Resta sintonizzato

Caivano

CAIVANO. Il Parco Verde non ha bisogno di un passaggio di consegne ma di una visione.

Pubblicato

il

CAIVANO – C’è una frase pronunciata dal sindaco Antonio Angelino durante la recente discussione sul futuro del Parco Verde che merita di essere analizzata con attenzione. Rivolgendosi a quanti sostengono la necessità di un piano di abbattimento e ricostruzione, il primo cittadino ha evocato il celebre principio gattopardesco del “cambiare tutto affinché non cambi nulla”, sostenendo in sostanza che oggi non esistono né un progetto né le risorse necessarie per perseguire quella strada. Un ragionamento che, a prima vista, potrebbe persino apparire pragmatico. Ma che, osservato più attentamente, finisce per sollevare una domanda molto più grande della polemica politica del momento. Qual è il ruolo di un Sindaco?

Limitarsi a scegliere tra le opzioni che altri mettono sul tavolo oppure provare a costruire condizioni migliori per la propria comunità? Perché il punto centrale della vicenda non è se oggi esista o meno un progetto di abbattimento e ricostruzione. Il punto è che oggi esiste una sola proposta. Una sola. Ed è quella presentata da CDP Real Asset SGR, società del Gruppo Cassa Depositi e Prestiti, nell’ambito della procedura di partenariato pubblico-privato attivata dal Commissario straordinario Fabio Ciciliano. Il decreto commissariale n. 219 del 20 febbraio 2026 prende atto della ricezione della proposta e avvia gli adempimenti conseguenti, precisando espressamente che non contiene ancora alcuna valutazione sulla fattibilità, convenienza o merito tecnico-economico dell’iniziativa. Dunque non siamo davanti a una decisione già assunta. Non siamo davanti a un destino inevitabile. Siamo davanti a una proposta.

Ed è proprio in questa fase che dovrebbe emergere la politica. Perché la politica non serve quando tutto è già deciso. Serve prima. Serve quando bisogna trattare. Serve quando bisogna negoziare. Serve quando bisogna pretendere. Serve quando bisogna immaginare un futuro diverso da quello che altri hanno già disegnato. La proposta di CDP Real Asset, che abbiamo avuto modo di analizzare nel dettaglio, è certamente ambiziosa dal punto di vista edilizio. Prevede la riqualificazione dei circa 750 alloggi del patrimonio ERP del Parco Verde. Prevede la bonifica dei materiali contenenti amianto individuati nelle coperture e negli elementi edilizi interessati dagli interventi. Prevede il rifacimento delle facciate, l’efficientamento energetico degli edifici, la sostituzione degli infissi, il recupero delle parti comuni, il rifacimento degli impianti elettrici e idrici, la sostituzione degli ascensori, il recupero degli spazi pubblici, la riqualificazione delle attività commerciali e la sistemazione delle aree verdi. Prevede persino un sistema di trasferimento temporaneo degli abitanti all’interno di appartamenti “volano” già esistenti nel quartiere per consentire l’esecuzione dei lavori.

Tutto questo è vero. Ed è giusto dirlo. Ma è altrettanto vero che la filosofia dell’intervento è chiarissima. Gli edifici restano. Le famiglie restano. Il quartiere resta. La struttura sociale resta. La concentrazione della fragilità resta. La geografia della povertà resta sostanzialmente immutata. Ed è qui che emerge la questione che da anni questa testata pone al centro del dibattito pubblico. Il vero problema del Parco Verde non è soltanto il degrado degli edifici. Se così fosse, basterebbero muratori, architetti e imprese. Il vero problema è la concentrazione della povertà. È la scelta urbanistica compiuta decenni fa di addensare nello stesso luogo centinaia di nuclei familiari fragili, creando nel tempo un ecosistema sociale che ha favorito marginalità, esclusione, dipendenza assistenziale e, in molti casi, il radicamento di fenomeni criminali.

