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AFRAGOLA. La politica non è fare azienda. Lezioni di Politica al fratello che voleva fare l’ispettore.

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AFRAGOLA – Caro Raffaele, permettila a chi ti considera da sempre un amico vero, un fratello minore a cui si vuole un gran bene, una premessa fondamentale: leggere la tua replica mi ha procurato un misto di affetto e profonda tenerezza.

Vedi, c’è una differenza abissale tra un brillante e capacissimo imprenditore — quale tu sei, e nessuno ti toglierà mai questo merito — e chi la Politica con la “P” maiuscola la vive, la respira e, soprattutto, la comprende nelle sue dinamiche più recondite. E dopo aver letto il tuo lungo, accorato post su Facebook, mi trovo costretto ad ammetterlo pubblicamente con un pizzico di delusione: mea culpa, ti avevo sopravvalutato come politico.

Pensavo di trovarmi davanti a un navigato stratega che muoveva le sue pedine sullo scacchiere comunale per far valere il peso di chi è stato determinante. E invece no. Ti arrampichi sugli specchi della semantica giuridica per spiegare a noi “poveri cronisti” che le tue non erano tre interrogazioni, ma semplici “richieste di chiarimento, informazioni ed estrazione documentale” ai sensi dell’articolo 43 del TUEL.

Ma davvero, Raffaele? Davvero vogliamo fare la lezione di grammatica amministrativa? Che tu lo chiami interrogazione, accesso agli atti o letterina di Babbo Natale, la sostanza politica — quella con la quale tu dovresti fare i conti ogni mattina — è identica. Hai preso carta e penna, hai formalizzato e protocollato per tre volte il tuo scetticismo mettendo nero su bianco dubbi, presunte anomalie, procedure farraginose e ombre sull’operato degli uffici. Se un consigliere di maggioranza deve protocollare le carte per farsi ascoltare dalla sua stessa amministrazione, significa che la porta di quel Palazzo non è di vetro: è blindata. E tu sei rimasto fuori sul pianerottolo.

Ma facciamo un piccolo ripasso di storia politica locale, giusto per insegnarti quello che sembra esserti sfuggito.

Tu non sei un passante capitato per caso tra i banchi dell’aula consiliare il 13 luglio 2026. Tu sei la mente e il braccio di un soggetto politico che alle ultime elezioni non solo ha schierato Più Europa, ma è stato capace di sfornare una seconda lista, portando in dote alla coalizione circa 4.000 voti. Quattromila preferenze decisive, senza le quali Gennaro Giustino il Sindaco lo avrebbe fatto forse al bar del corso, non a Palazzo di Città. Siete stati i primissimi a mettere il nome di Giustino sul tavolo della candidatura prima ancora che partisse la giostra elettorale.

E com’è finita questa grande storia d’amore politica? È finita che, dopo patti pre-elettorali d’acciaio, ti sei ritrovato — per tua stessa ammissione — a dover fare un passo indietro, poi un altro, e poi un altro ancora. Dalla rinuncia al Vicesindaco fino al ridimensionamento dell’Assessore e al rimodellamento delle deleghe. Un soggetto politico da 4.000 voti completamente mortificato, trattato come l’ultimo dei comprimari.

Ecco perché il tuo arrampicarti sugli specchi fa sorridere. Qualsiasi politico di razza, di fronte a un simile trattamento, avrebbe iniziato a fare quello che stavi facendo tu: mettere i bastoni tra le ruote, far sentire il fiato sul collo alla giunta e lanciare segnali di fumo (o bombe ad orologeria) per far valere il proprio peso. Questa è la Politica, Raffaele: la dialettica del potere, il riequilibrio delle posizioni. Invece tu te ne esci dicendo: “No, guardate che non ce l’ho con nessuno, sto solo facendo il mio dovere di consigliere!”.

Ma allora le ipotesi sono due, caro mio fratello, e non so quale sia la peggiore:

  1. O non conosci il tuo ruolo e le dinamiche della politica: un fondatore della prima ora della coalizione di governo non ha alcun bisogno di protocollare un accesso agli atti per sapere cosa succede in comune o a chi viene assegnato questo o quell’appalto. Se devi protocollare per sapere, significa che in quella maggioranza verosimilmente non ti calcola nessuno e che ti sei accontentato delle briciole, correndo ai ripari solo ora che la nave imbarca acqua.

  2. Oppure hai paura delle tue stesse azioni e appena vedi la stampa evidenziare la spaccatura che tu stesso stai provocando, fai marcia indietro e cerchi di mascherarla da “responsabilità istituzionale”.

