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C’era una volta il Blog, poi è arrivato Facebook.

C’erano un volta i blogger, poi sono arrivati i foodblogger,  gli houseblogger, i vineblogger, le fashionblogger.

Un mondo molto underground, di nicchia, per gli eletti, per la gente dal palato raffinato, con arredamenti firmati, vestiti griffati e  mattonelle del cesso di prima scelta.

Qualunque comune mortale non può comprendere cosa significhi appartenere a certe categorie, ci devi nascere. Non si diventa buongustai mangiando pasta e fagioli avanzata dal giorno prima, si devono conoscere gli accostamenti dei sapori, il contrasto tra il morbido e il croccante dei semi di finocchietto, le caratteristiche molecolari della mela annurca e del caco italiano. In pratica dei porci che non hanno altro da fare che ingolosire le persone che non possono permettersi certe pietanze.

Lo stesso discorso vale per i vine blogger e gli house blogger, rispettivamente ubriaconi e mobilieri.

Un discorso a parte deve essere fatto con le fashion blogger.
In pratica si tratta di donne a cui è mancato l’affetto da bambine, le mamme le hanno sempre costrette a indossare abitini rosa e scarpette con gli occhielli  indossate su calzettoni bianchi con l’orlo ricamato.

La loro è una vendetta contro il mondo delle mamme, una ritorsione che ha il sapore della rivalsa, insomma un regolamento di conti a tutti gli effetti.

Lo scopo principale delle fashion è quello di far vestire quante più ragazze possibili a cazzo di cane, con accessori dal costo spropositato di mila mila euro, con cappellini guarniti di frutta esotica e fiori di zucchine.

A volte ci riescono, spesso si perdono nella loro stessa inconcludenza e iniziano a fare altro, sempre nello stesso ambito,  ritirandosi in clausura in compagnia di ago e filo.

L’appello è che il popolo si accorga finalmente di questa minoranza etnica. Io stesso promuoverò una petizione on line affinché vengano istituite delle riserve che ne conservino la specie e la proteggano dall’insidia dell’estinzione.

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