Per questo motivo la domanda che oggi dovrebbe porsi qualsiasi amministratore non è come ristrutturare il Parco Verde. La domanda dovrebbe essere come superarlo. E qui emerge la differenza tra amministrare e governare. Amministrare significa prendere atto della proposta esistente. Governare significa chiedersi se quella proposta sia sufficiente. Amministrare significa dire che non esistono altre soluzioni. Governare significa provare a crearle. Nessuno pretende che il Comune di Caivano trovi domani mattina centinaia di milioni di euro per demolire e ricostruire integralmente il quartiere. Nessuno pretende miracoli. Ma i cittadini possono pretendere una visione. Possono pretendere che il Sindaco utilizzi il proprio ruolo istituzionale per chiedere al Governo qualcosa di più di una semplice operazione di manutenzione straordinaria. Perché un Sindaco non è un notaio. Non è chiamato semplicemente a certificare le decisioni altrui.

Un Sindaco può chiedere che la riqualificazione sia accompagnata da un piano ventennale di deconcentrazione delle fragilità sociali. Può pretendere che una parte delle future politiche abitative venga sviluppata in altre aree della città. Può chiedere la realizzazione di nuovi comparti residenziali diffusi. Può negoziare una progressiva riduzione della densità abitativa del quartiere. Può proporre un masterplan urbano che guardi ai prossimi trent’anni e non soltanto ai prossimi cantieri. Può chiedere che il progetto oggi in discussione rappresenti una prima fase e non il punto di arrivo. Può pretendere che il Governo assuma un impegno politico sul superamento definitivo del modello-ghetto.

Perché la vera domanda è questa. Tra vent’anni vogliamo ancora discutere del Parco Verde? Vogliamo ancora ritrovarci a parlare dello stesso quartiere, degli stessi edifici, delle stesse dinamiche sociali e delle stesse emergenze? Oppure vogliamo finalmente costruire una città nella quale il disagio non sia concentrato in un solo luogo ma distribuito e integrato nel tessuto urbano? È una domanda che merita una risposta. Così come merita una risposta il viaggio romano del Sindaco.

Perché giovedì scorso Antonio Angelino è stato a Palazzo Chigi proprio per discutere del futuro del Parco Verde e della partnership pubblico-privata che potrebbe cambiare il volto del quartiere. Eppure la città, ad oggi, non sa nulla. Non sa quali richieste siano state avanzate. Non sa quali garanzie siano state ottenute. Non sa quali siano gli orientamenti del Governo. Non sa quale ruolo avrà il privato. Non sa se si stia discutendo di una semplice riqualificazione edilizia o di una più ampia strategia di trasformazione urbana. Ed è singolare che proprio su una questione tanto decisiva cali il silenzio. Perché quando si tratta di rivendicare risultati, annunciare interventi o partecipare a inaugurazioni, la comunicazione istituzionale è spesso tempestiva e capillare. Quando invece si discute del futuro di centinaia di famiglie e di un’operazione destinata a incidere sul volto della città per i prossimi decenni, improvvisamente tutto diventa riservato. Eppure i cittadini non chiedono slogan. Non chiedono passerelle. Non chiedono narrazioni. Chiedono una cosa molto più semplice. La verità.

Perché il Parco Verde non ha bisogno di un’altra stagione di promesse. Ha bisogno di una visione. E la differenza tra chi amministra il presente e chi costruisce il futuro si misura proprio nella capacità di immaginare ciò che oggi ancora non esiste. E forse, prima di liquidare ogni voce critica come “nemica della città”, varrebbe la pena riconoscere una verità che gli stessi fatti hanno finito per certificare. Perché se oggi il Sindaco, nel corso della sua diretta, ha finalmente trovato il coraggio — o forse ha semplicemente dovuto prendere atto dell’evidenza — di raccontare ai cittadini come stanno realmente le cose sul palazzetto dello sport, sullo stadio e su altre opere pubbliche finite troppo presto nella vetrina della propaganda, lo si deve anche al lavoro incessante di quei “profeti di sventura” che da mesi vengono irrisi, attaccati o dipinti come sabotatori del bene comune. Lo si deve a chi ha continuato a fare domande quando altri preferivano applaudire, a chi ha verificato documenti quando altri si limitavano ai comunicati, a chi ha avuto la pazienza di distinguere tra annunci e risultati. E soprattutto lo si deve a questa testata che, spesso in solitudine e controcorrente, ha scelto di raccontare ciò che emergeva dagli atti e non ciò che conveniva alla narrazione del momento. Non è un caso che oggi il primo cittadino sia stato costretto a riconoscere meriti ai soggetti realmente protagonisti di determinati interventi e a ridimensionare ricostruzioni che per troppo tempo avevano alimentato una rappresentazione diversa della realtà. Perché senza quelle voci critiche, senza quei presunti “nemici della città”, senza chi ha rifiutato di allinearsi al pensiero unico tanto caro all’attuale amministrazione, probabilmente saremmo ancora qui a discutere di slogan, inaugurazioni e rendering, invece che di fatti, responsabilità e verità.

