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Al di la del mare

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Ci hanno detto che al di la del mare ci sono posti meravigliosi. Gli occhi di mia figlia sono ancora troppo piccoli per poter vedere le storture della guerra, la fame è ancora un’idea allo stato embrionale, anche se l’altro giorno mia moglie non ha potuto allattarla per via della febbre alta.

Ho racimolato dei dollari, pezzi di carta che hanno un valore enorme, sono miracolosi come certe immaginette che ci ha dato il prete il mese scorso. Se sai usarli possono sfamarti, renderti allegro, aiutarti a costruire una casa e a dare un futuro ai piccoli occhi di mia figlia. Ne ho conservati abbastanza per inseguire il sogno, traversare questo mare che ci appare come una linea di demarcazione tra l’inferno e il paradiso.

Non mi spaventa la povertà, per viverla degnamente bisogna conoscerla a fondo. La miseria è come un cagnolino, se lo allevi bene, puoi insegnargli tutto, puoi perfino provare a renderlo un po’ umano. Così ho sempre fatto, così ho imparato e insegnato che il bisogno esiste solo se rendiamo indispensabile ciò che crediamo possa servirsi.

Vorrei che mia figlia avesse mani abbastanza forti da poter, un giorno, carezzare le rughe del mio viso e spianare quelle del cuore. Forse siamo in troppi su questo barcone, probabilmente saremmo molti di più se non costasse così tanto, o forse molti in meno se non ci fosse negato l’indispensabile.

Stanotte qualcuno si è sentito male, ho sentito un peso cadere in mare e stamattina c’è un posto in più sull’imbarcazione. Ho chiesto al capo quando saremmo arrivati, il sole comincia a picchiare forte. Ha scosso la testa e ha spento i motori.

Da lontano si vede la terra, la meraviglia di cui ci avevano parlato, la terra promessa. Mi chiedo perché non si riparte. E’ finito il carburante, l’hanno buttato a mare come il corpo di quel disperato. Dobbiamo attendere i soccorsi e dichiararci clandestini.

E’ strano sentirsi clandestini nel proprio mondo, dove i confini sono disegnati sulle carte come certe storie di fantasia.

Ma gli occhi di mia figlia non li ho immaginati, lei piange con quegli occhi, lei mi guarda con quegli occhi, io posso leggere la sua immatura disperazione, in quegli occhi. E se negassero la nostra esistenza e li vedessi spegnersi minuto dopo minuto?

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campania

EAV, la Regione decide sul futuro dell’azienda: circumvesuviana e trasporti al centro del dibattito 

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NAPOLI – Il futuro della governance dell’azienda di trasporti EAV torna al centro del dibattito politico. L’assemblea dei soci della società partecipata della Regione Campania, che gestisce la Circumvesuviana e gran parte del trasporto ferroviario regionale, sarà chiamata nei prossimi giorni a discutere l’assetto dei vertici aziendali e, in particolare, il doppio incarico ricoperto dal presidente Umberto De Gregorio, che svolge anche le funzioni di direttore generale.

Una questione che negli ultimi mesi ha alimentato il confronto tra maggioranza e opposizione, soprattutto alla luce delle persistenti criticità che interessano alcune linee ferroviarie regionali. Ritardi, soppressioni e disagi per i pendolari continuano a rappresentare uno dei principali temi del confronto pubblico, nonostante i numerosi interventi programmati per il potenziamento del servizio. La discussione sul futuro di EAV arriva però in un momento caratterizzato anche da dati economici che raccontano una realtà diversa rispetto a quella ereditata circa dieci anni fa.

Ad alimentare il confronto politico è stata anche la richiesta di una seduta monotematica del Consiglio regionale della Campania dedicata alla situazione di EAV e della circumvesuviana. Le opposizioni hanno chiesto un approfondimento sulle condizioni del servizio ferroviario, sugli investimenti programmati e sulle strategie adottate dall’azienda per affrontare le criticità segnalate dai pendolari. Il dibattito in aula può essere in un’occasione di verifica complessiva sull’operato della società partecipata e sulle scelte che la Regione intende compiere per il futuro del trasporto pubblico locale.

