
Afragola
AFRAGOLA. Il nome sulla pensilina e la cattedrale senza collegamenti. La politica del like dimentica che prima, ai binari, bisogna arrivarci
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AFRAGOLA – Se la democrazia nell’era dei social si potesse misurare dal livello di indignazione a favore di camera, il sindaco di Afragola Gennaro Giustino meriterebbe senz’altro una medaglia al valore digitale. Eccolo lì, impettito davanti allo smartphone, a tuonare contro la “vergogna” di una targa: la nuova fermata ferroviaria della variante Napoli-Cancello in zona San Marco si chiamerà “Stazione di Casalnuovo”. Scandalo! Affronto! Campanilismo violato! E via con la promessa solenne di una “battaglia totale” per ribattezzarla “Afragola San Marco”.
Viene quasi da commuoversi davanti a tanto ardore pattriottico. Se non fosse che, grattando appena sotto la patina del video acchiappa-consensi, la vicenda assume le forme grottesche della commedia dell’arte.
Partiamo dai fatti, quelli veri, che hanno la spiacevole abitudine di rovinare le comiziate da TikTok. La denominazione “Stazione fermata Casalnuovo ricadente nel Comune di Afragola” non è uno sgarbo calato dal cielo ieri notte da un burocrate di Rete Ferroviaria Italiana con il dente avvelenato. È un dato figurato nero su bianco nei progetti definitivi fin dal 2015, e affonda le sue radici concettuali addirittura alla fine degli anni ’90. Parliamo di quasi trent’anni di carte, conferenze di servizi, varianti ed elaborati tecnici.
Ora, la domanda sorge non spontanea, ma d’obbligo: dov’era Giustino mentre questa denominazione prendeva forma? Perché la storia istituzionale non mente: il sindaco occupa gli scranni del Consiglio Comunale di Afragola ininterrottamente dal lontano 1997. Tranne la parentesi quinquennale dell’amministrazione Tuccillo, è sempre stato lì, seduto a fare l’opposizione (o il consigliere di maggioranza a seconda delle stagioni). In quasi trent’anni di vita pubblica all’ombra del Municipio, mai si è udito un suo sibilo, un’interrogazione, un ordine del giorno su quella targa.
Delle due l’una: o per un quarto di secolo non gliene è importato nulla di ciò che accadeva sul territorio che si candidava a governare, oppure non ne sapeva assolutamente niente. Tertium non datur. E non si sa quale delle due ipotesi sia più inquietante per un cittadino che oggi lo vede seduto sullo scranno più alto della città.
Ma il capolavoro della demagogia si consuma sulla sostanza. Mentre il primo cittadino d’Afragola imbraccia l’elmo di Scipio per difendere i confini catastali di una pensilina, la realtà fuori dallo schermo batte cassa. La nuova stazione nasce per sostituire la storica fermata casalnuovese del 1843 ed è destinata a raccogliere un bacino enorme di utenti. Ha una sua logica storica e trasportistica. Ma pure se l’avessero chiamata “Afragola Centrale”, “San Marco Superiore” o “Luna Park”, per i cittadini di Afragola e di Casalnuovo sarebbe cambiato esattamente zero.
Perché a un pendolare che la mattina deve prendere un treno per andare a lavorare o a studiare, di cosa c’è scritto sul cartello azzurro non importa un bel niente. Al pendolare interessa una sola, banale, drammatica domanda: “Come cazzo ci arrivo a quella stazione?”
Ed è qui che casca l’asino e si svela l’inconsistenza dell’azione amministrativa. Sul versante di Casalnuovo – piaccia o non piaccia al Sindaco Giustino – il suo collega Giovanni Nappi, tra mille difficoltà e l’ira comprensibile dei comitati civici furiosi per la chiusura del vecchio scalo e i tagli alla Circumvesuviana, ha quantomeno aperto il cantiere dell’accessibilità: incontri, pressioni sugli enti, viabilità provvisoria, navette. Da Afragola, invece, il vuoto spinto. Zero. Niente. Neppure nel programma elettorale di Giustino vi era traccia di una visione infrastrutturale o di viabilità integrata attorno allo snodo di San Marco.
