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Sciopero indetto da Vesuviana, C. Flegrea, Cumana ed EAV
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2 anni fail
Da
RedazioneLunedì 6 maggio 2024, ci sarà uno sciopero di 24 ore proclamato dall’Usb.
Le ragioni di tale sciopero, che paralizzerà parzialmente la viabilità campana, sono da ricondursi ai problemi relativi alla sicurezza e al benessere di lavoratori e cittadini, dalla manutenzione dei treni e degli autobus, all’adeguamento dei contratti.
Durante lo sciopero di Lunedì 6 maggio, saranno ovviamente garantite alcune corse per la Circumvesuviana.
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Afragola
Il tuo domani non può aspettare: perché decidere oggi è il più grande atto d’amore
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1 settimana fail
4 Giugno 2026Da
Redazione
In Campania, la cultura del “testamento biologico” fatica a decollare. Eppure, depositare una DAT non significa arrendersi, ma garantire a sé stessi e ai propri cari la dignità di una scelta consapevole. Ecco perché ignorare questa possibilità è un peso che, prima o poi, ricadrà su chi amiamo. C’è un momento, nel silenzio di una stanza di rianimazione o davanti a una diagnosi inaspettata, in cui il tempo sembra fermarsi. È l’istante in cui la vita di una persona non dipende più dai propri desideri, ma dalle decisioni di altri. In Italia, dal 2017, la legge 219 ci offre uno strumento fondamentale per evitare che quel momento si trasformi in un incubo burocratico e affettivo: la Disposizione Anticipata di Trattamento (DAT), comunemente nota come “testamento biologico”. Eppure, a Napoli e in tutta la sua provincia, il dato è allarmante: solo un adulto su venti ha ufficializzato la propria volontà. Significa che 19 famiglie su 20, in caso di necessità, si ritroveranno a dover indovinare le intenzioni di un caro, tra il dolore straziante della perdita imminente, i dubbi etici e, nei casi più complessi, le aule di un tribunale. Il pregiudizio più duro da abbattere è che la DAT sia una “firma per morire”. Niente di più lontano dalla realtà. Compilare una DAT significa, al contrario, rivendicare il diritto a vivere come si vuole. È l’affermazione suprema della propria identità: sei tu, oggi, nel pieno delle tue facoltà, a decidere quali terapie accettare, quali rifiutare, fino a che punto spingere l’accanimento terapeutico. Non lasci la scelta al caso, non la lasci alla burocrazia, non la lasci alla disperazione di un familiare che, davanti a un medico, non saprà cosa rispondere. Spesso si evita di parlare della DAT per una sorta di scaramanzia, o per la paura di evocare la fine. Ma il vero rischio non è parlare di morte; è lasciare ai propri figli, al proprio partner o ai propri genitori il fardello di dover decidere per noi. Quando non c’è una DAT, la legge prevede percorsi complessi. Spesso deve intervenire un giudice, e il peso della scelta ricade su chi, in quel momento, è già distrutto dal dolore. Proteggere i propri cari significa anche questo: togliere loro il dubbio atroce di “stare sbagliando”. La burocrazia, in questo caso, è un alleato semplice. Non serve un notaio né un avvocato. Basta scaricare il modulo dal sito del Ministero della Salute, mettere nero su bianco le proprie volontà — dalla rianimazione alla nutrizione artificiale — e nominare un “fiduciario”, ovvero la persona di cui ti fidi ciecamente per rappresentarti. A Napoli, come nei comuni di Pozzuoli, Torre del Greco o Castellammare, gli uffici dello Stato Civile sono pronti ad accogliere queste disposizioni. È un servizio gratuito, rapido, che richiede meno tempo di una pausa caffè. Tuttavia, quegli sportelli restano troppo spesso deserti. La DAT non toglie speranza; toglie solo il terrore di non essere capiti. È un atto di responsabilità verso la propria vita e un gesto di protezione verso chi cammina al nostro fianco. Questa sera, a cena, provate a parlarne. Non serve un tono drammatico: basta la consapevolezza che, in una vita fatta di tante incertezze, avere il controllo sul proprio corpo e sulla propria dignità è un diritto che nessuno dovrebbe ignorare. Perché, quando arriverà il momento in cui servirà, sarà troppo tardi per iniziare a parlare.