Secondo i bilanci approvati dalla società, il 2023 si è chiuso con un utile netto di circa 2,5 milioni di euro, confermando il percorso di risanamento finanziario avviato dopo la crisi che aveva colpito l’azienda nella prima metà dello scorso decennio. I numeri evidenziano una crescita significativa del patrimonio netto, passato da circa 10 milioni di euro nel 2015 a oltre 160 milioni nel 2023. Un risultato che la governance aziendale considera la dimostrazione dell’efficacia delle strategie adottate negli ultimi anni. La stessa EAV ha ricordato che tra il 2011 e il 2016 le società confluite nel gruppo avevano accumulato perdite complessive per circa 315 milioni di euro, mentre dal 2016 in poi sarebbero stati registrati utili cumulati vicini ai 100 milioni. Proprio questi dati rappresentano uno degli argomenti utilizzati da chi sostiene la continuità gestionale. Dall’altra parte, però, non mancano le richieste di una revisione dell’assetto organizzativo, con la separazione delle cariche di presidente e direttore generale per rafforzare i meccanismi di controllo e indirizzo strategico.

Sul tavolo della Regione potrebbero arrivare diverse ipotesi, dal mantenimento dell’attuale modello fino alla redistribuzione delle responsabilità manageriali. La scelta finale avrà inevitabilmente riflessi non soltanto sugli equilibri interni della società, ma anche sui programmi di investimento che interesseranno la circumvesuviana e le altre linee gestite da EAV. L’azienda è chiamata nei prossimi anni ad affrontare sfide decisive: il rinnovo della flotta ferroviaria, il miglioramento dell’affidabilità del servizio, la modernizzazione delle infrastrutture e la gestione delle risorse provenienti dai programmi di investimento regionali e nazionali. Per questo motivo le decisioni che saranno assunte dall’assemblea dei soci vengono considerate un passaggio strategico per il futuro della mobilità in Campania e per milioni di utenti che ogni anno utilizzano la rete gestita da EAV.

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Caivano

CAIVANO. Il Canile dei dubbi. Tra punteggi record, requisiti prestati e ombre che meritano risposte

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CAIVANO – Ci sono gare pubbliche che si chiudono con un’aggiudicazione. E poi ci sono gare pubbliche che, una volta concluse, aprono interrogativi ancora più grandi di quelli che avrebbero dovuto risolvere. È il caso della procedura per l’affidamento del servizio di gestione del canile di Caivano, una gara che continua a sollevare interrogativi sulla valutazione tecnica, sull’utilizzo dei requisiti professionali e sul ruolo di controllo che l’Amministrazione comunale non può e non deve delegare a nessuno. Perché una cosa va chiarita subito: il fatto che la procedura sia stata gestita dalla Centrale Unica di Committenza della Provincia di Caserta non esonera il Comune di Caivano dalle proprie responsabilità. Anzi.

Ai sensi del D.Lgs. 36/2023, il Comune resta la stazione appaltante beneficiaria del servizio e mantiene il dovere di verificare il possesso dei requisiti dell’aggiudicatario, la correttezza della procedura e la regolare esecuzione del contratto attraverso il RUP e i controlli previsti dal Codice dei Contratti Pubblici. Il Codice dei Contratti Pubblici impone alla stazione appaltante l’obbligo di verificare la regolarità dell’intero procedimento, il possesso dei requisiti dichiarati dall’aggiudicatario e la corretta esecuzione del contratto. Il Responsabile Unico del Progetto e l’Amministrazione aggiudicatrice conservano il dovere di controllo e vigilanza sull’interesse pubblico perseguito dalla gara. Tradotto: il Sindaco Antonio Angelino e l’Amministrazione comunale hanno il dovere istituzionale di verificare che tutto sia avvenuto nel pieno rispetto delle norme e di fornire risposte alla cittadinanza ogni volta che emergono elementi che possono generare dubbi o perplessità.

