
Caivano
CAIVANO. 157 mln al Parco Verde, il Sindaco racconti la verità sull’incontro a Palazzo Chigi
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CAIVANO – Ci sono interventi parlamentari che durano pochi minuti ma riescono a porre una domanda che la politica locale, troppo spesso, evita accuratamente di affrontare. È accaduto nei giorni scorsi alla Camera dei Deputati, quando l’onorevole Pasqualino Penza è tornato a parlare del Parco Verde e di quelle notizie che da giorni circolano intorno agli incontri tenutisi a Palazzo Chigi per definire il futuro del quartiere simbolo di tutte le contraddizioni urbanistiche, sociali e politiche di Caivano. La domanda posta dal parlamentare è tanto semplice quanto devastante nella sua apparente banalità: come si può pensare di ristrutturare un quartiere costruito negli anni Ottanta con strutture prefabbricate? E soprattutto, quale futuro si immagina per il Parco Verde se la soluzione individuata dovesse passare attraverso l’ingresso di un soggetto privato chiamato a investire decine e decine di milioni di euro nella gestione e nel recupero del patrimonio abitativo?
È qui che il ragionamento diventa inevitabilmente politico. Perché se davvero, come annunciato negli ultimi mesi, l’investimento privato dovesse attestarsi intorno ai 157 milioni di euro, la domanda non riguarda più soltanto il futuro degli edifici, ma il futuro stesso del modello sociale che da quarant’anni caratterizza il Parco Verde. L’onorevole Penza ha avuto il merito di dirlo con parole che meritano attenzione quando ha osservato che un privato, per definizione, non investe per perdere denaro e che occorre interrogarsi su come intenda rientrare delle somme investite. Una riflessione che non può essere liquidata come una polemica di parte, perché investe il cuore stesso dell’operazione che si starebbe discutendo ai tavoli governativi. Ed è qui che la questione esce dalle carte, dai piani finanziari e dai comunicati istituzionali per entrare nella vita reale delle persone. Perché il vero problema del Parco Verde non è mai stato esclusivamente edilizio. Se fosse stato soltanto un problema di cemento, intonaci, impianti o facciate, sarebbe stato risolto da tempo. Il vero problema è sempre stato l’addensamento della povertà. È la concentrazione, nello stesso luogo, di centinaia di nuclei familiari fragili, economicamente vulnerabili, privi di opportunità e spesso intrappolati in un contesto che nel tempo ha favorito isolamento sociale, marginalità e fenomeni criminali.
Ed è proprio per questo che la battaglia che la nostra testata conduce dal 2016 non è mai stata una semplice battaglia urbanistica. Abbiamo sempre sostenuto che non esiste alcuna rigenerazione urbana senza una contestuale rigenerazione sociale. Non esiste alcuna riqualificazione autentica se si continua a concentrare il disagio nello stesso luogo. Non esiste alcun futuro diverso se si pensa di mantenere immutata la geografia della povertà. Per questo motivo la proposta richiamata da Penza di un “abbattimento e ricostruzione delocalizzata ed ecosostenibile”, sul modello di quanto avvenuto a Scampia, merita di essere discussa seriamente e senza pregiudizi. Perché il punto non è abbattere per il gusto di abbattere. Il punto è comprendere che una città sana non concentra tutte le proprie fragilità nello stesso quartiere. Le distribuisce. Le integra. Le accompagna. Le mescola con il resto del tessuto urbano.
Una vera rigenerazione dovrebbe avere il coraggio di immaginare una Caivano nella quale le famiglie oggi concentrate al Parco Verde possano essere progressivamente ricollocate in diversi comparti urbani, all’interno di un piano pluriennale di ricostruzione che superi definitivamente il concetto stesso di quartiere-ghetto. Perché se alla fine di questa operazione ci ritroveremo semplicemente con gli stessi edifici, gli stessi nuclei familiari, gli stessi addensamenti sociali e gli stessi meccanismi di esclusione, avremo forse speso 157 milioni di euro, ma non avremo risolto il problema. Avremo soltanto ristrutturato il ghetto. E la storia italiana è piena di quartieri nei quali si sono rifatti i muri lasciando intatti i problemi. È per questo che oggi la responsabilità maggiore ricade sull’Amministrazione comunale.
