CAIVANO – C’è chi entra in Consiglio comunale e chi, invece, entra direttamente nel manuale del perfetto neofita istituzionale. A Caivano, lo scorso novembre 2025, Lorenzo Ebarone viene eletto consigliere comunale. Evento legittimo, democratico, rispettabile. Qualche tempo dopo, però, la politica lascia l’aula e si trasferisce su Facebook, dove il consigliere crea la propria pagina sociale con “Consigliere dott. Lorenzo Ebarone”, corredando il tutto con una copertina impreziosita dal logo ufficiale del Comune di Caivano.
Ed è qui che la satira, purtroppo, diventa cronaca. Perché se è vero che i social non sono il Palazzo, è altrettanto vero che le regole istituzionali non vanno in ferie quando si accende lo smartphone. L’uso del logo comunale, infatti, non è un gadget decorativo, né un adesivo da campagna permanente.
Lo stemma non è un gadget (e il Consiglio non è un profilo Facebook)
A Caivano succede anche questo: si viene eletti in Consiglio comunale e, quasi fosse un upgrade automatico, si pensa che insieme alla fascia tricolore del sindaco arrivino anche i diritti d’uso illimitato dei simboli dell’Ente. Così, tra una modifica al nome profilo e una copertina ben impaginata, lo stemma del Comune finisce serenamente su Facebook, come se fosse un logo aziendale o, peggio, un distintivo personale.Peccato che il Comune non sia un brand e lo stemma non sia un gadget promozionale.
Quando la norma disturba l’entusiasmo
La questione è meno opinabile di quanto si voglia far credere. Il DPR 7 aprile 2000, n. 121, che disciplina l’uso dello stemma e del gonfalone degli enti locali, è chiarissimo.All’articolo 1 stabilisce che:
“Lo stemma dell’ente locale è utilizzato esclusivamente per fini istituzionali.”
Esclusivamente. Avverbio scomodo, ma giuridicamente devastante per ogni tentazione creativa.L’articolo 2 rincara la dose:
“L’uso dello stemma da parte di soggetti diversi dall’ente è subordinato ad autorizzazione dell’organo competente.”
E qui cade il castello di sabbia: il consigliere comunale non è l’Ente, ma un componente di un organo collegiale. Non rappresenta individualmente il Comune e non può appropriarsi dei suoi simboli per la propria comunicazione personale, men che meno sui social network.
Il regolamento comunale (quello che nessuno legge)
A rendere il quadro ancora più netto intervengono i Regolamenti comunali per l’uso dello stemma e del gonfalone, obbligatori in tutti i Comuni e quasi sempre identici nella sostanza. La formula è più o meno questa:
“Lo stemma e il logo del Comune possono essere utilizzati esclusivamente su atti ufficiali, pubblicazioni, siti istituzionali e manifestazioni promosse o patrocinate dall’Ente. È vietato l’uso su profili social personali, strumenti di comunicazione privata, materiale politico o di propaganda.”
Traduzione per neofiti: Facebook personale, più strumento privato, uguale uso vietato.
Il problema non è Facebook, è la cultura istituzionale
Ora, sia chiaro: non siamo davanti a un colpo di Stato né a un crimine contro la Repubblica. Ma siamo davanti a qualcosa di più insidioso: il dilettantismo istituzionale. Quello che nasce quando una maggioranza politica – quella che sostiene il sindaco Antonio Angelino – venduta ai più come il cambiamento e la legalità fatta persone, non forma i propri eletti, non vigila e non richiama al rispetto delle regole più elementari. E pensare che l’Ebarone è il terzo eletto di “Caivano Conta” con 504 preferenza, quindi diretta espressione del Sindaco.
Il sindaco non è il grafico dei consiglieri, ma è il garante politico della sua squadra. Quando queste “leggerezze” passano inosservate o, peggio, tollerate, il messaggio è chiaro: la legalità è un concetto elastico, le regole sono dettagli, la forma è un optional, l’istituzione un accessorio grafico. E invece no. La forma è sostanza, soprattutto per chi governa.
Quel “Consigliere” davanti al nome: lecito, ma utile?
Capitolo a parte merita l’ostentazione onomastica: “Consigliere dott.” davanti al nome. Sia chiaro: è legittimo, è consentito, è una libera scelta personale. Nessuna norma lo vieta. Ma la politica – quella vera – insegna una lezione antica: le cariche si esercitano, non si esibiscono.
Mettere “consigliere” nel nome non rende più autorevoli, più competenti o più credibili. L’autorevolezza non nasce da un titolo anteposto, ma da atti, comportamenti, studio delle regole e rispetto delle istituzioni. A volte, anzi, l’eccesso di etichette tradisce una certa insicurezza di fondo, come se il ruolo avesse bisogno di essere ricordato a ogni scroll.
Conclusione: dilettanti allo stemma
Questa vicenda, apparentemente minore, è in realtà uno specchio fedele di una classe dirigente che confonde l’investitura democratica con l’appropriazione simbolica dell’ente. Un’amministrazione che vuole essere credibile dovrebbe partire da qui: dalle regole semplici, dai confini chiari, dal rispetto delle istituzioni anche, e soprattutto, quando nessuno applaude. Perché il Comune non è una copertina. E il logo non fa il consigliere.