelle casse comunali, oggi siedono al tavolo con quegli stessi soggetti, diventati improvvisamente alleati di governo. La coerenza, si sa, svanisce quando si distribuiscono le poltrone.

    La parabola del sindaco “Giusto”

    Gennaro Giustino voleva salvare Afragola dal passato, ma ha finito per consegnarla a un presente fatto di vecchie logiche clientelari e spartizioni geografiche che oltrepassano i confini comunali. Tra “supereroi” fantasma, assessori che scappano prima ancora di cominciare e consiglieri mortificati dopo aver portato migliaia di voti, il “Sistema Giusto” si rivela per quello che è: un valzer di contraddizioni amministrative mai visto prima, dove il sindaco non è il regista, ma un semplice attore non protagonista che recita un copione scritto altrove. Da Casoria, per l’esattezza.

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