Continua a leggere
Pubblicità

Caivano

AFRAGOLA. La nuova giunta scopre le carte. Il Sindaco “Giusto” ostaggio del Sistema Casillo

Pubblicato

il

AFRAGOLA – Ci sono voluti ben cinquantadue giorni di agonia, veti incrociati e mercanteggiamenti da fiera di paese affinché il neo-sindaco di Afragola, Gennaro Giustino, partorisse finalmente la sua neonata Giunta. Cinquantadue giorni per presentare alla città, in una conferenza stampa che ha assunto i contorni del teatro dell’assurdo, quella che lui stesso, con un briciolo di epica e parecchio sprezzo del ridicolo, ha definito una squadra di “supereroi” chiamati a “salvare Afragola dal passato”.

Peccato che, a scorrere i nomi dei supereroi e a guardare i banchi rimasti vuoti già alla prima recita, l’unica cosa che questi signori sembrano pronti a salvare siano le proprie poltrone e le cambiali elettorali da riscuotere. Altro che “salvatori”: siamo al cospetto di una Giunta dimezzata, senza deleghe assegnate, orfana di un vicesindaco e, soprattutto, già clamorosamente commissariata dai vecchi e nuovi potentati della politica locale. Andiamo con ordine nella cronaca di questa farsa estiva.

La sfilata dei “supereroi” (ma senza superpoteri)

Il parterre dei neonominati assessori si presenta come la più classica delle minestre riscaldate, un’accozzaglia di sigle e tessere di partito che nulla ha a che fare con il sapore della novità. C’è Lucia Zanfardino (Afragola al centro); Francesco Zanfardino (in quota PD); Marianna Salierno (M5S); Franco Moxedano (espressione di Più Europa); Ermelinda Clarino (indicata come “tecnico” ma rivendicata dalla consigliera Sepe) e Giovanni Giglio (ex vicesindaco di Tuccillo fedelissimo della lista del sindaco A Viso Aperto).

Sette nomi sulla carta, ma solo sei presenti all’appello della prima conferenza stampa. Sì, perché il settimo nome, quello di Giuseppe Salzano, è stato pronunciato da Giustino quasi con un sussulto, a diretta già avviata, annunciando di averne appena incassato la “disponibilità”. Una toppa frettolosa cucita per coprire un buco imbarazzante. Ma la verità, si sa, ha le gambe corte e ad Afragola corre velocissima.

Il gran rifiuto di Salzano e la prima figuraccia pubblica

Il retroscena di quella sedia vuota è il termometro perfetto del caos che regna nella coalizione. Giuseppe Salzano, infatti, ha rifiutato l’investitura. Ufficialmente per “motivi personali”, ufficiosamente perché l’acqua in cui si accingeva a navigare era troppo torbida persino per un marinaio esperto.

Salzano doveva essere il “contentino”, il ristoro politico offerto a Enzo De Stefano a parziale risarcimento del “maltolto” subito sulla Presidenza del Consiglio. De Stefano, forte di un bottino personale di oltre 1.200 preferenze, sognava lo scranno più alto dell’assise cittadina. Ma il sindaco “Giusto”, colto da un improvviso quanto tardivo sussulto di opportunità politica, ha dovuto sbarrargli la strada: i guai giudiziari del padre di De Stefano avrebbero proiettato ombre troppo cupe sulla neonata amministrazione.

Bocciato De Stefano, la Presidenza del Consiglio è stata blindata da un accordo sottobanco per convergere su Antonio Caiazzo (soluzione che ieri sera vedeva d’accordo 13 consiglieri su 14), respingendo al mittente il nome di Antonio Boemio, calato dall’alto da Rossella Casillo. Ma per indorare la pillola al deluso De Stefano, si era pensato di concedergli l’assessore Salzano con annesso gallone di vicesindaco. Peccato che l’operazione sia saltata in aria quando si è scoperto che Salzano era in realtà un nome sgradito allo stesso De Stefano, in quanto “suggerito” in extremis dalla famiglia Casillo da Casoria. Risultato? De Stefano ha minacciato di disconoscere pubblicamente l’assessore e Salzano ha preferito fare un passo indietro prima ancora di firmare, lasciando Giustino a balbettare giustificazioni davanti ai microfoni.

