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Caivano, il 23 maggio “Giornata della Legalità” al Palazzo Capece con magistrati, docenti e istituzioni
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4 settimane fail
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RedazioneL’Associazione ODV Sveglia Caivano organizza per sabato 23 maggio 2026, alle ore 10:30, presso Palazzo Capece in Corso Umberto I, 302 a Caivano, la Giornata della Legalità, un momento di confronto pubblico sul valore della giustizia, della responsabilità civile e del contrasto all’illegalità.
L’iniziativa nasce con l’obiettivo di promuovere la cultura della legalità tra i cittadini, le scuole e le istituzioni del territorio, attraverso il dialogo diretto con figure impegnate quotidianamente in ambito giudiziario, accademico e sociale.
La mattinata sarà moderata dal Dott. Franco Buononato, giornalista.
Dopo i saluti istituzionali di:
- Nino Navas, Presidente dell’Associazione Sveglia Caivano,Vice Presidente Consorzio Asi Caivano
- Antonio Angelino, Sindaco di Caivano
- Don Peppino Esposito, Presidente dell’Associazione San Pietro
interverranno:
- Dott.ssa Elisabetta Garzo, già Presidente del Tribunale di Napoli
- Dott.ssa Maria Di Mauro, Procuratore Aggiunto presso il Tribunale di Napoli Nord
- Dott.ssa Clara Niola, Avvocata specializzata in Diritto Penale Familiare e Minorile
- Dott. Ciro Pizzo, Professore di Sociologia Giuridica presso l’Università Suor Orsola Benincasa
L’evento è patrocinato e realizzato con il supporto del Consorzio CSA-ASI Caivano
La scelta della data richiama il ricordo della strage di Capaci e l’impegno civile di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, simboli della lotta alla mafia e della difesa dello Stato di diritto.
L’ingresso è libero e aperto alla cittadinanza.

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Caivano
CAIVANO. Il Canile dei dubbi. Tra punteggi record, requisiti prestati e ombre che meritano risposte
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16 Giugno 2026
CAIVANO – Ci sono gare pubbliche che si chiudono con un’aggiudicazione. E poi ci sono gare pubbliche che, una volta concluse, aprono interrogativi ancora più grandi di quelli che avrebbero dovuto risolvere. È il caso della procedura per l’affidamento del servizio di gestione del canile di Caivano, una gara che continua a sollevare interrogativi sulla valutazione tecnica, sull’utilizzo dei requisiti professionali e sul ruolo di controllo che l’Amministrazione comunale non può e non deve delegare a nessuno. Perché una cosa va chiarita subito: il fatto che la procedura sia stata gestita dalla Centrale Unica di Committenza della Provincia di Caserta non esonera il Comune di Caivano dalle proprie responsabilità. Anzi.
Ai sensi del D.Lgs. 36/2023, il Comune resta la stazione appaltante beneficiaria del servizio e mantiene il dovere di verificare il possesso dei requisiti dell’aggiudicatario, la correttezza della procedura e la regolare esecuzione del contratto attraverso il RUP e i controlli previsti dal Codice dei Contratti Pubblici. Il Codice dei Contratti Pubblici impone alla stazione appaltante l’obbligo di verificare la regolarità dell’intero procedimento, il possesso dei requisiti dichiarati dall’aggiudicatario e la corretta esecuzione del contratto. Il Responsabile Unico del Progetto e l’Amministrazione aggiudicatrice conservano il dovere di controllo e vigilanza sull’interesse pubblico perseguito dalla gara. Tradotto: il Sindaco Antonio Angelino e l’Amministrazione comunale hanno il dovere istituzionale di verificare che tutto sia avvenuto nel pieno rispetto delle norme e di fornire risposte alla cittadinanza ogni volta che emergono elementi che possono generare dubbi o perplessità.
Il nodo dei requisiti e dell’avvalimento
Dalle visure camerali emerge un quadro societario che merita attenzione. La società aggiudicataria Rifugio Agro Aversano S.r.l., con sede a Parete, risulta amministrata da Michele Falco. Tra le società collegate figurano inoltre: Agricoltura del Massico Società Agricola Semplice, i cui soci amministratori sono Michele Falco e Vito Luigi Pellegrino; Cultura e Natura S.r.l., amministrata da Vito Luigi Pellegrino e partecipata dagli stessi Pellegrino e Falco. Le stesse visure mostrano come Falco e Pellegrino siano figure centrali nell’assetto societario delle imprese coinvolte. Ed è qui che nasce una delle questioni più delicate. Se i requisiti tecnici e l’esperienza valorizzati nell’offerta derivano dall’accumulo di attività svolte in territori diversi, comprese importanti commesse fuori dalla Campania e in particolare nell’area romana e laziale, occorre chiedersi in che misura tali numeri abbiano inciso sul punteggio tecnico assegnato. Perché una cosa è possedere legittimamente requisiti maturati in tutta Italia. Altra cosa è trasformare quei numeri in un vantaggio competitivo tale da generare uno scarto enorme rispetto ai concorrenti.
