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CAIVANO. Lottizzazione Sirico. 50 anni di silenzi sulla convenzione. Sindaco Angelino restituisca quel terreno ai caivanesi

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CAIVANO – C’è un luogo a Caivano, compreso tra le attuali via Donizetti e via Puccini, che racconta meglio di qualsiasi comizio, di qualsiasi manifesto elettorale e di qualsiasi conferenza stampa il modo in cui la politica locale ha spesso affrontato le questioni più scomode. Non è un luogo simbolico. Non è una metafora. È un’area reale, individuata da una convenzione urbanistica stipulata il 28 gennaio 1977 tra il Comune di Caivano e gli eredi Sirico, una convenzione che prevedeva la realizzazione delle opere di urbanizzazione primaria, la cessione gratuita al Comune delle aree destinate a strade, piazze e verde pubblico e la contestuale esecuzione di tutti gli obblighi necessari affinché quella lottizzazione diventasse non soltanto un intervento edilizio privato ma anche un’opportunità per l’intera collettività.

Le carte raccontano che il comparto interessato comprendeva oltre duemila metri quadrati destinati a verde pubblico, oltre millesettecento metri quadrati destinati a strade e piazze e circa settemila metri quadrati destinati ai lotti edificatori. Sulla carta era previsto un equilibrio semplice e comprensibile. I privati avrebbero edificato. La città avrebbe ottenuto infrastrutture e spazi pubblici. Un principio che rappresenta il fondamento stesso delle convenzioni urbanistiche. Eppure proprio da quel momento inizia una vicenda che ancora oggi appare come uno dei più incredibili misteri amministrativi della storia recente di Caivano.

Già nel 1979, appena due anni dopo la stipula della convenzione, l’Ufficio Tecnico Comunale si trova costretto a constatare una realtà che dovrebbe far riflettere chiunque abbia avuto responsabilità amministrative negli ultimi cinquant’anni. Gli eredi Sirico chiedono il collaudo delle opere di urbanizzazione ma il sopralluogo effettuato dall’UTC accerta che delle opere previste risultano realizzati soltanto un tratto della rete fognaria e una parte dell’impianto di illuminazione. La conclusione del dirigente è netta. Nessuna categoria di lavori prevista dalla convenzione risulta ultimata e pertanto il collaudo non può essere eseguito.

A questo punto, in qualsiasi amministrazione dotata di memoria e determinazione, ci si aspetterebbe una reazione immediata. Diffide. Contestazioni. Azioni amministrative. Acquisizione delle aree dovute alla collettività. Invece la vicenda entra in una sorta di limbo burocratico che durerà decenni. Gli anni passano. I sindaci cambiano. Le giunte si succedono. I dirigenti si alternano. Le stagioni politiche si consumano una dopo l’altra. Ma la lottizzazione Sirico continua a riapparire ciclicamente negli atti comunali come un fantasma che nessuno riesce o vuole esorcizzare.

Nel 1999 il Comune emette un’ordinanza sindacale. Significa che il problema esiste ancora. Significa che dopo oltre vent’anni la questione non è stata risolta. Significa che gli obblighi previsti dalla convenzione non vengono considerati definitivamente adempiuti. Eppure anche quell’atto sembra perdersi nel labirinto della macchina amministrativa.

Nel 2000 si arriva addirittura a discutere della nomina di un collaudatore. Nel 2002 l’Amministrazione affida un incarico allo Studio Legale dell’avvocato Gherardo Marone, uno dei più autorevoli amministrativisti italiani, affinché individui la strada giuridica da seguire. Nel 2003 esplode il caso politico. I consiglieri comunali della “Margherita”, Salvatore Fusco, Vincenzo Espasiano, Carlo Ciccarelli, Pietro D’Angelo e Arcangelo Serrao depositano una serie di interrogazioni che ancora oggi impressionano per lucidità e precisione. Chiedono conto della sorte delle aree pubbliche. Chiedono conto del collaudo mai eseguito. Chiedono conto dei rilievi topografici mai effettuati. Chiedono conto dei fascicoli irreperibili. Chiedono conto di aree a verde che, secondo quanto emergeva dalle relazioni tecniche, risultavano interessate da sconfinamenti rispetto alle previsioni originarie della lottizzazione.

