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Editoriale

Mentre il nuovo impone la sua linea, il vecchio si comporta come il “soldato fantasma” giapponese.

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SANT’ANTIMO – Si mantiene stabile la situazione pre campagna elettorale anticipata all’ombra dell’Abbazia. La coalizione civica rappresentata dal garante Nicola Marzocchella viaggia a vele spiegate, grazie alla continua richiesta di aggregazione di altri soggetti politici del territorio che hanno potuto testare l’onda d’urto della coalizione rappresentata dai sette simboli riportati nella locandina postata dall’ex vicesindaco attraverso la sua pagina Facebook.

Dall’altro lato, al netto di quello che potranno fare o non fare i figli di papà con la Sindrome di Peter Pan, c’è Massimo Buonanno che da Sindaco sfiduciato dovrebbe sentire il bisogno di imporsi con i suoi e anche con chi non sponsorizza più il suo nome perché nutre interessi personali verso altri soggetti. Ma la cosa simpatica che salta agli occhi dei più attenti è la linea social che ha deciso di adottare l’ex Sindaco che, seppur va in giro ammettendo che le sue attenzioni attuali sono rivolte alla famiglia e che i suoi interessi verso la politica si potranno ripresentare con calma dopo le festività natalizie, sulla sua pagina Facebook pubblica avvisi comunali e non disdegna di postare foto che lo ritraggono con la fascia tricolore indossata, come se fosse mai stato sfiduciato.

Evidentemente, tanto forte è stato il trauma delle dimissioni dei 13 consiglieri che l’ex fascia tricolore abbia potuto essere stata vittima di qualche misunderstanding come il “soldato fantasma” Shoichi Yokoi.

Il soldato nipponico trovato sull’isola di Guam nel 1972 che ha continuato a combattere per il Giappone anche se la Seconda Guerra Mondiale era finita da tempo.

Nascosto in una grotta, per Yokoi la guerra non era mai finita e il Giappone non si era mai arreso agli Stati Uniti. Per lui le bombe atomiche su Hiroshima e Nagasaki non erano mai state sganciate. Nonostante non avesse più incontrato militari del campo avverso da quasi tre decenni, il sergente dell’Esercito imperiale giapponese non aveva mai abbandonato la sua missione su un’isola considerata strategica nel confronto sul Pacifico. Tanto che oggi Guam è incorporata al territorio americano e ospita delle basi militari statunitensi, tornate di recente agli onori della ribalta per le nuove tensioni tra Washington e Pechino. Ma questa è un’altra storia.

Così come per il soldato giapponese che credeva di essere ancora in guerra, può darsi che per Buonanno il suo mandato non sia mai finito chissà, così per chi non si occupa della vita politica della propria città, il Sindaco Buonanno con la sua Comunicazione appare sempre il Sindaco di Sant’Antimo, con i suoi annunci sui disservizi della rete idrica e con le sue foto del passato che rievocano i momenti in cui indossava la fascia tricolore. Quindi se questi non sono traumi, si può benissimo pensare che sia una strategia comunicativa, dato che se si va ad indagare, la maggior parte dei cittadini non sa neanche che Buonanno non sia più il Sindaco di Sant’Antimo.

E tornando ai traumi che molto probabilmente abbia subito l’ex primo cittadino il mio pensiero non può che non andare agli altri due dimissionari di maggioranza che ad oggi non hanno ancora trovato una collocazione, pur andando in giro e proponendosi in ogni dove.