Il nodo dei requisiti e dell’avvalimento

Dalle visure camerali emerge un quadro societario che merita attenzione. La società aggiudicataria Rifugio Agro Aversano S.r.l., con sede a Parete, risulta amministrata da Michele Falco. Tra le società collegate figurano inoltre: Agricoltura del Massico Società Agricola Semplice, i cui soci amministratori sono Michele Falco e Vito Luigi Pellegrino; Cultura e Natura S.r.l., amministrata da Vito Luigi Pellegrino e partecipata dagli stessi Pellegrino e Falco. Le stesse visure mostrano come Falco e Pellegrino siano figure centrali nell’assetto societario delle imprese coinvolte. Ed è qui che nasce una delle questioni più delicate. Se i requisiti tecnici e l’esperienza valorizzati nell’offerta derivano dall’accumulo di attività svolte in territori diversi, comprese importanti commesse fuori dalla Campania e in particolare nell’area romana e laziale, occorre chiedersi in che misura tali numeri abbiano inciso sul punteggio tecnico assegnato. Perché una cosa è possedere legittimamente requisiti maturati in tutta Italia. Altra cosa è trasformare quei numeri in un vantaggio competitivo tale da generare uno scarto enorme rispetto ai concorrenti.

Le mille adozioni e i venti punti di differenza

Uno dei profili più discussi riguarda il tema delle adozioni. Se il parametro premiante è la capacità di garantire un elevato numero di adozioni annuali e se tali risultati sono stati costruiti facendo leva su esperienze e strutture operanti in contesti territoriali completamente diversi da Caivano, allora una domanda diventa inevitabile: quanto pesa realmente il dato locale? E ancora: è ragionevole che il divario tecnico tra le offerte arrivi a circa venti punti quando, almeno per quanto riguarda le adozioni maturate nel contesto regionale, i risultati appaiono molto più vicini rispetto a quanto lasci intendere il punteggio finale? Sono domande che riguardano il merito della valutazione tecnica. Domande che non equivalgono ad accuse, ma che meritano risposte puntuali, documentate e trasparenti.

Il precedente di Roma che non può essere ignorato

A rendere il quadro ancora più delicato vi è quanto emerso recentemente sulla gestione dei canili di Roma. La stampa nazionale ha dato ampio risalto alla delibera con cui l’ANAC (leggi qui la delibera) ha contestato il sistema dei controlli adottato da Roma Capitale nell’esecuzione dell’appalto affidato proprio a Rifugio Agro Aversano. Secondo quanto riportato dagli organi di informazione, l’Autorità avrebbe evidenziato criticità nei controlli, nella documentazione dei sopralluoghi, nella verifica delle prestazioni effettivamente svolte, nella presenza del personale veterinario e nella tracciabilità delle attività di vigilanza. L’ANAC non ha messo sotto osservazione un appalto marginale, ma un affidamento plurimilionario riguardante il benessere di centinaia di animali. Elementi che non costituiscono automaticamente una condanna dell’operatore economico, ma che certamente rappresentano fatti di interesse pubblico e che qualsiasi amministrazione prudente dovrebbe valutare con estrema attenzione.

Parete, Caserta e le coincidenze che alimentano interrogativi

Esiste poi un dato politico che non può essere ignorato. Michele Falco e Vito Luigi Pellegrino sono figure note nel Comune di Parete, in provincia di Caserta, avendo ricoperto rispettivamente ruoli di sindaco e vicesindaco. Le società coinvolte hanno sede proprio a Parete e nel Casertano. La gara è stata gestita attraverso una Centrale Unica di Committenza della Provincia di Caserta. Si tratta di elementi che, da soli, non dimostrano alcuna irregolarità. Ma costituiscono certamente un intreccio di rapporti territoriali e professionali che rende ancora più necessario un supplemento di trasparenza. In uno Stato di diritto non si formulano sentenze senza prove. Ma nemmeno si pretende che i cittadini rinuncino a porre domande.