Il Sindaco e la sua maggioranza hanno il dovere politico e morale di pretendere che qualsiasi investimento sul Parco Verde non si limiti alla manutenzione straordinaria dell’esistente, ma persegua l’obiettivo ambizioso e definitivo di superare la concentrazione della povertà che per decenni ha caratterizzato quel quartiere. Ed è per questo che oggi rivolgiamo al Sindaco una richiesta semplice, trasparente e doverosa. Dopo l’incontro avuto ieri a Palazzo Chigi proprio per discutere del futuro del Parco Verde, i cittadini di Caivano hanno diritto di sapere. Hanno diritto di conoscere quali siano le proposte attualmente sul tavolo. Hanno diritto di sapere quale ruolo dovrebbe avere il soggetto privato. Hanno diritto di conoscere le modalità dell’eventuale partnership pubblico-privata. Hanno diritto di sapere se si stia discutendo di una semplice riqualificazione degli immobili esistenti o di un piano di abbattimento e ricostruzione. Hanno diritto di sapere se esiste una strategia finalizzata a superare definitivamente la ghettizzazione delle povertà. Perché il futuro del Parco Verde non appartiene né ai partiti né alle istituzioni. Appartiene innanzitutto ai cittadini che da quarant’anni vivono le conseguenze di scelte urbanistiche sbagliate. E prima di impegnare 157 milioni di euro e il destino di intere generazioni, la città merita risposte chiare. Non slogan. Non inaugurazioni. Non annunci. Risposte. Risposte concrete. Non come quelle che questo Sindaco non ha mai dato.
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Afragola
AFRAGOLA. ACCC19. Le capriole del “Sistema Giusto” e i dilettanti della trasparenza. Sull’Albo Pretorio non esiste il Decreto di nomina del Direttore Silvia Martino
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14 Luglio 2026
AFRAGOLA – C’era una volta la retorica del “cambiamento”, del risanamento morale, della trasparenza sbandierata ai quattro venti contro il vecchio “Sistema”. Ad Afragola, da quando si è insediata l’amministrazione del sindaco Gennaro Giustino, la musica avrebbe dovuto cambiare. E invece, a guardare le acrobazie burocratiche dell’Azienda Consortile dei Servizi Sociali A.C.C.C. (Ambito N19), non solo la musica è rimasta la stessa, ma i musicanti sembrano aver studiato il diritto amministrativo su un sussidiario delle elementari. O, peggio, fingono di non conoscerlo pur di occupare le poltrone che contano.
L’ultimo capolavoro della ditta Giustino & Co. è un bignami di illegittimità, firme abusive e nomine fantasma che meriterebbe l’attenzione di una commissione d’inchiesta, o quantomeno di un buon corso di recupero in diritto pubblico.
L’interpello delle meraviglie: il “facente funzioni” del sostituto provvisorio
Tutto ha inizio il 19 giugno 2026. Sull’Albo Pretorio dell’Azienda Consortile compare un avviso di interpello interno per il conferimento dell’incarico di “facente funzioni” di Direttore Generale. A firmarlo è il Direttore uscente, il dottor Umberto Setola. E qui crolla la prima tessera del domino.
Nel fantastico mondo dell’A.C.C.C., un Direttore Generale – per giunta dimissionario dal mese precedente e in sella solo grazie a un’estensione tecnica del mandato fino al 1° luglio – si sveglia la mattina e “dispone” le regole per la scelta del suo successore. Peccato che lo Statuto dell’Azienda, all’articolo 33, stabilisca con granitica chiarezza che la nomina del Direttore spetta esclusivamente al Presidente del Consiglio di Amministrazione. Setola, in pieno regime di prorogatio (durante il quale per legge si possono firmare solo atti urgenti e indifferibili di ordinaria amministrazione), non aveva alcuna competenza statutaria per avviare procedure di reclutamento di macro-organizzazione.
Ma il capolavoro logico è un altro. Setola, che già governava l’azienda ad interim, bandisce un interpello per trovare un “facente funzioni”. Nel diritto amministrativo siamo alle comiche: la sub-delega a catena, il “facente funzioni del facente funzioni”. Una mostruosità giuridica creata al solo scopo di blindare l’ufficio escludendo, peraltro, con requisiti cuciti su misura, il personale del Comune Capofila di Afragola, in palese violazione dell’articolo 36 dello Statuto che ne imponeva la valorizzazione prioritaria per garantire la continuità gestionale.
Il sacrificio di Umberto Setola: da “uomo del Sistema” a capro espiatorio
In questa tragicommedia, Umberto Setola veste i panni della vittima perfetta. Per anni, la stessa area politica che oggi fa capo a Gennaro Giustino lo ha dipinto come l’incarnazione del “Sistema Nespoli”, il braccio operativo della vecchia guardia che per decenni ha governato Afragola. Eppure, nel momento del bisogno, il “Sistema Giusto” non ha esitato a usarlo come scudo. Setola è stato costretto a firmare un atto illegittimo e spericolato il 19 giugno, coprendo con la propria firma le pretese della nuova politica, per poi essere accompagnato alla porta il 1° luglio. Liquidato e sacrificato sull’altare delle nuove spartizioni.
