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Il tuo domani non può aspettare: perché decidere oggi è il più grande atto d’amore

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In Campania, la cultura del “testamento biologico” fatica a decollare. Eppure, depositare una DAT non significa arrendersi, ma garantire a sé stessi e ai propri cari la dignità di una scelta consapevole. Ecco perché ignorare questa possibilità è un peso che, prima o poi, ricadrà su chi amiamo. C’è un momento, nel silenzio di una stanza di rianimazione o davanti a una diagnosi inaspettata, in cui il tempo sembra fermarsi. È l’istante in cui la vita di una persona non dipende più dai propri desideri, ma dalle decisioni di altri. In Italia, dal 2017, la legge 219 ci offre uno strumento fondamentale per evitare che quel momento si trasformi in un incubo burocratico e affettivo: la Disposizione Anticipata di Trattamento (DAT), comunemente nota come “testamento biologico”. Eppure, a Napoli e in tutta la sua provincia, il dato è allarmante: solo un adulto su venti ha ufficializzato la propria volontà. Significa che 19 famiglie su 20, in caso di necessità, si ritroveranno a dover indovinare le intenzioni di un caro, tra il dolore straziante della perdita imminente, i dubbi etici e, nei casi più complessi, le aule di un tribunale. Il pregiudizio più duro da abbattere è che la DAT sia una “firma per morire”. Niente di più lontano dalla realtà. Compilare una DAT significa, al contrario, rivendicare il diritto a vivere come si vuole. È l’affermazione suprema della propria identità: sei tu, oggi, nel pieno delle tue facoltà, a decidere quali terapie accettare, quali rifiutare, fino a che punto spingere l’accanimento terapeutico. Non lasci la scelta al caso, non la lasci alla burocrazia, non la lasci alla disperazione di un familiare che, davanti a un medico, non saprà cosa rispondere. Spesso si evita di parlare della DAT per una sorta di scaramanzia, o per la paura di evocare la fine. Ma il vero rischio non è parlare di morte; è lasciare ai propri figli, al proprio partner o ai propri genitori il fardello di dover decidere per noi. Quando non c’è una DAT, la legge prevede percorsi complessi. Spesso deve intervenire un giudice, e il peso della scelta ricade su chi, in quel momento, è già distrutto dal dolore. Proteggere i propri cari significa anche questo: togliere loro il dubbio atroce di “stare sbagliando”. La burocrazia, in questo caso, è un alleato semplice. Non serve un notaio né un avvocato. Basta scaricare il modulo dal sito del Ministero della Salute, mettere nero su bianco le proprie volontà — dalla rianimazione alla nutrizione artificiale — e nominare un “fiduciario”, ovvero la persona di cui ti fidi ciecamente per rappresentarti. A Napoli, come nei comuni di Pozzuoli, Torre del Greco o Castellammare, gli uffici dello Stato Civile sono pronti ad accogliere queste disposizioni. È un servizio gratuito, rapido, che richiede meno tempo di una pausa caffè. Tuttavia, quegli sportelli restano troppo spesso deserti. La DAT non toglie speranza; toglie solo il terrore di non essere capiti. È un atto di responsabilità verso la propria vita e un gesto di protezione verso chi cammina al nostro fianco. Questa sera, a cena, provate a parlarne. Non serve un tono drammatico: basta la consapevolezza che, in una vita fatta di tante incertezze, avere il controllo sul proprio corpo e sulla propria dignità è un diritto che nessuno dovrebbe ignorare. Perché, quando arriverà il momento in cui servirà, sarà troppo tardi per iniziare a parlare.

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AFRAGOLA. Lo scrutinio del sospetto. Presentato ricorso alla Commissione Elettorale su ipotetici brogli

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AFRAGOLA – Se si dovesse descrivere l’attuale quadro politico di Afragola, probabilmente si userebbe una delle definizioni più conosciute: un melodramma comico-balneare, dove il “nuovo che avanza” assomiglia spaventosamente al vecchio che non se n’è mai andato.