Parliamo di Pietro Paolo Di Matteo e Antimo Puca che non seguendo le orme dei loro due ex colleghi di NPD Andrea Petito e Francesco Cesaro, restano fuori dai giochi per un doppio imbarazzo. Il primo è quello fisiologico dettato dal fatto che non potrebbero essere candidati con Buonanno essendo stati loro a farlo cadere – anche se in politica tutto è possibile – e l’altro è dettato dalla mancanza di visione strategica, non avendo avuto in tempo il fiuto della grande coalizione che si stava creando nel mondo civico santantimese, laddove decidessero di aggregarsi a Marzocchella e laddove lo stesso decidesse di farli salire sul proprio carro, sicuramente i due si dovrebbero accodare ad idee e programmi già scritti e condivisi, dato che quella coalizione è già ricca di candidati e ben assortita. Per il resto staremo a vedere e ve lo racconteremo.

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Editoriale

SANT’ANTONIO ABATE. Il paese dove l’abuso edilizio diventa “merCito” e la legge va in prescrizione.

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SANT’ANTONIO ABATE – C’è un angolo di Campania dove il tempo sembra essersi fermato, non per incanto paesaggistico, ma per una paralisi burocratica che puzza di privilegio. Parliamo di Sant’Antonio Abate, dove la gerarchia delle norme viene calpestata da un mix esplosivo di parentele eccellenti e uffici comunali stranamente “distratti”.

Il Teatrino Giuridico: Dal TAR alla “Carenza d’Interesse”

La cronaca è cristallina, i documenti lo sono ancora di più. Nel 2022, il TAR Campania con la sentenza n. 7019/2022 metteva nero su bianco una verità scomoda: gli interventi edilizi al fabbricato di Via Paolo Borsellino n. 5 — di proprietà di Santa D’Ambrosio — sono abusivi. Chiusure perimetrali con infissi in alluminio, mutamenti di destinazione d’uso da uffici a civile abitazione, balconi e tettoie nati dal nulla in una zona sottoposta a vincoli paesaggistici. Il tribunale è stato categorico: quelle opere devono essere rimosse perché alterano il territorio e mancano di autorizzazioni ex post.

Eppure, cosa fa la proprietà? Tenta la carta del Consiglio di Stato e poi, con una mossa che sa di “strategia della melina”, rinuncia al ricorso per “sopravvenuta carenza di interesse” nell’agosto 2025. Tradotto dal legalese: “Ritiro l’appello perché ho presentato una nuova istanza di conformità (art. 36 bis)”. Un gioco di prestigio per far scadere i termini, puntare alla prescrizione del reato penale e lasciare che la sentenza del TAR — che a questo punto diventa definitiva ed esecutiva — resti a prender polvere in qualche cassetto comunale, dato che alla fine si tratta solo di una sentenza Amministrativa e non penale.

Questione Morale o Questione di Parentela?

Qui la faccenda si fa scura. La proprietaria in questione, Santa D’Ambrosio, non è una cittadina qualunque: è la moglie di Agostino Rispoli, consigliere comunale di maggioranza. Ma il legame non si ferma qui: fonti locali indicano Rispoli come parte del cerchio magico del Sindaco.

Come può un consigliere comunale sedere in assise, votare delibere e rappresentare i cittadini, mentre la sua proprietà di famiglia è colpita da un ordine di demolizione mai eseguito? Esiste un conflitto d’interesse grande quanto il capannone abusivo di Via Borsellino. L’incompatibilità non è solo giuridica, è etica. È accettabile che chi deve far rispettare le regole sia il primo a beneficiare dell’inerzia dei controlli?

Sul piano politico-istituzionale, la vicenda aprirebbe un ulteriore fronte, forse ancora più delicato: quello della possibile incompatibilità del consigliere comunale coinvolto indirettamente tramite la coniuge. Formalmente, infatti, il contenzioso risulterebbe intestato alla moglie, circostanza che — in senso stretto — potrebbe non integrare automaticamente una causa tipica di incompatibilità ai sensi del TUEL. Tuttavia, qualora emergesse una comproprietà dell’immobile o una comunanza sostanziale di interessi economici, si potrebbe profilare una forma di incompatibilità “sostanziale”, come riconosciuto in più occasioni dalla giurisprudenza. In ogni caso, anche a voler escludere tale ipotesi, resterebbe quantomeno configurabile un obbligo di astensione su atti e deliberazioni connessi alla vicenda, trattandosi di interessi riconducibili al nucleo familiare diretto. Il mancato rispetto di tale obbligo potrebbe, a sua volta, incidere sulla legittimità degli atti amministrativi eventualmente adottati, alimentando ulteriori dubbi sulla correttezza e imparzialità dell’azione pubblica.