Veniamo poi alla nota più dolente, quella che fa davvero cadere le braccia. Nel tuo post non manca il momento “muscolare”, con quell’elegante quanto ritrito riferimento ai “luoghi meno divertenti di Facebook” in cui stabilire i confini della reputazione, ricordando i tuoi trascorsi di querele ed esposti (siamo alla quarta, ci dici).

Vedi, caro Raffaele, questo è il classico riflesso condizionato della politica moderna: quando mancano gli argomenti e il dibattito si fa serrato, si tira fuori la clava della querela temeraria per tentare di zittire la stampa. Si prende la ricostruzione di un articolo, la si decontestualizza ad hoc, si cerca di delegittimare il ruolo del giornalista e si agita lo spettro del tribunale. È un film già visto, e sinceramente da te non me lo aspettavo. La stampa libera non si fa intimidire dalle minacce di querela, né tantomeno si fa zittire dalle tue personali interpretazioni di ciò che è cronaca e ciò che è critica. Se pensi di spaventare chi fa questo lavoro da anni raccontando la realtà dei fatti, hai sbagliato di nuovo indirizzo.

Le coincidenze geografiche, i dettagli sugli affidamenti diretti, gli incastri tra assessori, deleghe e consiglieri non sono “illazioni della fantasia giornalistica”: sono elementi pubblici presi da atti amministrativi ufficiali dell’Ente. Rilevarli, metterli in fila e porre domande è il mestiere del giornalista. Rispondere nel merito — senza minacciare citazioni in giudizio — sarebbe invece il mestiere del politico.

Continua pure a leggere le carte, caro Raffaele. Fai benissimo, anzi fallo sempre di più. Ma mentre tu leggi le carte, permetti a chi la politica la conosce da qualche decennio di leggere i comportamenti.

Agli altri lascerai pure i “castelli”, ma se continui con questo ingiustificato candore, a te e alla tua lista rischiano di restare soltanto le macerie. Con immutato affetto (ma con l’esigenza di spiegarti come va il mondo).

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AFRAGOLA. In via Cinquevie resiste la cappella votiva di “San Lello Botta”, protettore dei dipendenti della monnezza.

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AFRAGOLA – Ci sono politici che, una volta vinte le elezioni, ripiegano le bandiere, ringraziano gli elettori e si mettono al lavoro nei palazzi delle istituzioni. E poi c’è il Consigliere comunale Raffaele Botta, colonna portante della lista “A Viso Aperto”, nonché uno dei più ferventi e devoti sacerdoti del verbo del Sindaco Gennaro Giustino.

Per Botta, la campagna elettorale finita a maggio non è mai finita. È uno stato dell’anima, una condizione dello spirito, ma soprattutto un’esposizione permanente in Via Cinquevie.

Passando da quelle parti, il cittadino afragolese non assiste a un semplice ricordo della contesa elettorale: si imbatte in una vera e propria cappella votiva laica dedicata al culto della personalità. La vetrina del suo ex comitato elettorale presenta ancora, in tutto il suo splendore vintage, il faccione del candidato Botta che campeggia sovrano sul muro e sulle insegne. Un santuario del consenso in perenne attività che sfida il tempo, la fisica e, soprattutto, il Codice della Strada.

Se un povero commerciante afragolese provasse ad affiggere sulla propria vetrina uno striscione non autorizzato per svendere due paia di calzini, vedrebbe piombare nel giro di un quarto d’ora la Polizia Locale, gli ispettori dell’Ufficio Tributi, i blindo armati Centauro dell’Esercito e forse persino l’aviazione per rimozione coatta e sanzione immediata. Ma se la gigantografia appartiene al consigliere di maggioranza che “risponde alle promesse elettorali”, allora la vista della Polizia Locale si annebbia improvvisamente e subentra una strana forma di miopia selettiva.

Poco importa se l’articolo 23 del Nuovo Codice della Strada (D.Lgs. 285/1992, commi 1, 4 e 11 per i cultori della materia) vieti espressamente cartelli, manifesti e impianti pubblicitari visibili dalle strade in quanto potenziale fonte di distrazione per chi guida. E poco importa che la normativa elettorale vieti la propaganda figurativa fissa persino durante la campagna, figuriamoci a seggi chiusi da ben oltre tre mesi.

La gigantografia è sempre lì. Più che un comitato, sembra una sorta di simulacro a futura memoria, dove l’unica norma rispettata pare essere quella del “io so’ io e voi non siete…”. Un paradosso grottesco per chi dovrebbe rappresentare la legalità cittadina e che invece trasforma una via pubblica nella dependance del proprio ego.