Il Presidente “ignaro” e la nomina fantasma
Entra a questo punto in scena Antonio Angelino, fresco di nomina a Presidente del CdA dell’Azienda Consortile, avvenuta il 26 giugno 2026. Passano appena cinque giorni e, il 1° luglio, viene formalizzata la nomina del nuovo Direttore Generale, Silvia Martino.
Ora, ci si aspetterebbe che un Presidente del CdA eserciti i propri poteri con autonomia e rigore. E invece Angelino, dimostrando una preoccupante inadeguatezza amministrativa, si presta docilmente a fare da passacarte. Ratifica la nomina di Silvia Martino, figlia diretta di quell’interpello illegittimo nato prima ancora del suo insediamento e concepito da un direttore dimissionario. Angelino, ignaro (o finto ignaro) del groviglio di norme infrante che pendeva su quella procedura, ha eseguito senza fiatare i diktat del “collega” Gennaro Giustino, Sindaco del Comune Capofila.
Ma non è finita. C’è un dettaglio che trasforma la farsa in giallo. Ad oggi, del decreto di nomina di Silvia Martino non v’è traccia sull’Albo Pretorio dell’Azienda Consortile. L’articolo 15-bis dello Statuto impone la pubblicazione immediata di tutti gli atti, così come lo impone la legge sulla trasparenza (D.Lgs. 33/2013) per il conferimento degli incarichi dirigenziali. Una nomina non pubblicata è una nomina inefficace. Chi sta firmando gli atti dell’Ambito N19 in queste ore? Con quale autorità?
Il “Sistema Giusto” e le capriole del potere
Gennaro Giustino aveva promesso di spazzare via il vecchio regime. Aveva garantito che con lui Afragola avrebbe conosciuto il rigore e la meritocrazia. La realtà ci restituisce un quadro ben diverso: il “Sistema Giusto” si sta rivelando persino più efferato, spregiudicato e pasticcione di quello che l’ha preceduto.
Le capriole amministrative a cui stiamo assistendo per occupare le poltrone dei servizi sociali – il settore più delicato, che gestisce i bisogni degli ultimi di Afragola, Caivano, Cardito e Crispano – superano ogni immaginazione. Pur di imporre i propri nomi, la nuova amministrazione calpesta statuti, ignora i doveri di trasparenza, costringe dirigenti dimissionari a firmare atti oltre i propri limiti di potere e usa neofiti della politica come paravento. Se questo è il “Nuovo Corso”, ridateci il vecchio. Almeno loro, prima di fare nomine, si disturbavano a leggerle le regole.
Caivano
CAIVANO. Da “EsternoGiorno” a “InternoTasca”. Il cerchio magico dell’arte e le determine “cieche” della Damiano.
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1 giorno fail
14 Luglio 2026
CAIVANO – C’eravamo lasciati pochi giorni fa a raccontare le bizzarrie familistiche della kermesse estiva caivanese, con quel cartellone di EsternoGiorno che somigliava sempre più a un salotto di InternoFamiglia (leggi qui l’editoriale). Ma la commedia dell’arte dell’Amministrazione Angelino non si ferma, anzi, si supera e mette in scena il capolavoro del “conflitto d’interessi perfetto”. Un genere teatrale che a Caivano, evidentemente, va fortissimo, sotto la colpevole e silenziosa regia di chi i contratti pubblici dovrebbe controllarli e non firmarli a occhi chiusi. Prendete una sedia e mettetevi comodi.
Il 17 giugno scorso, con la determina numero 931, il Comune assegna il ruolo di Direttore Artistico dell’intera rassegna estiva all’Associazione Culturale Circuito Arte, rappresentata dal presidente Francesco Sigillo. E fin qui, si dirà, è la scelta di un professionista che deve guidare, consigliare, supervisionare e programmare con imparzialità gli eventi per conto dell’Ente pubblico. Il Direttore Artistico è – o dovrebbe essere – il garante della qualità e l’arbitro neutrale della kermesse.