Dalla lotta ai vecchi sistemi alla nascita del “Sistema Casilliano”

In campagna elettorale Gennaro Giustino urlava ai quattro venti che la sua missione storica sarebbe stata l’abbattimento del vecchio “Sistema Nespoli-Castiello“. Una crociata morale che ha convinto molti, ma che oggi si rivela per ciò che era: un paravento retorico per mascherare una brama di potere che non gli ha permesso di accorgersi del mostro che stava nutrendo in seno. Mentre Giustino festeggiava la vittoria, ad Afragola si insediava infatti un altro sistema, ben più rodato e affamato: il Sistema Casillo e famiglia.

La composizione della Giunta ne è la prova scientifica. Se si esclude il fuggitivo Salzano, l’ombra della scuderia Casillo si allunga pesantemente su ben altri profili. Prendiamo Ermelinda Clarino: dipinta formalmente come espressione della consigliera Maria Carmina Sepe (e del cognato Ugo Liguori), la neoassessora è in realtà legatissima da una storica amicizia personale alla famiglia Casillo di Casoria. E che dire di Franco Moxedano? Storico alleato e amico di Tommaso Casillo fin dai tempi in cui sedevano insieme in Consiglio Regionale sotto la prima presidenza De Luca, quando Tommaso Casillo ricopriva anche il ruolo di vicepresidente del Consiglio regionale.

Il cerchio si chiude sull’Urbanistica, il piatto forte di ogni amministrazione. Tommaso Casillo, la figlia Rossella e l’imprenditore-consigliere Raffaele Mosca – che esprime proprio Franco Moxedano in Giunta condividono noti e rilevanti interessi edilizi e di sviluppo sul territorio afragolese. Non stupirebbe nessuno, dunque, se le future scelte urbanistiche della città dovessero rispondere prima ai diktat del collaudato “asse casoriano” e solo in seconda battuta alle legittime istanze di un costruttore locale pur influente come Ugo Liguori. Giustino, che doveva essere l’abbattitore dei sistemi, si ritrova oggi ad essere il primo, inerme ostaggio del Sistema Casillo. Un sindaco senza leadership reale, incapace di compattare l’opposizione nei suoi anni di minoranza e oggi ridotto a subire l’insistenza e i diktat dei suoi stessi alleati di governo.

I trombati, i sottomessi e il silenzio degli innocenti

In questa fiera delle vanità e degli interessi privati, c’è chi ne esce con le ossa drammaticamente rotte. Il primo è senza dubbio Enzo De Stefano. Usato come un banale portavoti in campagna elettorale, oggi si ritrova a mani vuote. Il passato giudiziario del padre lo rende impresentabile per la Presidenza del Consiglio e il suo assessore di riferimento è svanito nel nulla. Sorge spontanea una domanda: perché affannarsi a raccogliere 1.200 preferenze per poi essere trattati come appestati politici dal proprio sindaco, quando con 200 voti si poteva tranquillamente sonnecchiare sui banchi della maggioranza?

Non va meglio a Raffaele Mosca. Due liste create, un impegno economico e personale mastodontico per rastrellare quasi 4.000 voti con metodi di “convincimento” in stile Mosca, per poi vedersi chiedere persino un passo indietro sul vicesindaco pur di lasciare quella casella vuota per futuri baratti. Una mortificazione politica in piena regola.

E che dire delle bizzarrie della sinistra di facciata? Marianna Salierno viene premiata con un assessorato in quanto espressione delle ultime due liste classificate (M5S e AVS). Un criterio bizzarro, che ha letteralmente saltato la lista di Antonio Lanzano e Aniello Silvestro (Scelta Democratica), che pure aveva raccolto molti più voti. La spiegazione è semplice: Giustino doveva onorare il patto pre-elettorale stretto con Roberto Fico per convincere la Salierno a ritirare la sua candidatura a sindaco in un mini-campo largo, traghettando i voti grillini nel calderone del campo larghissimo di centro-destra civico.