Le risposte che Caivano attende

La questione centrale, oggi, non è soltanto chi abbia vinto la gara. La vera questione è sapere: come sono stati valutati i requisiti tecnici; quale peso abbiano avuto le esperienze maturate fuori territorio; come sia stato attribuito il punteggio sulle adozioni; se il distacco tecnico registrato sia realmente proporzionato alle differenze tra le offerte; quali verifiche siano state svolte sui requisiti dichiarati; quali controlli siano stati effettuati dall’Amministrazione prima dell’aggiudicazione definitiva. Sono domande legittime. Sono domande pubbliche. Sono domande alle quali il Comune di Caivano ha il dovere di rispondere. Perché quando si parla di denaro pubblico, di gare pubbliche e di servizi che incidono direttamente sul benessere degli animali, la trasparenza non è una concessione. È un obbligo. E il silenzio, in questi casi, non aiuta nessuno.

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Caivano

CAIVANO. Il rischio di spendere 157 milioni per conservare il ghetto. On. Penza: “no a soluzioni opache e palliative”

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CAIVANO – Ci sono numeri che raccontano più delle conferenze stampa, delle inaugurazioni e delle passerelle istituzionali. E ci sono domande che, prima o poi, qualcuno deve avere il coraggio di porre. Una di queste riguarda il futuro del Parco Verde. Per mesi ai cittadini è stato raccontato che sul quartiere sarebbe arrivata una delle più grandi operazioni di rigenerazione urbana mai immaginate per Caivano, un intervento che avrebbe dovuto segnare una cesura netta tra il passato e il futuro, tra il degrado e il riscatto. Si è parlato di oltre 130 milioni di euro di investimenti privati. Oggi, al margine dell’inaugurazione della Villa Andersen, il sindaco ha dichiarato che quella cifra sarebbe nel frattempo salita addirittura a 157 milioni. Una somma enorme, tale da far sorgere una domanda tanto semplice quanto inevitabile: se davvero si investono 157 milioni di euro, cosa si intende ottenere? Una vera rigenerazione urbana o una costosa conservazione dell’esistente?

È una domanda che assume ancora più rilievo alla vigilia dell’importante incontro romano cui il primo cittadino parteciperà domani per discutere proprio del futuro del Parco Verde. Nel frattempo, nella nostra redazione sono giunte le dichiarazioni dell’onorevole Pasqualino Penza, deputato della Repubblica del Movimento 5 Stelle, che ha espresso una posizione chiara e per molti versi destinata ad aprire un dibattito che finora qualcuno avrebbe preferito evitare. Secondo Penza, infatti, occorre dire con chiarezza che il Parco Verde non può essere affrontato con “soluzioni opache e palliative” e che serve “un progetto serio di abbattimento, ricostruzione e rigenerazione urbana”. Parole pesanti. Parole che meritano di essere ascoltate al di là delle appartenenze politiche. Perché il punto centrale della questione non è il colore politico di chi parla. Il punto è capire se dopo quarant’anni di fallimenti si intenda finalmente eliminare le cause del problema oppure limitarsi a rifare facciate, impianti e coperture lasciando immutata la struttura sociale che ha trasformato il Parco Verde in ciò che è diventato.