Le mille adozioni e i venti punti di differenza
Uno dei profili più discussi riguarda il tema delle adozioni. Se il parametro premiante è la capacità di garantire un elevato numero di adozioni annuali e se tali risultati sono stati costruiti facendo leva su esperienze e strutture operanti in contesti territoriali completamente diversi da Caivano, allora una domanda diventa inevitabile: quanto pesa realmente il dato locale? E ancora: è ragionevole che il divario tecnico tra le offerte arrivi a circa venti punti quando, almeno per quanto riguarda le adozioni maturate nel contesto regionale, i risultati appaiono molto più vicini rispetto a quanto lasci intendere il punteggio finale? Sono domande che riguardano il merito della valutazione tecnica. Domande che non equivalgono ad accuse, ma che meritano risposte puntuali, documentate e trasparenti.
Il precedente di Roma che non può essere ignorato
A rendere il quadro ancora più delicato vi è quanto emerso recentemente sulla gestione dei canili di Roma. La stampa nazionale ha dato ampio risalto alla delibera con cui l’ANAC (leggi qui la delibera) ha contestato il sistema dei controlli adottato da Roma Capitale nell’esecuzione dell’appalto affidato proprio a Rifugio Agro Aversano. Secondo quanto riportato dagli organi di informazione, l’Autorità avrebbe evidenziato criticità nei controlli, nella documentazione dei sopralluoghi, nella verifica delle prestazioni effettivamente svolte, nella presenza del personale veterinario e nella tracciabilità delle attività di vigilanza. L’ANAC non ha messo sotto osservazione un appalto marginale, ma un affidamento plurimilionario riguardante il benessere di centinaia di animali. Elementi che non costituiscono automaticamente una condanna dell’operatore economico, ma che certamente rappresentano fatti di interesse pubblico e che qualsiasi amministrazione prudente dovrebbe valutare con estrema attenzione.

Parete, Caserta e le coincidenze che alimentano interrogativi
Esiste poi un dato politico che non può essere ignorato. Michele Falco e Vito Luigi Pellegrino sono figure note nel Comune di Parete, in provincia di Caserta, avendo ricoperto rispettivamente ruoli di sindaco e vicesindaco. Le società coinvolte hanno sede proprio a Parete e nel Casertano. La gara è stata gestita attraverso una Centrale Unica di Committenza della Provincia di Caserta. Si tratta di elementi che, da soli, non dimostrano alcuna irregolarità. Ma costituiscono certamente un intreccio di rapporti territoriali e professionali che rende ancora più necessario un supplemento di trasparenza. In uno Stato di diritto non si formulano sentenze senza prove. Ma nemmeno si pretende che i cittadini rinuncino a porre domande.
Le risposte che Caivano attende
La questione centrale, oggi, non è soltanto chi abbia vinto la gara. La vera questione è sapere: come sono stati valutati i requisiti tecnici; quale peso abbiano avuto le esperienze maturate fuori territorio; come sia stato attribuito il punteggio sulle adozioni; se il distacco tecnico registrato sia realmente proporzionato alle differenze tra le offerte; quali verifiche siano state svolte sui requisiti dichiarati; quali controlli siano stati effettuati dall’Amministrazione prima dell’aggiudicazione definitiva. Sono domande legittime. Sono domande pubbliche. Sono domande alle quali il Comune di Caivano ha il dovere di rispondere. Perché quando si parla di denaro pubblico, di gare pubbliche e di servizi che incidono direttamente sul benessere degli animali, la trasparenza non è una concessione. È un obbligo. E il silenzio, in questi casi, non aiuta nessuno.
