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AFRAGOLA: Guerra tra clan alle porte, le nuove leve sfidano la vecchia guardia

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AFRAGOLA – Sembra star precipitando la situazione nel Comune situato nel cuore della zona urbana a nord di Napoli a seguito del pentimento del boss locale appartenente al Clan Moccia Salvatore Scafuto, alias “’Tore a’ Carogna”.

Scafuto era da 30 anni un personaggio chiave, un cosiddetto senatore dei Moccia, un potente capo che vedendo la sua vita in pericolo ha deciso di cercare la protezione dello Stato collaborando con le forze dell’ordine e svelando le sue verità.
Le dichiarazioni del pentito stanno minando gli equilibri del potere camorrista e degradando il controllo che il Clan aveva sul territorio, portando nuovi personaggi a farsi strada nel vuoto di potere lasciato dal precedente boss.

Le conseguenze più visibili sarebbero, come descritto dal portale internapoli.it, il passaggio dell’organizzazione e del controllo su spaccio e traffici varii a quelle che da sempre erano state le seconde fila della malavita cittadina, come testimoniato anche da presunti regolamenti di conti avvenuti sul suolo cittadino proprio in questi giorni.

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AFRAGOLA. Alla fine sarà il Gattopardo con la fascia tricolore

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AFRAGOLA – Ad Afragola la politica somiglia sempre più a una partita di calcetto tra scapoli e ammogliati: cambiano le maglie, ma i giocatori sono sempre gli stessi e il campo è pieno di buche. L’importante non è giocare bene, ma occupare lo spogliatoio.

Tra oggi e domani il cosiddetto tavolo provinciale del “campo largo” dovrebbe ratificare il candidato sindaco scelto dalle segreterie locali di PD, M5S e AVS. E, salvo improvvisi accessi di fantasia politica – evento statisticamente raro quanto una nevicata ad agosto sul Vesuvio – il nome dovrebbe essere quello di Gennaro Giustino.

Giustino, a differenza del 2021, ha compreso con una rapidità degna di un allievo diligente la prima grande lezione della politica locale contemporanea: parlare poco, possibilmente niente. In un contesto dove chi espone idee rischia di essere scambiato per un alieno, il silenzio è diventato la forma più raffinata di strategia. Navigare sotto la superficie, tra correnti torbide di trasformismo, è un’arte antica: il principio del Gattopardo applicato alla scala comunale. Cambiare tutto per non cambiare nulla, possibilmente senza nemmeno disturbarsi a spiegare cosa.

Il problema non è tanto il nome – i nomi, in queste storie, sono accessori intercambiabili – ma il metodo. Il centrosinistra afragolese, da anni, sembra aver sostituito l’idea di progetto politico con una più semplice missione esistenziale: essere contro qualcuno. In particolare contro l’ex senatore Enzo Nespoli, che nel dibattito pubblico locale occupa più o meno lo stesso spazio che la gravità occupa nella fisica: invisibile ma onnipresente.

Così PD e M5S, invece di provare a costruire criteri, visioni, programmi o persino qualche timida idea, si sono accomodati nel più rassicurante schema binario: noi contro loro. Una politica ridotta al derby permanente. Bianchi contro neri. Senza tattica, senza gioco, senza allenatore. Solo il desiderio di segnare il gol della vittoria elettorale e poi dividersi lo spogliatoio.

Nel frattempo il grande mantra del rinnovamento – “puntiamo sui giovani” – si è rivelato, come spesso accade in politica, uno slogan da convegno stampato su cartoncino lucido e dimenticato sul tavolo appena finito l’applauso.

Ad Afragola, infatti, non è accaduto che una nuova generazione abbia imparato a fare politica clientelare. Sarebbe quasi un processo educativo. Qui è successo qualcosa di più semplice e, se possibile, più istruttivo: si è scelto di adeguarsi.

I giovani del PD non hanno inventato nulla. Non hanno innovato, non hanno scardinato il sistema, non hanno nemmeno provato a cambiarne le regole. Hanno fatto la cosa più pratica: hanno preso accordi con chi quella politica l’ha sempre praticata con metodo quasi artigianale. Una specie di apprendistato accelerato nella bottega del consenso organizzato.

Il risultato è che la prima lezione imparata non è stata come costruire consenso politico, ma come partecipare alla lottizzazione del potere senza il fastidio di dover conquistare davvero i voti. Una scorciatoia elegante: tu porti il simbolo, io porto il pacchetto di relazioni, e alla fine si divide il bottino amministrativo come si dividono le fette di una torta già tagliata.

Così il tanto evocato rinnovamento ha assunto la forma più tipica della politica locale: una coabitazione tra novizi e veterani del favore, dove i primi forniscono l’immagine fresca e i secondi il manuale operativo. La macchina è semplice. Funziona come quelle vecchie cabine telefoniche a gettoni: inserisci l’accordo giusto, esce la porzione di potere. Non è un algoritmo sofisticato, è clientelismo analogico.