Infine, assistiamo al silenzio tombale del PD locale. Gli stessi esponenti dem che fino a ieri facevano battaglie di fuoco contro i privati che utilizzano gli spazi sportivi pubblici senza versare un centesimo nelle casse comunali, oggi siedono al tavolo con quegli stessi soggetti, diventati improvvisamente alleati di governo. La coerenza, si sa, svanisce quando si distribuiscono le poltrone.

La parabola del sindaco “Giusto”

Gennaro Giustino voleva salvare Afragola dal passato, ma ha finito per consegnarla a un presente fatto di vecchie logiche clientelari e spartizioni geografiche che oltrepassano i confini comunali. Tra “supereroi” fantasma, assessori che scappano prima ancora di cominciare e consiglieri mortificati dopo aver portato migliaia di voti, il “Sistema Giusto” si rivela per quello che è: un valzer di contraddizioni amministrative mai visto prima, dove il sindaco non è il regista, ma un semplice attore non protagonista che recita un copione scritto altrove. Da Casoria, per l’esattezza.

Continua a leggere

Caivano

CAIVANO. Partnership al Parco Verde: trent’anni di speculazione spacciati per “rinascita”

Pubblicato

il

CAIVANO – C’era una volta il “modello Caivano”, quella narrazione di riscatto a favor di telecamera, fatta di fanfare e promesse solenni. Poi, come sempre accade quando si spengono i riflettori della propaganda e si accendono quelli della realtà, si scoprono le carte. E le carte, a Caivano, puzzano di fretta ingiustificata, opacità e speculazione sulla pelle di chi da quarant’anni vive tra cemento e amianto.

Il Consiglio Comunale monotematico di oggi, convocato per discutere della riqualificazione del compendio residenziale Parco Verde, doveva essere il palcoscenico del trionfalismo dell’Amministrazione Angelino. Si è rivelato, invece, un impietoso specchio della sua totale allergia alla trasparenza e del disprezzo per le più elementari regole del confronto democratico.

Al tavolo dei relatori sfilano i calibri pesanti: il Commissario Straordinario Fabio Ciciliano e il Prefetto di Napoli, Michele di Bari. Grande assente, l’assessore regionale alle Politiche abitative Claudia Pecoraro: un’assenza che profuma di strategia politica “campo largo vs. governo di destra”, proprio mentre si discute di derogare ai canoni ERP regionali per favorire un colosso privato.

La recita comincia con il Sindaco Antonio Angelino che illustra l’“imperdibile opportunità” messa a disposizione da CDP Real Asset SGR: una partnership pubblico-privata da ben 116 milioni di euro. Un affare d’oro. Ma per chi?

Le domande (lecite) dell’opposizione e lo “show” del Sindaco

La nebbia del trionfalismo si dirada non appena i consiglieri del Movimento 5 Stelle provano a fare quello per cui sono stati eletti: i controlli. Il consigliere Giovanni Vitale solleva dubbi enormi, pesanti come macigni. Dove sono i dettagli della progettualità? Dov’è lo studio di sostenibilità economico-finanziaria per l’ente? Ma soprattutto: chi garantirà la differenza tra i limiti dei canoni regionali ERP e la rendicontazione pretesa dal partner privato? Sarà forse il Comune a dover ripianare i debiti con le tasse dei caivanesi?

Le risposte del Sindaco Angelino? Zero. In compenso, abbiamo assistito al solito, stucchevole show a cui il primo cittadino ci ha abituati ogni volta che qualcuno osa esercitare il diritto di critica. Nervi tesi, voce alterata, offese personali indirizzate a Vitale. Poi, l’immancabile applicazione del più logoro divide et impera da Prima Repubblica: fare i complimenti pubblici al consigliere Sirletti per “i toni garbati” con cui ha esposto i dubbi, nel puerile tentativo di isolare l’ostico Vitale e spaccare il fronte dei grillini. Roba da dilettanti della comunicazione politica.

La fretta del Prefetto e l’ombra del privato

Ciò che lascia attoniti è la fretta. Il Prefetto Michele di Bari, nel suo intervento, si lancia in accorati moniti all’Amministrazione per accelerare l’iter, ricordando persino al Presidente del Consiglio che i regolamenti prevedono la convocazione d’urgenza.