Caivano
CAIVANO. Il rischio di spendere 157 milioni per conservare il ghetto. On. Penza: “no a soluzioni opache e palliative”
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15 Giugno 2026
CAIVANO – Ci sono numeri che raccontano più delle conferenze stampa, delle inaugurazioni e delle passerelle istituzionali. E ci sono domande che, prima o poi, qualcuno deve avere il coraggio di porre. Una di queste riguarda il futuro del Parco Verde. Per mesi ai cittadini è stato raccontato che sul quartiere sarebbe arrivata una delle più grandi operazioni di rigenerazione urbana mai immaginate per Caivano, un intervento che avrebbe dovuto segnare una cesura netta tra il passato e il futuro, tra il degrado e il riscatto. Si è parlato di oltre 130 milioni di euro di investimenti privati. Oggi, al margine dell’inaugurazione della Villa Andersen, il sindaco ha dichiarato che quella cifra sarebbe nel frattempo salita addirittura a 157 milioni. Una somma enorme, tale da far sorgere una domanda tanto semplice quanto inevitabile: se davvero si investono 157 milioni di euro, cosa si intende ottenere? Una vera rigenerazione urbana o una costosa conservazione dell’esistente?
È una domanda che assume ancora più rilievo alla vigilia dell’importante incontro romano cui il primo cittadino parteciperà domani per discutere proprio del futuro del Parco Verde. Nel frattempo, nella nostra redazione sono giunte le dichiarazioni dell’onorevole Pasqualino Penza, deputato della Repubblica del Movimento 5 Stelle, che ha espresso una posizione chiara e per molti versi destinata ad aprire un dibattito che finora qualcuno avrebbe preferito evitare. Secondo Penza, infatti, occorre dire con chiarezza che il Parco Verde non può essere affrontato con “soluzioni opache e palliative” e che serve “un progetto serio di abbattimento, ricostruzione e rigenerazione urbana”. Parole pesanti. Parole che meritano di essere ascoltate al di là delle appartenenze politiche. Perché il punto centrale della questione non è il colore politico di chi parla. Il punto è capire se dopo quarant’anni di fallimenti si intenda finalmente eliminare le cause del problema oppure limitarsi a rifare facciate, impianti e coperture lasciando immutata la struttura sociale che ha trasformato il Parco Verde in ciò che è diventato.
La nostra testata sostiene questa battaglia dal 2016. Da dieci anni ripetiamo che non esiste alcuna vera rigenerazione urbana senza una contestuale rigenerazione sociale. E non esiste alcuna rigenerazione sociale se centinaia di nuclei familiari fragili, privi di reddito o con gravissime difficoltà economiche continuano ad essere concentrati nello stesso luogo, nello stesso quartiere, negli stessi edifici, nelle stesse scale. Cambiare i muri senza cambiare il modello significa semplicemente restaurare il ghetto. Il rischio che oggi si profila all’orizzonte è esattamente questo. Se l’operazione immaginata dal Governo dovesse concretizzarsi nella forma anticipata negli ultimi mesi, ovvero quella di un partenariato pubblico-privato in cui un soggetto investitore anticipa risorse per poi gestire nel tempo il patrimonio immobiliare recuperando il proprio investimento e conseguendo un margine economico, la domanda diventa inevitabile: chi pagherà davvero il conto finale?
L’onorevole Penza lo ha detto senza giri di parole quando ha evidenziato che “un soggetto privato, investendo capitali propri, dovrà recuperare e remunerare le somme anticipate” e che esiste “il rischio concreto che i costi di questa operazione possano essere ribaltati sulle famiglie”. È un’osservazione che merita attenzione. Perché il mercato non investe per perdere denaro. Se il privato investe 157 milioni, quei 157 milioni dovranno rientrare. E dovranno rientrare con un margine. Ma come? Attraverso quali strumenti? Attraverso quali canoni? Attraverso quale modello di gestione? Sono domande alle quali, ad oggi, i cittadini non hanno ancora ricevuto risposte complete.
Ed è qui che emerge il nodo più delicato. Se il Parco Verde dovesse rimanere sostanzialmente ciò che è oggi dal punto di vista urbanistico e sociale, il rischio sarebbe quello di assistere alla nascita di una gigantesca contraddizione: edifici parzialmente riqualificati ma ancora immersi nello stesso contesto di concentrazione del disagio; canoni più elevati per sostenere l’operazione finanziaria; famiglie prive di reddito chiamate a sostenere costi maggiori; e soprattutto nessuna reale mescolanza sociale. Perché il vero problema del Parco Verde non è soltanto edilizio. È sociologico. È urbanistico. È culturale. È economico.