Ma a Caivano le regole della fisica amministrativa vengono riscritte. Passa meno di un mese e l’11 luglio, fresca di firma, arriva la determina numero 1081. Oggetto: affidamento diretto per la realizzazione del concerto di Gabriele Esposito, allestimento palco, service audio-luci e perfino la redazione del piano di Safety e Security per le serate del 18, 19 e 29 luglio. Beneficiario? Rullo di tamburi: la stessa Associazione Culturale Circuito Arte di Francesco Sigillo. Per la modica cifra di 15.326,00 euro. In pratica, il Direttore Artistico – che per conto del Comune deve valutare e programmare le proposte – ha proposto… sé stesso. E si è pure auto-assegnato il service, le luci, i palchi e persino la consulenza sulla sicurezza. Controllore e controllato nella stessa persona, che si stringe la mano da sola davanti allo specchio e si liquida le fatture.
Il manuale delle norme violate (o calpestate)
Se fossimo in uno Stato di diritto degno di questo nome, una roba del genere farebbe saltare sulla sedia chiunque abbia mai sfogliato il codice dei contratti pubblici. Ma siccome siamo a Caivano, vale la pena fare un bignami delle norme che in questa operazione sono state ridotte a carta straccia:
Il Conflitto di Interessi (Art. 16, D.Lgs. 36/2023): La legge vieta espressamente la partecipazione a procedure di affidamento di soggetti che possano anche solo potenzialmente influenzare l’esito della selezione. Come può un Direttore Artistico, che coadiuva l’amministrazione nella scelta degli eventi, essere al contempo il fornitore di quegli stessi eventi e dei servizi tecnici connessi? L’imparzialità è evaporata.
Il Principio di Rotazione (Art. 49, D.Lgs. 36/2023): Il nuovo Codice della Pubblica Amministrazione impone la rotazione degli affidamenti per evitare che lo stesso operatore monopolizzi le casse pubbliche. Qui invece assistiamo a un “uno-due” ravvicinato da manuale: prima ti do la Direzione Artistica (determina 931), poi ti affido direttamente il concerto e i servizi tecnici (determina 1081). Una concentrazione di incarichi che aggira lo spirito della legge.
Il Frazionamento dell’Appalto: Perché separare l’incarico di direzione dai servizi tecnici se non per rimanere sotto le soglie dell’affidamento diretto ed evitare gare pubbliche trasparenti?
L’assenza di esclusività: Per affidare direttamente un concerto a un operatore, questo dovrebbe dimostrare di avere l’esclusiva assoluta dell’artista. Ma qui non solo non si menziona alcuna esclusiva sul cantante Gabriele Esposito, ma dentro il “pacchetto” ci hanno infilato pure il service audio-luci e i piani di sicurezza. Servizi standard che andavano reperiti sul mercato tramite un confronto competitivo tra ditte specializzate, non regalati “intuitu personae” al Direttore Artistico.
Le responsabilità: la burocrazia firma, la politica tace
In calce a questo capolavoro amministrativo c’è una firma illustre: quella della dirigente del 7° Settore, la Dott.ssa Anna Damiano. È lei che ha firmato l’atto, ed è lei che ha messo nero su bianco la formale e grottesca dichiarazione secondo cui “non sussistono in capo al RUP cause di conflitto di interesse”. Dottoressa Damiano, ma davvero? Lei, che per ruolo e carriera dovrebbe essere il baluardo della legalità e della regolarità contabile e amministrativa dell’Ente, ritiene “normale” che chi progetta la kermesse sia anche chi incassa i soldi per i servizi di palco e security? È lei che risponde in prima persona della legittimità degli atti e del corretto uso del denaro dei cittadini. Davanti a simili macroscopiche anomalie, la toppa burocratica delle autocertificazioni non basta a coprire il buco della trasparenza. Allora saremo curiosi di sapere a chi giovano queste sue scelte?
E poi c’è la politica. Quella che dovrebbe vigilare e che invece si gira dall’altra parte, forse troppo occupata a farsi fotografare sotto i riflettori di una kermesse che sa tanto di gestione clientelare e pochissimo di bene comune. Il silenzio dell’Amministrazione Angelino di fronte a queste determinazioni-fotocopia è assordante.
La domanda al Sindaco Angelino
Caro Sindaco Angelino, la domanda a questo punto sorge spontanea e gliela poniamo senza fronzoli: come mai l’Amministrazione non effettua controlli rigorosi su affidamenti che presentano profili così evidenti e solari di illegittimità? Ritiene davvero che l’operato della sua dirigente sia del tutto lecito, trasparente e opportuno? O dobbiamo rassegnarci all’idea che a Caivano le regole valgono solo per i fessi, mentre per gli amici del “Circuito” c’è sempre una determina pronta, un palco da montare e una cassa pubblica da cui attingere? I cittadini attendono risposte. Possibilmente prima che si spengano le luci (pagate a peso d’oro) di questa estate caivanese.