Ma perché tutta questa fretta? Stiamo parlando di una partnership trentennale. Trent’anni in cui un privato gestirà, lucrerà e aumenterà i canoni d’affitto ai danni di famiglie disastrate, per poi restituire – tra tre decenni – le stesse palazzine, nel frattempo ulteriormente deteriorate, a un Comune che si ritroverà il problema moltiplicato. Non si abbatte il ghetto, non si delocalizza, si mette solo una mano di vernice privata su un dramma pubblico. Un regalo avvelenato per i figli di Caivano. È normale che una decisione del genere venga presa al buio, senza progetti definitivi e sotto pressione prefettizia, dopo che il Sindaco si è già consultato per ben tre volte a Roma, in camera caritatis, con il Sottosegretario Alfredo Mantovano, senza conoscere gli esiti di questi incontri?

La lezione di Tobia Angelino: un venticinquenne “buon padre di famiglia”

A salvare la dignità del Consiglio Comunale e a tutelare il futuro di Caivano non è stato il Sindaco, e nemmeno gli illustri ospiti della cabina di regia. È stato un ragazzo di venticinque anni, il consigliere di maggioranza Tobia Angelino.

Con una maturità politica e una statura morale che mancano a chi siede su poltrone ben più blasonate, Tobia Angelino ha accolto i dubbi dell’opposizione e ha tirato il freno a mano. Ha proposto e ottenuto un emendamento cruciale: l’inserimento nella delibera di un documento di confronto tra le alternative progettuali e la verifica rigorosa della sostenibilità economico-finanziaria.

Un gesto di straordinaria responsabilità. Tobia Angelino ha ricordato a tutti che i consiglieri comunali non sono passacarte della Prefettura o dei ministeri romani, ma gli unici rappresentanti del territorio che portano sulle proprie spalle la responsabilità giuridica, morale e politica di ciò che votano. Di fronte alle pressioni, ha scelto la via del dialogo, invitando maggioranza e opposizione a confrontarsi scientificamente prima di firmare una cambiale in bianco lunga trent’anni.

Ha agito come un sagace “buon padre di famiglia”, pur avendo solo l’età di un figlio. Una lezione di stile e di diritto amministrativo che il Sindaco Angelino e i suoi uffici dovrebbero stampare e appendere in bacheca. Perché la trasparenza non è un optional fastidioso da aggirare con le urgenze, ma l’unico argine rimasto a difesa dei cittadini.

Continua a leggere

Afragola

AFRAGOLA. ACCC19. Le capriole del “Sistema Giusto” e i dilettanti della trasparenza. Sull’Albo Pretorio non esiste il Decreto di nomina del Direttore Silvia Martino

Pubblicato

il

AFRAGOLA – C’era una volta la retorica del “cambiamento”, del risanamento morale, della trasparenza sbandierata ai quattro venti contro il vecchio “Sistema”. Ad Afragola, da quando si è insediata l’amministrazione del sindaco Gennaro Giustino, la musica avrebbe dovuto cambiare. E invece, a guardare le acrobazie burocratiche dell’Azienda Consortile dei Servizi Sociali A.C.C.C. (Ambito N19), non solo la musica è rimasta la stessa, ma i musicanti sembrano aver studiato il diritto amministrativo su un sussidiario delle elementari. O, peggio, fingono di non conoscerlo pur di occupare le poltrone che contano.

L’ultimo capolavoro della ditta Giustino & Co. è un bignami di illegittimità, firme abusive e nomine fantasma che meriterebbe l’attenzione di una commissione d’inchiesta, o quantomeno di un buon corso di recupero in diritto pubblico.

L’interpello delle meraviglie: il “facente funzioni” del sostituto provvisorio

Tutto ha inizio il 19 giugno 2026. Sull’Albo Pretorio dell’Azienda Consortile compare un avviso di interpello interno per il conferimento dell’incarico di “facente funzioni” di Direttore Generale. A firmarlo è il Direttore uscente, il dottor Umberto Setola. E qui crolla la prima tessera del domino.

Nel fantastico mondo dell’A.C.C.C., un Direttore Generale – per giunta dimissionario dal mese precedente e in sella solo grazie a un’estensione tecnica del mandato fino al 1° luglio – si sveglia la mattina e “dispone” le regole per la scelta del suo successore. Peccato che lo Statuto dell’Azienda, all’articolo 33, stabilisca con granitica chiarezza che la nomina del Direttore spetta esclusivamente al Presidente del Consiglio di Amministrazione. Setola, in pieno regime di prorogatio (durante il quale per legge si possono firmare solo atti urgenti e indifferibili di ordinaria amministrazione), non aveva alcuna competenza statutaria per avviare procedure di reclutamento di macro-organizzazione.