Quando si concentrano nello stesso luogo povertà, disagio abitativo, fragilità sociale e marginalità economica, il risultato non è una comunità. È un addensamento di problemi che finisce inevitabilmente per alimentare nuove forme di esclusione. Ed è esattamente questo il punto richiamato dall’onorevole Penza quando afferma che “una politica seria di abbattimento, ricostruzione e ricollocazione diversificata può contribuire a spezzare questo meccanismo, riducendo gli spazi di influenza della criminalità e restituendo sicurezza, dignità e prospettive ai cittadini”. Ricollocazione diversificata. Sono probabilmente le due parole più importanti dell’intero dibattito. Perché una vera rigenerazione urbana non consiste nel prendere migliaia di persone e lasciarle tutte nello stesso posto dopo aver rifatto gli intonaci. La vera rigenerazione urbana consiste nel distribuire il disagio, non nel concentrarlo. Consiste nel favorire la nascita di quartieri socialmente misti. Consiste nel consentire l’incontro tra fasce sociali differenti. Consiste nel superare definitivamente il concetto stesso di quartiere-ghetto.
Se ciò non accadrà, il rischio è che tra vent’anni ci si ritrovi ancora una volta davanti alle stesse fotografie, agli stessi problemi e alle stesse emergenze. Con una sola differenza: che quelle che oggi sono baracche di cemento, prefabbricati degradati e strutture nate come soluzione temporanea, diventeranno semplicemente baracche più costose. Magari riverniciate. Magari efficientate energeticamente. Magari dotate di impianti nuovi.Ma sempre baracche sociali concentrate nello stesso luogo. Sempre ghetto. Sempre marginalità. Sempre esclusione. Ed allora la domanda finale che la politica deve avere il coraggio di affrontare è una sola. I 157 milioni serviranno ad eliminare il ghetto o a conservare il Parco Verde? Perché tra queste due strade passa la differenza tra una grande operazione di rigenerazione urbana e l’ennesima occasione perduta. E Caivano, dopo quarant’anni di errori, non può più permettersi di sbagliare.
Caivano
CAIVANO. 180 giorni di fumo mentre il Comune viene sanzionato. La commedia del Sindaco infranta sull’isola poco ecologica
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2 giorni fail
14 Giugno 2026
CAIVANO – C’è un’arte sottile e quasi sublime nella capacità di trasformare l’ordinaria amministrazione — e talvolta persino l’inerzia — in un’epopea trionfale da dare in pasto agli algoritmi dei social network. A Caivano, questa disciplina ha raggiunto vette da primato assoluto, offrendo ai cittadini una narrazione quotidiana geometricamente perfetta, dove ogni firma su un protocollo d’intesa viene salutata come la posa della prima pietra di una cattedrale e ogni candidatura a un bando, ancorché priva di finanziamento, assume i contorni di un’opera già consegnata alla storia.
È la politica dei “180 giorni di Nuova Era”, condensata stamattina in un iperbolico elenco di ben 87 presunti successi; una lista gonfia e ridondante che, ad un’analisi appena più attenta, si rivela essere un monumentale esercizio di propaganda, utile a nascondere sotto il tappeto dei selfie la polvere di una paralisi gestionale che comincia a farsi imbarazzante. Perché se è vero, come giustamente rilevato dalle opposizioni in consiglio comunale, che confondere un monitoraggio con un cantiere aperto è un insulto all’intelligenza degli elettori, diventa addirittura grottesco intestarsi i meriti di progetti interamente concepiti, finanziati e avviati dalle passate gestioni commissariali, riducendo l’azione di governo a una mera operazione di sciacallaggio istituzionale a caccia di medaglie altrui.
Eppure, mentre la macchina della comunicazione sforna post autocelebrativi a ritmo continuo e bolla come “detrattore patologico” chiunque osi sollevare un dubbio o esercitare il sacrosanto diritto di controllo democratico, la realtà dei fatti si incarica di presentare il conto, puntuale e impietoso. E il conto, questa volta, è un pesantissimo verbale ispettivo notificato dalla Città Metropolitana di Napoli, che fotografa il disastroso stato in cui versa il Centro di Raccolta comunale.
Per mesi questa amministrazione si è vantata in pompa magna della nuova gestione del servizio di igiene urbana affidata all’ATI Ecogin e Attitude, celebrando conferenze stampa e varando un nuovo calendario dei conferimenti che, all’atto pratico, ha gettato la città nel caos più totale, lasciando cumuli di immondizia a marcire agli angoli delle strade. Si è preferito inseguire il consenso facile con l’installazione spot di “Luisito”, i tanto pubblicizzati cestini per le deiezioni canine che, in assenza di una benché minima campagna di sensibilizzazione e formazione civica, si sono trasformati in poche ore in ricettacoli di rifiuti urbani indifferenziati. Si è proceduto a una distribuzione dei mastelli a macchia di leopardo, scatenando una mortificante “guerra tra poveri” in cui i cittadini rimasti senza contenitori si sono visti costretti a sottrarre quelli dei vicini, mentre i veri controlli sulle inadempienze strutturali della ditta venivano sistematicamente ignorati da chi avrebbe dovuto vigilare.