E così, prima ancora di scaldare la sedia del Consiglio comunale, molti aspiranti innovatori hanno scoperto il fascino irresistibile della politica dei favori. Quella che raccoglie voti come un vecchio signore raccoglie figurine: una alla volta, porta a porta, promessa su promessa. Solo che, in questo caso, nemmeno serve completare l’album: basta sedersi al tavolo giusto.

Il paradosso è che nessuno, in questo scenario, ha mai davvero provato a fare la cosa più difficile e più semplice insieme: rappresentare davvero il nuovo. Nessuno si è posto il problema di dire: perdiamo pure oggi, ma perdiamo bene. Perdiamo con un’idea, con un progetto, con una classe dirigente che non debba chiedere il permesso a nessuno per esistere. Nessuno ha avuto il coraggio di accettare l’ipotesi di sedersi tra i banchi dell’opposizione con la faccia pulita, invece che in maggioranza con la sensazione di essere entrati dalla porta di servizio.

Perché la politica vera, quella che costruisce qualcosa, spesso comincia proprio così: in minoranza. Con pochi voti, poche poltrone e molte idee. Ma ad Afragola questa possibilità non è stata nemmeno presa in considerazione. La priorità non era inaugurare una nuova stagione politica, ma non restare fuori dal giro.

E così la città continua a vivere dentro una specie di guerra fredda permanente tra personalità politiche, mentre nessuno prova davvero a uscire da questo schema. Nessuno ha avuto l’ambizione di dire: basta con la saga infinita delle rivalità personali, proviamo a costruire qualcosa che duri più di una campagna elettorale. Servirebbe il coraggio di essere pochi oggi per diventare molti domani. Servirebbe una generazione disposta a prendersi il lusso di perdere, pur di non somigliare troppo a quelli che dice di voler sostituire.

Ma per ora, ad Afragola, il rinnovamento somiglia a quei cartelli “lavori in corso” che restano appesi per anni. Cambia il colore della vernice, cambia il logo sul casco degli operai, ma il cantiere – quello vero – non parte mai. E infatti ad Afragola il dibattito politico si è ormai ridotto a un binomio ossessivo: Giustino contro Nespoli. Come se la città fosse una serie televisiva con due soli personaggi e il resto del cast relegato al ruolo di comparse.

Intorno al tavolo del campo largo non si discute di come cambiare Afragola, ma di come non far vincere gli altri. Il criterio non è il rinnovamento, ma la sostituzione del potere. Non si cambia la logica, si cambia l’inquilino.

Dall’altra parte del campo, il centrodestra sembra aver risolto la questione con la rapidità con cui si sceglie il capitano della squadra tra amici: qualcuno ha deciso e gli altri, più o meno convinti, prenderanno atto. Il nome che circola è quello di Alessandra Iroso, dirigente che conosce il Comune con la precisione di chi potrebbe descrivere anche la geografia delle crepe nei muri di Palazzo Moriani.

La scelta, però, non nasce esattamente da una discussione collettiva tra alleati. Più che un tavolo politico sembra una cabina di regia dove gli stessi registi di sempre continuano a scrivere il copione. Il risultato è un film già visto: il film del duo Nespoli–Castiello.

E così la città si prepara all’ennesima campagna elettorale che promette di essere una gigantesca riedizione di un classico locale: la guerra delle personalità.

Nel frattempo, mentre i protagonisti litigano su chi dovrà sedersi sulla poltrona più grande, restano sullo sfondo i temi veri: PNRR, gestione amministrativa, sviluppo urbano, servizi. Questioni che rischiano di fare la fine delle promesse elettorali: evaporare appena finite le conferenze stampa.

Ad Afragola, più che una competizione politica, sembra di assistere a una partita infinita di Risiko: territori da occupare, caselle da presidiare, equilibri da difendere. L’unico dettaglio secondario è la città.

Eppure la politica, quella vera, ogni tanto dovrebbe fare una cosa semplice: provare a immaginare il futuro. Anche rischiando di perdere oggi per costruire domani una classe dirigente credibile.

Ma questo, ad Afragola, per ora resta fantascienza. Qui la politica continua a muoversi come un vecchio tram senza binari: fa rumore, scintille e giri su se stesso. E alla fine torna sempre allo stesso capolinea.

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Follia a Barletta, Malcore aggredisce Torassa negli spogliatoi

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BARLETTA – Un pomeriggio di sport si trasforma in un caso di cronaca allo stadio “Puttilli”. Durante l’intervallo della gara tra Barletta e Afragolese, valida per la 25ª giornata del girone H di Serie D, la violenza prende il sopravvento sulla competizione. L’attaccante del Barletta, Giancarlo Malcore, colpisce con un pugno e un calcio il capitano dell’Afragolese, l’argentino Agustín Torassa.