Ma il capolavoro logico è un altro. Setola, che già governava l’azienda ad interim, bandisce un interpello per trovare un “facente funzioni”. Nel diritto amministrativo siamo alle comiche: la sub-delega a catena, il “facente funzioni del facente funzioni”. Una mostruosità giuridica creata al solo scopo di blindare l’ufficio escludendo, peraltro, con requisiti cuciti su misura, il personale del Comune Capofila di Afragola, in palese violazione dell’articolo 36 dello Statuto che ne imponeva la valorizzazione prioritaria per garantire la continuità gestionale.

Il sacrificio di Umberto Setola: da “uomo del Sistema” a capro espiatorio

In questa tragicommedia, Umberto Setola veste i panni della vittima perfetta. Per anni, la stessa area politica che oggi fa capo a Gennaro Giustino lo ha dipinto come l’incarnazione del “Sistema Nespoli”, il braccio operativo della vecchia guardia che per decenni ha governato Afragola. Eppure, nel momento del bisogno, il “Sistema Giusto” non ha esitato a usarlo come scudo. Setola è stato costretto a firmare un atto illegittimo e spericolato il 19 giugno, coprendo con la propria firma le pretese della nuova politica, per poi essere accompagnato alla porta il 1° luglio. Liquidato e sacrificato sull’altare delle nuove spartizioni.

Il Presidente “ignaro” e la nomina fantasma

Entra a questo punto in scena Antonio Angelino, fresco di nomina a Presidente del CdA dell’Azienda Consortile, avvenuta il 26 giugno 2026. Passano appena cinque giorni e, il 1° luglio, viene formalizzata la nomina del nuovo Direttore Generale, Silvia Martino.

Ora, ci si aspetterebbe che un Presidente del CdA eserciti i propri poteri con autonomia e rigore. E invece Angelino, dimostrando una preoccupante inadeguatezza amministrativa, si presta docilmente a fare da passacarte. Ratifica la nomina di Silvia Martino, figlia diretta di quell’interpello illegittimo nato prima ancora del suo insediamento e concepito da un direttore dimissionario. Angelino, ignaro (o finto ignaro) del groviglio di norme infrante che pendeva su quella procedura, ha eseguito senza fiatare i diktat del “collega” Gennaro Giustino, Sindaco del Comune Capofila.

Ma non è finita. C’è un dettaglio che trasforma la farsa in giallo. Ad oggi, del decreto di nomina di Silvia Martino non v’è traccia sull’Albo Pretorio dell’Azienda Consortile. L’articolo 15-bis dello Statuto impone la pubblicazione immediata di tutti gli atti, così come lo impone la legge sulla trasparenza (D.Lgs. 33/2013) per il conferimento degli incarichi dirigenziali. Una nomina non pubblicata è una nomina inefficace. Chi sta firmando gli atti dell’Ambito N19 in queste ore? Con quale autorità?

Il “Sistema Giusto” e le capriole del potere

Gennaro Giustino aveva promesso di spazzare via il vecchio regime. Aveva garantito che con lui Afragola avrebbe conosciuto il rigore e la meritocrazia. La realtà ci restituisce un quadro ben diverso: il “Sistema Giusto” si sta rivelando persino più efferato, spregiudicato e pasticcione di quello che l’ha preceduto.

Le capriole amministrative a cui stiamo assistendo per occupare le poltrone dei servizi sociali – il settore più delicato, che gestisce i bisogni degli ultimi di Afragola, Caivano, Cardito e Crispano – superano ogni immaginazione. Pur di imporre i propri nomi, la nuova amministrazione calpesta statuti, ignora i doveri di trasparenza, costringe dirigenti dimissionari a firmare atti oltre i propri limiti di potere e usa neofiti della politica come paravento. Se questo è il “Nuovo Corso”, ridateci il vecchio. Almeno loro, prima di fare nomine, si disturbavano a leggerle le regole.

Continua a leggere
Pubblicità
Pubblicità

Popolari