A quarantacinque giorni dal voto del 24 e 25 maggio, la città del cambiamento promesso offre uno spettacolo desolante. Non c’è una Giunta, non c’è un traguardo chiaro, e – dettaglio non trascurabile in una democrazia degna di questo nome – non c’è ancora l’assoluta certezza su chi abbia effettivamente il diritto di sedere su quegli scranni comunali. La proclamazione degli eletti è un parto plurigemellare e doloroso, che si trascina tra veleni, riconteggi e, da oggi, persino carte bollate. Ma andiamo con ordine, seguendo la gloriosa tradizione del teatro dell’assurdo afragolese.

L’alibi perfetto e il blitz notturno (con applauso)

Per settimane, il sindaco Gennaro Giustino ha usato la lungaggine burocratica dell’Ufficio Elettorale come il perfetto alibi per nascondere la verità: la sua maggioranza è già ostaggio dei veti incrociati e della fame di poltrone. Dietro il paravento dell’attesa istituzionale, si consumava la spietata guerra per la Presidenza del Consiglio.

Le indiscrezioni raccolte in esclusiva da Minformo tratteggiano una sceneggiatura da prima Repubblica. Pochi giorni fa, si tiene una riunione di maggioranza. L’atmosfera è tesa, ma a un certo punto si consuma il miracolo: c’è la fumata bianca. Viene battezzato Vincenzo De Stefano come futuro Presidente del Consiglio. Scatta il rito collettivo: applausi scroscianti, pacche sulle spalle, sorrisi a trentadue denti e i classici “in bocca al lupo” di circostanza. Tutti amici, tutti uniti nel nome del “Sistema Giusto”.

La commedia, però, diventa dramma a tarda sera. De Stefano è a casa, probabilmente sta già ripassando il regolamento comunale, quando squilla il telefono. Dall’altro capo del filo c’è il Sindaco in persona. La voce è felpata, il messaggio è un siluro: “Caro Vincenzo, contrordine. Per opportunità politica non puoi fare il Presidente”. Il riferimento, sussurrato nei corridoi di Palazzo, è al passato giudiziario del padre del consigliere. Un fulmine a ciel sereno. Un dietrofront che spinge il neoeletto all’ormai celebre sfogo notturno su WhatsApp: la foto di una maschera bianca con la scritta “La maschera giusta!” e, come colonna sonora, Geolier che canta “A me non me ne fotte proprio, giuro”. Peccato che, a giudicare dalla velocità con cui lo stato è stato rimosso, al consigliere fregasse eccome.

Ombre sulle urne: Il ricorso di Iazzetta

Se la faida interna per le poltrone non bastasse a qualificare il livello del “cambiamento”, a gettare un carico da undici sulla legittimità stessa dell’amministrazione arriva un documento ufficiale che Minformo descrive in anteprima.

Raffaele Iazzetta, candidato non eletto nella lista “Mastella Noi di Centro”, ha rotto gli indugi. Difeso dall’avvocato Raffaele Daniele, ha depositato un formale ed energico Accesso agli Atti indirizzato all’Ufficio Elettorale Centrale e al Segretario Generale del Comune. Il motivo? La sua lista è rimasta fuori dal secondo seggio per uno “scarto di voti estremamente contenuto”.

Iazzetta non chiede una semplice verifica di cortesia. Chiede, con la “MASSIMA URGENZA” imposta dai tempi stretti per impugnare i risultati davanti al TAR, di mettere le mani su tutto il materiale sensibile delle sezioni elettorali: verbali, tabelle di scrutinio, voti di preferenza, prospetti riepilogativi dei Presidenti di seggio, annotazioni, rettifiche e deliberazioni dell’Ufficio Centrale. Traduzione dal politichese: il candidato vuole vederci chiaro perché il sospetto che qualcosa non sia andato per il verso giusto, in quelle stanze dove si contavano le schede, è forte. Si profilano all’orizzonte ombre serie di ricorsi giurisdizionali.

