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AFRAGOLA. Lo scrutinio del sospetto. Presentato ricorso alla Commissione Elettorale su ipotetici brogli
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AFRAGOLA – Se si dovesse descrivere l’attuale quadro politico di Afragola, probabilmente si userebbe una delle definizioni più conosciute: un melodramma comico-balneare, dove il “nuovo che avanza” assomiglia spaventosamente al vecchio che non se n’è mai andato.
A quarantacinque giorni dal voto del 24 e 25 maggio, la città del cambiamento promesso offre uno spettacolo desolante. Non c’è una Giunta, non c’è un traguardo chiaro, e – dettaglio non trascurabile in una democrazia degna di questo nome – non c’è ancora l’assoluta certezza su chi abbia effettivamente il diritto di sedere su quegli scranni comunali. La proclamazione degli eletti è un parto plurigemellare e doloroso, che si trascina tra veleni, riconteggi e, da oggi, persino carte bollate. Ma andiamo con ordine, seguendo la gloriosa tradizione del teatro dell’assurdo afragolese.
L’alibi perfetto e il blitz notturno (con applauso)
Per settimane, il sindaco Gennaro Giustino ha usato la lungaggine burocratica dell’Ufficio Elettorale come il perfetto alibi per nascondere la verità: la sua maggioranza è già ostaggio dei veti incrociati e della fame di poltrone. Dietro il paravento dell’attesa istituzionale, si consumava la spietata guerra per la Presidenza del Consiglio.
Le indiscrezioni raccolte in esclusiva da Minformo tratteggiano una sceneggiatura da prima Repubblica. Pochi giorni fa, si tiene una riunione di maggioranza. L’atmosfera è tesa, ma a un certo punto si consuma il miracolo: c’è la fumata bianca. Viene battezzato Vincenzo De Stefano come futuro Presidente del Consiglio. Scatta il rito collettivo: applausi scroscianti, pacche sulle spalle, sorrisi a trentadue denti e i classici “in bocca al lupo” di circostanza. Tutti amici, tutti uniti nel nome del “Sistema Giusto”.
La commedia, però, diventa dramma a tarda sera. De Stefano è a casa, probabilmente sta già ripassando il regolamento comunale, quando squilla il telefono. Dall’altro capo del filo c’è il Sindaco in persona. La voce è felpata, il messaggio è un siluro: “Caro Vincenzo, contrordine. Per opportunità politica non puoi fare il Presidente”. Il riferimento, sussurrato nei corridoi di Palazzo, è al passato giudiziario del padre del consigliere. Un fulmine a ciel sereno. Un dietrofront che spinge il neoeletto all’ormai celebre sfogo notturno su WhatsApp: la foto di una maschera bianca con la scritta “La maschera giusta!” e, come colonna sonora, Geolier che canta “A me non me ne fotte proprio, giuro”. Peccato che, a giudicare dalla velocità con cui lo stato è stato rimosso, al consigliere fregasse eccome.
Ombre sulle urne: Il ricorso di Iazzetta
Se la faida interna per le poltrone non bastasse a qualificare il livello del “cambiamento”, a gettare un carico da undici sulla legittimità stessa dell’amministrazione arriva un documento ufficiale che Minformo descrive in anteprima.
Raffaele Iazzetta, candidato non eletto nella lista “Mastella Noi di Centro”, ha rotto gli indugi. Difeso dall’avvocato Raffaele Daniele, ha depositato un formale ed energico Accesso agli Atti indirizzato all’Ufficio Elettorale Centrale e al Segretario Generale del Comune. Il motivo? La sua lista è rimasta fuori dal secondo seggio per uno “scarto di voti estremamente contenuto”.
Iazzetta non chiede una semplice verifica di cortesia. Chiede, con la “MASSIMA URGENZA” imposta dai tempi stretti per impugnare i risultati davanti al TAR, di mettere le mani su tutto il materiale sensibile delle sezioni elettorali: verbali, tabelle di scrutinio, voti di preferenza, prospetti riepilogativi dei Presidenti di seggio, annotazioni, rettifiche e deliberazioni dell’Ufficio Centrale. Traduzione dal politichese: il candidato vuole vederci chiaro perché il sospetto che qualcosa non sia andato per il verso giusto, in quelle stanze dove si contavano le schede, è forte. Si profilano all’orizzonte ombre serie di ricorsi giurisdizionali.
Una partenza sotto una cattiva stella
Sia ben chiaro: fino a prova contraria, tutto è lecito. Non siamo qui a profetizzare brogli prima che i giudici o le carte dicano il contrario. Ma il dato politico e morale è tratto. Questa amministrazione non nasce sotto una buona stella.
