CAIVANO – C’è un momento, nella vita delle istituzioni, in cui la forma diventa sostanza. E quando la forma si sbriciola, la sostanza spesso rivela ciò che davvero è: un vuoto rumoroso, riempito a colpi di arroganza.
Il Consiglio Comunale di Caivano, l’altro ieri, è sembrato meno un luogo di confronto democratico e più una recita stanca, dove il copione è sempre lo stesso: il potere che alza la voce quando non ha più voglia di rispondere. Il sindaco Antonio Angelino, forte di un consenso elettorale che evidentemente interpreta come immunità al dissenso, ha scelto la via più breve — e più bassa — per chiudere una questione politica: liquidarla con fastidio.
“La sua soddisfazione o insoddisfazione non mi produrrà nessun effetto.”
Tradotto dal politichese al linguaggio della realtà: non mi interessa ciò che rappresenti, né chi rappresenti. Non mi interessa il Consiglio. Non mi interessa il confronto. E, soprattutto, non mi interessa il limite.
È la sindrome del consenso bulgaro: quando i numeri diventano uno scudo e, insieme, una lente deformante. Si comincia a credere che il 78% non sia un mandato, ma una consacrazione. Non un incarico, ma una sorta di investitura divina — con annesso diritto a ignorare chi non applaude.
E così il contraddittorio diventa un fastidio da zittire, non un dovere da rispettare.
Il problema, però, non è solo lo scivolone verbale — che pure basterebbe. È la postura. È quel misto di boria e insofferenza che trasforma il confronto politico in una gara di volume, dove vince chi parla sopra gli altri. È il rifugio sistematico nel passato — “la colpa è di chi c’era prima” — usato come una coperta logora per nascondere l’incapacità di stare nel presente.
Una strategia vecchia quanto inefficace: se tutto è sempre colpa di ieri, allora oggi non è mai responsabilità di nessuno.
Nel mezzo, resta il Consiglio Comunale. O meglio, ciò che dovrebbe essere: il luogo dove le domande si fanno e le risposte si danno, anche quando sono scomode. Perché la democrazia non è un monologo ben riuscito, è un dialogo spesso imperfetto.
Lo ricorda, con parole che pesano come pietre — perché sono semplicemente normali — il capogruppo del Movimento 5 Stelle Giovanni Vitale: “Quanto accaduto in Consiglio Comunale è di una gravità istituzionale che non può essere minimizzata. Un Sindaco può non condividere le posizioni di un consigliere, può contestarle politicamente, può replicare nel merito. Quello che non può permettersi è alzare la voce e arrivare a dire che “non gliene frega nulla” se un consigliere non è soddisfatto.
Il consigliere Luigi Sirletti non rappresenta soltanto sé stesso, ma una parte della città e dei cittadini che lo hanno eletto. Quando si manca di rispetto a un consigliere comunale, si manca di rispetto anche a quei cittadini. Ed è ancora più grave se questo avviene da parte del Sindaco, che dovrebbe essere il garante del confronto democratico e del rispetto delle istituzioni, anche verso chi svolge il ruolo di opposizione.
Noi non chiediamo privilegi né pretendiamo uniformità di vedute. Chiediamo semplicemente che il dibattito politico resti nei confini del rispetto, della correttezza istituzionale e della dignità reciproca. Perché chi amministra una città dovrebbe ricordare che le istituzioni appartengono a tutti, non solo a chi governa e a chi applaude.”
E lo ribadisce, con la compostezza di chi è costretto a chiedere l’ovvio, il consigliere Luigi Sirletti: “Parole e toni inaccettabili, che mancano di rispetto prima alla persona e poi al ruolo di consigliere comunale.
Ancora una volta, il Presidente del Consiglio si è dimostrato inadeguato al suo ruolo di garanzia, consentendo al Sindaco di rivolgersi con parole e atteggiamenti non rispettosi all’interno dell’aula consiliare nei confronti di un consigliere di minoranza.
Non è la prima volta che accade: episodi simili si sono già verificati, come a gennaio con il consigliere Mellone. È evidente un atteggiamento ormai consolidato.
Il Sindaco dimostra, nei fatti, di non avere rispetto né per le istituzioni né per le persone, e questo è un problema che riguarda tutta la minoranza e il corretto funzionamento del Consiglio Comunale.
Io continuerò a svolgere il mio ruolo con serietà e rispetto, ma pretendo lo stesso rispetto per me, per il ruolo che ricopro e per i cittadini che rappresento.”
Ecco il punto: quando l’eccezione diventa abitudine, smette di essere un incidente e diventa un metodo.
Un metodo che svuota le istituzioni dall’interno, non con grandi scandali, ma con piccoli gesti quotidiani di disprezzo. Una parola fuori posto. Un tono sopra le righe. Una risposta che non arriva mai. Fino a quando il Consiglio non è più un luogo di confronto, ma una scenografia.
E il sindaco, da garante, diventa protagonista assoluto. Peccato che la democrazia non preveda assoli.
Perché governare non è vincere le elezioni ogni giorno. È sopportare — e rispettare — anche chi ti ricorda che non hai sempre ragione.
Il resto è solo rumore. E, come si è visto, neanche particolarmente elegante.