La nostra testata sostiene questa battaglia dal 2016. Da dieci anni ripetiamo che non esiste alcuna vera rigenerazione urbana senza una contestuale rigenerazione sociale. E non esiste alcuna rigenerazione sociale se centinaia di nuclei familiari fragili, privi di reddito o con gravissime difficoltà economiche continuano ad essere concentrati nello stesso luogo, nello stesso quartiere, negli stessi edifici, nelle stesse scale. Cambiare i muri senza cambiare il modello significa semplicemente restaurare il ghetto. Il rischio che oggi si profila all’orizzonte è esattamente questo. Se l’operazione immaginata dal Governo dovesse concretizzarsi nella forma anticipata negli ultimi mesi, ovvero quella di un partenariato pubblico-privato in cui un soggetto investitore anticipa risorse per poi gestire nel tempo il patrimonio immobiliare recuperando il proprio investimento e conseguendo un margine economico, la domanda diventa inevitabile: chi pagherà davvero il conto finale?

L’onorevole Penza lo ha detto senza giri di parole quando ha evidenziato che “un soggetto privato, investendo capitali propri, dovrà recuperare e remunerare le somme anticipate” e che esiste “il rischio concreto che i costi di questa operazione possano essere ribaltati sulle famiglie”. È un’osservazione che merita attenzione. Perché il mercato non investe per perdere denaro. Se il privato investe 157 milioni, quei 157 milioni dovranno rientrare. E dovranno rientrare con un margine. Ma come? Attraverso quali strumenti? Attraverso quali canoni? Attraverso quale modello di gestione? Sono domande alle quali, ad oggi, i cittadini non hanno ancora ricevuto risposte complete.

Ed è qui che emerge il nodo più delicato. Se il Parco Verde dovesse rimanere sostanzialmente ciò che è oggi dal punto di vista urbanistico e sociale, il rischio sarebbe quello di assistere alla nascita di una gigantesca contraddizione: edifici parzialmente riqualificati ma ancora immersi nello stesso contesto di concentrazione del disagio; canoni più elevati per sostenere l’operazione finanziaria; famiglie prive di reddito chiamate a sostenere costi maggiori; e soprattutto nessuna reale mescolanza sociale. Perché il vero problema del Parco Verde non è soltanto edilizio. È sociologico. È urbanistico. È culturale. È economico.

Quando si concentrano nello stesso luogo povertà, disagio abitativo, fragilità sociale e marginalità economica, il risultato non è una comunità. È un addensamento di problemi che finisce inevitabilmente per alimentare nuove forme di esclusione. Ed è esattamente questo il punto richiamato dall’onorevole Penza quando afferma che “una politica seria di abbattimento, ricostruzione e ricollocazione diversificata può contribuire a spezzare questo meccanismo, riducendo gli spazi di influenza della criminalità e restituendo sicurezza, dignità e prospettive ai cittadini”. Ricollocazione diversificata. Sono probabilmente le due parole più importanti dell’intero dibattito. Perché una vera rigenerazione urbana non consiste nel prendere migliaia di persone e lasciarle tutte nello stesso posto dopo aver rifatto gli intonaci. La vera rigenerazione urbana consiste nel distribuire il disagio, non nel concentrarlo. Consiste nel favorire la nascita di quartieri socialmente misti. Consiste nel consentire l’incontro tra fasce sociali differenti. Consiste nel superare definitivamente il concetto stesso di quartiere-ghetto.

Se ciò non accadrà, il rischio è che tra vent’anni ci si ritrovi ancora una volta davanti alle stesse fotografie, agli stessi problemi e alle stesse emergenze. Con una sola differenza: che quelle che oggi sono baracche di cemento, prefabbricati degradati e strutture nate come soluzione temporanea, diventeranno semplicemente baracche più costose. Magari riverniciate. Magari efficientate energeticamente. Magari dotate di impianti nuovi.Ma sempre baracche sociali concentrate nello stesso luogo. Sempre ghetto. Sempre marginalità. Sempre esclusione. Ed allora la domanda finale che la politica deve avere il coraggio di affrontare è una sola. I 157 milioni serviranno ad eliminare il ghetto o a conservare il Parco Verde? Perché tra queste due strade passa la differenza tra una grande operazione di rigenerazione urbana e l’ennesima occasione perduta. E Caivano, dopo quarant’anni di errori, non può più permettersi di sbagliare.

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