Il grave episodio si consuma all’interno degli spogliatoi, proprio mentre le squadre sono rientrate dopo un primo tempo chiuso sullo 0-0. Un diverbio acceso degenera rapidamente: Malcore scaglia un pugno al volto del 37enne argentino, aggiungendo anche un calcio.

L’arbitro Matteo Cavacini, informato dei fatti, dispone l’espulsione di Malcore prima della ripresa. Il secondo tempo comincia con dieci minuti di ritardo, con il Barletta in inferiorità numerica e l’Afragolese costretta a sostituire il suo capitano, trasportato d’urgenza in ospedale.

La società campana non usa mezzi termini e interviene con una nota ufficiale durissima per stigmatizzare l’accaduto e difendere il proprio tesserato.

“La nostra società ribadisce con forza che simili comportamenti non appartengono ai valori dello sport, del calcio e della leale competizione”, scrive il club rossoblù. “Ogni forma di aggressione fisica o verbale rappresenta una sconfitta per tutto il movimento calcistico, a maggior ragione quando a esserne protagonisti sono tesserati che, per ruolo ed esperienza, dovrebbero essere esempio per i più giovani”.

Il capitano argentino è stato assistito presso l’ospedale “Dimiccoli”, dove i medici hanno riscontrato un trauma cranico minore e dolori al rachide cervicale. “Rassicuriamo tutti sulle condizioni di Agustín Torassa”, prosegue la nota dell’Afragolese, “il calciatore è vigile, è rientrato a casa dopo i controlli ed è costantemente monitorato dallo staff medico”.

Sulla vicenda indagano ora gli agenti della Digos e del Commissariato di pubblica sicurezza di Barletta. La posizione di Malcore è al vaglio della giustizia sportiva, ma anche delle autorità competenti per i profili di responsabilità penale. L’Afragolese ha confermato di confidare nel lavoro degli inquirenti affinché “venga fatta piena luce sull’accaduto e siano adottati tutti i provvedimenti necessari a tutela dei valori sportivi”.

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Afragola, una panchina rossa per Martina Carbonaro: le Istituzioni e le Scuole unite contro la violenza di genere

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AFRAGOLA – Il piazzale dell’Azienda Consortile dei Servizi Sociali di Afragola si è tinto di rosso. Non solo il rosso di una panchina appena svelata, ma quello di una ferita che la comunità ha deciso di trasformare in testimonianza viva. Nella mattinata di giovedì 12 febbraio, le istituzioni, le scuole e la cittadinanza si sono riunite per inaugurare un simbolo in memoria di Martina Carbonaro, la quattordicenne vittima di un tragico femminicidio nel maggio 2025.

L’evento si inserisce nella cornice della campagna nazionale “Questo non è amore”, un’iniziativa che mira a scardinare i retaggi della violenza di genere partendo dalla sensibilizzazione dei più giovani. Un momento fortemente voluto dal Direttore dell’Azienda Consortile, Umberto Setola, che ha ribadito come i Servizi Sociali debbano essere, oggi più che mai, un presidio di legalità e un porto sicuro per chi vive nel terrore.

Particolarmente toccante l’intervento della Dottoressa Anna Giugliano, coordinatrice dei servizi, che ha rivolto un incoraggiamento accorato a tutte le donne: “Avvicinatevi a questa panchina, non siete sole. Siamo qui per accompagnarvi oltre il buio”. In un abbraccio che ha commosso i presenti, la dottoressa ha sostenuto la mamma di Martina, definendo quella fragilità condivisa come l’unica base reale da cui ripartire per ricostruire dignità e speranza.

Al fianco della famiglia, le massime autorità: il Commissario Prefettizio Fernando Mone, insieme alla sub-commissaria Rossana Iovine, ha richiamato la necessità di una vigilanza costante, mentre il Questore di Napoli, Maurizio Agricola, ha evidenziato come il fenomeno della violenza di genere richieda una “rete” istituzionale e sociale inscindibile, unico vero scudo preventivo.

Il sagrato dell’Azienda è stato invaso dai ragazzi degli istituti superiori Pertini, Dalla Chiesa, Brunelleschi e Sereni. Sono stati loro, con la lettura di poesie sul “labirinto delle ombre” e riflessioni cariche di maturità, a farsi sentinelle di una nuova cultura del rispetto. La benedizione del sacerdote ha poi consacrato la panchina come luogo di sosta e riflessione, un invito a spezzare l’orgoglio per lasciare spazio all’ascolto.

Sulla targa affissa alla panchina, poche parole racchiudono un impegno solenne: “In memoria di Martina, vittima di violenza, affinché il suo nome rimanga impresso simbolo di rispetto”.

“Martina vivrà sempre”, ha sussurrato la madre ai nostri microfoni. E da oggi, tra i corridoi dei servizi sociali e gli occhi dei ragazzi di Afragola, Martina non è più solo un ricordo, ma un cammino comune verso la giustizia.

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