La Bosnia libera tutti. Che noia sarebbe stata seguire la Nazionale italiana al Mondiale americano. Magari con partite nel cuore della notte. Che fastidio! Così gli azzurri hanno pensato bene di evitarci il problema.
Ci saranno 48 squadre. Praticamente tutti. Tranne l’Italia.
In America ci andranno gli “amici” della Bosnia, qualificata per la seconda volta nella sua storia: l’unico precedente risale a dodici anni fa, proprio nell’ultima edizione disputata dagli azzurri. Già, perché quello del 2026 sarà il terzo Mondiale consecutivo senza Italia. Un fatto senza precedenti. E non è un Pesce d’Aprile. Prima la Svezia, poi la Macedonia del Nord, infine la Bosnia: la frittata è fatta.
L’analisi della partita
La gara sembrava essersi incanalata sui binari giusti dopo il vantaggio firmato da Moise Kean nel primo tempo. Un gol che aveva dato fiducia alla squadra, almeno fino all’episodio che ha cambiato tutto. L’intervento in ritardo di Bastoni ha spalancato la porta a Dzeko e compagni, lasciando l’Italia in inferiorità numerica. Il difensore dell’Inter, reduce da settimane difficili, non era nelle condizioni migliori per una partita così delicata.
Nella ripresa e nei supplementari, nonostante l’uomo in meno, gli azzurri hanno avuto le migliori occasioni. Ma è mancata la cattiveria per chiudere la gara.
Il capitano Donnarumma, autore di interventi fondamentali, ha tenuto a galla la squadra fino al 79’, quando, dopo l’ennesima respinta, la palla è finita sui piedi di Tabakovic, il più veloce ad arrivarci. Uno dei portieri più forti al mondo non ha mai giocato un Mondiale. E, a questo punto, non lo farà almeno fino ai 31 anni. Pazzesco.
E non si parli di lotteria dei rigori. I nostri — con l’eccezione di Tonali, forse l’unico top player insieme a Gigio — si sono presentati dal dischetto con la faccia “bianca” e le gambe pesanti. I bosniaci, al contrario, avevano gli occhi della tigre e ci hanno sbranati senza esitazioni.
La critica
Al di là degli episodi, restano dubbi sulle scelte tecniche e su alcune esclusioni eccellenti, Zaniolo e Bernardeschi su tutti. Il CT Gennaro Gattuso ha optato per soluzioni che hanno trovato poco riscontro sul campo, rinunciando a giocatori in forma in un momento decisivo.
Ma il problema non è una singola scelta. È un copione che si ripete. Da anni l’Italia fatica a valorizzare le proprie risorse nei momenti chiave. Parlare di sfortuna o di maledizione sarebbe comodo. La verità è un’altra: la mancata qualificazione è il sintomo di una crisi più profonda, che riguarda l’intero sistema calcistico italiano. Negli ultimi anni il movimento ha prodotto pochi talenti di livello internazionale e ha perso continuità tecnica. Manca un’identità chiara, manca un progetto. Mancano le icone.
E mentre si perde, si cercano alibi. Le parole del presidente della FIGC Gabriele Gravina, nel post partita, vanno in questa direzione. Più che assumersi responsabilità, ha preferito spostare il discorso altrove, definendo il calcio “uno sport professionistico” e gli altri sport invece “dilettantistici“. Ma questa sua “teoria” — offensiva per gli atleti degli altri sport, tra l’altro — ai tifosi interessa poco. Ai bambini, ancora meno. Un’intera generazione non ha mai visto l’Italia ai Mondiali. Un’intera generazione non conosce le emozioni di quelle “notti magiche“. E il calcio, inevitabilmente, sta perdendo terreno rispetto ad altri sport.
I bambini si innamorano dei campioni. Dei vincenti. Una volta gli idoli appartenevano al mondo del calcio ed erano Rossi, Conti, Zoff, Baggio, Totti, Del Piero, per citarne alcuni. Oggi si chiamano Sinner, Musetti, Berrettini. L’interesse si sta spostando verso il tennis, percepito come più internazionale, competitivo e meritocratico.
L’Italia calcistica è dunque davanti a un bivio: continuare a nascondersi dietro gli episodi o affrontare davvero i problemi e restituire dignità al nostro tricolore. Perché il rischio più grande non è solo perdere le partite. È perdere il legame emotivo con le nuove generazioni. Senza quello, nessuna Nazionale ha futuro. E senza futuro…
Nel 2006 avevo 9 anni. Ricordo tutto di quell’estate. Mi innamorai del calcio e di Cannavaro che alzava la coppa sotto il cielo di Berlino. Quella era davvero “la coppa di tutti gli italiani”. Quella sera era davvero “più bello essere italiani”.
Oggi, invece, perdiamo tutti. Dai più piccoli ai più grandi. Sperando che prima o poi la Nazionale italiana possa tornare a far innamorare i bambini. Perché intanto oggi scelgono il tennis. E forse fanno bene.