L’Inerzia che Premia: Il paradosso del Comune

Il Comune di Sant’Antonio Abate appare come un gigante addormentato. La Polizia Municipale? Dorme. L’Ufficio Tecnico? Non pervenuto nella fase esecutiva. Il Segretario Comunale? Non vede l’ombra dell’abuso.

E il colmo del grottesco? Mentre la sentenza del TAR ordina di ripristinare lo stato dei luoghi, il Comune, anziché inviare le ruspe, avrebbe addirittura rilasciato nuovi permessi a costruire alla medesima proprietà negli ultimi mesi. È un premio all’abusivismo? Un incentivo a ignorare le sentenze dello Stato?

L’Avvocato Liquidato, la Giustizia “Dimenticata”

C’è un dettaglio che trasforma questa storia in una farsa: il Comune ha persino liquidato le parcelle all’avvocato che ha difeso l’ente contro la D’Ambrosio. L’amministrazione sa perfettamente di aver vinto la causa. Sa perfettamente che quelle opere sono illegali. Eppure, incassata la vittoria formale, rinuncia a quella sostanziale.

Il messaggio che arriva ai cittadini onesti è devastante: se sei “parente di”, la legge è un suggerimento facoltativo. Se sei un consigliere di maggioranza, il cemento abusivo diventa trasparente.

Sindaco, Dirigenti, Comandante della Municipale: dove sono i sigilli? Quando si darà esecuzione a una sentenza in nome del popolo italiano che attende dal 2022? La pazienza dei cittadini è finita, la carenza di interesse — quella vera — è solo la vostra verso la legalità.

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Caivano

CAIVANO. Il Taglia-reti e il Sindaco imbonitore: quando la politica va nel Pallone

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CARDITO – Benvenuti nella nuova frontiera del populismo da gradinata, dove la fascia tricolore si confonde con la sciarpa dell’ultrà e il senso delle istituzioni viene sacrificato sull’altare di un “like” strappato alla pancia dei tifosi. Protagonista della settimana è il Sindaco di Caivano, Antonio Angelino, che ha deciso di indossare i panni del paladino della legalità violata per un paio di forbici e un po’ di nastro isolante.

Il Giallo della Rete “Affettata”

Secondo la narrazione epica (e un tantino allucinata) del Primo Cittadino, un giovane tesserato del Portici sarebbe scattato dalla panchina come un incursore dei corpi speciali per “tagliare la rete” con un coltello, sotto gli occhi di arbitri e guardalinee trasformati d’incanto in complici o spettatori ciechi. Un atto di vandalismo brutale, grida il Sindaco, una ferita al cuore della civiltà!

Peccato che la realtà, quella cosa noiosa che solitamente si controlla prima di pigiare “pubblica” sui social, racconti un’altra storia. Le immagini parlano chiaro: i giovani del Portici stavano cercando di riparare una rete già allentata, facendo quello che i padroni di casa – distratti forse dalle grandi strategie politiche – non avevano fatto. Per tagliare una rete basta uno “zac”; per sistemarla, come mostra la foto, bisogna chinarsi, sollevare il bastone porta-rete, faticare con nastro e pazienza.

dire che questa foto l’ha pubblicata il Sindaco Antonio Angelino stesso

Ma Angelino, novello Sherlock Holmes della domenica, preferisce la favola mediatica. Si beve d’un fiato le fantasie dei giornali-eco e lancia anatemi contro il Giudice Sportivo, reo di non aver punito il “delitto del secolo”. È la sindrome del post compulsivo: quella sprovvedutezza istituzionale che impedisce di distinguere tra un tentativo di far proseguire la gara e un attentato alla pubblica sicurezza.