Una partenza sotto una cattiva stella

Sia ben chiaro: fino a prova contraria, tutto è lecito. Non siamo qui a profetizzare brogli prima che i giudici o le carte dicano il contrario. Ma il dato politico e morale è tratto. Questa amministrazione non nasce sotto una buona stella.

Gennaro Giustino ha impostato l’intera epopea della sua campagna elettorale sulla demolizione del “Sistema Nespoli”, promettendo trasparenza cristallina e una macchina amministrativa che sarebbe partita come un Frecciarossa. Oggi, a un mese e mezzo dal voto, il Frecciarossa è fermo in stazione per un guasto ai binari della trasparenza. Abbiamo un sindaco che ritarda la Giunta usando i tempi dei verbali come scudo, una maggioranza che si accoltella di notte dopo essersi applaudita di giorno, e candidati esclusi che chiedono l’intervento degli avvocati per controllare se i voti siano stati trascritti legalmente.

Se è tutto regolare, come l’amministrazione si affretterà a dire, ben venga la chiarezza. Anzi, la pretendiamo. Afragola ha bisogno di sapere che chi siede in Consiglio Comunale ci sta perché lo hanno voluto i cittadini, e non per un errore di trascrizione. Solo con la verità l’amministrazione potrà tentare di partire. Ma se il buongiorno si vede dal mattino, l’unica cosa che sembra partire, per ora, è la vecchia giostra delle ambizioni personali. Con buona pace dei cittadini illusi dal “Sistema Giusto”.

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AFRAGOLA. La maschera ‘Giusta’, la poltrona disattesa e lo psicodramma social di De Stefano

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AFRAGOLA – Afragola, poche settimane dopo il voto, assomiglia sempre di più a un teatro goldoniano, dove dietro i sorrisi da campagna elettorale si nascondono i coltelli della spartizione poltronesca. Il “Sistema Giusto” promesso dal sindaco Gennaro Giustino sta già facendo i conti con la più classica delle chimiche politiche: la gestione delle poltrone e i mal di pancia dei primi esclusi. Il palcoscenico più caldo delle ultime ore è quello che porta allo scranno di Presidente del Consiglio Comunale. Una poltrona pesante, ambita, e soprattutto promessa. A chi? Qui casca l’asino, o meglio, crollano i patti.

Il “Giallo” di mezzanotte e i messaggi in codice su WhatsApp

A far saltare il tappo del silenzio istituzionale ci hanno pensato i social, termometro ormai infallibile delle nevrosi politiche locali. Nella notte, il neo-consigliere comunale Enzo De Stefano ha pubblicato sul suo stato WhatsApp l’immagine di una maschera bianca con una scritta che è tutto un programma: “La maschera giusta!”. Un gioco di parole fin troppo scoperto, un siluro all’indirizzo del sindaco Giustino, rimosso precipitosamente poche ore dopo.

A rendere il quadro ancora più grottesco e intinto di realismo tragicomico ci ha pensato la colonna sonora scelta da De Stefano per accompagnare la sua storia: El Pibe de Oro di Geolier. E se il ritornello scandisce con orgoglio “A me nn’me ne fotte proprio, ggiuro”, la fretta con cui il consigliere ha rimosso lo stato dal proprio profilo sembrerebbe dimostrare l’esatto contrario. Altro che non fregarsene: la poltrona negata brucia eccome. Il neoeletto demolisce così l’epica del testo della canzone; tra “femmene che se spogliano e se vesteno subito”, ad Afragola l’unica cosa a essere rimasta tragicamente nuda, nel giro di una notte, è la fragilità degli accordi di una maggioranza che, anziché puntare a “addiventà leggenda”, si sta già impantanando nella più banale e prevedibile commedia delle poltrone.