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Dichiarazione dell’on. Giuseppe Barra sulla mozione per il collegamento Napoli Afragola AV–Caivano
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2 settimane fail
27 Maggio 2026
CARDITO – In merito alla mozione approvata oggi in Consiglio regionale della Campania relativa alla realizzazione di una linea metropolitana di collegamento tra la stazione Napoli Afragola Alta Velocità e Caivano, il consigliere regionale Giuseppe Barra ha inteso precisare la propria posizione.
«Premesso che sono nativo di Cardito — ha dichiarato Barra — ed è evidente che non potrei che guardare con favore a qualsiasi infrastruttura che migliori la mobilità del nostro territorio e avvicini un servizio importante come la metropolitana alle nostre comunità. Sarebbe assurdo pensare il contrario. Tuttavia, il mio ruolo istituzionale mi impone di valutare ogni proposta con senso di responsabilità, equilibrio e attenzione rispetto all’interesse generale e all’utilizzo delle risorse pubbliche».
«Occorre chiarire anzitutto — prosegue — che oggi in aula si è discusso di una mozione, quindi di un atto di indirizzo politico che resta confinato nel dibattito consiliare e che, allo stato attuale, non produce effetti amministrativi concreti. Si tratta di una discussione su ciò che potrà essere o non essere un’opera futura. Per questo ho ritenuto doveroso evidenziare alcuni aspetti che reputo centrali».
«Ben venga qualsiasi progetto che possa portare benefici al territorio di Caivano e dell’area a nord di Napoli, ma bisogna essere chiari con i cittadini: la realizzazione di una bretella metropolitana di questo tipo richiederebbe un investimento nell’ordine di un miliardo e mezzo di euro. Una cifra enorme, che merita una riflessione seria sulla sua sostenibilità economica e sull’opportunità politica e amministrativa di un intervento del genere».
«Con risorse di questa portata — sottolinea Barra — si potrebbe intervenire in maniera più estesa e strutturale sull’intero hinterland a nord di Napoli, riqualificando infrastrutture e servizi a beneficio di un bacino molto più ampio. Caivano merita attenzione e rispetto, ma parliamo di una realtà di circa 36 mila abitanti: quando si governa bisogna avere la capacità di guardare al quadro complessivo e agli equilibri dell’intera comunità regionale».
«C’è poi un altro tema: se una proposta del genere dovesse trasformarsi da semplice mozione a indirizzo politico concreto, bisogna interrogarsi da dove verrebbero reperite quelle risorse. Parliamo di fondi che inevitabilmente potrebbero incidere su capitoli strategici come sanità, trasporti o altri servizi essenziali. Ed è su questo che, da amministratore, sento il dovere di richiamare tutti alla prudenza».
Barra ha poi illustrato la propria proposta alternativa sul fronte della mobilità: «Il mio modo di fare politica è pragmatico. Preferisco ragionare su interventi immediatamente realizzabili, utili e concretamente sostenibili. Per questo ritengo molto più efficace investire sul potenziamento del trasporto su gomma. La Regione Campania ha già acquistato bus per un valore di circa 50 milioni di euro: sarebbe sufficiente finanziare i servizi collegati alla messa su strada e alla manodopera — con una spesa stimabile intorno ai 500 mila euro — per attivare collegamenti capaci di servire l’intero hinterland a nord di Napoli».
«Un sistema del genere potrebbe collegare Sant’Antimo, Cardito, Caivano, Afragola fino a Pomigliano d’Arco, raggiungendo un bacino potenziale di circa 700 mila utenti, quindi una platea dieci volte superiore rispetto a quella interessata dal solo collegamento Caivano–stazione AV».
«Allo stesso modo — aggiunge — con un investimento contenuto si potrebbe immaginare la realizzazione di uno svincolo autostradale in prossimità della stazione TAV, tra il raccordo A1 e A3, considerato che la stazione dista appena poche centinaia di metri in linea d’aria. Questo consentirebbe di migliorare sensibilmente l’accessibilità all’area evitando agli utenti lunghi percorsi tra Asse Mediano e zona Cinque Vie».