Gennaro Giustino ha impostato l’intera epopea della sua campagna elettorale sulla demolizione del “Sistema Nespoli”, promettendo trasparenza cristallina e una macchina amministrativa che sarebbe partita come un Frecciarossa. Oggi, a un mese e mezzo dal voto, il Frecciarossa è fermo in stazione per un guasto ai binari della trasparenza. Abbiamo un sindaco che ritarda la Giunta usando i tempi dei verbali come scudo, una maggioranza che si accoltella di notte dopo essersi applaudita di giorno, e candidati esclusi che chiedono l’intervento degli avvocati per controllare se i voti siano stati trascritti legalmente.
Se è tutto regolare, come l’amministrazione si affretterà a dire, ben venga la chiarezza. Anzi, la pretendiamo. Afragola ha bisogno di sapere che chi siede in Consiglio Comunale ci sta perché lo hanno voluto i cittadini, e non per un errore di trascrizione. Solo con la verità l’amministrazione potrà tentare di partire. Ma se il buongiorno si vede dal mattino, l’unica cosa che sembra partire, per ora, è la vecchia giostra delle ambizioni personali. Con buona pace dei cittadini illusi dal “Sistema Giusto”.
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AFRAGOLA. Il primo atto del Giustino-show: numeri al lotto, adulatori di corte e caccia ai giornalisti
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7 Agosto 2026
AFRAGOLA – Se il buongiorno si vede dal mattino, per il neo-sindaco di Afragola Gennaro Giustino si preannuncia una stagione amministrativa parecchio cupa, pur se illuminata dai riflettori dell’autosospensione dalla realtà. Il primo Consiglio Comunale della nuova era è andato in scena come una commedia dell’assurdo dove la mano destra finge di ignorare cosa firmi la sinistra, la matematica scompare e i debiti comunali diventano, per incanto, coriandoli da gettare al vento.
Si parte con il primo ordine del giorno: le deleghe ai sette assessori. Un Giustino visibilmente colto da un sussulto di onnipotenza amministrativa — quella che il TUEL concede ai sindaci ma che la realtà solitamente ridimensiona — si alza in aula e rivendica con orgoglio che la giunta l’ha fatta esclusivamente lui, in solitudine, attingendo solo alla sua preziosa agenda di “conoscenze personali”. Peccato che la toppa confezionata per nascondere i due mesi di estenuanti trattative sia durata meno di cinque minuti. A smentire la narrazione del “sindaco solo al comando” ci hanno pensato gli stessi protagonisti: il neo vicesindaco Gennaro Crispino poco prima prende la parola e ringrazia calorosamente il gruppo “A testa Alta” per averlo indicato e scelto; poche ore dopo il consigliere Raffaele Mosca rivendica la presenza di Moxedano come espressione diretta di Più Europa, mentre Enzo De Stefano ribadisce a chiare lettere la matrice politica della nomina di Crispino.
Un corto circuito esilarante. Per Giustino la “partecipazione” è una virtù quando serve a fare passerella, ma diventa un ingombro da scaricare in nome dell’autonomia personale non appena qualcuno fa notare la farraginosità del sistema. La verità, che il primo cittadino tenta disperatamente di cacciare sotto il tappeto, è quella che si racconta da settimane: sessanta giorni di trattative logoranti, figlie del nulla politico e del contrasto insanabile tra le cambiali firmate in campagna elettorale e il gelido pallottoliere delle urne. In una parola: sciatteria.
Anche sul caso Crispino — ex leghista ed ex pezzo da novanta di quel “Sistema” che Giustino ha giurato per una vita di voler combattere — il Sindaco ha pensato bene di alzare da solo un polverone difensivo. Prendiamo atto che persino il primo cittadino debba infine ammettere ciò che da tempo cittadini e social gli rinfacciano senza sconti.
Ma il vero capolavoro di illusionismo va in scena sul secondo punto: l’illustrazione delle Linee Programmatiche. Un documento demolito punto su punto dalle opposizioni, a partire dalla leader Alessandra Iroso. Tra uno strafalcione sintattico-amministrativo e l’altro — dove nei testi ufficiali si confonde il PRIUSS con il PRIUS o la semplice mensa con la refezione scolastica — la Iroso ha messo a nudo la vera natura del testo: non un piano di governo con risorse, scadenze e fattibilità, ma il riciclo svogliato del programma elettorale. Un “libro dei sogni” che per metà poteva pure spingersi a promettere il mare ad Afragola e per l’altra metà sbandiera come innovazioni epocali cose che già esistono o che sono eredità della passata amministrazione Pannone.
Pittoresca la confusione del Sindaco sul “Dopo di noi”, dove sovrappone senza scomporsi i progetti dedicati ai disabili adulti con i servizi per l’infanzia, o l’annuncio dei cestini per le deiezioni canine, già abbondantemente previsti e pagati nel capitolato d’appalto dell’azienda d’igiene urbana. A fare da eco, i consiglieri Biagio Castaldo e Giacinto Baia, fino alla doccia fredda calata dalla consigliera Rosaria Pecchia. La quale ha ricordato al Sindaco un piccolissimo dettaglio contabile: Afragola è un Comune in dissesto finanziario.