Ma la statura politica di Raffaele Botta non si misura soltanto in metri quadri di vinile pubblicitario abusivo. No, il nostro condottiero di A Viso Aperto è un uomo d’azione, uno di quelli che le “risposte” alle promesse fatte in campagna elettorale non le manda a dire: le stabilizza direttamente in pianta organica.

Si dicono un gran bene delle sue straordinarie capacità di “orientamento professionale”: guarda caso, tra i banchi degli assunti e degli inserimenti nell’organico della ditta appaltatrice del servizio di igiene urbana, spuntano con festosa sistematicità i nomi di alcuni dei suoi più calorosi sostenitori della prima ora, con buona pace e consenso del dirigente all’Ambiente Francesco Affinito. Una coincidenza prodigiosa. La nettezza urbana ad Afragola non è mai stata così vicina alla politica delle risposte trasparenti: la monnezza si spazza, le promesse si spazzolano.

È il miracolo della democrazia partecipata: tu mi dai il voto, io ti do il camion della spazzatura, e insieme lasciamo il mio faccione sulla strada a sghignazzare in faccia al Codice della Strada e al decoro urbano.

D’altronde, con un politico di tale caratura che vigila sulla città dalle vetrate di Via Cinquevie come un Gargoyle di cartone pressato, gli afragolesi possono dormire sonni tranquillissimi. L’unica domanda che resta da farsi è: la sanzione per affissione abusiva la si recapita al Comune o direttamente alla ditta della spazzatura? Perché a questo punto, per coerenza, potrebbero raccogliere pure il manifesto.

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AFRAGOLA. Palazzo di vetro o castello di carte? Il “fuoco amico” sull’Amministrazione Giustino

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AFRAGOLATra commissari “fai-da-te”, elenchi secretati e singolari coincidenze geografiche, la maggioranza perde pezzi mentre l’opposizione si gode lo spettacolo. C’è un fantasma che s’aggira per i corridoi del Municipio di Afragola, e non indossa i panni dell’opposizione. Porta la spilla di Più Europa, siede tra i banchi della maggioranza e risponde al nome del Dottor Raffaele Mosca.

Negli ultimi mesi, il clima politico in città è diventato incandescente, ma la vera bomba a orologeria è esplosa dall’interno. Mosca ha infatti depositato ben tre interrogazioni consiliari che suonano come un vero e proprio atto di accusa alla macchina amministrativa guidata dal Sindaco Gennaro Giustino. Un’escalation di sospetti e contestazioni formali che trasforma l’avviso lanciato da Mosca al Primo Cittadino durante l’ultimo Consiglio Comunale — quel gelido “ti guarderò da lontano e vigilerò su tutto” — in una minaccia politica drammaticamente concreta. La maggioranza scricchiola, mentre la giunta trema.

Ma cosa ha spinto un esponente di spicco della coalizione di governo a vestire i panni del più spietato degli ispettori? Per capirlo basta leggere le sue istanze, infarcite di “considerato che” e “rilevato che” che lasciano ben poco spazio all’immaginazione.

Ombre sulle Gare: la tripla offensiva di Mosca

Al centro del mirino di Mosca sono finite due importanti procedure telematiche: l’Accordo Quadro per la Manutenzione di Vari Edifici Pubblici e l’appalto da 104 settimane per il Servizio di portineria, accoglienza e sorveglianza.

Il consigliere solleva nodi procedurali tutt’altro che trascurabili:

  • La strana “autonomina” del Dirigente: Mosca contesta apertamente la procedura adottata per la gara delle manutenzioni, dove l’Ing. Nunzio Boccia, nella sua qualità di Dirigente/RUP, avrebbe proposto e approvato la nomina di sé stesso a Presidente della Commissione Giudicatrice. Com’è possibile che chi controlla sia anche chi giudica? E perché rinviare la pubblicazione di tale nomina solo a valle delle valutazioni tecniche? Le commissioni si sono insediate e hanno lavorato prima della dovuta pubblicazione dei curricula e delle dichiarazioni di assenza di incompatibilità su Amministrazione Trasparente?

  • Il “mistero” sui partecipanti: Mosca esige la visione immediata e integrale dell’elenco degli Operatori Economici che hanno presentato offerta entro i termini. Pretende di conoscere ragione sociale, sedi, P.IVA, eventuali avvalimenti o RTI, oltre al numero preciso di imprese ammesse, escluse o riammesse con soccorso istruttorio. Cosa si nasconde dietro le quinte della piattaforma telematica Tuttogare? Mosca chiede persino i report di sistema e i registri dei log post-scadenza per tracciare ogni singolo accesso interno.