Ma il paradosso più stridente di questa parabola amministrativa risiede nella bizzarra e selettiva memoria del Sindaco Antonio Angelino quando si parla di controlli e trasparenza. Se infatti sul fronte dei servizi reali e della tutela ambientale il Comune dimentica come si eserciti la vigilanza, l’istinto del controllo si risveglia improvviso, feroce e personalissimo, non appena si intravede la possibilità di colpire il dissenso o di regolare i conti con la stampa libera. È la storia della riorganizzazione della Società consortile per i Servizi Sociali dell’ex ambito 19 — che unisce i Comuni di Afragola, Caivano, Cardito e Crispano — un settore delicatissimo che rappresenta la mano tesa delle istituzioni verso le famiglie vulnerabili, i disabili e le vittime di violenza, e che oggi rischia di diventare terreno di scontro politico. Il primo cittadino, con un’operazione di rara spregiudicatezza mediatica, ha tentato di delegittimare il lavoro giornalistico d’inchiesta legando surrettiziamente un legittimo e controllato affidamento di servizi di comunicazione (avvenuto a favore della ditta amministrata dalla compagna del sottoscritto) a una presunta compravendita del silenzio. Un attacco ad personam volto a far passare il messaggio che le penne libere siano “prezzolate” e che i loro editoriali dipendano da commesse pubbliche; un tentativo maldestro di mettere le mani sulle procedure dell’Azienda Consortile per pura ripicca personale, per silenziare le critiche e blindare il consenso. Finirà, invece, il tempo dei falsi moralisti che gettano fango sugli amministratori trasparenti che non si piegano al sistema del silenzio in cambio di appalti per servizi insoddisfacenti.
Il cortocircuito è dunque servito: laddove le procedure sono legittime, verificate e certificate nei minimi dettagli, il “Re Sole” di Caivano pretende di indagare per consumare le proprie vendette politiche; laddove invece l’interesse pubblico imporrebbe un controllo severissimo sulla gestione dei rifiuti, l’amministrazione si distrae, lasciando che gli ispettori della Città Metropolitana firmino un atto d’accusa che suona come il perfetto contro-altare dei favolistici “87 punti” di successo sbandierati dal municipio.
Mettiamo allora a confronto i trionfi virtuali della propaganda con i 13 punti reali, nudi e crudi, messi nero su bianco dall’autorità di controllo all’interno dell’isola ecologica:
Pavimentazione apparentemente non impermeabilizzata.
Pavimentazione deteriorata in alcuni punti.
Mancanza di schermatura della recinzione.
Videosorveglianza non funzionante.
Mancata esibizione della SCIA antincendio.
Cassoni posizionati su superficie ritenuta non idonea.
Cartellonistica mancante sulla maggior parte dei cassoni.
Cassoni per sfalci e spazzamento scoperti.
Cassoni per rifiuti da demolizione privi di copertura.
Oli esausti collocati su pavimentazione ritenuta non conforme.
RAEE stoccati fuori dalla tettoia e senza appositi contenitori.
Rifiuti tessili depositati direttamente sul suolo.
Presenza di rifiuti fuori dai contenitori.
Ecco lo specchio fedele della “Nuova Era”: un impianto sprovvisto persino delle barriere a verde necessarie a mitigare l’impatto visivo, dove i rifiuti pericolosi come i RAEE (elettrodomestici e apparecchiature elettriche) vengono lasciati a marcire sotto la pioggia fuori dalle tettoie, gli oli esausti sono posizionati su superfici non conformi e i fusti di tessili giacciono direttamente sulla terra battuta, in un quadro di totale disprezzo delle normative antincendio e di sicurezza ambientale.
Mentre il Sindaco si esercita nei suoi 87 esercizi di retorica digitale, raccontando una città che non esiste, la Città Metropolitana certifica che a Caivano non funziona nemmeno la videosorveglianza dell’ecocentro, lasciando la struttura esposta a ogni tipo di irregolarità. La verità, come sempre, viene a galla e possiede una consistenza ben diversa dalle slide patinate della propaganda. Prima di pretendere di commissariare i servizi sociali degli altri territori per eliminare le voci critiche, questa amministrazione farebbe bene a imparare l’abbecedario della gestione del proprio territorio, ricordando che tra un annuncio virtuale su Facebook e la realtà di un’isola ecologica sanzionata corre la stessa differenza che passa tra un coordinatore di elevata qualifica che non coordina e un amministratore vero.


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