CARDITO – Mentre il tessuto economico locale annaspa e le famiglie carditesi fanno i conti con i rincari di fine mese, a Palazzo di Città scatta improvvisa l’emergenza dell’accoglienza. La Giunta guidata dal sindaco Nunziante Raucci, con un tratto di penna e una delibera d’urgenza votata a inizio ottobre, ha deciso di lanciare Cardito nell’agone dei grandi progetti SAI (Sistema di Accoglienza e Integrazione).
Obiettivo: intercettare una montagna di denaro pubblico erogata dal Ministero dell’Interno tramite i fondi FAMI. Si parla di ben 2.505.944 euro per il prossimo biennio, divisi tra l’accoglienza di 40 immigrati ordinari e 20 minori stranieri non accompagnati.
Una cifra capogiro. Una torta da oltre due milioni e mezzo di euro che ha spinto l’amministrazione a correre a rotta di collo, pubblicando avvisi di manifestazione d’interesse con scadenze a tempo di record.
Ma prima di addentrarsi nella solita giungla burocratica di cooperazione e privato sociale, la domanda che ogni cittadino dotato di buon senso e senso critico dovrebbe porsi è solo una: Cardito aveva davvero bisogno di questo piano di integrazione?
Un’integrazione per chi? Le domande che nessuno al Municipio vuole sentire
Quando si mettono in piedi progetti di questa portata, la retorica dell’accoglienza a tutti i costi tende a coprire la realtà dei fatti.
La comunità carditese necessita davvero di nuove forze lavoro da integrare nel proprio tessuto sociale? Esiste sul nostro territorio una richiesta non soddisfatta di manodopera in settori specifici? Ci sono forse aziende locali del manifatturiero, dell’agricoltura o del terziario disperatamente alla ricerca di braccia per mansioni che gli italiani non vogliono più fare?
Oppure si sta trasformando Cardito in un hub dell’accoglienza calato dall’alto, senza un’analisi preventiva dei bisogni reali del territorio e delle sue reali capacità di assorbimento e reale integrazione?
Perché la vera integrazione non si fa firmando avvisi per la somministrazione di vitto, alloggio e mediazione culturale. La vera integrazione si fa quando c’è un tessuto produttivo pronto a riassorbire chi arriva, garantendo dignità e lavoro vero. Senza un tessuto economico in grado di offrire queste opportunità, il rischio concreto è che l’accoglienza rimanga solo un business per chi la gestisce e una scatola vuota per la città e per gli stessi ospitati.
La battaglia dell’opposizione: trasparenza prima del piatto ricco
Dinnanzi a questa manovra milionaria varata in sordina e a ritmi serrati, l’opposizione consiliare ha deciso di alzare la testa e andare fino in fondo.
Con una richiesta ufficiale protocollata d’urgenza e indirizzata anche al Prefetto di Napoli, i consiglieri di minoranza hanno preteso la convocazione immediata dell’assise cittadina. Vogliono vederci chiaro su uno schema che puzza di fumo lontano un miglio: dai criteri di selezione dei soggetti del privato sociale, al rispetto delle linee guida, fino alla reale opportunità di impegnare il territorio in una sfida così delicata senza un minimo di dibattito pubblico.
La minoranza chiede democraticamente che le carte vengano scoperte in Consiglio Comunale prima che scadano i termini dell’avviso e si consumino giochi già fatti.
Perché quando sul tavolo dell’amministrazione ci sono 2,5 milioni di euro, il sospetto che l’urgenza di “integrare” sia in realtà l’urgenza di “incassare e distribuire” a qualche cooperativa amica diventa più di una maliziosa illazione. È da quella cifra – troppo ghiotta per non far venire l’acquolina in bocca a molti – che bisogna partire per fare piena luce.
I cittadini di Cardito non hanno bisogno di slogan sull’accoglienza né di blitz burocratici ad alto budget. Hanno diritto alla trasparenza. E l’opposizione, questa volta, sembra intenzionata a non fare sconti a nessuno.