Un’assurdità tragica, se si pensa che per una fetta enorme di residenti afragolesi la fermata di San Marco sarebbe persino più comoda e vicina rispetto all’avveniristica (e per molti versi ancora disconnessa e incompiuta) Cattedrale nel Deserto della Stazione AV. Ma oggi, a nastro tagliato, un cittadino d’Afragola che abita lontano da San Marco non sa come arrivarci: mancano i bus dedicati, mancano le piste ciclabili, mancano i parcheggi di scambio, mancano i marciapiedi sicuri. In compenso, abbiamo un video del Sindaco che promette di cambiare l’etichetta sulla scatola vuota.
È l’ennesima dimostrazione di una politica provinciale e miope, incapace di ragionare per “area vasta”. Afragola e Casalnuovo non sono due principati medievali divisi da un fossato e da un ponte levatoio; sono un unico tessuto urbano dove la gente vive, lavora e si muove senza guardare i confini di mappa. Continuare a soffiare sulle ceneri del campanilismo per racimolare quattro like e tre consensi da bar è un esercizio stanco che svela la totale assenza di priorità.
A questo punto, bisogna avere il coraggio di spiegare al Sindaco – e a chi gli va dietro – come si amministra una comunità. Le priorità di chi governa si misurano sui servizi reali: i trasporti integrati, le navette di collegamento, la sicurezza delle strade, i parcheggi pubblici a prezzi umani, le sinergie con i comuni vicini per evitare che la gente spenda 200 euro al mese solo per percorrere tre chilometri.
Tutto il resto sono sciocchezze demagogiche da avanspettacolo. Chiamate quella stazione come vi pare, ma metteteci i pullman per arrivarci. Altrimenti avrete aggiunto soltanto un’altra luccicante e inutile cattedrale nel deserto alla collezione.
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Afragola
AFRAGOLA. Sulle illazioni del Sindaco Giustino, l’opposizione indignata: “faccia nomi e cognomi”
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10 Ottobre 2026
AFRAGOLA – Quando l’amministrazione di una città inizia a scricchiolare sotto il peso dei propri fallimenti, delle strade paralizzate, dei servizi al collasso e dei clamorosi autogol istituzionali, la reazione di chi governa segue spesso un copione trito e ritrito: inventare un nemico esterno, alzare il polverone e buttare la palla in tribuna.
È la classica tecnica della cortina di fumo, una strategia comunicativa tanto disperata quanto pericolosa, che nelle ultime ore il Sindaco Gennaro Giustino ha deciso di spingere fino alle sue conseguenze più estreme.
Ospite di una web TV locale, il Primo Cittadino si è lanciato in una requisitoria televisiva dai contorni torbidi e surreali. Parlare di presunte “minacce in aula”, di una fantomatica “claque dell’opposizione” che intimidirebbe i consiglieri di maggioranza e di “personaggi” che accompagnerebbero le minoranze per far degenerare il dibattito pubblico, non è semplicemente la solita esasperazione semantica a cui Giustino ci ha abituati. È qualcosa di molto più grave.
Allusioni striscianti e fango istituzionale
Tra le righe del discorso del Sindaco s’intravede una trama maliziosa e velenosa: il tentativo strisciante di lasciar intendere che l’opposizione si accompagni o si faccia scortare da ambienti opachi o da soggetti poco raccomandabili. Una narrazione calunniosa, pensata ad arte per gettare ombre sulla moralità delle minoranze e, al contempo, per vestire i panni della vittima “intimidita”.
Di fronte a questa spregiudicata operazione di delegittimazione, l’opposizione consiliare si compatta e risponde con una voce sola, ferma e intransigente.
I consiglieri comunali Alessandra Iroso, Biagio Castaldo, Giacinto Baia, Francesco Fusco, Arcangelo Ausanio, Rosaria Pecchia e Tommaso Bassolino rispediscono compatti al mittente ogni singola insinuazione, smontando pezzo per pezzo il teorema vittimista del Primo Cittadino.
La nota congiunta dell’Opposizione: “Basta omertà tattica, si facciano i nomi”
«L’opposizione ad Afragola non ha bisogno di farsi accompagnare, sponsorizzare, proteggere o imbeccare da nessuno. Ognuno di noi risponde esclusivamente al proprio mandato elettorale, alla propria coscienza e ai cittadini di Afragola che ci hanno votati per tutelare la democrazia e la legalità in questo Comune.
