CAIVANO – C’è un momento, nella vita di una comunità, in cui l’indignazione non è più una virtù ma una colpa. Quando arriva tardi. Quando scatta solo dopo che l’ennesima ferita è stata inferta, mostrata, spettacolarizzata in prima serata. È quello che sta accadendo oggi a Caivano, dopo la messa in onda della fiction La Preside.
I caivanesi protestano, si dicono offesi, parlano di identità calpestata. E hanno ragione. Ma hanno ragione ora, quando il danno è compiuto, quando lo stigma è diventato racconto ufficiale, quando Caivano è stata ridotta, ancora una volta, a sinonimo di Parco Verde, immondizia e delinquenza. Dov’erano prima? Dov’erano quando si costruiva, mattone dopo mattone, la narrazione che oggi li umilia?
La fiction non è un errore artistico. È un atto politico. È propaganda. Serve a consolidare l’idea che il degrado sia l’essenza di un popolo e che l’unica cura possibile sia l’uomo (o la donna) forte, l’autorità che reprime, punisce, castiga. È il racconto perfetto per legittimare un modello: quello imposto dal Governo Giorgia Meloni, applaudito, difeso, santificato proprio da chi oggi si dice scandalizzato. Perché i fatti sono questi, e vanno detti con nomi e cognomi.
Quando il sottoscritto combatteva da solo contro il Decreto Caivano e contro il cosiddetto Modello Caivano, denunciandone la natura repressiva, propagandistica e stigmatizzante, i caivanesi non solo non ascoltavano: remavano contro. Difendevano il Governo Giorgia Meloni, così come oggi difendono l’incompetenza al potere, difendevano la narrazione emergenziale, difendevano l’allarme permanente lanciato da Maurizio Patriciello dopo i tragici fatti del Rione IACP. Chi osava dire che quella strada avrebbe distrutto l’identità di Caivano veniva trattato come un guastafeste, un disturbatore della speranza.
Avete difeso il Decreto Caivano, avete difeso il Modello Caivano, avete difeso chi gridava all’emergenza permanente. Avete difeso Maurizio Patriciello e avete idolatrato Eugenia Carfora, elevandoli a simboli indiscussi, intoccabili, funzionali però a una sola cosa: rafforzare lo stigma. Avete creduto che denunciare il marcio significasse amare Caivano. Non avete capito che raccontare solo il marcio significa condannarla.
Nel frattempo si demolivano teatri senza ricostruirli, si promettevano stadi mai nati, si restauravano centri sportivi a peso d’oro per pochi eletti, mentre l’identità collettiva veniva svenduta. E quando qualcuno osava dirvi che il prezzo sarebbe stato altissimo, che lo stigma è un’arma micidiale, preferivate voltare lo sguardo.
Eppure io lo dicevo. Lo spiegavo. Lo mettevo nero su bianco e lo portavo persino in scena, nel mio one man show al Teatro Burlesque: il prezzo dei fondi, dei commissariamenti, delle passerelle ministeriali non sarebbe stato economico, ma simbolico. Avreste pagato con la dignità. E così è stato.
Per due anni siete stati vittime della speranza, addomesticati dal potere, convinti che la Premier venisse a Caivano senza interesse politico, senza strategia nazionale. Una favola.
La verità è che l’interesse della destra – di Fratelli d’Italia e del Governo – era chiarissimo: spostare l’asse dell’antimafia da sinistra a destra, usando testimonial “perbene”, professionisti dell’antimafia, quelli che Leonardo Sciascia aveva già smascherato decenni fa.
In questo schema, Caivano non doveva rinascere. Doveva servire. Doveva diventare il simbolo del degrado da redimere con le maniere forti. Ed ecco che Eugenia Carfora viene trasformata in icona salvifica, così come Patriciello diventa il sacerdote del disastro permanente. Non persone, ma strumenti narrativi. Funzionali allo stigma. Nel frattempo, mentre vi raccontavano la favola della rinascita: un centro sportivo veniva restaurato con il triplo dei soldi, destinato alle élite; uno stadio non veniva mai realizzato; un teatro veniva abbattuto e mai ricostruito; un’università, pur avendo ricevuto spazi dal Comune a titolo gratuito, negava quegli stessi spazi all’ente comunale. Oltre il danno, la beffa.
E durante la campagna elettorale chi esaltava tutto questo? Antonio Angelino, oggi sindaco di Caivano, che ringraziava e si inchinava al Governo Meloni per le “cose belle” fatte sul territorio. Questo avete votato: non un difensore dell’identità caivanese, ma un conformista del potere, uno che ama le passerelle più della visione, che applaude Carfora e Patriciello, gli stessi che hanno contribuito a costruire lo stigma di cui oggi vi lamentate.
E quando il collega Giovanni Russo gli fa notare, con lucidità, che dalla fiction La Preside a uscire a pezzi è proprio il Comune come istituzione – dipinto come un covo di fannulloni e opportunisti – il sindaco non fa altro che adeguarsi, prendere atto, assecondare l’indignazione. Sempre dopo. Sempre quando è sicuro.
Io vi avevo avvisati. Vi avevo spiegato cosa succede quando una comunità accetta gli stereotipi per convenienza politica, quando rinuncia a ribellarsi, quando preferisce il silenzio alla complessità. Vi avevo parlato di Walter Lippmann e della fabbrica degli stereotipi, di Elisabeth Noelle-Neumann e della spirale del silenzio. Non avete capito. O non avete voluto capire.
E allora oggi, permettetemi la crudeltà: se vi indignate solo quando lo schiaffo arriva in prima serata su Rai Uno, se continuate a difendere chi vi ha venduti, se rincorrete ancora la speranza invece della ribellione, allora sì — La Preside ve la meritate. Ve la meritate tutta.
E aspetto anch’io, con amara ironia, la prossima fiction: ancora più esasperata, ancora più stigmatizzante, magari interamente dedicata a don Maurizio Patriciello, eroe definitivo dello stereotipo caivanese. Forse solo allora capirete che il problema non è la televisione. Il problema è aver rinunciato, per anni, a difendere voi stessi, con la convinzione che rincorrere la speranza, determinata dalle chiacchiere dei politicanti, fosse più comodo e risolutivo di imbracciare una lotta di identità.