Dettaglio che Giustino pare aver totalmente rimosso quando ha annunciato in aula l’intenzione di accendere mutui per circa 10 milioni di euro, di cui 4 destinati alla riqualificazione dello Stadio Moccia. Ora, persino un principiante della contabilità pubblica sa che a un Ente in dissesto la legge vieta tassativamente di contrarre mutui ordinari da rimborsare con risorse proprie per rifare gli stadi. Ma tant’è: nel favoloso mondo di Giustino i vincoli di bilancio sono un optional.
In questo palcoscenico non poteva mancare la stoccata risentita contro la stampa d’informazione d’inchiesta, rea di aver raccontato la vicenda delle minacce telefoniche ricevute dai consiglieri d’opposizione. Il Sindaco, infastidito dalla critica politica, ha liquidato i giornalisti come “mistificatori”, derubricando la faccenda a una bonaria e veniale “telefonata tra colleghi”. Spiace deludere il primo cittadino: non servono trojan nei telefoni per fare il proprio dovere quando le denunce arrivano direttamente da un comunicato ufficiale redatto e firmato dalle opposizioni. Sull’entità di quelle chiamate non decide il Sindaco né la stampa: deciderà la Polizia di Stato, che sta procedendo con le indagini e gli interrogatori. Anzi, la solerte arrampicata sugli specchi del primo cittadino ha finito per legittimare la notizia, confermando che la telefonata c’è stata eccome.
Un’auto-investitura rivendicata candidamente in aula dallo stesso consigliere Raffaele Mosca, che si è preso la paternità di quelle chiamate (il cui nome, per correttezza deontologica sulla notizia, non era mai stato fatto). Va dato atto a Mosca di aver firmato l’unico intervento di maggioranza dotato di dignità e autonomia politica, ben distante dai toni di adorazione acritica offerti dal resto della truppa. Se l’amico storico Lello Botta e il consigliere Manna si sono spinti in un repertorio di complimenti spinti oltre ogni soglia dell’adulazione, il premio per la lingua più infuocata va di diritto al Presidente del Consiglio Antonio Caiazzo: del resto, di fronte a un’immunità istituzionale da circa 4.000 euro al mese, l’elogio sviscerato diventa quasi un atto dovuto.
Mosca, al contrario, ha fatto registrare una netta linea di demarcazione: ha confermato pubblicamente il suo dissenso sulla spartizione delle deleghe e sul mancato accordo per il vicesindaco a Moxedano, rivendicando un passo indietro cosciente solo per senso di responsabilità, ma garantendo una sorta di appoggio critico. E ha subito messo un paletto sulla ventilata ipotesi di accogliere il Calcio Napoli con la Cittadella dello Sport — argomento misteriosamente sparito dalle linee programmatiche — esigendo prima un’analisi severa sui reali benefici per la comunità afragolese.
Il sipario sul primo Consiglio Comunale si chiude così, consegnando una fotografia chiarissima: da un lato un’opposizione preparata, battagliera e rigorosa sui testi; dall’altro una maggioranza divisa, tra adulatori di ordinanza ed esponenti già pronti a sfilarsi. Per la fascia tricolore Gennaro Giustino la luna di miele è già finita. Governare a colpi di illusioni, in un Comune in dissesto e con i verbali di seggio ancora caldi sulle scrivanie delle procure, si preannuncia una missione decisamente più complessa delle favole raccontate in campagna elettorale.
Afragola
AFRAGOLA. Minacce ai consiglieri d’opposizione: scattano le indagini d’ufficio della Polizia di Stato
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7 Agosto 2026Da
Redazione
AFRAGOLA – Il clima politico ad Afragola si scalda ulteriormente e travalica i confini del dibattito consiliare per approdare nelle aule di pubblica sicurezza. A seguito del duro comunicato stampa diffuso nei giorni scorsi dai gruppi consiliari di opposizione – e pubblicato in esclusiva dalla nostra testata – la Polizia di Stato ha avviato ufficialmente le indagini d’ufficio per fare luce sulle gravi intimidazioni denunciate dalle minoranze.
Nel documento della coalizione d’opposizione veniva tratteggiato un quadro di forti tensioni e condotte inaccettabili, sfociate in vere e proprie minacce telefoniche rivolte ad alcuni esponenti politici. Un tentativo di condizionamento a cui le forze di minoranza avevano risposto con fermezza, dichiarando di rimanere unite e di non cedere ad alcun tipo di ricatto o pressione.
La reazione delle istituzioni non si è fatta attendere. Sotto la solerte guida della Dirigente del Commissariato di Polizia di Afragola, la dott.ssa Manuela Marafioti, gli agenti hanno aperto un fascicolo d’inchiesta per accertare la matrice e le responsabilità di tali atti intimidatori.