Le dichiarazioni del Sindaco Giustino sono d’una gravità inaudita. Ventilare l’esistenza di “minacce” o di presunti figuri che condizionerebbero l’aula consiliare non è una boutade da talk-show: se fosse vero, saremmo di fronte a reati gravissimi consumati all’interno di un’assise pubblica.
Ed è per questo che diciamo al Sindaco: basta con le illazioni, basta con il fango lanciato nel mucchio per distrarre la città dai disastri di questa amministrazione. Se il Sindaco è davvero l’uomo coraggioso e il paladino della legalità che sbandiera di essere in campagna elettorale, abbia la dignità e il dovere civico di fare NOMI e COGNOMI.
Chi ha minacciato chi? Quali sarebbero questi “personaggi”? Quando e dove si sarebbero verificati questi episodi? Se ci sono prove o denunce reali, si tirino fuori i verbali e si vadano a depositare gli atti alla Procura della Repubblica. Se invece si tratta dell’ennesima sceneggiata per nascondere la fuga della maggioranza dal Consiglio Comunale e l’incapacità di gestire la città, allora Giustino chieda scusa all’intera assise e alla comunità afragolese.»
Il bluff della vittima e la realtà di una città abbandonata
La verità è che la maschera è caduta. Alzare i toni e lanciare accuse gravissime a mezzo stampa serve solo a coprire il vuoto amministrativo di quasi cinque mesi di governo: tra voragini aperte e dimenticate, viabilità al collasso, vigili urbani introvabili e teatrini indecorosi in aula.
L’opposizione – da Alessandra Iroso a Tommaso Bassolino, passando per Castaldo, Baia, Fusco, Ausanio e Pecchia – dimostra ancora una volta che non si farà né intimidire dalle narrazioni tossiche del Palazzo, né trascinare nella rissa da bar in cui la Giunta Giustino spera di affogare i propri fallimenti.
Il tempo delle parole vaghe e delle ombre cinesi è finito. Il Sindaco faccia i nomi o ammetta di aver mentito alla città per puro calcolo politico. Terze vie non ce ne sono.
Afragola
AFRAGOLA e il pascolo di Palazzo Moriani: tra deontologia calpestata e dromedari in aula
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4 giorni fail
10 Ottobre 2026
AFRAGOLA – C’è una norma fondamentale della Repubblica che non si trova nei testi del Codice Civile o nelle sentenze della Cassazione, ma nel buon senso e nell’educazione istituzionale più elementare: la dignità dell’Istituzione. L’articolo 39 del Testo Unico degli Enti Locali (D.Lgs. 267/2000) disegna la figura del Presidente del Consiglio Comunale come il garante super partes dell’intera assise. Chi siede su quella scranna rappresenta la neutralità, la solennità e il decoro della massima assemblea democratica cittadina. È l’organo di garanzia per eccellenza, chiamato a dirigere i lavori con terzietà, a far rispettare la disciplina e a tutelare l’autorevolezza del luogo in cui si decide il futuro della collettività. Ma ad Afragola, purtroppo, il decoro istituzionale è stato letteralmente masticato, triturato e inghiottito.
La lezione di galateo istituzionale: l’Autorevolezza non si compra a pacchetti
Il Consiglio Comunale è un’assise pubblica. I verbali restano, le riprese video fanno la storia della città, e i cittadini in aula o da casa osservano chi li rappresenta. Come può un Presidente del Consiglio pretendere rigore, disciplina e rispetto del pubblico o dell’opposizione se per primo dimentica le basi del galateo istituzionale? Chi esige compostezza dall’aula deve innanzitutto offrire un modello irreprensibile di condotta. Quando il ruolo di garanzia e la solennità dei lavori vengono sviliti da atteggiamenti caricaturali e informali, non è soltanto chi presiede a perdere di credibilità: è l’intera città ad essere svilita. Un Presidente è tenuto ad attenersi a uno standard d’immagine, di forma e di sostanza consono alla carica che ricopre. La forma, nelle Istituzioni, è sostanza. E quando viene meno la forma, resta solo la farsa.