Ruoli confusi e stadio fantasma

Mentre il Sindaco si occupa di sartoria sportiva e reti bucate, i cittadini di Caivano – decisamente più lucidi di chi li amministra – gli ricordano nei commenti quale sarebbe il suo vero mestiere. Perché, caro Sindaco, la cultura della legalità si costruisce con le infrastrutture, non con i post al veleno. Dov’è lo stadio? Caivano oggi non ha una casa per la propria squadra. Dov’è il supporto alla dirigenza? Il calcio a Caivano respira solo grazie ai polmoni (e al portafoglio) di Adamo Guarino.

Guarino, imprenditore di Frattamaggiore che ha investito centinaia di migliaia di euro portando la squadra in Eccellenza, è il classico esempio di chi, invece di essere sostenuto, viene “mortificato”. Mortificato da una politica che a Caivano non ha mai sensibilizzato gli imprenditori e i mecenati ma che ha sempre partorito solo “prenditori” e mai imprenditori disposti al sacrificio.

La memoria corta del politico

E qui la metafora si fa caustica. Il Sindaco sembra aver dimenticato i tempi della campagna elettorale, quando le “seduzioni” verso Guarino erano all’ordine del giorno. Salvo poi lasciarlo solo nel deserto di una città che, alle scorse elezioni regionali, gli ha riservato la miseria di 170 preferenze. Una batosta che avrebbe fatto scappare chiunque, ma non Guarino, che è ancora lì a metterci la faccia e i soldi.

Invece di fare l’imbonitore per ingraziarsi la frangia più sciocca della tifoseria, Angelino dovrebbe fare una cosa rivoluzionaria: il Sindaco. Il suo ruolo non è quello di commentatore tecnico di presunti complotti arbitrali, ma quello di: Garantire strutture dignitose. Sensibilizzare le forze economiche del paese affinché non lascino Guarino a combattere contro i mulini a vento.

Caro Angelino, prima di parlare di “metodo e prassi della slealtà”, si assicuri che la sua rete non sia bucata. Non da un calciatore del Portici, ma dalla mancanza di fatti concreti. Perché a furia di gridare allo scandalo per una forbice, si rischia di non accorgersi che il vero “taglio” lo sta subendo il futuro sportivo di Caivano.

Meno social, più cemento (per lo stadio). Meno indignazione social, più sostegno istituzionale. Altrimenti, l’unico risultato omologato sarà l’ennesima occasione persa per la città.

Post del Sindaco Antonio Angelino
Post della società sportiva Portici 1906
Video PUBBLICATO DAL PORTICI 1906 A TESTIMONIANZA CHE LA GARA RITARDAVA PROPRIO PER DARE SPAZIO AI GIOVANI VOLONTARI DI AGGIUSTARE LA RETE

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Caivano

CAIVANO, l’asfalto cambia. Il sistema no. il déjà vu degli appalti

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A CAIVANO le buche non sono solo sull’asfalto. Sono nei procedimenti. E, a differenza di quelle stradali, queste non si tappano con una colata d’asfalto e una foto sui social.

La determinazione n. 420 del 30 marzo 2026 (leggila qui) nasce da un’esigenza reale, concreta, persino urgente: le strade cittadine “si presentano in forte stato di usura” e “quotidianamente” arrivano segnalazioni di dissesti, con disagi e rischi per i cittadini. L’obiettivo è chiaro e condivisibile: intervenire con lavori di manutenzione ordinaria e straordinaria “puntuale degli assi viari” per eliminare buche e voragini e restituire un minimo di dignità al manto stradale. Fin qui, nulla da dire. Anzi.