  • Imparzialità e “Pantouflage”: Viene sollevato un dubbio cruciale: i commissari hanno reso la formalizzazione della dichiarazione di assenza di conflitti di interesse dopo esser venuti a conoscenza dei nomi effettivi delle aziende in gara? E ancora: l’Ente ha effettuato i dovuti controlli sul divieto di pantouflage (art. 53, c. 16-ter, D.Lgs. 165/2001) per verificare che tra i concorrenti non vi siano ex dipendenti comunali passati al privato? Per non parlare della richiesta di esibire i Patti di Integrità e le verifiche antimafia legate alle White List.

Insomma, un quadro a tinte fosche. E il fatto che Mosca pretenda riscontri entro 5 giorni lavorativi, esigendo motivazioni analitiche di legge in caso di diniego, è il segnale che il tempo della diplomazia si è esaurito.

Un cortocircuito politico: la Giunta, la delega e il “contentino”

Ciò che rende la vicenda un autentico paradosso politico è la posizione dello stesso Mosca. Il consigliere fa parte della maggioranza in quota Più Europa, la medesima forza politica che in Giunta esprime un assessorato “pesante”: quello di Franco Moxedano.

Scorrendo il fittissimo pacchetto di deleghe in pancia a Moxedano — Personale, Servizi al Cittadino, Fondi PNRR, Edilizia Scolastica, Trasporto Locale, Viabilità e, guardacaso, Manutenzione — la domanda sorge spontanea: come fa un consigliere di maggioranza a sparare ad altezze ad altezze così elevate contro gli uffici del suo stesso assessorato di riferimento? Siamo di fronte a una faida interna al partito, a una presa di distanze preventive prima che esplodano eventuali scandali, o al preludio di una caduta dell’esecutivo Giustino?

Nel bel mezzo di questo scontro ad alta tensione, spunta poi un tassello che ha tutto il sapore di un divertito rompicapo contabile.

Con Determinazione Dirigenziale N° 1481 del 1° settembre 2026, l’Ente ha approvato un affidamento diretto (ex art. 50, comma 1, lett. b del D.Lgs. 36/2023) per i “servizi di custodia, portierato e reception h24” presso la nuova Isola Ecologica di Via De Chirico. Importo complessivo: 24.595,20 euro per appena 60 giorni di servizio, assegnati alla ditta OR.SA. Servizi Fiduciari Srls.

Una procedura fulminea — Trattativa Diretta MEPA aperta il 10 agosto alle 13:39 e chiusa l’11 agosto alle 12:00 — la cui ditta aggiudicataria ha la propria sede legale a Casoria. Ebbene, una curiosa quanto bizzarra coincidenza vuole che l’amministratrice di questa società risulti originaria della stessa ridente cittadina di provenienza dell’assessore Franco Moxedano: Mugnano di Napoli.

Certamente una pura casualità geografica, ci mancherebbe. Ma nell’intricata ragnatela della politica afragolese, dove i maliziosi vedrebbero un goffo “contentino” economico-gestionale elargito per placare le ire di un’area politica in subbuglio e ammorbidire il rigore di Mosca, resta il dato di fatto: le carte parlano, i dubbi aumentano e la maggioranza continua a ballare sul ponte del Titanic.

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AFRAGOLA. Presunti brogli elettorali. Il TAR fissa un’udienza, il “Sistema” fissa lo sguardo altrove

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AFRAGOLA – C’è una data, adesso. Non più un sospetto sussurrato nei corridoi, non più un’inchiesta liquidata con la solita liturgia del “veleni d’opposizione”, non più un articolo da smontare a colpi di comunicati stampa scritti da chi di mestiere fa il ventriloquo del potere per ottenere il rendiconto personale. C’è un timbro della Repubblica Italiana, un numero di ruolo generale, una sezione del Tribunale Amministrativo Regionale della Campania che ha deciso di occuparsene sul serio. 2 dicembre 2026, ore 11.30, Sezione Seconda del TAR Campania. Il Registro Generale è il 5158/2026. E l’oggetto, scritto nero su bianco, è di quelli che ad Afragola avrebbero preferito non veder mai stampato su carta intestata: l’annullamento del verbale delle operazioni dell’ufficio centrale elettorale — il famigerato mod. 51/com — relativo alle amministrative del 24 e 25 maggio 2026.