A chiarire i contorni della rabbia, però, ci ha pensato un fedelissimo dello stesso De Stefano, Salvatore Grieco, che su Facebook ha vomitato un post al vetriolo senza filtri: “Ridicoli incoscienti persone senza coerenza lecca culo… avete una certa età e vi fate comandare ancora come dei bambini… non avete mai mantenuto na parola… si vendono l’anima pur di fare i belli”. Cosa ha scatenato questo psicodramma notturno a colpi di screenshot?

Stato del Consigliere De Stefano

Post del fedelissimo di De Stefano

L’indiscrezione: il tradimento dei patti e la carta Caiazzo

Secondo insistenti indiscrezioni che filtrano dai palazzi della politica afragolese, il sindaco Giustino avrebbe deciso di non assecondare le richieste della dominus di “A Testa Alta”, Rossella Casillo, che pretendeva la presidenza del Consiglio proprio per Enzo De Stefano. Il motivo? Non darle troppo peso politico e sentirsi scavalcato nelle gerarchie. Per questo il primo cittadino starebbe pensando di onorare altri accordi pre-elettorali, quelli che vedrebbero in pole position Antonio Caiazzo per quella stessa poltrona. Una mossa che, se confermata, rappresenterebbe una mortificazione politica inaccettabile per l’area casilliana, che si sente già scaricata a pochi giorni dal trionfo elettorale. Da qui la reazione rabbiosa, i post notturni e i veti incrociati che rischiano di paralizzare la maggioranza prima ancora di cominciare.

La via d’uscita: Camillo Manna come nome di “superamento”

Consapevole che lo scontro frontale tra Caiazzo e De Stefano rischierebbe di spaccare l’aula alla prima votazione, nelle ultime ore il sindaco Giustino parrebbe intenzionato a tentare la più democristiana delle manovre: il nome di superamento. Il profilo su cui il primo cittadino starebbe lavorando per rimettere insieme i cocci della sua maggioranza risponde al nome di Camillo Manna, veterano del Partito Democratico. L’idea è tanto semplice quanto strategica: Manna impersona perfettamente la figura istituzionale, super partes e d’esperienza che serve a guidare l’assise. Sulla sua caratura e sulla sua figura nessuno, né in maggioranza né all’opposizione, avrebbe da ridire. Resta da capire se i delusi dell’ultima ora accetteranno il “passo di lato” in nome della stabilità o se la maschera del “Sistema Giusto” si è già rotta definitivamente sotto il peso delle cambiali elettorali da pagare. Una cosa è certa: ad Afragola la commedia è appena iniziata, ma qualcuno ha già perso la pazienza.

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AFRAGOLA. DesTEENazione Poltrona: il “Sistema Giusto” affida 330mila euro al suo Consigliere

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AFRAGOLA – Cambiando l’ordine degli addendi il risultato non cambia, ma ad Afragola rischia di peggiorare. La parabola del “Sistema Giusto”, sbandierato in campagna elettorale dal sindaco Gennaro Giustino come l’antidoto definitivo alle tossine del ventennale “Sistema Nespoli”, ha impiegato pochissimi giorni per schiantarsi sul muro della realtà. Una realtà fatta di poltrone incrociate, tempismi d’orologeria e un groviglio di conflitti di interessi che persino i vecchi maestri della Prima e Seconda Repubblica avrebbero guardato con un pizzico di pudore. La storia che emerge dalle carte dell’Azienda Consortile A.C.C.C. N19 non è solo una questione di burocrazia corretta in corsa, ma il disvelamento di una vera e propria filiera del potere locale.

