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CAIVANO. Dalla Pedalina a Word. Il vicesindaco si mette a fare lo Sherlok Holmes autoreferenziale sulla storia politica cittadina

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CAIVANO – Se la politica caivanese d’oggi fosse una commedia di Totò, saremmo bloccati alla scena del “pasticcio di falsificazione” di Totò e la banda degli onesti. Solo che al posto dell’esimio tipografo Lo Turco e del ragionier Bonocore, oggi a Palazzo abbiamo la versione aggiornata dei “tuttologi con stelletta”: amministratori che, stanchi di non saper gestire l’ordinaria amministrazione del presente, si riscoprono improvvisamente luminari di perizie grafologiche e storia della tipografia del Novecento.

La vicenda è da antologia. Il collega Ciro Pisano riporta alla luce un reperto storico di rara eleganza: un manifesto del Partito Liberale Italiano di Caivano datato 1° giugno 1957. Un foglio ciclostilato in cui i liberali dell’epoca chiedevano conto all’Avvocato Vincenzo Donesi — figura storica, primo sindaco antifascista della città — delle sue denunce su presunte “ruberie” di palazzo. Un dibattito rigoroso, politico, d’altri tempi.

Il documento pubblicato da Ciro Pisano

Ma ecco il colpo di scena. Nei commenti arriva l’imprescindibile parere del Vicepresidente della Giunta Angelino, il colonnello (pensionato con grado di Generale) Vincenzo Caiazzo. Il quale, dismessi i panni del governo cittadino, indossa la lente d’ingrandimento e la mantellina da Sherlock Holmes e ci regala una perizia forense gratis sui social.

La sentenza del Generale-Vicesindaco è fulminea: il documento è “sospetto”, verosimilmente “manomesso”. E la prova regina del complotto storiografico quale sarebbe? “Sulla carta ci sono due caratteri differenti, neanche simili!”, e siccome nel 1957 non c’era Microsoft Word per fare il cambio font con un click, secondo l’esimio perito dell’Ente qualcuno deve aver taroccato il manifesto!

La grande lezione di tipografia per l’Esimio Perito

Siamo di fronte a un capolavoro di autoreferenzialità e saccenza che merita un’adeguata lezione di storia, prima ancora che di decenza istituzionale.

Caro Vicesindaco, prima di sfoggiare “ventenni di perizie forensi” da tastiera per difendere la memoria di famiglia o sparare perizie a gettone sui social, basterebbe ripassare le basi della stampa tipografica di metà Novecento.

Negli anni Cinquanta le tipografie non usavano né Microsoft Word né i computer di Cupertino. Si usavano le gloriose macchine a pedale — le celebri “Pedarine” immortalate dal principe della risata — e i punzoni di piombo composti a mano. Nelle tipografie di provincia (e persino nelle commissioni dirette curate dagli stessi politici per far risaltare il testo) i caratteri di piombo venivano conservati in cassettoni divisi per stili: da una parte i Serif (quelli con le grazie), dall’altra i Sans-serif (i bastoni), fino ai gotici e ai corsivi.

Nel volantino del 1957 non c’è nessun complotto, nessuna cospirazione digitale viaggiante nel tempo: il tipografo dell’epoca mise semplicemente in composizione la prima parte del testo usando un font con le grazie (Serif) per l’introduzione solenne, e la seconda parte usando un font bastone (Sans-serif) per dare risalto al corpo dell’affondo politico! Un’operazione elementare di impaginazione manuale da mastro tipografo che persino un garzone di bottega dell’epoca avrebbe riconosciuto al primo sguardo.

La sindrome del “So tutto io” di Palazzo

La vicenda fa sorridere per il suo retrogusto farsesco, ma mette a nudo la vera patologia di questa Amministrazione: l’incontinenza della saccenza.

A Caivano abbiamo assessori e vicesindaci che si autoproclamano specialisti di qualsiasi branca dello scibile umano. Se c’è da spiegare il funzionamento dei rifiuti, accusano i cittadini di “non saper leggere le istruzioni”. Se c’è da motivare un blitz sulle casse comunali, tirano in ballo emergenze contabili inesistenti. E se oggi un giornalista pubblica un documento storico del 1957, il Vicesindaco si trasforma istantaneamente in un perito balistico e grafologico per spiegarci che la storia è “manomessa” perché non si ricorda come funzionava una tipografia di settant’anni fa.

Caro Generale-Vicesindaco, la storia politica di Caivano e la memoria dell’Avvocato Donesi si difendono con il rigore dei fatti e il rispetto dei documenti, non con la fantapolitica da tastiera e i teoremi sulla “manomissione” dei font.

Invece di improvvisarsi perito forense sulla stampa a piombo degli anni Cinquanta, provi a dedicare il suo tempo ed esaminare con la stessa acribia i documenti odierni dell’Albo Pretorio di Caivano: lì sì che tra delibere d’urgenza, determina al privato e capitoli di spesa prosciugati, troverebbe materiale vero per cui esercitare il sacro dovere del dubbio e della trasparenza.

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