«Sono sempre stato — conclude Barra — un politico del fare. Credo nelle opere utili, realizzabili e capaci di produrre benefici concreti nel più breve tempo possibile. Preferisco spendere meno risorse pubbliche per dare risposte immediate a centinaia di migliaia di cittadini piuttosto che inseguire progetti suggestivi ma lontani dalla concreta possibilità di realizzazione. Per me la politica deve misurarsi con i fatti, non con gli slogan».
Attualità
La rivolta dei preti: «Cessate il fuoco e sanzioni a Israele». Lettera aperta ai Vescovi italiani alla vigilia della CEI
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3 settimane fail
23 Maggio 2026Da
Redazione
ROMA – Non è la solita mozione politica dei movimenti pacifisti, né un comunicato delle storiche sigle dell’attivismo solidale. Questa volta l’appello, durissimo e intriso di teologia, arriva direttamente dall’altare. Alla vigilia dell’Assemblea Generale della CEI (Conferenza Episcopale Italiana), più di 2.200 sacerdoti, 25 vescovi e due cardinali della Rete Internazionale Preti contro il Genocidio hanno indirizzato una lettera aperta ai vescovi italiani. Un testo che scuote i palazzi vaticani e la politica nazionale, chiedendo alla Chiesa italiana un passo storico: abbandonare la “falsa equidistanza” e appoggiare apertamente sanzioni ed embargo militare contro il governo israeliano.
La lettera, datata 22 maggio 2026, si apre con la denuncia di un fatto di cronaca recente e drammatico: l’arrembaggio della marina militare israeliana ai danni delle imbarcazioni della Global Sumud Flotilla in acque internazionali. A bordo delle navi, cariche di aiuti umanitari per Gaza, viaggiavano medici, infermieri e attivisti disarmati. Tra i fermati figurano anche oltre venti cittadini italiani, costretti a passare quaranta ore su pavimenti allagati prima di essere espulsi senza accuse formali.
È da questa ennesima ferita che scatta la mobilitazione dei sacerdoti, i quali chiariscono subito lo spirito della missiva:
«Non scriviamo per contrapporci, ma per condividere una ferita. Il dolore di Gaza, della Cisgiordania, del Libano e di tutta la Terra Santa non ci lascia più dormire tranquilli».
Se da un lato i firmatari blindano la linea profetica di Papa Leone XIV e lodano gli sforzi diplomatici del Cardinale Zuppi e del Patriarca Pizzaballa, dall’altro chiedono alla CEI una svolta radicale che investe direttamente le responsabilità del Governo italiano.
La richiesta non è più solo quella, pur necessaria, della preghiera o della colletta umanitaria. I preti chiedono “atti concreti”, mutuando la strategia che un tempo piegò il regime segregazionista in Sudafrica:
«Riteniamo necessario indicare con coraggio anche il boicottaggio mirato, il disinvestimento, le sanzioni e l’embargo militare verso tutto ciò che sostiene direttamente l’occupazione, la colonizzazione, l’apartheid, la distruzione di Gaza».
Un parallelismo, quello con l’apartheid sudafricano, evocato non come atto di odio, ma come “leva morale e politica per isolare e costringere un sistema ingiusto a cambiare”.
Il cuore teologico del documento tocca le corde più sensibili della fede cristiana. I firmatari rigettano fermamente ogni forma di antisemitismo, ma attaccano frontalmente la leadership politica e militare israeliana, definendo la situazione a Gaza come una “ferita spirituale che attraversa il corpo dell’umanità”, dove Cristo “continua a essere crocifisso” nei corpi dei civili e dei bambini.
Il dito viene puntato anche contro le ambiguità interne al mondo cristiano e politico: «Le nostre parole tiepide non sono innocenti. Quando alcuni politici e rappresentanti cristiani continuano a sostenere lo Stato di Israele senza denunciare con chiarezza l’occupazione… scandalizzano i piccoli».


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