Ed è qui che la vicenda assume contorni quasi surreali. Perché mentre le opposizioni chiedono risposte, gli uffici comunali producono documenti che descrivono una situazione a dir poco inquietante. Si parla di archivi spostati più volte. Si parla di documentazione custodita in locali cantinati. Si parla di fascicoli non rinvenuti. Si parla di un ufficio che dichiara di non sapere perché non sia stato nominato il collaudatore. Si parla di un altro ufficio che afferma di non conoscere neppure l’esistenza di eventuali ricorsi contro atti fondamentali della vicenda. Sembra di assistere non all’amministrazione di una città ma alla ricostruzione archeologica di una civiltà scomparsa.

Poi arriva il parere dell’avvocato Gherardo Marone. Ed è qui che cade definitivamente qualsiasi alibi. Perché il consulente incaricato dal Comune non scrive che la vicenda è ormai prescritta. Non scrive che non si può fare nulla. Non scrive che il tempo ha cancellato ogni obbligo. Al contrario individua un percorso amministrativo preciso. Indica gli strumenti utilizzabili dall’ente. Richiama la possibilità di agire per ottenere il trasferimento delle aree previste dalla convenzione. Richiama l’interesse pubblico sotteso all’intera operazione urbanistica. In altre parole il Comune riceve una bussola e una direzione.

Ma proprio quando la vicenda sembra avvicinarsi a un punto di svolta, arriva la crisi politica che travolge l’Amministrazione guidata da Franca Falco. Sedici consiglieri comunali rassegnano contemporaneamente le proprie dimissioni determinando la fine anticipata della consiliatura. E proprio in quei mesi la lottizzazione Sirico è uno dei temi che attraversano il dibattito politico cittadino. Da allora il silenzio. Un silenzio lungo oltre vent’anni. Un silenzio assordante. Un silenzio che pesa come un macigno perché mentre la politica litigava, cadeva, si ricostruiva e tornava a cadere, la domanda fondamentale restava senza risposta.

Che fine hanno fatto i 2.104 metri quadrati di verde pubblico previsti dalla convenzione del 1977? È una domanda semplice. Talmente semplice da risultare imbarazzante. Perché non stiamo parlando di una teoria urbanistica. Non stiamo parlando di una discussione accademica. Stiamo parlando di un’area che le carte comunali destinavano alla collettività. Stiamo parlando di un bene che avrebbe dovuto rappresentare una restituzione alla città in cambio delle possibilità edificatorie concesse ai privati. Stiamo parlando di uno spazio che avrebbe dovuto appartenere ai cittadini di Caivano.

Area verde interessata dalla Convenzione del 1977

A tutto questo si aggiunge un ulteriore, recente interrogativo che agita l’area in questione: negli ultimi mesi, proprio la prima villetta situata in via Donizetti ha provveduto ad allargare un passaggio carrabile che dà su questo terreno — zona che, lo ricordiamo, risulta chiusa al traffico e recintata. Quel varco, inspiegabilmente già aperto seppur in misure più ridotte, è stato dunque ampliato. Viene da chiedersi, con tutti i legittimi dubbi e le prudenze del caso, quale sia la natura di questi interventi: per quale motivo sono stati effettuati tali lavori e, soprattutto, si tratta di opere regolarmente autorizzate dagli uffici competenti? Un tassello che si somma alle troppe zone d’ombra che da quasi cinquant’anni avvolgono questo comparto urbano.

Il varco come appariva fino al 2024

E qui arriviamo all’attualità. Sindaco Antonio Angelino, la domanda oggi non riguarda ciò che fecero o non fecero le amministrazioni degli anni Settanta, degli anni Ottanta, degli anni Novanta o dei primi anni Duemila. La domanda riguarda ciò che intende fare l’Amministrazione che oggi governa la città. Perché nessuno pretende che lei risponda delle omissioni, delle inerzie o degli errori di chi l’ha preceduta. Ma è impossibile ignorare una vicenda che attraversa quasi mezzo secolo di storia amministrativa e che ancora oggi attende una conclusione.

Se quelle aree spettano alla collettività, la collettività deve riottenerle. Se esistono atti da adottare, vadano adottati. Se esistono verifiche catastali da completare, vengano completate. Se esistono procedure amministrative da riattivare, vengano riattivate. Se esistono diritti pubblici da affermare, vengano affermati.