Negli ultimi giorni si sono svolti i primi atti istruttori: diversi consiglieri di opposizione sono stati convocati e ascoltati dagli inquirenti per ricostruire nel dettaglio le modalità delle chiamate e individuare i responsabili. Per due di loro si è reso necessario un ulteriore approfondimento, con audizioni ripetute al fine di acquisire tutti gli elementi utili alle indagini.
Gli accertamenti procedono nel massimo riserbo, ma l’avvio delle indagini d’ufficio segna un punto di non ritorno: la tutela della dialettica democratica e dell’incolumità dei rappresentanti eletti passa ora al vaglio delle Forze dell’Ordine.
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AFRAGOLA. Fuori i verbali dell’Ufficio Centrale. Registrate gravi irregolarità: schede volanti, verbali ‘aggiustati’ e maghi delle matite
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31 Luglio 2026
AFRAGOLA – Prendete un manipolo di presidenti di seggio colti da amnesia selettiva, agitate con un pizzico di messi comunali che irrompono nello spoglio come fossero al bancone del bar e guarnite il tutto con schede elettorali che viaggiano tra i seggi tipo pacchi postali Smurfit. Benvenuti ad Afragola, dove le consultazioni amministrative non sono un esercizio di voto, ma uno show di prestigio da avanspettacolo in cui la democrazia non viene esercitata: viene contorta, stirata e infine impacchettata con il nastro adesivo.
I verbali dell’Ufficio Elettorale Centrale presieduto dal giudice Todisco sembrano la sceneggiatura di una commedia di Totò e Peppino, ma purtroppo sono atti pubblici ufficiali. Il capolavoro assoluto va in scena alla Sezione 10, coordinata dalla presidente Patrizia Castaldo. Qui assistiamo alla nascita della figura del “correttore abusivo”: la presidente ammette candida che le rigature e i bianchetti sui verbali non li ha fatti lei, bensì un’imprecisata dipendente comunale scortata dal messo Assunta Castrignano. Un po’ come se all’esame di maturità il bidello entrasse in aula a correggere le equazioni dei candidati. Non contenti, dall’urna spuntano quattro schede ‘aliene’, appartenenti ad altre sezioni, mentre un fantomatico rappresentante di lista – mai accreditato negli atti – viene fatto votare sulla fiducia. Risultato? Denuncia alla Polizia e zero controlli alla consegna.
Ma la Sezione 27 del presidente Antonio De Filippo non è da meno. Il nostro eroe prima giura all’Ufficio Centrale che le tabelle di scrutinio venivano compilate in tempo reale, poi di fronte alla prova regina – ovvero che erano desolatamente completamente in bianco – cede e confessa l’amnesia. Poco male: i votanti vengono stimati “a memoria” (614, cifra tonda) e le preferenze vengono appiccicate con foglietti adesivi sprovvisti di timbri o firme dei scrutatori. Praticamente un Post-it appiccicato sulla Sovranità Popolare.
Si prosegue con la Sezione 8, dove il presidente Mario D’Afiero si muove nell’ambito delle arti visive: voti che nei verbali sono scritti a matita e poi diventano a penna, oppure viceversa, in un festival della difformità che viene liquidato con il passe-partout di tutti i pasticcioni d’Italia: “inesperienza e dimenticanza”.
Chiude il quartetto delle meraviglie la Sezione 28 di Ida Silvana Esposito Senna. Qui lo spoglio viene persino interrotto d’imperio perché il messo comunale passa a pretendere a gran voce di sapere “quanto sta facendo il Sindaco”, costringendo tutti a fermarsi e ricominciare. Si contano le schede ricevute (899) scambiandole per i votanti (che erano 556), si usano matite qualsiasi anziché quelle d’ordinanza e, tocco di classe finale, i voti attribuiti al solo Sindaco svaniscono nel nulla, invisibili nei verbali come i soldi nei trucchi dei prestigiatori.
In questo festival del dilettantismo amministrativo, il verbale finale dell’Ufficio Centrale fotografa Gennaro Giustino proclamato eletto con 19.404 voti contro i 15.707 della sfidante Alessandra Iroso. Tutto regolare? Solo sulla carta.
Perché se la matematica non è un’opinione, la gestione delle urne ad Afragola lo è stata eccome. Le ammissioni firmate dai presidenti mettono sul piatto materia da novanta per i ricorsi al TAR e, soprattutto, spianano la strada a un doveroso ed urgente esposto alla Procura della Repubblica. Quando le schede viaggiano da sole, i verbali vengono compilati da esterni non titolati e i voti evaporano nel nulla, non siamo di fronte a semplici schede bianche o nulle: siamo di fronte a una democrazia ridotta a carta straccia.


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