Il “Pascolo” di Palazzo Moriani: il trio del chewing-gum
E qui la cronaca cede il passo alla satira, perché l’immagine offerta da parte della maggioranza durante l’ultimo Consiglio ha valicato i confini del grottesco. Mentre si consumava il bavaglio politico con la fuga programmata per non far parlare l’opposizione, la scranna della Presidenza e i banchi della maggioranza sembravano essersi trasformati in un’oasi sahariana durante la pausa pranzo. Al centro della scena il Presidente Antonio Caiazzo, il quale — forte del suo piglio da severo custode dell’ordine — ha condotto l’intera seduta con una gomma da masticare sapientemente lavorata a ritmo continuo. Masticava con la tenacia di chi deve battere un record, scandendo i tempi dei lavori con la cadenza ritmica del proprio palato.
Al suo fianco, in perfetto affiatamento di pascolo, la consigliera Sara Tralice e il re dei social Lello Botta, impegnati a loro volta in una performance di masticazione sincronizzata degna di una riserva naturale. Un terzetto che ricordava una carovana di dromedari adolescenti intenti alla ruminazione pomeridiana, del tutto ignari della solennità del luogo.
Masticazione amara e nervosismi da tastiera
Ma tra tutti, il ritmo di ruminazione più interessante è stato indubbiamente quello del consigliere Lello Botta. La sua era una masticazione diversa: contratta, nervosa, visibilmente amara. E come dargli torto? Dopo aver inondato i social network di un “post-fiume” intriso di lezioni di politica di altissimo profilo tecnico ed etico, la dura realtà dell’aula lo ha messo di fronte ai suoi fantasmi. Presentatomi personalmente tra il pubblico di Palazzo Moriani — mantenendo l’impegno preso nello scorso editoriale di venire ad ascoltare dal vivo le sue perle di discernimento politico —, il “leone da tastiera” si è riscoperto improvvisamente domato.
Incapace di prendere la parola in aula anche per le note e conclamate ragioni di disciplina di scuderia, e visibilmente braccato dalla presenza del sottoscritto tra il pubblico, Botta ha tradito un nervosismo da record. Al punto da tentare la mossa disperata: sollecitare il richiamo e l’allontanamento del sottoscritto solo perché interloquivo a bassissima voce con una collega giornalista, esattamente come faceva tutto il resto del pubblico presente. Quando le prediche da tastiera si scontrano con la realtà dei fatti e con la presenza fisica di chi quelle prediche le analizza e le firma, la tastiera tace, il leone ruggisce solo verso il pubblico e alla politica non resta che… una gomma da masticare per inghiottire il rospo.
Ripristinare la dignità delle Istituzioni
Afragola non merita consiglieri da tastiera muti in aula, né Presidenti che trasformano la gestione della democrazia in una pausa bar. Le Istituzioni richiedono rispetto, preparazione, ma soprattutto educazione istituzionale. Chi non è in grado di stare in aula con la compostezza richiesta dal ruolo che riveste, forse dovrebbe ricordare che la rappresentanza democratica è un onore, non una parentesi ricreativa.
Afragola
AFRAGOLA. Il “Regime della fuga” e il bavaglio alla democrazia: la maggioranza spegne i microfoni e se la dà a gambe
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5 giorni fail
9 Ottobre 2026
AFRAGOLA – Dal 2017 la redazione di Minformo segue, racconta e sviscera la politica afragolese. Ne abbiamo viste di tutti i colori: giunte balneari, ribattoni, cadute rovinose e Consigli trasformati in gazzarre da bar. Ma la pagina di puro oscurantismo e squallore istituzionale consumata oggi a Palazzo Moriani merita un capitolo a parte nella storia della vergogna cittadina.
All’ordine del giorno, ottenuto soltanto grazie all’ostinazione ironica e implacabile dell’opposizione (che ha preteso la seduta, altrimenti la questione sarebbe stata sotterrata), c’era la chiusura dell’Ufficio del Giudice di Pace. Un presidio di legalità e di servizio al cittadino sfilato sotto il naso della comunità.
La maggioranza, guidata dal Sindaco Gennaro Giustino, si è presentata in aula sfoggiando una maschera di ipocrisia titanica: a parole si sono detti d’accordo con l’opposizione, sperticandosi in lodi per la salvaguardia dell’ufficio. Peccato che i fatti, scolpiti nei documenti ufficiali, raccontino tutt’altra verità: La guerra agli avvocati in tribunale: Il 13 agosto 2026, mentre Giustino raccontava ai giornali di voler salvare la sede, firmava di pugno la procura al legale del Comune per costituirsi in Consiglio di Stato CONTRO il ricorso degli avvocati che chiedevano di annullare la chiusura e riaprire lo sportello. Insomma, un capolavoro di doppiogiochismo: piangono la morte dell’Ufficio in pubblica piazza, mentre nelle aule giudiziarie firmano per staccargli la spina.