E se davvero quei terreni torneranno nella piena disponibilità della comunità, allora sarebbe bello che proprio lì sorgesse una villetta comunale. Non un monumento alla politica. Non una targa celebrativa. Ma un luogo vivo. Un luogo per i bambini. Un luogo per le famiglie. Un luogo che trasformi una vicenda di carte impolverate in una storia di restituzione civile.

Perché una città non si misura dalla quantità di delibere che approva ma dalla capacità di trasformare i diritti scritti sulla carta in realtà concreta. E la lottizzazione Sirico rappresenta forse la più antica e simbolica delle promesse che Caivano attende ancora di vedere mantenute.

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Afragola

AFRAGOLA. ACCC19. Le capriole del “Sistema Giusto” e i dilettanti della trasparenza. Sull’Albo Pretorio non esiste il Decreto di nomina del Direttore Silvia Martino

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AFRAGOLA – C’era una volta la retorica del “cambiamento”, del risanamento morale, della trasparenza sbandierata ai quattro venti contro il vecchio “Sistema”. Ad Afragola, da quando si è insediata l’amministrazione del sindaco Gennaro Giustino, la musica avrebbe dovuto cambiare. E invece, a guardare le acrobazie burocratiche dell’Azienda Consortile dei Servizi Sociali A.C.C.C. (Ambito N19), non solo la musica è rimasta la stessa, ma i musicanti sembrano aver studiato il diritto amministrativo su un sussidiario delle elementari. O, peggio, fingono di non conoscerlo pur di occupare le poltrone che contano.

L’ultimo capolavoro della ditta Giustino & Co. è un bignami di illegittimità, firme abusive e nomine fantasma che meriterebbe l’attenzione di una commissione d’inchiesta, o quantomeno di un buon corso di recupero in diritto pubblico.

L’interpello delle meraviglie: il “facente funzioni” del sostituto provvisorio

Tutto ha inizio il 19 giugno 2026. Sull’Albo Pretorio dell’Azienda Consortile compare un avviso di interpello interno per il conferimento dell’incarico di “facente funzioni” di Direttore Generale. A firmarlo è il Direttore uscente, il dottor Umberto Setola. E qui crolla la prima tessera del domino.

Nel fantastico mondo dell’A.C.C.C., un Direttore Generale – per giunta dimissionario dal mese precedente e in sella solo grazie a un’estensione tecnica del mandato fino al 1° luglio – si sveglia la mattina e “dispone” le regole per la scelta del suo successore. Peccato che lo Statuto dell’Azienda, all’articolo 33, stabilisca con granitica chiarezza che la nomina del Direttore spetta esclusivamente al Presidente del Consiglio di Amministrazione. Setola, in pieno regime di prorogatio (durante il quale per legge si possono firmare solo atti urgenti e indifferibili di ordinaria amministrazione), non aveva alcuna competenza statutaria per avviare procedure di reclutamento di macro-organizzazione.

Ma il capolavoro logico è un altro. Setola, che già governava l’azienda ad interim, bandisce un interpello per trovare un “facente funzioni”. Nel diritto amministrativo siamo alle comiche: la sub-delega a catena, il “facente funzioni del facente funzioni”. Una mostruosità giuridica creata al solo scopo di blindare l’ufficio escludendo, peraltro, con requisiti cuciti su misura, il personale del Comune Capofila di Afragola, in palese violazione dell’articolo 36 dello Statuto che ne imponeva la valorizzazione prioritaria per garantire la continuità gestionale.

Il sacrificio di Umberto Setola: da “uomo del Sistema” a capro espiatorio

In questa tragicommedia, Umberto Setola veste i panni della vittima perfetta. Per anni, la stessa area politica che oggi fa capo a Gennaro Giustino lo ha dipinto come l’incarnazione del “Sistema Nespoli”, il braccio operativo della vecchia guardia che per decenni ha governato Afragola. Eppure, nel momento del bisogno, il “Sistema Giusto” non ha esitato a usarlo come scudo. Setola è stato costretto a firmare un atto illegittimo e spericolato il 19 giugno, coprendo con la propria firma le pretese della nuova politica, per poi essere accompagnato alla porta il 1° luglio. Liquidato e sacrificato sull’altare delle nuove spartizioni.

Il Presidente “ignaro” e la nomina fantasma

Entra a questo punto in scena Antonio Angelino, fresco di nomina a Presidente del CdA dell’Azienda Consortile, avvenuta il 26 giugno 2026. Passano appena cinque giorni e, il 1° luglio, viene formalizzata la nomina del nuovo Direttore Generale, Silvia Martino.