Caivano
CAIVANO. Dai dubbi all’opacità. Anche sul canile spariscono atti. Ancora una volta viene meno la trasparenza.
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2 giorni fail
13 Luglio 2026
CAIVANO – Avevamo sollevato dubbi, avevamo chiesto risposte, avevamo acceso i riflettori su una gara d’appalto che profumava di anomalie fin dalle prime battute (leggi qui). E oggi, carte alla mano, il quadro che si delinea a Palazzo è ancora più desolante di quanto ipotizzato. L’Amministrazione guidata dal sindaco Angelino si conferma, in ogni sua movenza amministrativa, allergica alle regole basilari della trasparenza e dell’evidenza pubblica. Quando c’è da fare chiarezza, il sipario cala, i documenti evaporano e le procedure si ingarbugliano in un labirinto di omissioni che meritano l’attenzione degli organi di controllo e della stessa ANAC.
I fatti emersi dalla durissima diffida firmata dai legali della ditta seconda classificata (Lanna Giuseppina) mettono a nudo un modus operandi grottesco e preoccupante. Parliamo dell’affidamento del servizio di custodia e mantenimento dei cani randagi, una torta da quasi mezzo milione di euro (€ 479.727,96 per l’esattezza). Un appalto europeo gestito con la stessa approssimazione con cui si organizzerebbe una riffa di quartiere.
Il primo colossale pasticcio riguarda l’aggiudicazione stessa, blindata dal Responsabile del VI Settore, l’ingegnere Francesco Dell’Aversano, con la determinazione n. 1015 del 1° luglio 2026. Un atto su cui pende un vizio formale da matita blu: il codice CIG (il passaporto elettronico e obbligatorio di ogni appalto pubblico) inserito nell’oggetto del provvedimento è completamente diverso da quello utilizzato in tutta la documentazione precedente. Un errore? Una svista? O il sintomo di una macchina amministrativa che corre al buio pur di chiudere le partite?
Ma la vera perla di questa gestione opaca risiede nel silenzio tombale che è calato sul provvedimento. La Stazione Unica Appaltante (SUA) di Caserta, chiamata a gestire la legalità dei flussi documentali, ha dichiarato ufficialmente di non aver mai ricevuto il decreto di aggiudicazione da parte del Comune di Caivano. Di conseguenza, l’atto non è mai stato pubblicato sulla piattaforma ufficiale di gara.
Il risultato è un blackout democratico totale: per i concorrenti esclusi è impossibile visionare i verbali, impossibile presentare formale accesso agli atti, impossibile esercitare il sacrosanto diritto di difesa nei termini di legge, mentre l’orologio dell’affidamento continua a correre. A Caivano la trasparenza non è un dovere istituzionale, è un fastidio da aggirare nascondendo le carte nei cassetti.
Cosa c’era da nascondere con tanta fretta? Forse i retroscena che la stessa determina n. 1015 svela nelle sue premesse? Emerge infatti che sul groppone della ditta vincitrice (il Rifugio Agro Aversano) pende una delibera dell’ANAC – la n. 95 dell’11 marzo 2026 – per un servizio “non eseguito a norma di legge nel comune di Roma Capitale”. Il Comune di Caivano, preso dal panico, ha provato per ben tre volte a fare lo scaricabarile con la SUA di Caserta chiedendo se questo “dettaglio” potesse portare all’esclusione. Ricevuta come risposta un secco “la valutazione spetta esclusivamente al RUP del Comune”, il tecnico di Caivano ha deciso, sotto la propria responsabilità, che le contestazioni dell’Autorità Anticorruzione su Roma non erano abbastanza gravi da applicare le cause di esclusione.
Nessuno mette in dubbio le facoltà discrezionali di un dirigente, ma si mette fortemente in dubbio il metodo: se tutto è regolare, se la scelta è legittima, perché sottrarre gli atti alla pubblicazione obbligatoria sulla piattaforma della SUA? Perché negare ai cittadini e ai concorrenti il diritto di leggere come sono stati spesi 480mila euro di soldi pubblici?
L’Amministrazione Angelino continua a collezionare record negativi di comunicazione e legalità formale. Questo non è più il “canile dei dubbi”: questo è il canile delle certezze. La certezza che a Palazzo si preferisca l’ombra alla luce del sole. Ma noi le carte le abbiamo lette, e continueremo a raccontare quello che qualcuno sperava rimanesse sepolto nella nebbia amministrativa di Caivano.


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