Ernesto Maria Ruffini, nelle sue interviste televisive, nelle ospitate radiofoniche e persino nel suo libro “Più Uno”, insiste su un concetto chiave: costruire uno spazio nuovo, inclusivo, aperto, capace di tenere insieme differenze e valorizzare la partecipazione democratica. Un progetto che dovrebbe superare le vecchie logiche di appartenenza rigida, per dare vita a una comunità politica più matura, più libera, più plurale.
Poi però arrivano i fatti. E i fatti, si sa, sono testardi.
Prendiamo il caso della dott.ssa Marianna Energe. Non un retroscena, non un’indiscrezione, ma una sequenza documentata. Prima la nomina: una comunicazione ufficiale, nella quale le viene affidato un ruolo nella fase costituente di Più Uno come componente del Comitato Regionale Organizzativo in Campania. Una nomina che richiama esplicitamente i valori fondativi del progetto — partecipazione, responsabilità, radicamento democratico — e che la invita a contribuire alla costruzione di una rete territoriale “solida e credibile” .
Siamo nella fase iniziale del movimento, quella in cui — parole loro — si gettano le basi di una nuova cultura politica. Poi, pochi giorni fa, la revoca. Una mail firmata da Margherita Rebuffoni, coordinatrice nazionale dei comitati Più Uno e contemporaneamente figura apicale di Centro Democratico. Il motivo? Aver partecipato, il 18 e 19 aprile, all’Assemblea Nazionale di Più Europa ed aver esercitato il proprio diritto di voto come componente di quell’organismo.
Fermiamoci un attimo. Non un atto ostile. Non una presa di posizione pubblica contro Più Uno. Non un comportamento scorretto. Ma la partecipazione a un’assemblea e l’esercizio del voto. Cioè, esattamente ciò che Ruffini, nei suoi interventi pubblici, definisce il cuore della democrazia. E qui l’incoerenza diventa evidente, quasi plastica.
Da una parte si predica l’apertura, il pluralismo, la contaminazione tra esperienze politiche. Dall’altra si pratica l’esclusione per “incompatibilità”. Una incompatibilità che però — ed è questo il punto più delicato — sembra valere solo in alcune direzioni.
Perché Bruno Tabacci siede in Parlamento rappresentando una forza politica diversa da Più Uno. Perché la stessa Margherita Rebuffoni ricopre contemporaneamente incarichi di vertice in Centro Democratico e un ruolo centrale nell’organizzazione di Più Uno. Dunque la doppia appartenenza non è un tabù. Non è un principio. È, piuttosto, una variabile discrezionale.
E quando una regola è discrezionale, smette di essere una regola. Diventa uno strumento. A questo punto il dubbio è inevitabile: siamo davvero di fronte a una questione di coerenza politica, oppure a qualcosa di più personale?
Perché il passato pesa. E pesa soprattutto quando non è risolto. Tabacci, Rebuffoni: tutti, in modi diversi, hanno attraversato l’esperienza di Più Europa. Tutti, a un certo punto, hanno preso altre strade. E allora viene da chiedersi se la decisione nei confronti della dott.ssa Energe sia davvero motivata da un principio organizzativo, oppure se non sia, più semplicemente, il riflesso di un rapporto irrisolto con quel mondo. Il famoso “dente avvelenato”.
Se così fosse, il problema si allargherebbe. Perché un conto sono le scelte personali — legittime, anche dure, anche conflittuali. Un altro conto è trasformarle in criteri politici che incidono sulla vita di un progetto che si presenta come nuovo e aperto alla cittadinanza.
Non si può chiedere ai cittadini di credere in un laboratorio civico e poi imporre logiche di appartenenza che ricordano i partiti più tradizionali. Non si può parlare di partecipazione e poi sanzionare chi partecipa. Non si può invocare pluralismo e poi praticare selezione.
E come spesso accade, sono proprio i dettagli a chiarire più delle dichiarazioni. Perché a questa vicenda si aggiunge un ulteriore passaggio, tutt’altro che secondario: il confronto interno. O meglio, il modo in cui viene gestito.
Alla richiesta di chiarimenti — avanzata in un contesto collettivo — la risposta non è stata un chiarimento politico, ma un progressivo irrigidimento del perimetro: prima il richiamo all’“opportunità”, poi il ricorso a categorie vaghe come “fiducia” e “equilibri”, infine la chiusura del confronto. Tradotto: nessuna esplicitazione reale di chi decide, su quali basi e secondo quali criteri.
Quando poi il confronto è uscito dal linguaggio allusivo ed è stato riportato ai fatti — quando cioè si è provato a dire chiaramente cosa fosse accaduto e perché — la risposta non è arrivata nel merito. È arrivata nella forma più semplice e definitiva: la rimozione.
La dott.ssa Marianna Energe è stata esclusa dai gruppi WhatsApp ufficiali nel momento stesso in cui ha chiesto chiarezza e provato a rendere esplicito ciò che fino a quel momento era rimasto implicito. Non è un dettaglio. È un metodo. Perché una comunità politica che si definisce democratica non si misura solo nelle dichiarazioni pubbliche, ma nella capacità di reggere il dissenso interno, di chiarire le proprie scelte e di non temere la trasparenza.
Se invece la dinamica diventa: prima si decide, poi si giustifica, e infine si chiude il confronto — fino ad arrivare all’esclusione di chi pone domande — allora il problema non è più il singolo episodio, ma il modello che emerge. Ed è proprio in questi passaggi — apparentemente minori — che si misura la distanza tra ciò che si dice e ciò che si fa.
E allora la domanda, inevitabile, torna al punto di partenza.
Ruffini lo sa? È informato di queste decisioni? Le condivide? Oppure il suo progetto — quello raccontato nelle interviste e nelle pagine del suo libro — sta prendendo una piega diversa, gestita da chi ha un’idea molto più selettiva, e molto meno inclusiva, della politica?
E ancora: è possibile che figure politiche con una lunga storia alle spalle — Tabacci, 79 anni; Rebuffoni, 65 — stiano guidando questo processo senza che il fondatore ne valuti fino in fondo le conseguenze? Perché qui non si tratta solo di una nomina revocata dopo pochi giorni. Si tratta di capire se Più Uno è davvero ciò che dice di essere. O se, dietro il linguaggio nuovo, si nasconde una pratica vecchia.
E se questi sono i primi sintomi, allora il dubbio si fa ancora più radicale: che Più Uno, più che un nuovo soggetto politico, sia semplicemente il vecchio a cui è stata data una lucidata, un contenitore rinnovato dentro cui sono stati riesumati protagonisti della politica di ieri, conservati sotto formaldeide e riproposti come novità. Cambia il front man — Ernesto Maria Ruffini — ma resta l’impianto. Un Ruffini che, non a caso, è stato a lungo vicino a Romano Prodi e attivo nell’organizzazione dei comitati de L’Ulivo negli anni ’90. Alla fine, resta un’impressione difficile da ignorare. Che tra il racconto e la realtà ci sia uno scarto. E che quello scarto non aggiunga, ma sottragga. Più Uno, sulla carta. Meno uno, nei fatti. E allora viene da chiedersi se non sia il caso di aggiornare il marchio. Non più “Più Uno”. Ma, più onestamente, “Meno Uno”.