Ora, ci si aspetterebbe che un Presidente del CdA eserciti i propri poteri con autonomia e rigore. E invece Angelino, dimostrando una preoccupante inadeguatezza amministrativa, si presta docilmente a fare da passacarte. Ratifica la nomina di Silvia Martino, figlia diretta di quell’interpello illegittimo nato prima ancora del suo insediamento e concepito da un direttore dimissionario. Angelino, ignaro (o finto ignaro) del groviglio di norme infrante che pendeva su quella procedura, ha eseguito senza fiatare i diktat del “collega” Gennaro Giustino, Sindaco del Comune Capofila.

Ma non è finita. C’è un dettaglio che trasforma la farsa in giallo. Ad oggi, del decreto di nomina di Silvia Martino non v’è traccia sull’Albo Pretorio dell’Azienda Consortile. L’articolo 15-bis dello Statuto impone la pubblicazione immediata di tutti gli atti, così come lo impone la legge sulla trasparenza (D.Lgs. 33/2013) per il conferimento degli incarichi dirigenziali. Una nomina non pubblicata è una nomina inefficace. Chi sta firmando gli atti dell’Ambito N19 in queste ore? Con quale autorità?

Il “Sistema Giusto” e le capriole del potere

Gennaro Giustino aveva promesso di spazzare via il vecchio regime. Aveva garantito che con lui Afragola avrebbe conosciuto il rigore e la meritocrazia. La realtà ci restituisce un quadro ben diverso: il “Sistema Giusto” si sta rivelando persino più efferato, spregiudicato e pasticcione di quello che l’ha preceduto.

Le capriole amministrative a cui stiamo assistendo per occupare le poltrone dei servizi sociali – il settore più delicato, che gestisce i bisogni degli ultimi di Afragola, Caivano, Cardito e Crispano – superano ogni immaginazione. Pur di imporre i propri nomi, la nuova amministrazione calpesta statuti, ignora i doveri di trasparenza, costringe dirigenti dimissionari a firmare atti oltre i propri limiti di potere e usa neofiti della politica come paravento. Se questo è il “Nuovo Corso”, ridateci il vecchio. Almeno loro, prima di fare nomine, si disturbavano a leggerle le regole.

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Caivano

CAIVANO. Da “EsternoGiorno” a “InternoTasca”. Il cerchio magico dell’arte e le determine “cieche” della Damiano.

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CAIVANO – C’eravamo lasciati pochi giorni fa a raccontare le bizzarrie familistiche della kermesse estiva caivanese, con quel cartellone di EsternoGiorno che somigliava sempre più a un salotto di InternoFamiglia (leggi qui l’editoriale). Ma la commedia dell’arte dell’Amministrazione Angelino non si ferma, anzi, si supera e mette in scena il capolavoro del “conflitto d’interessi perfetto”. Un genere teatrale che a Caivano, evidentemente, va fortissimo, sotto la colpevole e silenziosa regia di chi i contratti pubblici dovrebbe controllarli e non firmarli a occhi chiusi. Prendete una sedia e mettetevi comodi.

Il 17 giugno scorso, con la determina numero 931, il Comune assegna il ruolo di Direttore Artistico dell’intera rassegna estiva all’Associazione Culturale Circuito Arte, rappresentata dal presidente Francesco Sigillo. E fin qui, si dirà, è la scelta di un professionista che deve guidare, consigliare, supervisionare e programmare con imparzialità gli eventi per conto dell’Ente pubblico. Il Direttore Artistico è – o dovrebbe essere – il garante della qualità e l’arbitro neutrale della kermesse.

Ma a Caivano le regole della fisica amministrativa vengono riscritte. Passa meno di un mese e l’11 luglio, fresca di firma, arriva la determina numero 1081. Oggetto: affidamento diretto per la realizzazione del concerto di Gabriele Esposito, allestimento palco, service audio-luci e perfino la redazione del piano di Safety e Security per le serate del 18, 19 e 29 luglio. Beneficiario? Rullo di tamburi: la stessa Associazione Culturale Circuito Arte di Francesco Sigillo. Per la modica cifra di 15.326,00 euro. In pratica, il Direttore Artistico – che per conto del Comune deve valutare e programmare le proposte – ha proposto… sé stesso. E si è pure auto-assegnato il service, le luci, i palchi e persino la consulenza sulla sicurezza. Controllore e controllato nella stessa persona, che si stringe la mano da sola davanti allo specchio e si liquida le fatture.