La Cronistoria del “Mero Errore”

Per capire la vertigine di questa operazione, è necessario rimettere in fila i fatti secondo una linea temporale millimetrica: 8 Maggio 2026 (Fase Pre-elettorale): Viene firmata la Determinazione n. 287. Un atto formale che esclude la Cooperativa “Raggio di Sole” da quel lotto, lasciando spazio a un consorzio salernitano. In quel momento, le urne sono ancora sigillate. Fine Maggio 2026: Si vota. La coalizione di Gennaro Giustino trionfa. Tra le fila di Più Europa viene eletto in consiglio comunale Raffaele Mosca, figura arcinota in città. 16 Giugno 2026: Il Direttore Generale Umberto Setola è ormai dimissionario, un fantasma nei corridoi dell’Azienda Consortile. Al tavolo tecnico decisivo siede la RUP Anna Giugliano, affiancata dalla funzionaria Silvia Martino. La Martino non ha ancora i galloni da Direttore facente funzioni, ma l’aria che tira è chiara. È in questa seduta che si consuma il “miracolo” amministrativo: la determina di maggio viene dichiarata viziata da un “mero errore” procedurale. 19 Giugno 2026: L’atto dell’8 maggio viene formalmente annullato. Viene apparecchiato il nuovo riparto. E chi compare, d’incanto, tra i soggetti assegnatari del corposo pacchetto per le linee 2.2 e 2.2 bis (i “Patti educativi di comunità – Get Up” e relative spese per beni e servizi da oltre 330.000 euro complessivi)? Esatto, la Cooperativa “Raggio di Sole”.

La Legge che Salva, l’Opportunità che Condanna

Dal punto di vista strettamente legale, i protagonisti si sentono al sicuro. Il Testo Unico degli Enti Locali (Art. 63 del TUEL) teoricamente sancirebbe l’incompatibilità per chi ha le mani in appalti comunali. Ma lo stesso legislatore ha inserito la classica scialuppa di salvataggio: se il servizio è assunto tramite una società cooperativa, il divieto decade. Inoltre, l’Azienda Consortile è un ente terzo rispetto al Comune, un comodo paravento giuridico. Quindi, tutto legale? Probabilmente sì. Ma è qui che crolla il castello dell’etica pubblica. Perché se la legge “salva” il consigliere Mosca dall’incompatibilità formale, l’opportunità politica viene letteralmente calpestata.

Il consigliere Mosca non è un passante: è il dominus della “Raggio di Sole” nonché l’Amministratore Delegato, egli a capo di una filiera di cooperative operanti nel welfare e negli asili nido. Ma il vero capolavoro deve ancora compiersi nei corridoi del municipio. Le indiscrezioni della vigilia parlano chiaro: il neo-consigliere sarebbe in procinto di blindare la nomina di un assessore in quota Più Europa. E quali deleghe dovrebbe ricevere questo assessore? Sport e Politiche Sociali, con tanto di galloni da Vicesindaco.

Il cerchio si chiude in modo perfetto, quasi geometrico: la cooperativa del consigliere riceve fondi per il sociale dall’Azienda Consortile, mentre l’assessore di riferimento dello stesso consigliere siederà in giunta con la delega alle Politiche Sociali e la poltrona di Vicesindaco. Come se non bastasse, per non farsi mancare nulla sulla delega allo Sport, Mosca è anche il Presidente della squadra di calcio locale, l’AC Afragolese 1944. Un conflitto di interessi elevato al cubo.

Benvenuti nel “Sistema Giusto”

Afragola nella sua storia tormentata ha visto molto, forse troppo. Ha vissuto le stagioni del “Nespolismo” egemone, contro cui l’attuale sindaco ha tuonato per mesi dai palchi della campagna elettorale, promettendo mani libere, trasparenza e discontinuità.

Ma il “Sistema Giusto”, a quanto pare, ha tempi di reazione straordinariamente più veloci. Nel giro di pochissimi giorni dall’insediamento, è riuscito a tessere una trama di opportunismo e logiche familistico-imprenditoriali che superano di gran lunga la fantasia dei vecchi apparati. Se il buongiorno si vede dal mattino, la città rischia di rimpiangere la vecchia Dc: lì, almeno, prima di spartirsi le linee di finanziamento, aspettavano che si asciugasse l’inchiostro dei verbali di proclamazione degli eletti. Qui, invece, hanno già fatto i patti. Di comunità, s’intende.

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