Lello Botta: il leone da tastiera mutato in peluche d’aula
In questo palcoscenico di cartapesta, la vera macchietta politica della giornata è stata interpretata dal consigliere Lello Botta. Ci si aspettava una difesa d’ufficio, un ruggito, una delle sue celebri reprimende da social network. E invece? Il nulla. Zero assoluto. Muto come un pesce rosso in una boccia di plastica.
Il leone da tastiera, abilissimo nel digitare reprimende a trecento battute al minuto al riparo dal monitor di casa, una volta seduto sulla poltrona di Palazzo Moriani è stato colto da un improvviso e congenito mutismo selettivo. Nessun intervento, nessuna spiegazione alla città, nessuna traccia di sostanza. Una condotta politicamente ottusa che dimostra quanto certi eletti siano sideralmente distanti dalle esigenze reali dei cittadini. Quando la politica richiede di guardare in faccia gli elettori e difendere gli atti con argomentazioni logiche, il “leone dei post” si scioglie e si trasformante nel più innocuo dei peluche.
Il Sindaco despota e il Presidente suddito
Ma il punto di non ritorno, la vera aggressione alle regole democratiche, si è consumato sulla pelle del dibattito pubblico. Il Presidente del Consiglio Antonio Caiazzo aveva rassicurato la leader dell’opposizione Alessandra Iroso: le avrebbe concesso la parola subito dopo la votazione dell’ordine del giorno promosso dal consigliere Biagio Castaldo, così da consentire di concordare la stesura di un atto vincolante per il prossimo Consiglio per bloccare l’iter burocratico della soppressione.
Ma è bastato uno sguardo e un diktat del “Capo” per far crollare il teatrino. Infastidito dalla prospettiva di dover ascoltare un intervento che avrebbe smascherato le menzogne della maggioranza, il Sindaco Giustino ha ordinato a Caiazzo di chiudere il microfono e non far parlare la Iroso.
In quel preciso istante, Giustino ha svestito i panni istituzionali del Primo Cittadino per usurpare la sedia del Presidente del Consiglio. E Caiazzo? Non un garante super partes caduto dalle nuvole, ma un perfetto complice d’astuzia. Con voce flebile si è allineato ai diktat del Sindaco, provando a giustificare l’inadempienza con motivazioni giuridico-grottesche.
La recita di Caiazzo e la fuga programmata
Di fronte alle vibranti proteste della consigliera Iroso — che pretendeva solo l’esercizio di un diritto sacro e fondamentale garantitole dalla legge —, è scattato il piano coordinato tra Sindaco e Presidenza. La maggioranza ha abbandonato in blocco l’aula consiliare per far venir meno il numero legale. È qui che si è consumata la farsa nella farsa: Antonio Caiazzo, tutt’altro che sprovveduto, ha fatto accendere il microfono e ha “gentilmente” concesso la parola alla Iroso solo quando si è accertato che i banchi della maggioranza fossero ormai desolatamente vuoti. Una concessione d’opportunità, una finzione ad uso delle telecamere per lavarsi le mani, sapendo benissimo che l’intervento sarebbe durato appena una manciata di secondi.
Infatti, puntuale come da copione, il Sindaco Giustino ha immediatamente chiesto la verifica del numero legale. Tabellone rosso. Numero legale assente. Consiglio sciolto e microfono definitivamente spento. Nessun imprevisto, dunque, ma un inganno calcolato a tavolino: il Presidente fa finta di concedere la parola, la maggioranza scappa e il Sindaco fa scattare la tagliola del numero legale. Avere i numeri per governare è la democrazia. Usarli per darsi alla fuga e mettere in scena teatrini per silenziare l’opposizione è codardia politica. Ad Afragola la democrazia oggi non si è spenta per un dibattito acceso, ma è soffocata nella messinscena di una maggioranza che ha paura persino del proprio microfono.


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