Il manuale delle norme violate (o calpestate)

Se fossimo in uno Stato di diritto degno di questo nome, una roba del genere farebbe saltare sulla sedia chiunque abbia mai sfogliato il codice dei contratti pubblici. Ma siccome siamo a Caivano, vale la pena fare un bignami delle norme che in questa operazione sono state ridotte a carta straccia:

  1. Il Conflitto di Interessi (Art. 16, D.Lgs. 36/2023): La legge vieta espressamente la partecipazione a procedure di affidamento di soggetti che possano anche solo potenzialmente influenzare l’esito della selezione. Come può un Direttore Artistico, che coadiuva l’amministrazione nella scelta degli eventi, essere al contempo il fornitore di quegli stessi eventi e dei servizi tecnici connessi? L’imparzialità è evaporata.

  2. Il Principio di Rotazione (Art. 49, D.Lgs. 36/2023): Il nuovo Codice della Pubblica Amministrazione impone la rotazione degli affidamenti per evitare che lo stesso operatore monopolizzi le casse pubbliche. Qui invece assistiamo a un “uno-due” ravvicinato da manuale: prima ti do la Direzione Artistica (determina 931), poi ti affido direttamente il concerto e i servizi tecnici (determina 1081). Una concentrazione di incarichi che aggira lo spirito della legge.

  3. Il Frazionamento dell’Appalto: Perché separare l’incarico di direzione dai servizi tecnici se non per rimanere sotto le soglie dell’affidamento diretto ed evitare gare pubbliche trasparenti?

  4. L’assenza di esclusività: Per affidare direttamente un concerto a un operatore, questo dovrebbe dimostrare di avere l’esclusiva assoluta dell’artista. Ma qui non solo non si menziona alcuna esclusiva sul cantante Gabriele Esposito, ma dentro il “pacchetto” ci hanno infilato pure il service audio-luci e i piani di sicurezza. Servizi standard che andavano reperiti sul mercato tramite un confronto competitivo tra ditte specializzate, non regalati “intuitu personae” al Direttore Artistico.

Le responsabilità: la burocrazia firma, la politica tace

In calce a questo capolavoro amministrativo c’è una firma illustre: quella della dirigente del 7° Settore, la Dott.ssa Anna Damiano. È lei che ha firmato l’atto, ed è lei che ha messo nero su bianco la formale e grottesca dichiarazione secondo cui “non sussistono in capo al RUP cause di conflitto di interesse”. Dottoressa Damiano, ma davvero? Lei, che per ruolo e carriera dovrebbe essere il baluardo della legalità e della regolarità contabile e amministrativa dell’Ente, ritiene “normale” che chi progetta la kermesse sia anche chi incassa i soldi per i servizi di palco e security? È lei che risponde in prima persona della legittimità degli atti e del corretto uso del denaro dei cittadini. Davanti a simili macroscopiche anomalie, la toppa burocratica delle autocertificazioni non basta a coprire il buco della trasparenza. Allora saremo curiosi di sapere a chi giovano queste sue scelte?

E poi c’è la politica. Quella che dovrebbe vigilare e che invece si gira dall’altra parte, forse troppo occupata a farsi fotografare sotto i riflettori di una kermesse che sa tanto di gestione clientelare e pochissimo di bene comune. Il silenzio dell’Amministrazione Angelino di fronte a queste determinazioni-fotocopia è assordante.

La domanda al Sindaco Angelino

Caro Sindaco Angelino, la domanda a questo punto sorge spontanea e gliela poniamo senza fronzoli: come mai l’Amministrazione non effettua controlli rigorosi su affidamenti che presentano profili così evidenti e solari di illegittimità? Ritiene davvero che l’operato della sua dirigente sia del tutto lecito, trasparente e opportuno? O dobbiamo rassegnarci all’idea che a Caivano le regole valgono solo per i fessi, mentre per gli amici del “Circuito” c’è sempre una determina pronta, un palco da montare e una cassa pubblica da cui attingere? I cittadini attendono risposte. Possibilmente prima che si spengano le luci (pagate a peso d’oro) di questa estate caivanese.