Il progetto prevede lavori per 91.000 euro, con costi della sicurezza pari a 3.185 euro e un quadro economico complessivo che, dopo gara, arriva a 111.198,15 euro. Un intervento necessario, finanziato, strutturato, con tanto di elaborati tecnici, capitolato, schema di contratto e perfino protocollo di legalità. Tutto in ordine. Tutto pulito. Tutto — sulla carta — inattaccabile. Poi però si arriva al cuore della procedura.

Affidamento diretto, sì, ma con “confronto tra preventivi”. Invito a più operatori economici. Procedura MePA. E qui la storia prende una piega già vista: quattro ditte invitate, una sola che risponde. Sempre una. Come se il mercato fosse un teatro con una sola voce e le altre mute. E allora il problema non è più la buca da tappare, ma lo schema che ritorna.

Perché a Caivano la memoria non è un esercizio accademico: è un dovere civico. E le parole del collaboratore di giustizia Carmine Peluso — che raccontano non un’ipotesi ma un sistema rodato — suonano come un’eco fastidiosa, quasi un controcanto ai documenti amministrativi di oggi: “Poi c’è il secondo metodo: che Zampella preparava l’impegno spesa a monte, ok? Veniva approvato l’impegno spesa, contattavamo la ditta che doveva vincere, mettevamo altre due ditte all’interno, quelle due ditte non rispondevano alla chiamata, perché venivano contattate o da me o da Zampella o dal politico di turno che aveva avuto la cortesia, e rispondeva solo la ditta vincitrice. Questo è il secondo metodo.” Non è un’accusa. È un cortocircuito.

Perché quando una procedura pubblica — formalmente corretta — ricalca nei fatti la dinamica descritta da chi ha partecipato a un sistema criminale, il problema non è dimostrare il reato. Il problema è evitare anche solo l’ombra della somiglianza. E invece quella somiglianza c’è. Plastica. Imbarazzante. L’amministrazione Angelino aveva promesso discontinuità. Una parola usata come una bandiera, come una linea di confine tra “prima” e “dopo”. Ma la discontinuità non è un annuncio, è una pratica quotidiana. E soprattutto è metodo.

Perché puoi cambiare i nomi, ma se i meccanismi restano gli stessi, il risultato non cambia. È come rifare l’asfalto sopra una strada dissestata senza sistemare il fondo: alla prima pioggia, tutto torna com’era. E qui torna la frase più inquietante, quella che dovrebbe campeggiare in ogni ufficio pubblico di un territorio segnato da certe vicende: “Il Sistema cammina sulle proprie stesse gambe”.

Non ha bisogno di ordini. Non ha bisogno di regia. Non ha bisogno nemmeno della malafede. Gli basta trovare procedure deboli, prassi ripetitive, controlli formali ma non sostanziali. Gli basta infilarsi nelle pieghe della normalità amministrativa. E da lì ricominciare a respirare. È questo il punto politico, prima ancora che giudiziario.

Nessuno sta dicendo che l’amministrazione Angelino sia parte di quel sistema. Ma il rischio vero è un altro: che, anche senza volerlo, ne replichi inconsapevolmente gli schemi. Che apra, magari in buona fede, quelle stesse porte che in passato sono state spalancate con intenzioni ben diverse. E allora la domanda diventa inevitabile: dov’è la discontinuità?

Non nei numeri, non negli atti, non nelle dichiarazioni. Perché se inviti quattro ditte e ne risponde una sola, il problema non è legale — è politico. È culturale. È di credibilità. La discontinuità vera è quella che si vede quando le procedure diventano impermeabili anche al sospetto. Quando la concorrenza è reale, non simulata. Quando il dubbio viene prevenuto, non giustificato dopo.

Perché a Caivano la storia non è alle spalle. È dietro l’angolo. E continuare a percorrere gli stessi metodi, sperando in un finale diverso, non è ottimismo. È imprudenza. E a volte, da queste parti, l’imprudenza è stata il primo passo verso qualcosa di molto peggiore.

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