Per chi si fosse perso le puntate precedenti, e a chi ha fatto finta di perderle facciamo un piccolo, doveroso ripasso.

Tutto comincia la notte del voto, quando i numeri di Afragola iniziano a comportarsi in modo bizzarro: schede senza firma distribuite in una scuola, timbri che non tornano, sezioni in cui i voti ai singoli candidati superano magicamente il totale di lista. Il 31 maggio il Presidente della commissione elettorale centrale fa una cosa mai vista prima: sequestra tutti i 54 verbali delle sezioni cittadine. Passano i giorni e la vicenda, che l’amministrazione avrebbe voluto derubricare a fisiologico mal di pancia post-elettorale, finisce addirittura sui tavoli del Senato, con un’interrogazione parlamentare che chiede conto al Ministero dell’Interno di ciò che a noi, umili cronisti di provincia, era chiaro da settimane. A luglio arriva il primo movimento giudiziario concreto: Raffaele Iazzetta, della lista “Mastella Noi di Centro”, rimasto fuori dal Consiglio per uno scarto di voti minimo, deposita un Accesso agli Atti con la dicitura “MASSIMA URGENZA”, chiedendo di mettere le mani su verbali, tabelle di scrutinio e deliberazioni dell’Ufficio Centrale. Ad agosto la mossa si trasforma in ricorso vero e proprio: TAR contro il Comune di Afragola, contestando quella “mancetta” notturna di dieci voti che avrebbe spalancato, tra le tre e le quattro del mattino, le porte del Consiglio Comunale al consigliere Ferdinando Salzano.

Oggi sappiamo, grazie all’avviso di udienza firmato dal Tribunale Amministrativo, che la posta in gioco ha un numero preciso: 1.786 voti. È la cifra elettorale che il verbale ufficiale attribuisce alla lista “Mastella Noi di Centro” — cifra che, secondo il ricorso, sarebbe inferiore a quella effettivamente conseguita. Una manciata di preferenze fantasma, sparite chissà dove tra un seggio e un altro, che sulla carta hanno fatto la differenza tra il quindicesimo scranno di maggioranza assegnato alla lista “La Svolta Giusta” invece che, giustamente, alla lista n. 7. Non stiamo parlando di un dettaglio contabile da azzeccagarbugli: stiamo parlando del meccanismo con cui si decide chi siede in Consiglio Comunale e chi resta fuori. Della differenza, sottile quanto vitale, tra una democrazia e una controfigura di democrazia con le luci accese.

E qui arriva il punto, quello vero, quello che a Palazzo di Città preferirebbero non leggere mai. Per mesi ci hanno dato dei mistificatori. Per mesi i soliti tifosi da bar e i solerti scudieri di ventura hanno provato a trasformare inchieste documentate in “fantasie d’opposizione”, i nostri articoli in “veleni da campagna elettorale”, il lavoro giornalistico in un fastidioso incidente di percorso da derubricare con accuse diffamatorie, volendo attribuire alla nostra testata il loro stesso stile di vita.

Qualcuno, evidentemente pagato per questo, ha persino provato la strada della calunnia spicciola, del killeraggio mediatico in salsa afragolese, pensando che intimidire un cronista fosse più semplice che rispondere nel merito a una domanda scomoda. Bene: la Repubblica Italiana, con la calma solenne di chi non ha fretta ma nemmeno paura, ha fissato un’udienza. Non un’opinione. Un’udienza. Con un giudice, un’aula, un fascicolo.

Ecco perché scriviamo, ancora una volta, la stessa frase che ci hanno rinfacciato come fosse un’accusa: noi lo avevamo detto. Non per vanità, ma perché è la sintesi più onesta di un metodo di lavoro che non prevede scorciatoie: si scava, si verifica, si pubblica il documento — non l’illazione, il documento — e si lascia che sia la giustizia, quella vera, a fare il suo corso. In uno Stato di Diritto funziona così: le difese di rito, gli avvocati d’ufficio della propaganda, i manutengoli assoldati per spegnere una notizia con il rumore anziché con i fatti, possono continuare a recitare la loro parte. Ma un TAR che fissa un’udienza non si convince con un post sui social né si intimidisce con una querela temeraria. Si convince con le carte. E le carte, quelle vere, iniziano finalmente a parlare.

Il 2 dicembre lo sapremo. Fino ad allora, come sempre, continueremo a fare l’unica cosa che ci compete: raccontare i fatti, allegare i documenti, e lasciare che la verità — quella scomoda, quella che a qualcuno costa il sonno — faccia il suo lento, inesorabile lavoro.

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