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Caivano

CAIVANO. Dai dubbi all’opacità. Anche sul canile spariscono atti. Ancora una volta viene meno la trasparenza.

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CAIVANO – Avevamo sollevato dubbi, avevamo chiesto risposte, avevamo acceso i riflettori su una gara d’appalto che profumava di anomalie fin dalle prime battute (leggi qui). E oggi, carte alla mano, il quadro che si delinea a Palazzo è ancora più desolante di quanto ipotizzato. L’Amministrazione guidata dal sindaco Angelino si conferma, in ogni sua movenza amministrativa, allergica alle regole basilari della trasparenza e dell’evidenza pubblica. Quando c’è da fare chiarezza, il sipario cala, i documenti evaporano e le procedure si ingarbugliano in un labirinto di omissioni che meritano l’attenzione degli organi di controllo e della stessa ANAC.

I fatti emersi dalla durissima diffida firmata dai legali della ditta seconda classificata (Lanna Giuseppina) mettono a nudo un modus operandi grottesco e preoccupante. Parliamo dell’affidamento del servizio di custodia e mantenimento dei cani randagi, una torta da quasi mezzo milione di euro (€ 479.727,96 per l’esattezza). Un appalto europeo gestito con la stessa approssimazione con cui si organizzerebbe una riffa di quartiere.

Il primo colossale pasticcio riguarda l’aggiudicazione stessa, blindata dal Responsabile del VI Settore, l’ingegnere Francesco Dell’Aversano, con la determinazione n. 1015 del 1° luglio 2026. Un atto su cui pende un vizio formale da matita blu: il codice CIG (il passaporto elettronico e obbligatorio di ogni appalto pubblico) inserito nell’oggetto del provvedimento è completamente diverso da quello utilizzato in tutta la documentazione precedente. Un errore? Una svista? O il sintomo di una macchina amministrativa che corre al buio pur di chiudere le partite?

Ma la vera perla di questa gestione opaca risiede nel silenzio tombale che è calato sul provvedimento. La Stazione Unica Appaltante (SUA) di Caserta, chiamata a gestire la legalità dei flussi documentali, ha dichiarato ufficialmente di non aver mai ricevuto il decreto di aggiudicazione da parte del Comune di Caivano. Di conseguenza, l’atto non è mai stato pubblicato sulla piattaforma ufficiale di gara.

Il risultato è un blackout democratico totale: per i concorrenti esclusi è impossibile visionare i verbali, impossibile presentare formale accesso agli atti, impossibile esercitare il sacrosanto diritto di difesa nei termini di legge, mentre l’orologio dell’affidamento continua a correre. A Caivano la trasparenza non è un dovere istituzionale, è un fastidio da aggirare nascondendo le carte nei cassetti.

Cosa c’era da nascondere con tanta fretta? Forse i retroscena che la stessa determina n. 1015 svela nelle sue premesse? Emerge infatti che sul groppone della ditta vincitrice (il Rifugio Agro Aversano) pende una delibera dell’ANAC – la n. 95 dell’11 marzo 2026 – per un servizio “non eseguito a norma di legge nel comune di Roma Capitale”. Il Comune di Caivano, preso dal panico, ha provato per ben tre volte a fare lo scaricabarile con la SUA di Caserta chiedendo se questo “dettaglio” potesse portare all’esclusione. Ricevuta come risposta un secco “la valutazione spetta esclusivamente al RUP del Comune”, il tecnico di Caivano ha deciso, sotto la propria responsabilità, che le contestazioni dell’Autorità Anticorruzione su Roma non erano abbastanza gravi da applicare le cause di esclusione.

Nessuno mette in dubbio le facoltà discrezionali di un dirigente, ma si mette fortemente in dubbio il metodo: se tutto è regolare, se la scelta è legittima, perché sottrarre gli atti alla pubblicazione obbligatoria sulla piattaforma della SUA? Perché negare ai cittadini e ai concorrenti il diritto di leggere come sono stati spesi 480mila euro di soldi pubblici?

L’Amministrazione Angelino continua a collezionare record negativi di comunicazione e legalità formale. Questo non è più il “canile dei dubbi”: questo è il canile delle certezze. La certezza che a Palazzo si preferisca l’ombra alla luce del sole. Ma noi le carte le abbiamo lette, e continueremo a raccontare quello che qualcuno sperava rimanesse sepolto nella nebbia amministrativa di Caivano.

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